Bilancio di competenze

di Giorgia Sinego 

Per bilancio di competenze, si intende l’insieme delle azioni che hanno come obbiettivo quello di consentire l’analisi delle proprie competenze personali e professionali; come delle proprie attitudini, abitudini e motivazioni, allo scopo di definire o ridefinire un progetto professionale o di formazione a seconda dell’età e delle esigenze del singolo soggetto richiedente il bilancio. Protagonista della valutazione è la persona, che si applica e agisce in virtù delle proprie conoscenze e del  proprio stile di vita. Quindi si può parlare di bilancio come di un percorso orientativo e osservativo volto a coloro che hanno difficoltà a riconoscere le proprie capacità e limiti; a esprimere una scelta, a compiere una rielaborazione personale. Ogni tappa del bilancio è altamente individuale e specifica. Esso non vuole avere una finalità formativa in senso stretto o vincolata al  reinserimento- inserimento lavorativo. Ogni partecipante svolge un proprio percorso secondo obbiettivi e modalità diversi e coloro che vi aderiscono si mettono in gioco anche esponendosi ad una serie di attività pratiche atte a valutare le loro capacità. Quando parliamo di capacità, intendiamo almeno tre aree  di base per le quali l’individuo viene studiato: le competente universali, trasversali e specifiche. Secondo la logica aziendale le competenze universali sono quelle che devono essere presenti in ogni dipendente. Quelle trasversali sono quelle invece che il dipendente deve possedere per poter cambiare velocemente mansione o di ruolo all’interno dell’azienda. Quelle specifiche sono quelle che gli fanno svolgere un determinato ruolo o compito. Quando si parla di capacità compare anche il termine inglese “skill – cope  with task “, che in italiano significa “ l’abilità di sapersela cavare con le richieste del compito“. Il concetto di abilità fotografa le strategie esecutive e comportamentali individualmente utilizzate più o meno specifiche. La persona si avvale delle conoscenze e capacità possedute per adeguarsi alla complessità delle diverse situazioni (competenze trasversali ) individuandone e decifrandone di volta in volta i tratti caratteristici ed essenziali, decidendo come fronteggiare e gestire i problemi ( problem solving ). Le competenze sono osservabili attraverso la rilevazione dei comportamenti messi in atto dalle persone nella gestione del proprio ruolo; valutabili perché ogni competenza può essere graduata su una scala di eccellenza . Le competenze individuali delle persone possono essere misurate su questa scala; sviluppabili attraverso processi strutturati e finalizzati di apprendimento, orientamento e sviluppo. Quindi la competenza è un aspettativa di comportamento rilevabile nell’atto lavorativo; l’insieme di skills ( abilità ) rilevabili dal comportamento, dato dall’esercizio di una determinata attività di lavoro o performance scolastica ( porfolio delle competenze scolastiche). Possiamo far coincidere il termine di competenza con quello di professionalità. Ma in Italia il bilancio è nato più di ogni altra cosa per quelle fasce più difficili da integrare nel tessuto sociale come i disabili che con la legge 68/’99 sono passati da un collocamento obbligatorio ad un collocamento mirato, il che significa che queste persone oggi possono farsi forza di tanti strumenti di mediazione come i S.I.L ( servizi per l’inserimento lavorativo che collaborano con le A.S.L ), i centri per l’impiego, le ausilioteche, che offrono tutor e orintatori accreditati in grado di svolgere il bilancio per poter dirigere il portatore di handicap alla mansione più adatta o a bypassare i problemi che lo affliggono nel lavoro che già sta svolgendo. Il bilancio serve anche a riposizionare lavorativamente il soggetto dove la sua condizione di disabile lo stigmatizza in negativo per i suoi deficit. Egli potrà così essere aiutato dalle ausilioteche che al loro interno presentano uno staff di tecnici in grado di compiere un percorso verso la ricerca dell’ ausilio per migliorare le performance lavorative e di vita del soggetto affetto dal deficit. E’ una soluzione strumentale o di adattamento ambientale modellata sull’ individuo in modo da aiutarlo a svolgere correttamente ciò che andrà a fare. La cosa più significativa della stima rimane la restituzione che è una rielaborazione di quanto emerso e un autovalutazione consapevole delle capacità e dei limiti che si possiedono; è un momento di condivisone tra il soggetto e l’orientatore che  si conclude con una relazione del progetto. Per quello che riguarda il welfare del nostro paese si sta cercano di mettere in comunicazione i bisogni di queste categorie svantaggiate e l’offerta delle aziende attraverso un tutoraggio interno al luogo di lavoro, contributi per i disabili e sgravi fiscali per le aziende che assumono un dipendente portatore di handicap. Parole chiave del percorso diventeranno: mediazione, tra  tecnico e utente. Osservazione, svolta da personale qualificato. Valutazione, oggettiva, sempre misurata su una scala di eccellenza.  La persona ne uscirà gratificata e più sicura di se, in grado questa volta di affrontare il  proprio percorso lavorativo e di vita senza problemi.    
Bilancio di competenze.
 
