Massimo Roscia giudizzi

·         “Da un appassionato gourmet qual è l’autore, non poteva arrivare che un romanzo tragicomico nel quale aleggiano profumi e sapori irresistibili”
(Patrizia Rusconi, Gente)
·         “Un romanzo filosofico, per certi versi, un romanzo di formazione e di apprendistato del gusto… un romanzo originalissimo, permeato di humour noir, divertente, sorprendente, che merita davvero di essere letto e segna una prova d’esordio da sottolineare”
(Franco Ziliani, B!Vino)
·         “Una vita descritta dall’autore con un registro intrigante, a metà strada tra apocalisse e commedia… Fornelli in primo piano per ribaltare quel male di vivere che ci accomuna tutti: Roscia, esperto enogastronomo, ha firmato un libro che si legge di un fiato e con piacere, quasi fosse uno di quei manicaretti che descrive”
(John Vignola, Il Mucchio)
·         “Il racconto scorre con grande facilità tra situazioni esilaranti, ricette, manoscritti, turbe psichiche, trascinando il lettore sempre più verso un mondo in cui il cibo diventa l’assoluto protagonista. Tutto questo è frutto della fantasia e della sensibilità di un appassionato gourmet, Massimo Roscia, che, con questo suo primo libro, dimostra di avere le carte in regola per diventare un promettente e originale scrittore”
(Roberto Giuliani, Lavinium)
·         “Un libro che consigliamo a tutti”
(Italo Clementi, Viaggia l’Italia)
·         “Un romanzo originale e coinvolgente che sarà difficile non leggere in un solo boccone
(Francesca Ferrari, Più Cucina)
·         “Divertente e semiserio viaggio nel mondo del cibo”
(Marilena Bergamaschi, Cucina No Problem)
·         “Una vicenda tragicomica in cui il cibo è al centro di tutto”
(Paolo Benvenuti, Terre del Vino)
·         “Difficilmente un libro mi rapisce e m’invoglia a leggerlo subito, brevi tempore, come nel caso di quest’opera. Un bellissimo romanzo che induce piacere e curiosità sin dalle prime righe… Complimenti Massimo per questo tuo avvincente libro d’esordio che dobbiamo senz’altro lodare e, soprattutto, gustare!”
(Stefano Buso, L’Acquabuona)
·         “A cominciare dai titoli dei capitoli, tutti inconfondibilmente culinari (dagli hors-d’oeuvre all’Addition), l’Autore disegna uno scenario dominato dalla tavola, dal cibo, dall’arte culinaria, nel quale si muovono i due protagonisti, un cinico, disordinato, nevrotico venditore di manuali della fortuna ed un misterioso funzionario ministeriale. L’idea è originale e Massimo Roscia, appassionato gourmet, la sviluppa con sapienza e naturalezza, guidando il lettore divertito in un viaggio tragicomico che approda ad una conclusione permeata di humor, con toni da romanzo noir. Lo stile brillante, i dialoghi, le descrizioni essenziali, tutto concorre a fare di questa opera prima una prova matura e insieme una promessa per altre originali invenzioni“
(III Premio sez. Narrativa – Concorso letterario internazionale “Mario Soldati” ed. 2006 – Motivazioni della Giuria)
·         “Fagoterapia, fagofilia, fagomania: tre parole-chiave per una storia ispirata alle virtù terapeutiche, all’amore e all’ossessione per il cibo… Un triangolo di significati fulcro di una food story… Un rutilante noir gastronomico, intriso di suspense e humour culinarie… Con meticolose descrizioni di piatti, racconti di banchetti fatali e citazioni d’antichi testi di cucina, l’autore anima l’inconsueta trama… Nei dodici capitoli-menu del libro si imbandisce una strana rivolta del sapore con amaro finale“
(Clara Ippolito, Cucina & Vini)

 

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Massimo Roscia l’autore

L’AUTORE
Massimo Roscia ha trentasei anni e vive con la moglie Alessandra nella campagna frusinate. Appassionato gourmet, autore di numerose pubblicazioni tecnico-scientifiche, lavora presso la Camera di Commercio di Frosinone dove si occupa, tra l’altro, proprio di enogastronomia. “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo“ è il suo romanzo d’esordio
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Massimo Roscia


