Perché educare all’autonomia

Oggi con orgoglio possiamo dire che è solo un triste ricordo quel filmato proveniente dal Quebec – La leçon des Mongoliens – che nel 1973 spiegava la trisomia 21, esibendo il modo in cui venivano imboccati bue bambini piccoli:
un bimbo imboccato da una donna vestita in abiti borghesi, probabilmente la madre; l’altro, un bambino down, imboccato da un’ infermiera dall’aspetto e modi necessariamente asettici. Una disparità inammissibile, che allora indicava come i “ bisogni speciali “ potessero essere ottemperati solo da professionisti parasanitari, mentre quelli normali gestiti dal contesto familiare. Abbiamo finalmente capito come la diversità possa diventare una risorsa e che ogni società può essere giudicata anche in base a come tratta i meno fortunati.
Nella crescita verso l’autonomia un bambino handicappato incontra due tipi di ostacoli: da una parte le difficoltà legate al suo deficit, dall’altra le paure e comportamenti ambivalenti delle persone che lo circondano limitano il suo traguardo all’autonomia. Spesso le persone con cui vive, come familiari e educatori, sviluppano nei suoi confronti uno spontaneo atteggiamento assistenzialistico ma che ne limita  la sua indipendenza. Oltretutto sembra che si voglia compensare con maggiore amore e atteggiamenti più tolleranti il disagio del deficit per il quale viene ritenuto incapace e bisognoso di assistenza in ogni momento. Coloro che si occupano di ritardo mentale in questi ultimi anni hanno sviluppato l’idea di creare dei “percorsi“ all’autonomia, per inserire nella società questi individui. Concretamente la motivazione del perché rendere autonoma gente con deficit intellettivo è semplice. Coloro che operano nel campo dell’handicap sanno immediatamente come sia più facile gestire all’interno di una struttura un bambino disabile se egli ha già una buona autonomia personale – per esempio, se mangia e va al bagno da solo -, se sa rispettare le regole. In particolare una buona autosufficienza col tempo diventa centrale per l’inserimento lavorativo e sociale di queste persone. Il cammino per raggiungerla non è così semplice; contiene delle difficoltà che risiedono sopratutto nella famiglia, caratterizzando il delicato periodo dell’adolescenza dove il ragazzo con ritardo manifesta gli stessi bisogni del coetaneo normale. Accade che i genitori del ragazzo con handicap non sappiano come comportarsi perché da un lato il loro sentimento d’amore è combattuto tra il voler proteggere il figlio impedendogli di fare esperienze “pericolose“; dall’altro lo vorrebbero vedere autosufficiente come tutti gli altri suoi coetanei normali. Nel delineare un itinerario educativo nell’ambito dell’autonomia esterna alcuni studiosi hanno definito delle aree da esplorare sulle quali si basano i corsi di autonomia per chi ha deficit intellettivi. Esse sono disposte su capacità che si dovrebbero avere per muoversi nel mondo senza rischi; per esempio quella di sapersi orientarsi nelle strade, prendere mezzi pubblici, utilizzare correttamente il denaro, saper comunicare i propri bisogni. Sono percorsi difficili da far appendere, dove alle volte quello che ci sembra più ovvio può diventare un cruccio insormontabile, ma la pazienza e la buona volontà di un professionista possono dare frutti insperabili su ragazzi che si credevano decisamente ineducabili per il loro limiti.
Giorgia Signego

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poche idee ma ben confuse

Questo articolo è stato scritto dalla Dottoressa Porri. Se avete delle domande da farle le potete scrivere tra i commenti a pidipagina, le risposte verranno pubblicate nel giro di pochi giorni. La Dottoressa ed io siamo contrarie allo scambio di e-mail personale tra Voi e Lei.

