storia di Francesco III° parte

Il bello della vita
Se sapeste quanto è bello avere il pensiero, tanti pensieri, affetti, sentimenti, teorie e pratica e fare, indagare, discernere, giudicare, penetrare, progredire, scoprire e ammirare questo universo, questo mondo, la vita, gli altri uomini, la creazione, tutte le cose più belle ed enumerarne tutte: “il cielo azzurro, le nuvole, il mare, l’aria, l’acqua, il verde degli alberi, l’erba, i fiori, gli uccelli, gli animali e scoprirli, l’infinità dei pesci del mare e ancora tutto quello che è sommerso. In certi punti tutto questo è incantato e la natura è bellissima. C’è il passato, il presente, il futuro e si può sapere tutto e molto di questo, migliaia milioni di anni, le orme di Dio.
E mi domando: Perché migliaia d’anni di lavoro di ogni specie? Perché questa natura così ricca d’ogni creazione? La scuola e la cultura perché ci sono? Perché non si dovrebbe fare il bene in modo migliore? Se si tolgono tutti gli ostacoli che cosa si raggiunge?
L’uomo ha il pensiero, lo spirito, la cultura, un mondo meraviglioso e la grazia di Dio.
  A una signora che diceva “Sono innamorata di mio marito“ ho risposto “Sono innamorato del mondo“ e mi è venuto in mente il Cantico delle Creature di S. Francesco d’Assisi e al Sole, alla Terra , al Vento, al Fuoco e allo Spirito immortale.
  Ho contrapposto chiedendo perdono a tutti “l’Azzurro del Cielo, i benefici dell’aria e dell’acqua, i Frutti della Terra e i Poteri e il Bene di Dio“ riflessi anche in noi!
  L’uomo può imitare, copiare, pensare, elevarsi. Esiste il lavoro comune, normale e quello specialistico di tutte le discipline storiche. C’è chi matura e ricerca come me.
  Ho scritto tanto, “un libro piccolo e uno grande (100 pagine) ma non può essere stampato per mancanza di soldi“. Parla della vita e della mia cultura immaginariamente. È un inno a Dio senza falsità e ci sono tanti altri belli argomenti “Sul bene della vita, come farlo e altre cose.
  D’Andrea Francesco
Vita e cultura

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storia di Francesco II° parte

osa succederebbe se un orto fosse presente nella Casa di Riposo

Sembra niente ma a rifletterci è molto importante la sua presenza. Non tanto dall’uso dei suoi prodotti vegetali e fruttiferi quanto dallo studio delle coscienze scientifiche che lo riguardano.
C’è la natura, i prodotti, l’uso, il sapere tante cose nuove e sarebbe senz’altro una grande novità.
Vent’anni fa ero presente quando ancora i giardini non erano coltivati ed una  parte era adibita ad orto e venivano certi pomodori spettacolari e molti vegetali. Ma era una concessione fittizia e non poteva durarne, parlo ora di qualcosa voluta dalle autorità e che si presentava come una novità per tanti modi. Poteva servire per nostro alimento e uso di cucina. E poi tenendo presente il S. Michele e la sua disposizione: c’è un parco grandioso e questo non era tanto ammissibile ma c’erano anche zone di terra altrove che permettevano l’uso e la fattura.
Fare l’orto oggi potrebbe finire anche un po’ l’abbandono e la mancanza di distrazione in cui questi luoghi sono lasciati e potrebbe essere tutto un’altra cosa.
Un’altra cosa poteva produrre, quella di sviluppare l’inventiva di tanti ospiti sia per la cosa in se quanto per il modo di dare ed avere di tutto l’Istituto e cambiare anche l’Amministrazione che gli interessi. Da cosa nasce cosa

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storia di Francesco I° parte

Chi sono Io?
  Sono nato a Popoli, Pescara, il 2-12-1928 da una famiglia composta per più generazioni da tutti gli strati sociali e ricordo tutto fin dai primi anni.
  Il mio era un paese bellissimo (252 m. sul mare): colline, montagne (il Morrone) la Valle Peligna aperte a nord da Sulmona; nodo ferroviario e stradale. Vi scorrono cinque fiumi annotati anche dallo scrittore Ignazio Silone in Fontamara.
  Gli abitanti agricoltori, industriali, emigrati e quindi facoltosi hanno rinnovato tutto il piano regolatore e ricostruito in parte la cittadina (c’era passata la guerra).
  La valle attorniata da splendide cittadine: Sulmona, Pratola, Peligna, La Rocca, Raiano Corfinio e per chiudere Bussi sul Tirino.
  Sono stato per quasi 30 anni sempre con i miei paesani tranne un breve periodo per il sevizio militare e poi il trasferimento a Roma, tutta la famiglia, dove i miei genitori erano sempre stati presenti. Per più di 30 anni sono vissuto con la famiglia a Monte Mario ed ho assistito alla morte dei miei più intimi cari e la salute anche in quei tempi era malferma. Sono il maggiore di tre figli e gli altri due per molte cose sono più efficienti di me.
  Questa storia la sto scrivendo ora con un’età più che matura, dalla Casa di Riposo per anziani S. Michele, vicino a Piazza dei Navigatori a Roma, dove sono da vent’anni e solo adesso mi trovo in perfette condizioni di salute psico-fisiche e sono in grado di raccontare tante cose. Non sono sposato, non ho avuto figli ed ho osservato sempre un’alta concezione morale della vita. Fin da bambino e da giovane anche se non completamente cosciente sono vissuto per una forma e per una vita migliore. Quando ho potuto, ho sempre letto e studiato ed ho coltivato sempre tutte le materie.
  Il destino lo facciamo da noi e dico questo perché fin da giovane quando ancora mi mancavano tante cose, dentro di me c’era tutto, e solo Dio sa tutto, lui che mi ha aiutato tante volte nella vita in tanti modi, lui solo poteva saperlo o almeno che alla fine i nostri pensieri si ricongiungono e diventano uno solo.
 