UNO STRANO MORSO ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo

Quarantatré anni, venditore di manuali della fortuna, cinico, dissacrante, pigro, abitudinario, accanito fumatore, umorale, ansioso, a tratti nevrotico, esempio vivente di assoluta diseducazione alimentare. La sua esistenza sarà completamente stravolta quando conoscerà Franco Brenda, un grigio ed anonimo travet ministeriale. Dopo improbabili apparizioni di maialini al forno e cosciotti di agnello vivi, incontri fortuiti, indagini e pedinamenti degni del migliore investigatore privato, equivoci, sorprese e pranzi pantagruelici, scoprirà una nuova terapia, la fagoterapia o terapia del cibo, una cura rivoluzionaria, basata sul consumo equilibrato e consapevole di cibo e bevande, capace di giovare non soltanto al corpo, ma anche alla mente. Vinta la diffidenza iniziale, il Nostro si avvicinerà ai fornelli, inizierà a leggere ricettari e guide gastronomiche, si innamorerà della cucina, apprezzerà finalmente il gusto ed i sapori, scoprirà come la passione per il cibo possa trasformarsi in ossessione. Un esilarante percorso a zigzag tra pietanze, fornelli, ricette, antichi manoscritti di gastronomia e, parallelamente, un’escursione tra ansie, nevrosi ed altri disturbi della psiche. Un viaggio tragicomico in un mondo in cui il cibo diventa centro di tutto.

 

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Una prima recensione del libro di Daniele Desillo

Mercenario dello sviluppo

Daniele Desillo, un agronomo che parla della propria esperienza professionale e umana, parla con disarmante lucidità, delle ricadute della cooperazione allo sviluppo nei Paesi in Via di Sviluppo. È di fatto la raccolta di un epistolario di 40 mail scritte in due anni di attività in Malati nel tentativo, materialmente riuscito, di creare una fattoria nel mezzo della savana, come responsabile del progetto di cooperazione, “Utawaleza Farm“ (Fattoria Arcobaleno). Dall’apparente leggerezza del diario della propria esperienza di agronomo, nasce uno spaccato e un’analisi della vita vissuta pienamente in un Paese, fra gli ultimi del mondo, dove la gente “è vittima di politiche legate proprio ad un distorto uso della cooperazione che si trasforma in una “dolce catena“ che li lega ai donatori e che impedisce il loro vero sviluppo“.
L’ambizione e l’entusiasmo del giovane agronomo sono proprio lì nei primi capitoli, quando ci trasmette l’emozione dell’acqua che scaturisce dal primo pozzo, o la sua gioia nel vedere le prime colture crescere o la sua soddisfazione davanti agli 800 alberi attecchiti intorno all’azienda; e andando avanti i trovano le stesse angosce e le stesse soddisfazioni di tutti noi che traiamo da questo meraviglioso lavoro.
Si vive, pagina dopo pagina, la crescita umana e personale di chi, per lavoro, è chiamato ad affrontare e a confrontarsi con temi scottanti e attuali come gli aiuti umanitari, l’uso di sementi OGM, la cancellazione dei debiti ai PVS, le adozioni a distanza, le campagne del World Food Program, tutta la logica della cooperazione allo sviluppo.
Colpisce quindi l’evoluzione del suo pensiero delle ultime pagine che, sulla base delle proprie esperienze, lo porta a definirsi “mercenario dello sviluppo“; fa pensare la sua cruda disamina degli effetti della politica degli aiuti umanitari, delle donazioni e delle campagne internazionali; imbarazza talvolta la disinvoltura con cui affronta temi come razzismo, carestie e politiche agricole sconsiderate di un continente, che lui sicuramente ama quanto critica, alla fine della sua esperienza formativa in Malati. Un bel testo, che inizia con una dichiarazione che mi ha fatto apprezzare quanto orgoglio ci sia nel fare e nell’essere parte della nostra Categoria: “Sono un Agronomo!“. Complimenti al giovane collega e spero che altri leggano il suo libro, perché le sue “parole di mercenario“, anche se nate da esperienze fortemente personali, aiutano a riflettere per cercare di individuare la vera via della cooperazione finalizzata allo sviluppo, se mai ce ne sia il bisogno.

Edizioni Memori
Pagine: 210 (13×21 cm)
Prezzo: 16,00 euro
 

   

 

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pranzo sociale dell’Anget

A.N.G.E.T.

Sezione Città Militare della Cecchignola

Gen.M.O.Luigi Menabrea

Tel./Fax 06/500.18.99

Riunione conviviale del 16 dicembre 2006

Il Consiglio direttivo, come da tradizione, in occasione della chiusura dell’Anno Sociale 2006, organizza:

         visita guidata agli scavi di Ostia Antica;

         riunione conviviale presso il Ristorante Amelindo, situato al Lungomare della Salute, 111, Fiumicino.