Sono quelle che l’utente medio hai suoi professionisti dell’aiuto, in effetti la materia è molto complessa e articolata, la maggior parte non sa la differenza fra Psicologo Psicoanalista, Terapeuta, Psichiatra e perfino Neurologo, li accomuna tutti come “Il medico dei matti” questo porta anche delle forti resistenze ad andare da uno Psicologo. Proverò prima a fare uno specchietto e poi mi addentrerò nelle complicazioni ulteriori

Psicologo: è un Laureato in Psicologia e, se è un clinico può aver fatto 2 strade, una scuola di specializzazzione di 4 anni per diventare Terapeuta, oppure un cammino ben più lungo per diventare Analista. Non prescrive farmaci e non è il medico dei matti

Psichiatra: è sempre un medico che si è specializzato in Psichiatria a sua volta può essere Analista con il solito lungo iter, prescrive farmaci ed è l’unico che può meritarsi l’appellativo di medico dei matti, infatti spesso lavora in Ospedale o nei Centri di Igiene Mentale e se è, anche Terapeuta il pomeriggio lavora a studio, dove però non prescrive farmaci.

Psicoterapeuta: Puo essere medico o psicologo, non è un analista e fa altri tipi di terapie che poi vedremo, non prescrive farmaci anche se medico.

Neurologo: In effetti non dovrebbe entrarci nulla perchè cura malattie del sistema nervoso fisiche come la sclerosi a placche, l’epilessia ecc, ovviamente prescrive farmaci e a volte anche farmaci psichiatrici.

Psicoanalista: Può essere Psicologo o Medico in ambedue i casi ha fatto un lungo iter presso una Soc. di Psicoanalisi, è il professionista più controllato e che si è preparato più a lungo, non prescrive farmaci anche se medico.

Sarebbe troppo facile se fosse finita qui, infatti lo Psicoanalista può avere diversi indirizzi Freudiano, Adleriano, Junghiano, Kleiniano ecc che comportano diverse tecniche di lavoro. Quello che lavora con il lettino e stà dietro al paziente è Freudiano.
Lo Psicoterapeuta è ancora più complesso, pensate che ci sono ben 400 terapie diverse, grosso modo una divisione grossolana è fra quelle che credono nell’esistenza dell’inconscio, come la Psicoanalisi e quelle che non ne danno assolutamente importanza come i comportamentisti, i cognitivisti, quelli che fanno PNL ecc…..
Bella confusione è? Non stupisce che il povero utente non sappia dove sbattere la testa.
Un’altra cosa importante, molti per essere sicuri vanno da grossi nomi dalle parcelle esorbitanti, bè il grosso nome non sembre corrisponde alla bravura è solo conosciuto, spesso è figlio di un altro analista famoso.
Come fare per orientarsi? Intanto guardate da chi avete avuto il nominativo, un conto è un medico di base ed un’altro l’amica che anche lei non sa di preciso dove va, inoltre se è un professionista di solito c’è un segno, per es. se andate su Google e digitate Gianna Porri esce fuori una pagina su di me, questo significa che sono iscritta all’Ordine che sono insomma regolare Comunque quando siete di fronte al Terapeuta potete benissimo chidere di che corrente è, se psicodinamica, cioè psicoanalisi e tutte le tecniche che ne discendono, oppure comportamentista e regolarvi, con una nuova legge potete addirittura chiedere di leggere il c.v. dovrebbe esserci scritta l’iscrizione all’ Ordine con un numero Ma che indirizzo scegliere? per essere neutrale dirò che per problemi esistenziali, di sofferenza senza apparente motivo, o di depressione è meglio un terapeuta psicodinamico, per semplici fobie o ossessioni possono rispondere bene anche con il comportamentismo.
Inoltre l’incontro è sempre fra 2 esseri umani e quindi è importante che ci sia almeno una simpatia, un senso di accoglienza e di calore, è molto difficile fare una terapia con uno che ci sta antipatico.

