“che bel viso peccato” presentazione del libro di Ileana Argentin

Scritto dalla redattrice

Ieri giovedì 29 marzo 2007 al sono andata alle presentazione del romanzo autobiografico: “Che bel viso… peccato“ di Ileana Argentin.
Il titolo del libro, come ha spiegato l’autrice stessa, è la frase che più spesso si è sentita rivolgere dai suoi interlocutori. Perché sembra quasi un peccato che si possa avere un bel viso, una straordinaria voglia di vivere e una grande autoironia se si è disabili. Oppure si pensa che si debba essere necessariamente buoni o intelligenti proprio perché disabili.  Con pungente ironia ed auto ironia Ileana ha più volte detto “come peccato? Ma perché, dovrei essere anche brutta?“
In questo piccolo volume Ileana Argentin, consigliere delegato per l’Handicap del Comune di Roma, racconta, attraverso un percorso umano e biografico, una storia di impegno e di lotte per il riconoscimento dei diritti delle persone portatrici di handicap fisici o mentali, per l’abbattimento delle barriere architettoniche ma soprattutto di quelle culturali.
Inoltre Ileana si mette nella testa e ne sentimenti della mamma, del papà, del suo compagno e del suo cane: fa raccontare a loro la sua nascita, la sua disabilità, la sua vita sentimentale e sessuale. Questa tecnica di scrittura l’ho trovata molto toccante e appassionante per il lettore ed è anche scorrevole e molto curata nei dettagli, nelle descrizioni di vicende, personaggi, battaglie, stati d’animo  e… odori.
“Vorrei tanto far capire alla gente che la disabilità è uno status di vita, non una malattia“. Così Ileana si impegna, nel suo lavoro ed anche con questo romanzo per  sottrarre la condizione del disabile agli atteggiamenti di indifferenza, pietà, compassione o  imbarazzo. Ileana ritiene giustamente che le differenze fanno parte del mondo. Ogni disabile è diverso da un altro disabile, gli uomini e le donne sono molto diversi gli uni dagli altri, le persone si differenziano per l’abilità nel fare una cosa piuttosto che un’altra, chiudi conclude l’Argentin “la diversità tocca tutti, per fortuna.“

Ileana Argentin è consigliere delegato del Comune di Roma per l’Handicap. È stata presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, sezione di Roma.

Continua a Leggere

Maria Montessori: l’educazione del bambino in età prescolare

motessori.jpg

Pedagogista ed educatrice, fu la prima donna in Italia a conseguire la laurea in medicina, questo fu senza dubbio un traguardo importante per lei e per il paese stesso che prima d’allora non ammetteva le donne all’università. I suoi studi e il suo carattere tenace e deciso la portarono a viaggiare molto nei paesi poveri, dove operò come medico, e nel resto del mondo dove fu conosciuta come pedagogista. Fece molti congressi per portare le sue idee ed il suo metodo educativo. Ho letto dei libri dove c’erano molte relazioni dei congressi fatti. La Montessori sosteneva che l’adulto non ricorda più il suo essere “puro e fanciullo“, quindi è ormai incapace di capire e assolvere le necessità dei più piccoli. Secondo me questa visione è troppo netta ed esasperante, in quanto vede il bambino solo vittima, e l’adulto solo incompetente ed incapace. Ho letto tante relazioni dei suoi congressi, dove non si tiene mai in considerazione che certi bambini sono più scontrosi e capricciosi di altri e dunque l’educatore dovrebbe dire un bel “no“ autoritario.
Oltre a viaggiare molto, la Montessori lavorò anche a Roma nel quartiere di san Lorenzo. Ai primi del 1900 questo quartiere era molto povero, è proprio qui che la Montessori si dedica a bambini con problemi psichici, convincendosi che con il trattamento educativo otteneva maggiori risultati che con l’uso di cure mediche tradizionali. Da questa esperienza la Pedagogista pensò che se il suo metodo avrebbe dato dei buoni risultati sui bambini con handicap mentale, ed avrebbe potuto essere anche applicato con successo ai bambini normodotati, da qui viene l’idea di aprire le scuole montessori. Nel 1906 fonda “la casa dei bambini.“
La Montessori fu anche criticata per la sua volontà di trasferire su tutti i bambini un metodo che nasceva per aiutare bambini con handicap e che quinti partivano da un livello di scolarizzazione, percezione di se e della realtà circostante completamente differente da un coetaneo normodotato. Un’altra critica, che condivido, è relativa alle questioni economiche, ai costi elevati che hanno sempre avuto le scuole montessoriane, raprpesentando fonti di grande discriminazione tra bambini nati in realtà sociali diverse. La Pedagogista frequentava la nobiltà romana e proprio da questa cerchia si era fatta dare dei locali all’interno di Palazzo Taverna, è ovvio che i primi e unici utenti di questi locali furono i figli delle famiglie benestanti.
Il metodo che si è sempre applicato, dagli albori delle scuole montessoriane a oggi, consiste in giochi manipolativi, stimolando ad andare da soli verso la scoperta, la conoscenza, la crescita; ma esulava da comminazioni di punizioni e conferimento di premi, ritenendo che l’autonomia e la serenità che raggiungevano potesse essere una ricompensa ben più adeguata. Il fanciullo doveva avere un ambiente adatto a lui adatto: i materiali (sedie, tavoli, utensili per pulire la casa e fare giardinaggio) dovevano essere piccoli e leggeri per permettere al bambino di svolgere da solo le attività che vedeva svolgere dalle persone che gli stavano intorno. Ritengo sia sbagliato pensare di ricreare, a scuola ed in famiglia, un ambiente apposta per il piccolo spendendo soldi, tempo e energie. Trovo più giusto preoccuparsi di accogliere un bambino nella serenità e nell’amore. Queste
La maestra montessoriana deve avere particolari qualità che consistono nel dover “regolarizzare“ il bambino che arriva all’asilo da un ambiente per lui caotico e quindi lui stesso è agitato e con poca capacità di concentrazione. Dopo questa prima fase, la maestra deve essere “umile“, capace di tirarsi indietro e lasciare libero il bambino di autogestirsi. Infine anche la maestra, dopo aver osservato le attività svolte dalle classe, deve rielaborarle e scriverle sul registro di classe che viene usato anche al giorno d’oggi ma risale proprio alla Montessori.
Tornando alle mie idee critiche sul metodo montessoriano ho avuto modo di confrontare delle situazioni: la testimonianza di una madre che ha fatto educare il figlio alla Scuola Montessori e una giovane che ha frequentato questa Scuola. Nel primo caso, la mamma ha lamentato l’ingombro dei materiali didattici ed il permissivismo delle insegnanti; mentre nel secondo caso la giovane ha vissuto un impatto traumatico nel passare alle scuole ordinarie.
 