 

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handicappato o disabile? Questo è il dilemma.

 HANDICAP
Il termine inglese handicap (traducibile con svantaggio, o anche menomazione, impedimento), viene impiegato in diversi ambiti:
* In campo medico e socio-sanitario, handicap è un termine generico usato per individuare una serie di disabilità fisiche o mentali
* In campo sportivo, l’handicap è un sistema usato per equilibrare le possibilità di vittoria dei concorrenti, svantaggiando quelli più forti. Viene usato ad esempio nel golf, o in alcune corse di cavalli.
* Nel wrestling l’Handicap Match è un match in cui un gruppo di lottatori è in vantaggio numerico (2-1, 3-1, 3-2)

Nella classificazione dell’OMS ICIDH (international classification of impairments, disabilities and handicaps, classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap) del 1980 si definiva con handicap lo svantaggio sociale della persona con disabilità.
Quest’ultimo termine si riferiva invece alla menomazione alla base dell’handicap. Questo documento è ora superato dall’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF), classificazione internazionale del funzionamento, disabilità e salute) del 2001 dove il termine disabilità comprende le difficoltà sia a livello personale che sociale, mentre il termine handicap viene sostituito dal concetto di restrizione della partecipazione sociale.
Il termine deriva dalla parola inglese che nello sport indica uno svantaggio assegnato ai competitori più forti per rendere più interessante una gara.
In genere la disabilità che causa l’handicap è rappresentata da difficoltà sensoriali o legate alla mobilità o alle relazioni con il prossimo. Alcuni esempi di handicap fisico oltre alla sordità o la cecità possono essere la paraplegia, la distrofia muscolare, la paralisi cerebrale infantile (detta anche paresi spastica). In campo psichiatrico possono essere persone affette da schizofrenia, ritardo mentale, autismo, sindrome di Down.
Il termine handicappato nel linguaggio corrente viene usato come sinonimo di disabile, che prevale ad esempio nel linguaggio burocratico, ma è forse ritenuto troppo crudo (per via del prefisso dis-) per essere usato altrove; recentemente persino il termine handicappato è stato contestato e se ne è proposta la sostituzione con eufemismi sociali come “diversamente abile” o “diversabile” (fortemente contestati da alcune associazioni di disabili).
Storia dell’inserimento sociale
Il problema dell’inserimento sociale dei portatori di handicap è stato posto a partire dagli anni sessanta per superare lo stato di segregazione in cui vivevano. Fino ad allora l’unica risposta che veniva data ai loro problemi era di natura sanitaria e prevedeva, di fatto, come soluzione la segregazione in istituti appositi.
I primi tentativi di inserimento furono opera di gruppi come la Comunità di Capodarco di Fermo, fondata da Don Franco Monterubbianesi (1966) e la Comunità Papa Giovanni XIII di Rimini, fondata da don Oreste Benzi (1968). Tali gruppi hanno come stile di vita la condivisione con i più svantaggiati, che ha portato come prima cosa a fondare delle strutture di convivenza con i portatori di handicap (case-famiglia). Dal lato dell’handicap psichico ha avuto molto peso l’esperienza di Franco Basaglia a Trieste per il superamento dei manicomi.
Le esperienze suddette hanno incontrato inizialmente molte difficoltà. La società non era preparata ad accogliere i portatori di handicap, sia per una diffusa diffidenza nei loro confronti, che per la mancanza di infrastrutture. Infatti i portatori di handicap non necessitano solo di assistenza sanitaria sul territorio, ma anche di attenzioni particolari per la mobilità e l’inserimento nel lavoro e nella scuola. Quindi è stato necessario intraprendere un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica parallela a rivendicazioni che hanno ha portato a diversi provvedimenti legislativi. Fra questi i principali sono stati (in ordine cronologico):
* L. 13 maggio 1978, n.180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, nota anche come “Legge Basaglia”.
* L. 9 gennaio 1989, n. 13 “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”.
* L. 5 febbraio 1992, n. 104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, punto di riferimento per l’integrazione scolastica.
* L. 12 marzo 1999, n. 68 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” che ha riformato il collocamento obbligatorio.
* D.P.R. 24 luglio 1996, n. 503 “Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici.”
Diversi enti e associazioni si occupano delle problematiche dei portatori di handicap a livello nazionale, come ad esempio l’Aias, la Federazione Italiana Superamento Handicap (FISH) e l’Anffas (Associazione nazionale famiglie di fanciulli e adulti subnormali, rinominata nel 1997 in Associazione nazionale famiglie di disabili intellettivi e relazionali).