Io mi auguro che adesso non abbiate molte idee ma ben confuse, spero di aver fatto un pò di chiarezza, non so se ci sono riuscita in questo breve spazio

Dr. Gianna Porri

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due importanti novità

Buongiorno a tutti, vi informo di due importanti novità di questo sito:

1) potete inserire i vostri commenti a tutti gli articoli che trovate sulla home page. Come dovete fare? È semplice, basta cliccare sul titolo dell’articolo, andare in fondo alla pagina poi cliccate su  “Rispondi. You must be logged in to post a comment.““  Da lì vi potete iscrivere e lasciare le vostre opinioni.
2) Nel forum ci sono tanti argomenti nuovi da discutere e da proporre ai vostri amici e colleghi.
Spero di leggervi presto e che diciate queste notizie a tante altre persone.
A presto

 la Redattrice
 

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I disabili e le disabilità in televisione

In Italia purtroppo il tema della disabilità è poco trattato in televisione. In molti paesi europei il disabile può lavorare nel piccolo schermo.  Nel nostro paese  questo non è possibile perché la mentalità è “se lo spettatore vede il conduttore in sedia a rotelle, si intristisce e cambia canale“. A me, personalmente, mette tristezza questo tipo di mentalità.
Il tema della disabilità viene trattato adeguatamente in tv? In che modo la tv generalmente affronta il tema della disabilità?
Per rispondere a queste domande prendo in esempio  L’indagine realizzata dal Censis, che in sette punti chiave mette in luce le pecche del pensiero latente in Italia su “disabilità in tv“ L’ indagine è stata fatta in collaborazione con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e promossa dal Segretariato Sociale della Rai rivela alcuni elementi di assoluta novità rispetto agli studi precedenti.
1 Non è frequente che si parli di disabilità in TV (80 unità di analisi nei 2 mesi analizzati), ma quando se ne parla viene dedicato all’argomento uno spazio ampio e completo.
2 Sono le “storie di vita” la forma espressiva utilizzata con un forte ancoraggio all’esperienza vissuta dal disabile che è rappresentata in una cornice di “normalità positiva”. Vengono evitati i toni drammatici oppure l’enfatizzazione delle tragedie familiari.
3 Il disabile in TV è prevalentemente maschio, adulto, e handicappato motorio. Questo dimostra che:
– oggi è impossibile presentare in televisione un’immagine femminile imperfetta;
– l’anziano in televisione deve essere un anziano felice, consumatore e “giovane” ad ogni costo. Perciò l’anziano disabile non è “presentabile”;
– i disturbi mentali trovano voce in TV solo quando approdano alla cronaca nera. Si rileva una rimozione colpevole rispetto alla realtà più diffusa, mentre sarebbe indispensabile ben altra attenzione collettiva.
4 È la Rai che mostra una comunicazione più attenta e approfondita nelle trasmissioni sulla disabilità (50 interventi contro 8 di Mediaset).
5 La decisione di trattare il tema non rincorre la cronaca o l’evento ma è frutto di una scelta autonoma delle trasmissioni (nel 70,9% dei casi).
6 La cronaca nera è completamente assente e questo è in controtendenza con quanto avviene per altri soggetti sociali deboli (minori, immigrati, donne).
7 La comunicazione risulta chiara, in genere indirizzata al largo pubblico, ma manca l’informazione di servizio rivolta direttamente ai disabili o a chi di loro si fa carico. Il ruolo di sensibilizzazione proprio dell’informazione non arriva a produrre in questo caso proposta istituzionale.

Tab. 20 – I disabili rappresentati in TV per tipo di handicap (val. %)
Disturbi motori 48,1
Disturbi sensoriali 11,4
Disturbi del linguaggio 3,8
Disturbi intellettivi 8,9
Disturbi relazionali 5,1
Handicap in genere non specificato 29,1
Non sono presenti disabili e se ne parla 1,3

In Italia si sono formate cooperative, ci sono agevolazioni fiscali per i diversamente abili, assistenza domiciliare… molto è stato fatto, ma molto resta ancora da fare per ottenere un paese sempre più “civile“ e al pari con gli altri paesi europei.

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fingersi qualcunalto in rete? meglio di no!