Continua a Leggere

vi segnaliamo i seguenti programmi

con il patrocinio del Comune di Roma, assessorato alle politiche culturali e
con il patrocinio dell’Ambasciata Australiana –
 
dal londra,
“Una lezione su come la commedia andrebbe sempre messa in scena“
—The Sunday Times
 
martedi 27marzo, mercolodi 28 marzo, ore 21
 Il giro del mondo –
per la prima volta a Roma vincitrice del premio Herald Angel Award 
Sarah Kendell in  “ATTENTION SEEKER”
Per la prima volta in Italia: “ATTENTION SEEKER” scritto e recitato da Sarah Kendell, che fu nominata per il Premio Terrier nel 2004, vinse il Premio Herald Angel nel 2002 ed è forse la migliore comica di lingua inglese sulla scena. Dopo i successi ottenuti alla Casa dell’Opera di Sydney, al Teatro Gielgud ed i Festival Comici Internazionali di Melbourne, Berlino, Edimburgo, Sarah ritorna sul palcoscenico per una inedita ora di cabaret. E’ proprio così: barzellette tutte originali elaborate dal suo cervello interamente rifatto che ella ha istallato nella sua testa nuova di zecca. E’ incredibile cosa non si riesca a fare oggi!
 
“Ben pensato, intelligente, sottile ed illuminante… veramente buffo!“—The Observer, Londra.
 “Ciò che è più importante, essa è dannatamente buffa“—The List
 
al Teatro l’Arciliuto, P.za Montevecchio 5, (vicino P.za Navona),
Prenotazione: 06.687.9419 (dopo le quattro), “SMS“: 3489.355.626,
Email: rometheatre@yahoo.com Info 06.444.1375,
TCKTS: 15 euro, ridotto 12 euro. www.rometheatre.com
 
The English Theatre of Rome, fondato nel 1996 come una costola della Ford Entertainment, si dedica alla messa in scena di lavori teatrali in lingua inglese da ottobre a giugno ed è diventato in breve tempo uno spazio significativo per registi italiani ed internazionali, drammaturghi ed attori, dove poter mostrare il proprio talento ad un pubblico eterogeneo. Il programma messo in cartellone spazia, ogni stagione, attraverso cinque diversi tipi di produzione teatrale: classico, contemporaneo, presentazione di prime mondiali, testi scritti da donne e, dal 2000, spettacoli bilingue, proponendo lo stesso testo sia in inglese che in italiano. La direttrice artistica nel 2004 e’ stata onorata dal gruppo American International come “cittadino imminente per il contributo culturale alla comunità”.
 