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La terza nazione del mondo, disabili tra pregiudizio e realtà“. Un libro non solo per disabili

650 milioni i disabili nel mondo, oltre il 10 per cento della popolazione globale. «Tutti insieme popolerebbero la terza nazione mondiale dopo Cina e India». E «solo in Italia sono circa 6 milioni, la seconda regione dopo la Lombardia», osserva Matteo Schianchi (di Gianfranco Mingione)
A tu per tu con Matteo Schianchi, laureato in Storia, studioso e sportivo, protagonista agli Europei e ai Mondiali di nuoto con la nazionale italiana di sport disabili, autore del libro “La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà“. Edito da Feltrinelli, il libro, come anticipa il titolo, non è rivolto solo ai disabili ma a tutti coloro che vogliono meglio comprendere, con parole semplici e dirette, un universo di persone che non è lontano da noi e con noi fa parte del nostro mondo ed esige eguali diritti e partecipazione alla vita sociale. Un’opera per tutti.
Come nasce l’idea di scrivere questo libro? Questo libro, legato alla mia esperienza di vita, nasce dal fatto che circa 18 anni fa a seguito di un incidente stradale sono diventato una persona disabile. In quel periodo avevo 17 anni e non è stato facile per me  comprendere quanto mi era accaduto. In quell’incidente ho perso un braccio e una gamba e ciò è stato per me un forte trauma sia fisico che personale. Questo libro nasce proprio dopo un lungo percorso di altri 17 anni nei quali ho cercato di ricostruire la mia vita perseguendo degli obiettivi importanti come lo studio e il conseguimento della Laurea in Storia e un lavoro come storico e traduttore. Alla fine di questo percorso è venuta fuori  una riflessione, un tentativo per affrontare la questione della disabilità da un punto di vista sociale e psicologico essendo le persone disabili numericamente la terza nazione del mondo. Il primo obiettivo di questo libro è quello di considerare la disabilità come un fenomeno sociale, in senso completo, sul quale bisogna cominciare a fare delle considerazioni.Come viene affrontato il tema dell’inclusione/esclusione sociale delle persone disabili all’interno del libro? Il tema dell’esclusione è uno dei più importanti trattati all’interno del libro, ovvero questa terza nazione che vive quotidianamente delle forme di discriminazione fortissime: da quella socio-economica a quella, ancor più delicata e forte, relativa all’esclusione sociale e umana che non permette a queste persone di instaurare delle relazioni basilari nell’ambito del lavoro, dell’affettività, dell’amicizia e della sessualità. Tali le forme principali di emarginazione in presenza delle quali è veramente difficile poter vivere. In questo libro vado un po’ alla ricerca delle ragioni di tali ostacoli sociali che ogni giorno molte persone disabili vivono sulla loro pelle. Questo libro si rivolge ad un pubblico specifico? Ho potuto notare che da un lato molte persone con disabilità si sono riconosciute e hanno visto codificate alcune questioni che le riguardano quotidianamente attraverso la lettura del libro; dall’altro lato ho notato altresì che le persone normodotate hanno riconosciuto le due ambizioni da me portate avanti nel libro: la prima  ambizione riguarda il far vedere che la disabilità è una questione sociale, un fenomeno trasversale e complesso (ogni anno si producono in Italia dai 50.000 ai 60.000 nuovi disabili sommando gli incidenti sul lavoro, la strada, le malattie ecc.);  la seconda ambizione, forse ancora più importante, mira a scalfire il senso comune che considera il disabile fondamentalmente un essere inferiore, un senso comune che nasce da una paura verso il diverso da noi. In questo libro cerco di andare alle radici di questo sguardo collettivo, che stigmatizza i disabili, per dimostrare alle persone normodotate che l’esclusione sociale di tali persone è un’operazione non solo intellettuale ma fatta anche di sguardi.
Da quando hai avuto l’incidente, ad oggi, nel nostro paese la situazione dei diritti delle persone disabili è cambiata? Se si, in peggio o in meglio? La situazione era molto più difficile in passato. Oggi, grazie anche al lavoro delle associazioni del terzo settore, abbiamo raggiunto traguardi importanti come, ad esempio, la firma della ratifica della Convenzione dell’Onu per persone con disabilità, uno dei documenti più importanti a livello internazionale in merito a tale questione. Purtroppo, per altri versi, sono ancora un po’ pessimista. Certamente oggi si parla molto di più della disabilità, soprattutto attraverso i media, ma nello stesso tempo  sono convinto che non ci siano i linguaggi e gli spazi di approfondimento adeguati per parlare e affrontare tale tematica che presenta ancora molte problematicità.  E come se il solo parlarne di più dei mass media costruisca d’emblée dei nuovi linguaggi, ma così non è vero. Mi sembra che troppo spesso la disabilità raccontata dai media non riesca ad andare oltre una duplice rappresentazione del disabile: da un lato il “fenomeno sportivo“ che diviene sovente un fenomeno di spettacolo – vedi Pistorius o Grande fratello; dall’altro lato, il “caso sociale“ che il più delle volte genera pietismo verso persone che vivono ai margini della società. Non si hanno mai i tempi e le argomentazioni per parlare più approfonditamente di disabilità coinvolgendo anche le persone che vivono e lavorano attorno alla disabilità come le famiglie, gli operatori, gli assistenti vari, i volontari ecc.  Una mancanza così grave non è adeguata a costruire una cultura dell’inclusione dei disabili all’interno della società.
Se dovessi dare un messaggio ai giovani in merito alla sicurezza stradale, fonte di gravi incidenti ogni anno, cosa gli diresti? Innanzitutto direi ai giovani di usare la testa per evitare di trovarsi in situazioni spiacevoli, perché poi è troppo tardi. Inoltre direi loro di non aver paura dell’altro, di andare oltre il senso comune su citato grazie anche ai molteplici mezzi di comunicazione che oggi abbiamo a disposizione. In sintesi, cari ragazzi,  “divertiamoci, però con la testa“.  Note libro: Matteo Schianchi, La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Milano, Feltrinelli, 2009 (Serie Bianca), 176 pagine, 14 euro (in libreria dal 15 gennaio 2009).
 