(DAL FONDO DI QUESTA PAGINA POTETE SCRIVERE I VOSTRI COMMENTI)

E’ illegale creare un falso indirizzo email
Per la Cassazione è punibile chi crea un indirizzo e-mail fornendo il nome di un’altra persona. Confermata la condanna a un utente fiorentino che si era spacciato per una sua amica.
La Corte di Cassazione interviene, facendo giurisprudenza, sul caso di un trentasettenne fiorentino utente di Internet che aveva creato un indirizzo email, fornendo l’identità di un’amica .
La Cassazione ha confermato la condanna a un anno di reclusione perché, oltre a recare disturbo alla legittima titolare dell’identità, gli utenti della Rete che hanno trattenuto corrispondenza con questa persona sono stati ingannati soprattutto sulla sua identità sessuale.
Per la Suprema Corte, il fatto che in Rete sia un fenomeno possibile e praticato e che il provider abbia accettato quell’identità non riduce la responsabilità del singolo.
 

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mangio poco o troppo? il problema è l’amore

L’anoressia e la bulemia  sono disturbi psicopatologici del comportamento alimentare Cosa c’è in genere dietro a questi disturbi? Si potrebbe cominciare a rispondere a questa domanda generica e complicata dicendo che non si mangia soltanto per sostentarsi, mangiare è un’attività carica di simboli e con essa esprimiamo la nostra relazione con il mondo.
Quindi la persona affetta da disturbi alimentari racchiude in se molte delusioni amorose, affettive e relazionali e la psicoterapia è lunga e difficile per tutto il carico di rapporti negativi che spingono la paziente a chiudersi, invece che chiedere aiuto e ad allontanarsi invece che andare verso “l’altro“.
Queste malattie sono anche chiamate “le malattie dell’amore“. Spesso le ragazze giovani, dopo una delusione amorosa, o a causa di un grosso conflitto con la mamma e poche attenzioni dal parte del padre, cominciano a perdere la stima per loro stesse. Il loro disagio si riflette e viene manifestato con la mancanza totale o quasi di alimentarsi, oppure con delle grandi abboffate che generano sensi di colpa e vomito autoindotto.
Parte della responsabilità è anche da attribuire  alla tv e ai giornali, perché propongono modelli di bellezza e perfezione. Il messaggio è chiaro: “se sei magra, sei anche bella, stimata, ricca e famosa come una top model“.
A questo proposito mi ha colpito un articolo del Corriere delle Sera:  “Modella brasiliana stroncata dall’anoressia. Carolina Reston aveva 21 anni: pesava 40 chili per 1,74 di altezza.“
L’articolo spiegava che la Reston, dopo la sua ultima sfilata in Giappone, è stata ricoverata in ospedale a causa di un’insufficienza renale. Di lì a poco il quadro clinico si è ulteriormente complicato per l’insorgere di una forma di setticemia, un’infezione contratta per lo stato di deperimento fisico in cui si trovava (la sua pressione oscillava tra 30 e 50).
Dopo la morte della giovane, la madre non riesce a darsi pace. Ai microfoni di Globo Tv, ripresa poi dal Tg2, ha espresso tutto il suo strazio ma anche il senso di colpa per essere arrivata in ritardo: “E’ importante prestare attenzione ai primi sintomi per salvare i nostri figli“ ha detto in lacrime, rivolgendosi ai genitori che combattono la stessa battaglia. “Quando l’ho vista per l’ultima volta mi sono spaventata. E’ sempre stata ossessionata dal peso, ma adesso sembrava malata, tant’è vero che anche l’agenzia per la quale lavorava ultimamente, «L’Equipe» di San Paolo, l’aveva messa in trattamento da uno psichiatra, ma lei spesso non andava alle sessioni, perché temeva che non la chiamassero più se riprendeva qualche chilo“.
Il caso di questa giovane donna, poco più che ragazza, e di sua madre straziata dalla perdita ma anche dal vedere come i problemi oserei dire psicofisici le stavano portando via la figlia, mi sembra una testimonianza forte per poter dire alle ragazze: non sognate di essere uguali alle top model! Ognuno di noi ha la propria corporatura e la deve mantenere costante per essere sana, solo se rispettiamo e manteniamo sano il nostro corpo saremo in grado di ricevere e trasmettere l’amore e le attenzioni che è cibo dell’ interiorità di ogni essere umano.

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