 “A grande richiesta”….
con il patrocinio del Comune di Roma, assessorato alle politiche culturali
Ford Entertainment presenta The English Theatre Of Rome in
BROAD CLOTH TRILOGY, part 2
 
WOW “Women On Wednesday”  Ogni Mercoledi fino al 2 maggio, ore 21
 
La seconda parte di una trilogia che celebra la donna contemporanea.
Questa prima mondiale costituita da una serie di nuovi monologhi, viene presentata secondo ogni mercoledì, con un appuntamento fisso e per la durata di otto settimane consecutive.
 
BODY MATTERS – Questioni di corpo!
regia di Dyanne White
di Terianne Falcone, Gaby Ford, Evelyn Garcia, & Dyanne White
con Chrissie Boyle, Terianne Falcone, Gaby Ford, Melissa Palleschi,
Parysa Pourmoneshi, Lynn Swanson & Dyanne White
 
“Broad Cloth Trilogy“ è concepito come un evento ricorrente che introduce donne drammaturghe che si proiettano al di là del femminismo, provengono da differenti ambienti etnici ed economici, ed affrontano il tema della vita in ogni suo aspetto, il gioco delle parti, e quello dei punti di vista.
Esse tessono uno sfondo variegato ed unificato al tempo stesso, che aiuta l’attività delle drammaturghe del mondo a svilupparsi. “Broad Cloth Trilogy“ dimostrano che i contributi delle donne hanno effettivamente avuto un significativo impatto sul teatro di oggi.                
 
segue versione in inglese
 
 
A lesson in how comedy should be staged“ -The Sunday Times
 
With the patronage of  the Australian Embassy,
 and under the auspices of the comune di Roma 
Ford Entertainment presents the  
Time Out Award Nominee 2006
   Perrier Award Nominee 2004
 Herald Award Winner 2003
 
 Tuesday March 27 & Wednesday March 28, 9pm
 
Sarah Kendall in
ATTENTION SEEKER
 
“She has that X Factor that makes a great comedian“ -The Scotsman
“…thoughtful, intelligent, subtle and enlightening“-The Observer, London
  “Most importantly, she’s bloody funny“ -The List
 
TEATRO L’ARCILIUTO, p.za montevecchio 5,
near p.za navona, Reserve: tel. 06.687.9419, (after 4 pm),
Book today! Email:  rometheatre@yahoo.com 
Tickets: 15 euro, students: 12 euro,  info: 3489.355.626
Reservationa are strongly rsuggested for this special event
 rometheatre@yahoo.com 
 
and back by popular demand
 
WOW: Women On Wednesdays, We all laugh! 
Every Wednesday in April until May 2, 9pm
With the support of the Comune di Rome, assessorato alle politiche culturali Ford Entertainment presents
The English Theatre of Rome in 
BROAD CLOTH TRILOGY part two
Body Matters
directed by Dyanne White
celebrates comedy by women dramatists and performers with more brand new wacky monologues by                 Terianne Falcone, Gaby Ford, Evelyn Garcia and Dyanne White
performed by  Chrissie Boyle, Terianne Falcone, Gaby Ford, Melissa Palleschi, Parysa Pourmoneshi, Lynn Swanson and Dyanne White
 

Continua a Leggere

Piergiorgio Welby: l’ordine dei medici ha riconosciuto la retta condotta de Dott. Mario Riccio