Programma

Ore 09,00 Partenza con bus da P.le dei Cappellani

Ore 10,00 Inizio visita degli scavi

Ore 12,30 Trasferimento a Fiumicino, presso il ristorante sopraindicato

Durante il pranzo si darà luogo al sorteggio dei biglietti della lotteria per l’aggiudicazione dei ricchi premi posti in palio relativamente ai biglietti messi in vendita a partire dal giorno 18 novembre.

Nella stessa sede verranno omaggiate le Gentili Signore intervenute.

Per ulteriori informazioni rivolgersi ai recapiti indicati.

Menù

Aperitivo di benvenuto

rustici, pizzette, supplì, crocchette, olive ascolane, mozzarelline, bevande

Pranzo

Antipasto: insalata di mare (gamberi, ruchetta, salmone)

Primi: mezze maniche alle vongole, gamberi, risotto alla pescatora

Secondo

Arrosto di pesce, fritto di pesce

Sorbetto al limone

Dessert: torta Charlot

Acqua minerale, vino verdicchio, spumante, caffè

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Qualcosa in più di un parrucchiere

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Breve storia del Teatro dell’Oppresso

* Il Teatro dell’Oppresso, storia e personaggi a cura di Merico Cavallaio, e-mail: maccvl@hotmail.com

 Il Teatro dell’Oppresso è stato fondato da Augusto Boal, che nel 1956 diviene direttore del Teatro di San Paulo (Brasile) e vi introduce il “metodo Stanislaviskij“per la formazione dell’attore, che allora rappresentava una notevole innovazione tecnico-culturale che mutò radicalmente il rapporto amore-personaggio, spingendo  a un’interpretazione con maggiore immedesimazione, pathos più partecipato, l’attore vive propriamente il personaggio invece di limitarsi a fornirne una mimesis. Boal comincia a porre una rivoluzione iniziando una sperimentazione che tocca i luoghi e le forme teatrali, nonché il livello linguistico ed organizzativo e lo proietta verso una funzione sociale e politica. Le sue prime opere teatrali rispettano la “forma classica“ ma trattando contenuti e temi sociali popolari. Parallelamente vengono creati i NUCLEOS, ovvero agili compagnie itineranti che tengono rappresentazioni su camion in luoghi pubblici, strade, campagne.
    Nei primi anni Sessanta il lavoro di Boal si inserisce in un forte movimento di riscatto popolare i cui aspetti più conosciuti riguardano l’opera di istruzione scolastica e morale. Guidato da Paolo Freire, questo movimento viene preso di mira e stroncato da due golpe militari (l964 e 1968).
    Nel 1971 Boal è incarcerato e torturato, il suo gruppo disperso, il teatro chiuso. Espulso pochi mesi dopo in Argentina, Boal vi resterà fino al 1974, continuando a sviluppare la ricerca di un teatro di utilità sociale a favore di una difesa delle popolazioni emarginate. Le condizioni di semi-clandestinità in cui opera lo portano a rielaborare una vecchia forma di teatrale che ribattezza “Teatro invisibile“.
    Durante il periodo dell’esilio, nel 1973, partecipa a una campagna di alfabetizzazione in Perù. Qui, da un evento casuale, nasce il “Teatro forum“: insoddisfatta dal modo di recitare degli attori, una donna sale sul palco e mostra loro come avrebbero dovuto recitare, secondo il suo modo di vedere. Da quest’episodio singolare nasce l’idea di far intervenire il pubblico sostituendo direttamente gli attori nell’azione teatrale, allo scopo di creare delle soluzioni ai problemi presentati in scena.
    Nel 1976 il Teatro dell’Oppresso sbarca in Europa e s’incontra con la cultura del Vecchio Continente, Boal è prima a Lisbona e poi a Parigi e ridefinisce nelle sue forme la sua creatura: nasce un nuovo soggetto, una figura metaforica che è dentro l’individuo e ne blocca e rende confuso il comportamento in un gioco di ambivalenze, sono queste che, a inizio anni Ottanta, sono le tecniche chiamate, genericamente, “le flic dans la tete“ (il poliziotto nella testa) sulla base dell’ipotesi che nella nostra società il poliziotto che ci impedisce di agire non è in genere fuori, ma dentro la nostra testa.
    Boal crea a Parigi un centro, tuttora attivo, di diffusione del suo metodo. Nell’aprile 1991 si svolge qui un incontro internazionale con gruppi di 15 paesi. A novembre dello stesso anno nasce l’A.I.T.O (Associazione internazionale del Teatro dell’Oppresso) che si propone di intervenire nei progetti di educazione popolare dell’UNESCO.
   Eletto nel 1992 alla Camera dei Vereadores dello Stato di Rio de Janeiro, Boal inaugura una nuova formula teatrale che chiama “Forum Legislativo“ e che consiste in un gruppo di animatori del Teatro dell’Oppresso che raccolgono i problemi della gente (nelle favelas, coi meninos de rua, coi lavoratori ed altre categorie non abbienti) e studiano delle soluzioni che poi vengono presentate come di proposte di legge e i suoi frutti portati nuovamente alla conoscenza popolare mediante lo stesso “Teatro forum“. Il meccanismo di compartecipazione attiva che si viene a instaurare viene definito dallo stesso Boal “Democrazia Transitiva“.
 Il Teatro dell’Oppresso si è allargato a vari Paesi dei diversi continenti e negli incontri culturali che ci sono stati, sono emerse profonde differenze dovute alle diverse condizioni socioculturali, ciò che mostra la vitalità e adattabilità del Teatro dell’Oppresso proprio a diversi universi culturali.