Estratto da “http://it.wikipedia.org/wiki/Handicap

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sei tu (CON VERSIONE IN MP3)

LA VERSIONE IN MP3 L’HO FATTA CON UN SITETIZATORE VOCALE CHIAMATO  “CARLO MOBILE”. SE SIETE INTERESSATI AD AVERE NOTIZIE DETTAGLIATE SU QUESTO PROGAMMA VI CONSIGLIO DI COLLEGARVI AL SITO: http://www.anastasis.it/AMBIENTI/NodoCMS/CaricaPagina.asp?ID=219

  PRIMA PARTE               SECONDA PARTE“Su questa linea sottile che divide il normale dall’handicappato non vi è una soluzione ottimale, né tanto meno una soluzione che vada bene per tutti. Ogni caso è un caso a sé, ogni caso ci richiede di individuare la strada da percorrere, ogni caso rappresenta una sfida che dobbiamo raccogliere“.

Partendo da questa citazione, estrapolata da un precedente articolo, si può parafrasare e, se mi si permette la banalità, dire a ciascuno il proprio handicap. Rispetto alla sessualità, intesa come espressione dell’Amore di coppia, vale il detto della condanna alla sofferenza, per la difficoltà della pienezza e dell’armonia. Anche il “frutto“ dell’amore procreativo “sarà partorito con sofferenza e dolore“. In questo senso ciascun essere umano è condannato per la sua forma di handicap, determinata dalla mancanza della completezza in sé stesso, per cui deve ricercare la parte complementare. Consentitemi ,quindi, di parlare di una forma “lieve“ di handicap, anche se molto comune , che è  la vecchiaia, con relativo pensiero verso la sessualità. Su tale tema ci sono numerosi luoghi comuni: “I vecchi non possiedono la capacità fisiologica che consenta loro di avere comportamenti sessuali; i vecchi non hanno interessi sessuali soprattutto le donne; i vecchi che si interessano alla sessualità sono perversi; l’attività sessuale fa male alla salute, specie nella vecchiaia; la procreazione è l’unico fine della sessualità, e pertanto non ha senso che i vecchi abbiano attività sessuali; è indecente e di cattivo gusto che i vecchi manifestino interessi sessuali; inoltre, in quanto tali, i vecchi sono brutti e sgradevoli“. A questa forma di handicap, come se non bastasse, aggiungiamo un cardiopatia, per la quale il cardiologo raccomanda molta delicatezza nell’“affrontare“ un incontro d’amore. Mi colpiva l’esempio di un illustre cardiologo, il quale raccomandava il sesso con la moglie più che con l’amante. Quindi la miscela “vecchiaia e cardiopatia rappresentano una forma di handicap “avvilente“; mi capisce chi ne viene coinvolto, e non sono pochi. A questo proposito suggerisco di leggere, solo ai nostri cari “malcapitati“, quanto segue, dal racconto di un carissimo amico: “Fino a che ci sei tu“ di Marco Bottoni.