Di Merico Cavallaro 
 Successivamente alla triste vicenda relativa a Piergiorgio Welby, l’Ordine dei medici cui appartiene il Dott.Mario Riccio ha avviato contro lo stesso medico un’azione volta a chiarire se Riccio avesse violato il codice deontologico; un atto dovuto, quello dell’indagine, ma che qualche perplessità aveva fatto nascere da parte del lettore minuto in merito alla legittimità dell’azione del Dott.Riccio. Stava al Collegio appurare la correttezza del professionista e verificare se si fosse trattato di un intervento eutanasico o in linea con la corretta professione medica; e si è giunti, alla fine, a constatare che la situazione di Welby non poteva essere migliorata, anzi le terapie potevano solo rappresentare un inutile accanimento contro un corpo che non si poteva sostenere secondo natura, cioè secondo le sue forze e la sua propria autonomia.
 Dunque, si è trattato dell’interruzione di terapie inutili in quanto non potevano apportare alcun miglioramento alla condizione di Piergiorgio Welby, se non una prosecuzione forzata, un accanimento a tenere in vita un corpo che, senza macchine, non sarebbe sopravvissuto: le normali condizioni non avrebbero permesso il perdurare. Il corso naturale per Welby era già terminato. È crudo da dire, ma è ancor più crudo condannare una persona a vivere della propria morte, vivere sapendo di essere morto.
      Appare chiaro a molti, comunque, che non si può parlare di eutanasia: l’eutanasia è tutt’altra cosa, cioè un’azione volontaria a cercare la “buona morte“; è un’azione volta a procurare la morte indolore che presuppone, in genere, un “intervento“ farmacologico o, comunque, un approccio medico, un’azione che determini diversamente il decorso dello stato del paziente. Il tipo di eutanasia più chiaro da individuare e discutere è quello dell’“eutanasia attiva volontaria“, con la quale si indica il caso di una persona che, gravemente malata e prossima alla morte, la quale patisce gravi sofferenze fisiche e psicologiche, che chiede “ripetutamente“ e in modo “consapevole“ di essere aiutata a morire. Posizioni bioetiche quali quella dell’indirizzo della “disponibilità della vita“, dell’“individualismo“ e che danno peso alla dignità della vita, sono a favore di questo tipo di eutanasia, mentre contrari sono coloro i quali vedono in questa la possibilità di un “pendio scivoloso“ verso forme di soppressione più generali. In questi casi si fa ricorso a “medicalizzazione“ della morte. Perciò, va operato un distinguo tra “eutanasia attiva volontaria“ e “suicidio assistito“.
 Tutt’altra cosa è l’“eutanasia involontaria“, rispetto cui troviamo un più ampio panorama contrario in quanto andiamo a parlare di una forma più prossima all’omicidio: ci troviamo a trattare di quei casi in cui una persona “mai competente“ o “non più competente“ viene soppressa, anche se vanno operati dei distinguo importanti che tengano conto dell’interesse del singolo, delle sue condizioni e delle sue capacità di miglioramento o recupero.
 Chi ha visto nel caso di Welby un “accanimento terapeutico“ ha voluto riferirsi alla pratica di uso di mezzi eccessivi o straordinari per mantenere in vita una persona che, senza terapie, si spegnerebbe naturalmente. Non gli sono stati somministrati farmaci letali o che avessero agevolato il trapasso. L’esistenza di Welby era legata esclusivamente al macchinario che ne regolava l’alimentazione e la respirazione, senza, cioè secondo le condizioni fisiche cui era destinato dal decorso naturale, come si è mostrato, non sarebbe vissuto che pochi secondi.
      Giusto per fare un po’ di cronistoria: contro l’accanimento terapeutico anche la Chiesa Cattolica ha preso posizione con Pio XII, il quale, occupandosi di questioni di rianimazione, nel 1957, ha voluto distinguere quando una condotta medica è “conforme a natura“ oppure è un “accanimento terapeutico“ e determinata nel 1980 con la “Dichiarazione sull’eutanasia“ della Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede. In seguito il rifiuto dell’accanimento terapeutico è stato introdotto nel codice deontologico per la professione medica, discusso e redatto tra il 1995 ed il 1998.
 

Continua a Leggere

stress: domanda e risposta

domanda: sono teso come una molla, litigo di brutto tutti i giorni con i miei (oggi ho pure tirato 2 piatti!!), poi vado all’università e passo il resto della giornata su libri (sempre se non debbo litigare coi vecchi)…ogni tanto esco con la mia ragazza ma sono sempre più stressato mi redo conto di essere Superirascibile e ho un’ansia tremenda per ogni cosa… ho provato gli scacciapensieri su internet ma niente…che devo fa??grazie

risposta:
Caro utente,
non mi di ce nulla della sua famiglia, ma solo un sintomo, l’ansia e la tesione conseguente, l’irascibilità mi pare venga di consguenza. Non so se ci sono delle tensione familiari, per cui sono un pò in dificoltà a risponderle. Di solito ci sono 2 vie: quella farmacologica, che attenua il sintomo ma non agisce sulle cause, il che significa che quando smette i farmaci torna come prima, ma può essere utile se si tratta solo di un periodo. Quella psicologica in cui si trovano le cause di quasta ansia e irascibilità e le si debellano definittivamente. Quello che le consiglierei per prima cosa è di recarsi ad un Consultorio, dove ancora non si danno farmaci e non si fa terapia, ma si cerca di capire che cosa effettivamente lei abbia. Una volta fatta la diagnosi si può procedere verso una strada o l’altra o ambedue insieme. Bastano pochi colloqui e che ne sono molti in ogni città. Una certa irrequietezza è fisiologica alla sua età, ma anche lei comprende che la sua è sopra le righe e inoltre le dà fastidio.
Può anche essere che le faccia bene una semplice tecnica di rilassamento tipo training autogeno, ma è tutto da vedere. Con gli elementi che mi dà non sono in grado di fare una dagnosi, occorrono più colloqui.
Le faccio i miei migliori auguri
Gianna Porri
 

Continua a Leggere

Il problema dell’educazione in Ellade II° PARTE

Il problema dell’educazione in Ellade: il punto della situazione. Seconda parte: Omero ed Esiodo nell’educazione tradizionale. Di Merico Cavallaro.