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Una patologia inquietante: Borderline

Un tempo si diceva che il borderline era il cestino della carta straccia dove finivano tutti i pazienti ai quali non si riusciva a fare una diagnosi, non erano nevrotici, troppo malati, ma non erano neppure francamente psicotici e allora borderline.
Che significa questa parola? Che sono pazienti che stanno sempre al bordo della psicosi senza caderci dentro e senza  essere capaci di arrampicarsi sulla nevrosi.
Oggi questi pazienti sono notevolmente aumentati e il borderline è diventata una diagnosi di tutto rispetto, sono pazienti che si è iniziato a vedere nei nostri studi sempre più spesso.
Le caratteristiche di questa patologia sono molteplici, intanto una grande ansia fluttuante paragonabile a quella psicotica per intensità, per non sentire il dolore psichico si tagliano con lamette o taglierini, di solito sulla braccia, dove sono visibili, questi tagli infatti sono anche una richiesta di aiuto, a volte in punti nascosti e sono le ferite più gravi, i tagli più profondi, Spesso sono anche tossici di ogni sostanza abusano di cocaina, eroina, anfetamine, ectasi, senza fermarsi su nessuna in particolare, solo la canna è di solito giornaliera e ovviamente non hanno un controllo quindi possono farsi anche 8 canne al giorno, solito discorso per i farmaci che gli vengono prescritti, possono ingurgitare anche 7 pillole insieme, spesso svenendo o cadendo addormentati, dopo di che per svegliarsi assumono coca e per addormentarsi di nuovo un abuso di farmaci. Insomma la caratteristica principale è che sono preda degli impulsi, non hanno nessun controllo, sono eccessivi  e privi di controllo in tutto, anche sessualmente, spesso sono bisessuali e si possono invaghire di una persona dell’altro sesso o dello stesso sesso indifferentemente, anche qui sono eccessivi come sempre, ad ogni delusione amorosa minacciano il suicidio e ci si può credere perché purtroppo sono pazienti che collezionano una serie di tentati suicidi, ma sempre con mezzi inappropriati, come in tutte le cose sono sul bordo, non riescono e a vivere e non riescono a morire.
Per curare un borderline ci vuole molta calma e una grande forza d’animo, sono pazienti che lasciano la Terapia spessissimo, poi tornano, poi la rilasciano….minacciano il suicidio, tornano con nuovi tagli o con nuove storie di abuso di farmaci e droghe, il loro intento inconscio è quello di tenerti sempre sulla corda “Vediamo se ti preoccupi per me e se mi ami“ Quindi diventa difficilissima la gestione, ci vuole molto polso contemporaneamente bisogna sempre mostrarsi preoccupati per loro, a volte è utile minacciare un’interruzione della Terapia ad un nuovo tentativo di suicidio o quando si fanno molto male, spesso queste minacce per un po’ riescono.
A me fanno molta pena anche se la fatica di aiutarli è improba e ogni volta si ricomincia da capo, ma a volte ti dicono un “Le voglio  bene“ che mi commuove e mi spinge ad andare avanti in questo difficile compito

Dr. Gianna Porri

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