Si girò.
Con un gesto lento, quasi impacciato, fece un mezzo giro su se stesso e le voltò le spalle.
Si ritrovò a pensare che non lo aveva mai fatto prima: mai, in tutta la sua vita.
Fumare, non aveva mai fumato, e a mettersi a dormire non ci pensava nemmeno: ormai dormiva talmente poco, e male, che l’atto di scivolare nel sonno era diventato per lui quasi un miraggio.
Così dei tre gesti che, se non è uno è l’altro, si fanno generalmente “dopo“, non gli era rimasto che quello (forse il più odioso) di girarle le spalle.
Mentre lo faceva pensò che era la prima volta che gli accadeva.
Chissà perché.
Chiuse gli occhi per un brevissimo istante, la bocca stirata  in un ghigno sottile di sofferenza.
Come una lama a traversargli  il petto, lo colse il ricordo di quando il sesso per lui sapeva del gusto che hanno le ciliegie  mangiate sopra l’albero, con le gambe a cavalcioni del ramo e le foglie che sanno di estate.
Roba di tanto tempo fa.
“Deve essere qualcosa che ha a che fare con il fatto di sentire gli odori“ pensò.
E, quasi per mettersi alla prova, fece un respiro profondo  aspirando col naso.
Per primo annusò il lenzuolo, poi l’aria e poi, tenendosela aperta sul  viso, la sua stessa mano.
Non avvertì quasi niente; solo, ma molto lontano, come un vago sentore di cloro mescolato ad aroma lavanda.
“Forse, è l’ammorbidente“.
Già da un po’ di tempo (quanto esattamente non avrebbe saputo dire, chè per questo genere di  cose non si può fissare una data, un giorno e dire: ecco, è da oggi) sentiva molto meno gli odori.
Non che non li sapesse riconoscere, anzi : li distingueva ancora tutti benissimo, ma non li avvertiva più come sensazioni capaci di colpirlo, di prenderlo e scuoterlo, di trascinarlo e commuoverlo.
Di provocargli un brivido, di evocargli un ricordo.
Facendo uno sforzo con la memoria sì, riusciva ancora ad associare un odore ad un luogo, a un momento, a uno sguardo: ma era diventato ormai come cercare disperatamente di  fare gocciolare fuori l’ultima stilla di vino dal fondo della bottiglia, mentre prima in lui le  emozioni erompevano  incontenibili, come sgorga la schiuma dello spumante all’esplodere del tappo.
E anche se delle esperienze che gli era accaduto di vivere (non moltissime, a pensarci bene), ricordava tutto, o quasi,  si trattava  solo di  un puro esercizio di fredda memoria;
il passato, per lui,  era ormai un elenco di fatti, di persone e di date, palpitante della stessa  poesia che può esserci nella lista della spesa.
E, ricordando, non si commuoveva più.

“Come con te,  con nessun’altro, prima!“
La prima volta gli aveva fatto un piacere immenso sentirselo dire; in seguito, con il tempo, ebbe modo di convincersi che i casi erano due: o in lui si era miracolosamente incarnata l’onnipotenza di un Dio oppure,(fatto più probabile), la lei del momento andava, giustamente, arrestata per falsa testimonianza.
Fece un mezzo sorriso, ricordando la prima volta dei suoi ventun anni.
Una catastrofe annunciata, alla quale era andato incontro con la spinta di una voglia immensa, da troppo tempo soffocata dentro un corpo asciutto, giovane,vigoroso.
Una molla compressa al limite della  rottura, pronta a scattare e ad esplodere violenta, questo era lui quella sera di Luglio che sul prato c’erano più lucciole che fili d’erba e nuove stelle sembravano accendersi in cielo a decine, a centinaia a ogni istante che passava, a ogni bacio appassionato che lei gli dava.

Molla che, giustamente, al primo tocco leggero della pelle di lei scattò, senza che ci fosse stato anche solo il tempo di pensare di fermarla,  per esplodere nel profumo della notte d’estate, contro il cielo crivellato di stelle.
Bel colpo!

Sorrise, ricordando il ricordo che aveva; un sorriso che lei non poteva vedere, perché lui
le girava le spalle, sdraiato su un fianco con le gambe  piegate ed il busto incurvato.
Nella quiete assoluta della stanza immersa nel semibuio ora lui ricordava, e lasciava cadere i ricordi nella nicchia che il suo corpo formava sopra il lenzuolo bianco.
Li faceva rotolare piano, i ricordi, rivoltandoli con la mente come si fa di vecchie fotografie rovesciate tutte insieme fuori dallo scatolone, che a spostarle piano, con la mano,  tornano alla luce  come a caso, senza un ordine certo di tempo o di spazio.
O di modo.
Ricordò delle volte che l’Amore era stato, per lui, furioso galoppare (ventre a terra su distese aperte e infinite,  odore acre di pelle sudata e crine nero a sferzargli la faccia ed il petto) e, allo stesso tempo, quando era stato un immergersi lento, avvolgente e profondo, dentro un lago calmissimo e piatto, lungo abbraccio in cui perdersi, vivo, non importa per quanto.
Quando era stato tuffo e quando era stato volo; quando unghiata a strappargli la pelle, quando dolce carezza sul cuore.
Ricordò, ricordando, il sapore della prima sorsata di vita dopo un tempo infinito di giorni,  perso dentro un deserto di pietra, labbra rotte di sole e di sete e continui crudeli miraggi, dolorosi miraggi lontani.
Ricordò, di ogni volta, quando era stata fuga, toccata lieve di genio e di istinto, sinfonia travolgente di figure e armonia.
 Di una sola infinita armonia.
Quando era stato pensieri, quando era stato parole.
Dolce mano di lei sul suo cuore ferito (“Certo che potrà riprendere le sue normali attività! Tutto potrà fare, anche l’amore, si capisce. Qualsiasi sforzo, purché , s’intende, sia moderato e non comporti eccessive emozioni: è l’adrenalina che la può uccidere!“ Grazie tante, “senza grandi emozioni“. Come dire: “un bel tuffo in piscina? Certo che può, basta che faccia attenzione a non bagnarsi!“) ricordò come aveva imparato, con lei, a far sciogliere i nodi nel petto, a trovare misura e respiro, a aspettare che fosse il momento.
Ad avere più spazio e più modo.
E più tempo.