 La cultura arcaica si basava sulle conoscenze tramandate esemplarmente attraverso i poemi omerici ed esiodei. Queste opere fornivano una visione “romanzata” delle figure mitologiche e fantasticata del mondo e delle cose. Dal loro punto di vista alcuni pensatori ritennero doveroso opporvisi ed offrire contenuti diversi; tra questi: Pitagora con la sua setta; Senofane di Colofone, con i suoi poemi che riscossero scarso successo (in quanto i temi trattati, riflessioni sulle cose della natura, non potevano sollecitare l’interesse di ascoltatori abituati a generi di lettura per diletto); Eraclito, con il suo oscuro poema sulla natura (del quale, in dispregio alla popolazione, non fece nessuna divulgazione, preferendo la deposizione nel tempio); ed altri. Tutti costoro avevano in comune un atteggiamento critico nei confronti dei poemi omerici ed esiodei, ma non furono in grado di fornire schemi educativi alternativi, eccezion fatta per Pitagora. Il punto che di Omero e di Esiodo veniva avversato è quello di fornire modelli, che, in quanto tali, hanno valore morale, deviati di ciò che dovrebbe, invece, essere ben diverso in realtà: cioè, gli dèi sono esseri rappresentati con tutte le debolezze umane, ingiusti, intemperanti; così anche gli eroi. Essi, posti come modelli alla conoscenza di tutti, portano a giustificare analoghi comportamenti da parte dei comuni esseri mortali: come si può rimproverare ad un uomo ciò che è lecito per un dio?
 Tuttavia, questi poemi hanno un’indiscussa importanza per la tramandazione dell’epopea dello spirito nazionale ellenico, per cui cancellarli non appare la soluzione ideale. Platone pensa piuttosto ad un’epurazione dei punti critici, oppure (come in generale, per altre opere teatrali) l’avvicinamento ad essi solo mediante una guida critica e preparata a comprendere ciò che vi è di falso.
 

Continua a Leggere

Il problema dell’educazione in Ellade I° parte

di Merico Cavallaro 

 Nell’epoca arcaica in Ellade l’educazione era appannaggio della famiglia ed aveva il suo fondamento nella mitologia e nei poemi omerici, secondo modelli riconosciuti dalla tradizione, ma lo Stato non aveva una funzione diretta sull’educazione dei fanciulli. Il problema si pone invece con Platone, il quale vede la necessità di avere una classe dirigente dello Stato formata educativamente secondo determinati principi, di alto livello scientifico e incorruttibile, unica sola possibilità per avere una classe dirigente legittimata al governo. Dunque, strappare all’arbitrarietà dei singoli l’educazione dei giovani era l’obiettivo di Platone ed in questo senso andavano combattuti i sofisti, i quali tendevano a fornire solo un’istruzione parziale, e dunque incompleta: questa carenza (i sofisti in genere insegnavano della retorica, riducendosi, a seconda del prezzo, a comporre dei discorsi da imparare per essere recitati in tribunale o dove altro; e solo in alcuni casi, come Ippia, allargavano il loro magistero anche alle matematiche), che aveva un risvolto finalizzato solo alla riuscita di determinati risultati, e non già alla conoscenza vera e propria, è oggetto dell’interesse pedagogico di Platone.
 In sostanza, alla base dell’educazione dei giovani, vi era una preparazione ginnico-musicale, accompagnata da una conoscenza matematica di base. Va notato che il termine “musica” intendeva il complesso delle arti delle Muse, quindi, non solo la musica vera e propria, bensì anche la letteratura, la pittura, ecc.. Per quanto riguarda le arti museali, in particolare per la letteratura, il programma educazionale di Platone opera una critica che intende epurare tutte le forme fuorvianti e menzognere circa la vera conoscenza.

 

Continua a Leggere

la mia prima storia seria

 Se volete mandare una domanda alla psicologa di questo sito vi consigli di aprire la pagina “contatti”.