         Merico Cavallaro

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Associazione Nazionale genieri e trasmettitori della Cecchignola

Pagina dell’Associazione Nazionale Genieri e Trasmettitori
 

Sezione della Città Militare della Cecchignola

Programmi culturali della Sezione fino al 31 dicembre 2006

04 novembre. Visita guidata del Museo Nazionale.

11 novembre. Rappresentazione teatrale: letture dell’Ing.Lino Di Martino.

18 novembre. Visita guidata della Galleria Spada, a cura del Dott.Barbagallo e della Dott.ssa Alessandra Lanzoni.

25 novembre. Serata conviviale. Appuntamento annuale in cui saranno eseguiti brani musicali di autori vari dal Maestro Quintino Protopapa; il Cav.Giovanni Massaro Declamerà prose e poesie di autori vari. L’appuntamento è per le 17,30.

02 dicembre. Visita guidata alla Chiesa di S.Susanna.

02/03 dicembre. Mostra di arte varia per beneficenza.

04 dicembre. Celebrazione della S.Messa  in occasione della festività di S.Barbara. Mostra storica di arte sacra a cura del Prof.Morante Bracaglia.

10 dicembre. Teatro Vittoria: Vuoti a rendere, con Paolo Ferrari.

16 dicembre. Pranzo sociale.

 

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Leila Daianis e il teatro deLL’Oppresso.

Leila Daianis e il Teatro dell’Oppresso. Parte 2

Il teatro è un’arte, ognuno lo interpreta come vuole. Leila Daianis, attrice-ballerina dalla profonda esperienza, ci parla del suo modo di vedere il mondo del palcoscenico. Nel 1974 Leila conclude a Sorocaba (provincia di San Paolo, in Brasile) gli studi al Liceo Classico e, come esame finale, regala alla scuola la sua prima regia teatrale de “Le Troiane“,opera di Euripide, riadattata da Jean Paul Sartre ed interpretata dagli allievi dell’ultimo anno del Liceo in occasione della protesta contro tutte le guerre; la manifestazione si chiamava “GUERRA MAI PIU’“ ed ha ottenuto grande successo.
Specializzatasi in linguistica, lingua e mitologia greca, alla facoltà di “Filosofia e lettere“ di San Paolo, ha appreso il balletto dal primo ballerino del Teatro Comunale di Sao Paulo, Josey Leon, e dalla ex-prima ballerina del Bolshoi, Maria Olienewa. Nel 1977 comincia a frequentare il primo anno di giornalismo alla Facoltà Cattolica “Gasper Libero“ ma per questioni di persecuzioni politiche deve lasciare il corso durante il secondo semestre.
Nel 1978 lascia il Brasile e con un Gruppo di Teatro comincia a lavorare come animatrice secondo il metodo di Augusto Boal, TDO – Teatro dell’Oppresso, in alcuni paesi del Sud America: Bolivia, Cile, Perù e Argentina.
Continua i suoi studi di danza classica con la maestra del Teatro Colòn di Buenos Aires: Marina Almenejia. Successivamente a Caracas e all’ Università del Messico. Tornata in Brasile nel 1981 torna in Brasile inizia un corso di danza Afro-jazz brasiliana con i maestri Mercedes Batista e Walter Ribeiro, allievi della famosa coreografa afro-americana Caterina Dunan.
Nel 1982 giunge nel nostro Paese e lavora con Lina Wertmuller nel film “Dieta dell’Agreste“ dello scrittore Jorge Amado con super produzione Italia, Brasile e Stati Uniti, ma le riprese vengono interrotte per motivi legati a Sofia Loren e mai più riprese. Lavora inoltre con il Teatro Sistina a Roma. Inoltre ha impegni anche in teatri esteri. Di seguito gli impegni di Leila si infittiscono.

 

 

 

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