Si girò.
Con un gesto fluido,  armonico, senza alcun sforzo apparente fece un mezzo giro su se stesso e tornò a voltarsi verso di lei.
Erano finiti, i ricordi; le fotografie mescolate alla rinfusa erano ammonticchiate di nuovo nella scatola di cartone, ad aspettare di  uscire fuori un’altra volta.
Se ancora ci sarà, un’altra volta.
Guardò lei di uno sguardo dolcissimo, intenso e profondo; la guardò di uno sguardo d’Amore.
“Sei tu“.
Non parole.
Da tempo quasi immemorabile, nessun bisogno di parole, fra loro.
Solo sguardi di occhi ancora vivi dietro ciglia imbiancate e palpebre solcate di rughe profonde; solo carezze leggere di dita incurvate di artrite, baci dolci di labbra rese vizze dal tempo.
Il tempo, quanto tempo.
Non parole.
“Sei tu“.
Tutto quanto sei tu, tutto quanto mi accade, ogni volta, nel letto: l’emozione e il piacere, la dolcezza, il calore, il galoppo sfrenato e l’immergersi lento nel lago, l’entusiasmo e l’attesa, la toccata e la fuga, il crescendo della sinfonia.
Tuffo e volo ed unghiata e carezza, e ogni nuova infinita sorsata di vita.
Tutto quanto tu sei perché tutto, tutto quanto mi accade, questo è: un continuo venire a cercare di te.

Tutto senza parole, solo sguardo profondo negli occhi e  una lunga carezza,  leggera sul viso già solcato di rughe profonde.
“No, non dormivo“
“Che ora è?“
“E’ passata mezzanotte. A proposito: auguri, Amore. Buon compleanno“.
Ancora ricordi, a decine, tutti insieme, come  quando si scioglie all’improvviso il nastro di raso che tiene legate le fotografie, e le immagini rotolano, cadono, si rimescolano e si accavallano fra loro, per un istante solo.

“Ho paura che resterai deluso, caro.“    

Sul comodino, ancora chiusa nel blister di stagnola, la forma  a rombo di una piccola compressa blu.
(“In caso di bisogno, se le dovesse accadere di… non farcela insomma,  la può prendere tranquillamente. La prenda circa un’ora prima, e vedrà che la aiuterà a raggiungere una  condizione più che soddisfacente. Ma, mi raccomando, senza esagerare: è lo sforzo eccessivo che le può fare male.“)

 “Voglio dire, per via della torta“.

Si girò, l’ultima fotografia, la più bella, non ancora riposta nella scatola di cartone.

“A parte il fatto che non le ho trovate, penso che non ci sarebbero nemmeno state tutte, sulla torta, ottantacinque candeline“.

 Di nuovo tutte quante le foto sul lenzuolo, ma stavolta girate dalla parte del dorso.
Infiniti rettangoli bianchi, tutti uguali e insensati; su qualcuno soltanto una data.

“Andrà benissimo anche una candelina sola, cara. Dammi un bacio“.

Sulla bocca di lei il sapore lontano di ciliegie mangiate di nascosto, stando a cavalcioni sul ramo, nel profumo delle sere di maggio.
Lasciò andare le labbra a un sorriso sottile, abbozzato e, con un tocco leggero delle dita, fece scivolare la compressina blu nel cassetto semiaperto.

“In caso di bisogno“, ha detto il medico.

No, nessun bisogno.
Non ancora, amore mio.

 Non ancora, fino a che ci sei tu.
 

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