Domanda:
Cara psicologa ho 18 e ho un problema. Sono un po’ di mesi che sto con un ragazzo, è la mia prima storia seria e la viviamo in maniera diversa. Lui è appena uscito da una storia di 3 anni finita male ed ora non si fida più di nessuno.. Il problema è che io starei con lui tutti i giorni mentre lui tende a programmare troppo le giornata e dice che non vuole vedermi troppo per non entrare nella banalità come era successo nella precedente storia.
Secondo me non è normale che abbia l’ansia di vedermi troppo!! Come faccio a farglielo capire senza diventare pesante?
Risposta:

Cara utente 18enne,
capisco il suo problema, ma credo che qui l’unica cosa da fare sia far capira a lei, ancora così giovane ed inesperta cosa sta succedendo, xchè il suo ragazzo si sta difendendo dalla paura di un altra delusione e un’altro fallimento, inoltre è ancora preso dall’elaborazione del lutto della storia finita, è molto difficile fargli abbandonare le difese.
Io le consiglierei di non fare troppe richieste, xchè più lei chiede e più diventa pericolosa agli occhi del ragazzo, il quale ha una sua distanza ottimale da lei che li serve a non coinvolgersi troppo, per ora, xchè ne ha molta paura, non per questo le vuole meno bene, ma vuole i suoi spazi di distanza per riprendersi e pensare. Il consiglio che le posso dare le sembrerà strano, ma c’è anche il vecchio detto “In amor vince chi fugge” che ha un fondo di verità. Quindi sia meno disponibile lei, non si faccia trovare qualche volta quando la cerca, dica di no a qualche appuntamento. Quando il ragazzo si accorgerà di essere libero, li passerà la paura di un rapporto troppo stretto e gliene verrà un’altra, che fa il nostro gioco, quella di pererderla. Vedrà che allora sarà lui a rimanere sconcertato e a stringere di più il rapporto. é l’unico modo di rovesciare un legame non sano, ma saldissimo che si crea fra chi chiede e chi non dà e spezzarlo è impossibile se non in questo modo. Niente più richieste, rovesci la situazione, faccia sentire lui come si sente lei.
Solo così lui potrà capire che la sta facendo soffrire con le sue regole e non è per non entrare nella banalità, è la paura di coinvolgersi per poi fallire di nuovo, però così facendo in questo momento lui deteniene un potere su di lei, invece deve essere lei a tenere il potere fino a che è necessario.
Vedrà che quando lui decide di vederla e invece si trova inaspettatamente solo, xchè lei ha un impegno, sentirà la sua mancanza e il desiderio di vederla. Siete molto giovani, non credo che a parole lui possa capire e cambiare, le persone non cambiano, se lo ricordi sempre, cambierà solo quando sbatterà la faccia contro una realtà diversa, contro un lei libera e indipendente, che non gli chiede più nulla, ma che non corre ad ogni chiamata e non assilla per avere più presenza.
Le faccio i miei migliori auguri e resto a sua disposizione
Gianna Porri

Continua a Leggere

ricordando il professor Aldo Visalberghi

Il 12 febbraio 2007, all’età di 88 anni, si è spento a Roma Aldo Visalberghi. Noto in Italia e all’estero come uno dei massimi pedagogisti del Novecento, era considerato tra maggiori interpreti dell’opera di John Dewey, di cui aveva tradotto in Italia “Logica, teoria dell’indagine“. Autore di opere fondamentali nel campo delle scienze dell’educazione, fu con pochi altri tra i fondatori della pedagogia sperimentale in Europa e tra i principali artefici della scuola media unica. All’università, con Maria Corda Costa, ha fondato e diretto per molti anni  il Dottorato di ricerca in Pedagogia sperimentale. Alla sua scuola si sono formati numerosi insegnanti, importanti quadri intellettuali e autorevoli studiosi.
         Nicola Siciliani de Cumis

Un breve profilo.
 A Visalberghi e a me, una parola che non 
 piaceva  era  la  parola  “tolleranza“…  Non
 “tolleranza“  –  dicevamo  -,  ma  “rispetto“:
 il rispetto dell’altro, se la pensava non come noi.        
                                                                       
                                             Carlo Azeglio Ciampi

…Antonio Makarenko, nemico giurato di
quella “pedagogia molle“ di cui era accanito                 
avversario anche Dewey, ma che tuttavia
veniva spesso gabellata sotto il nome del
maggior filosofo americano.
                                                                      
                                                  Aldo Visalberghi   

Il mio primo anno di università.

Scritto dalla redattrice


Nel 2001 mi iscrissi alla facoltà di Scienze dell’educazione e della Formazione all’università la Sapienza di Roma. Il mio primo esame fu col Professor Nicola Siciliani De Cumis, presi trenta e lode. Per raggiungere quel volto dovetti affrontare il lunghissimo testo del “poema pedagogico“ di A. S. Makarenko. Quel voto mi diede un po’ di fiducia in me stessa e comincia a pensare che avevo fatto bene a scegliere l’università piuttosto che un lavoro qualunque come impiegata, le offerte che mi si prospettavano essendo iscritta alle liste di collocamento per le persone disabili.
Dopo un giorno di euforia per quel bel voto, mi capitò sotto mano il mio piano di studi: un foglio pieno zeppo di materie e spazi vuoti che erano da riempire con data e voto degli esame sostenuti. “Mamma mia quanti sono“-pensai- “ora da quale ricomincio? Dovrò riprendere a frequentare tutte le lezioni? Quanti libri dovrò comprare e studiare?“ Chiesi consiglio ad una ragazza che mi aiutava nello studio a casa, le mi disse: “ricominciamo dall’esame di didattica generare del Professor Visalberghi. È una bella materia perché parla dei metodi di insegnamento che un docente dovrebbe adottare con i bambini e ragazzi. Parla anche molto del gioco come strumento pedagogico“. “ Ok Sara“ –risposi- “domani compro i libri e possiamo cominciare anche domani pomeriggio a studiare“ “va bene Marzia; ah dimenticavo questo esame puoi farlo da non frequentante il che significa che studi a casa con me e poi vai a fare l’esame“. Facemmo proprio così.
Dal testo da Visalberghi imparai che i bambini quando giocano apprendono delle attività che li aiutano subito e nel loro domani, a relazionarsi con gli altri, a rispettare delle regole, a creare e rispettare una disciplina verso un gruppo e verso se stesso. Il genitore e L’ insegnante, secondo Visalberghi, ma anche secondo altri pedagogisti importanti come Makarenko e la Montessori, non si devono imporre, piuttosto devono insegnare al bambino e al ragazzo ad andare da solo verso la disciplina, il sapere, la pace e il rispetto degli altri.
Questo discorso è valido sia per un piccolo gruppo di bambini che giocano, sia per gli adulti che, se allenati fin da gli anni dell’asilo, tenderanno alla pace e al rispetto verso altri uomini e popoli.
Un altro concetto che lessi nel libro di Albo Visalberghi e che mi rimase impresso fu il seguente: “quando un bambino gioca tende ad imitare i mestieri che vede svolgere dai genitori o dagli adulti che gli stanno a contatto con lui. Questo avviene in tutti i paesi, popoli e periodi storici. Ad esempio: un bambino europeo giocherà a fare il papà-dottore che fa le punture, mentre la mamma-casalinga che stira e rassetta la casa. Allo stesso modo un bimbo africano giocarà ad “imitare“ la madre che raccogli i frutti ed accende il fuoco, o il padre che va a caccia. Da questo possiamo concludere che il bambino giocando si esercita a svolgere delle attività e questo “allenamento“ gli servirà quando sarà lui stesso adulto“. Questa teoria la formulò il tedesco Bruner.
Sara, dopo il mio esame, mi spiegò che Visalberghi, nella sua carriera ebbe incarichi importanti nel campo della pedagogia italiana ed estera e scrisse anche molti libri.
Ripensai al mio esame, al tono pacato del professore, al modo in cui ascoltava e capiva ogni mia parola. Ricordo che mi interrogava con la naturalezza di chi pensa “questa ragazza, anche se ha un problema motorio, è intelligente e quindi merita di essere ascoltata e valutata per quello che ha studiato“.
Mi sento fortunata ad averlo conosciuto anche se solo per un esame da non frequentante.

                                                                                                                        
Il Professor Aldo Visalberghi
       Aldo Visalberghi è stato Professore Emerito dell’Università degli Studi “La Sapienza“ di Roma: Università nella quale, dopo che in quelle di Torino e Milano, aveva insegnato Pedagogia dal 1962 e diretto il Seminario di Scienze dell’Educazione. È stato autore di numerosi volumi e moltissimi saggi di filosofia dell’educazione, teoria della valutazione, storia della pedagogia, pedagogia comparativa e docimologia. È stato tra i maggiori promotori in Italia della circolazione dell’opera di John Dewey (del quale, per Einaudi, ha tradotto “Logic, the Theory of Inquiry“) e della ricerca pedagogica sperimentale, dirigendo gruppi di studio, presiedendo istituzioni internazionali (tra le quali  il Centro Europeo dell’Educazione) e coordinando uno specifico dottorato di ricerca interuniversitario. Ha condiretto la rivista “Scuola e Città“ e diretto importanti collane editoriali per La Nuova Italia e la UTET. Ha fondato e diretto “Quale società“, Associazione per lo studio dei problemi della divisione sociale del lavoro.
       In volume: “John Dewey“, La Nuova Italia, Firenze, 1951 (quarta edizione, 1976); “Misurazione e valutazione nel processo educativo“, Edizioni di Comunità, Milano, 1955; “Esperienza e valutazione“, Taylor, Torino (seconda edizione accresciuta, La Nuova Italia, Firenze, 1966); “Scuola aperta“, La Nuova Italia, Firenze, 1960; “Problemi della ricerca pedagogica“, La Nuova Italia, Firenze, 1965; con M. Corda Costa (a cura di), “Ricerche pedagogiche nella didattica universitaria“, La Nuova Italia, Firenze, 1975; con la collaborazione di R. Maragliano e B. Vertecchi, “Pedagogia e scienze dell’educazione“, Mondadori, Milano, 1978 (quinta edizione aggiornata e accresciuta, 1986); (a cura di), “Quale società? Un dibattito interdisciplinare sui mutamenti della divisione sociale del lavoro e sulle loro implicazioni educative“, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1985; “Insegnare ed apprendere. Un approccio evolutivo“, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1988; con M. Corda Costa (a cura di), “Misurare e valutare le competenze linguistiche. Guida scientifico-pratica per gli insegnanti“, La Nuova Italia,  Scandicci (Firenze), 1995. Per maggiori informazioni bibliografiche e qualche interpretazione dell’opera di Visalberghi, cfr. quindi “Evaluation. Studi in onore di Aldo Visalberghi“, a cura di Giacomo Cives, Maria Corda Costa, Nicola Siciliani de Cumis, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 2002.

Continua a Leggere

intervista al mio professore di pedagogia

 mac1.jpg ritratto di A. S. Makarenko

 Intervista tra me ed il mio professore di pedagogia: Nicola Siciliani de Cumis, docente a “La Sapienza“ di Roma.           

Gentile professore, mi potrebbe spiegare il concetto di “moralmente handicappato“ che si ritrova nel “Poema pedagogico“ di A. S. Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente“, nel Poema makarenkiano, mi ci vorrebbe molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica…  Ma faccio la prova a dirti almeno questo: 1) il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione  dei ragazzi della colonia “Gor’kij“ coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri“, con quella definizione. 2) Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza“  collabora direttamente al processo, che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione dell’“uomo nuovo“. 3) In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei  ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti…  Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema… Che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…     

Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possono definire “handicappati morali? Se sì, chi sono?

Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto“), direi: tutti. Tutti gli esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti“. Nel senso che la sproporzione tra  come siamo e come vorremmo e dovremmo essere, è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti, che farei mie: 1. che il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo“ e diventare, quindi, senso di corresponsabilità; 2) e che il presente si alimenta di “futuro“, di  “gioia del domani“,  di “prospettiva“: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso… Tuttavia dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un  “dover essere“… insoddisfatto.

Nel “poema pedagogo“ si parla di handicap  che diventa una risorsa. Mi potrebbe parlare di questo concetto?

Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale“ che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale… La cosa più importante è infatti questa: che la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, lo handicappato sociale in quanto tale, ma riguarda tutti: anche e soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste proprio in questo: nel fatto, cioè, di lavorare a più livelli: da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società, ecc.; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi“:  uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune… Meglio: i  ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad  una umanità “altra“, finiscono per elaborare  un modo  inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza  è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente.
La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.   

Tornando hai nostri giorni, lo handicap fisico può presentare davvero una risorsa nella famiglia, nella scuola e successivamente nella società?

Intanto, quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli  aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche, ecc. ecc. Tutte qualità che non solo “riducono“ lo handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap  riesce a raggiungere a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo. Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni… Tutto sta nel riuscire a fare o tendere  a fare la “cosa giusta“; nel riuscire a “farsi valere“ come quello o quella che fa e farà la cosa “più“ giusta, la cosa “migliore“, la cosa più “apprezzabile“, la cosa “che gli altri non sanno fare“, la “cosa-risorsa“ non solo per se stessi ma per tutti. Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io“, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive… Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo  come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.     

Come si è modificato il termine “handicap“ dai tempi di Makarenko ai nostri giorni?

Anche in questo caso occorrerebbe avere al proprio attivo studi lessicali, di storia della cultura, di storia della psicologia e di sociologia, ecc., che io non ho… Ricordo però che nell’elaborato di laurea di Sara Collepiccolo, una studentessa del Corso di laurea di Scienze dell’educazione e della formazione, che si è laureata lo scorso anno con me, ci sono pagine molto utili a riguardo, dalle quali io partirei… Quanto ai “tempi“ di Makarenko c’è già una qualche risposta… Rimane però da vedere che cosa significava handicap nei “luoghi“ di Makarenko; cosa significava per lui (nella altre opere, fuori dal Poema pedagogico); cosa significava nel “suo“ mondo, nelle “sue“ fonti, nei “suoi“ interlocutori diretti, ecc.

Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile“ come possibile sostituzione al termine “handicappato“. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che come me ha solamente un problema nella deambulazione e nel linguaggio, e quindi di carattere fisico ma non intellettivo?

Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa“ o “quella“ parola  siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che  caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte; e, dunque, con dare ad esso un “credito“ assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono,  verso l’“abilità“ tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione, ecc. ecc.?
 

Continua a Leggere