L’URLO SILENZIOSO DI ZOE

Ho 30 anni, sono single da diverso tempo. La mia paura più grande è il pensiero di perdermi le cose belle della vita. Mi manca tantissimo il rapporto di coppia. In passato ho vissuto una bella storia d’amore e quindi so che sono in grado di dare molto alla persona amata; posso quindi affermare che l’amore è un sentimento che parte dal nostro cuore. Chi è veramente innamorato è pronto a dare il meglio di sé all’altro. Perché si è protesi verso l’altro. Il compagno o la compagna con cui vivi questo intenso rapporto diventano più importanti di te stesso. Ti accorgi di spendere tutto nel rapporto e questo diviene fonte di felicità condivisa, perché si è dentro l’altro si riesce a diventare addirittura l’altro, quando si ama. Il sesso, per me è cosa ben distinta da tutto questo, con gli anni ho imparato la differenza che c’è tra queste due esigenze, entrambe presenti. Il sesso quando non è manifestazione dell’amore, diventa puro istinto, esaurendosi nel breve tempo del piacere fisico. Ultimamente ho fatto vari tentativi per conoscere persone nuove ed interessanti. Ho usato internet, ma ormai il virtuale ha accelerato la conoscenza delle persone fino a rendere tutto troppo veloce, arido, diretto e deludente.
Meglio conoscere persone in vari contesti e situazioni reali, direte voi… già! Ma in questo tipo di approccio sono timida e trovarsi davanti a dei bei ragazzi quando sei accompagnata dalla nonna o dalla badante… non è proprio la condizione ideale per fare colpo su qualcuno!
Ho chiesto ai miei amici di presentarmi un ragazzo, ma sono inspiegabilmente tutti fidanzati o sposati!
Mi rendo conto che quando sto in giro da sola e noto un bel ragazzo penso “sicuramente è già impegnato e poi perché dovrebbe cercare di conoscermi veramente visto che la prima cosa che si nota di me, è il mio handicap?!” Ho paura: ho solo 30 anni e me ne sento 60!
Se non le vivo ora certe cose quando le vivrò?
Una volta ho spiegato ad un sacerdote che sentivo il bisogno ed il desiderio di dare e ricevere Amore e che sapevo che la parrocchia era frequentata da tanti ragazzi… (la domanda che ho lasciato intendere era “non è che per caso mi può presentare qualcuno”?) La risposta è stata “prega, perché solo Dio ti può aiutare in questo, noi uomini non possiamo fare niente. Affidati a Lui.”
Non sono per nulla d’accordo con la sua affermazione!
L’amore è il cardine e la benzina della chiesa, della religione e dell’umanità. Anche papa Giovanni Paolo II si è reso conto di quanto l’amore, l’affettività e la sessualità siano importanti per le persone disabili. Riporto le parole del Santo Padre pronunciate ad un convegno sulla disabilità  svoltosi in Vaticano: “La persona disabile come le altre e più delle altre ha bisogno di amare e di essere amata, di tenerezza, di vicinanza e di intimità”. – L’intervento di Papa Giovanni Paolo II è avvenuto durante il simposio internazionale su “Dignità e diritti della persona con handicap mentale” svoltosi in Vaticano, organizzato dalla Congregazione per la dottrina della fede in occasione dell’Anno europeo delle persone disabili. – “La persona disabile – ha proseguito il Papa –  come le altre e più delle altre ha bisogno di amare e di essere amata, di tenerezza, di vicinanza e di intimità”.

Wojtyla invoca “particolare attenzione per la cura delle dimensioni affettive e sessuali della persona handicappata.  Una società – prosegue il pontefice- che desse spazio solo ai sani, ai perfettamente autonomi e funzionali, non sarebbe una società degna dell’uomo”.
Le parole del Papa mi hanno suscitato rabbia la prima volta che le ho sentite e me la suscitano ancora oggi: possibile che solo lui abbia capito un diritto così bello, giusto e profondo? Possibile che se se ne parli – non solo Wojtyla si è posto il problema, spesso i normodotati organizzano congressi e tavole rotonde su questa importante tematica – è solo pura teoria perché in Italia ci sono ancora un’infinità di pregiudizi, barriere culturali e troppa ipocrisia. Riusciremo mai a superarli?
C’è l’ipocrisia in tutti noi e siamo pieni di pregiudizi. Spesso giudichiamo le persone da come sono vestite, dalle cadenze dialettali che usano nel parlare, dall’università che frequentano, dal quartiere dove vivono e via dicendo. È assurdo che ci precludiamo la possibilità di conoscere le persone perché ormai siamo impastati di troppa fretta e preconcetti al tal punto che non ce ne rendiamo più conto. Ci sono anche la folle corsa e le regole che ci impone la società. Dobbiamo studiare per lavorare. Dobbiamo lavorare per fare carriera e per avere più soldi. Dobbiamo spendere i soldi che guadagniamo. Bisogna avere sempre di più, lavorare, consumare e spendere. Bisogna cercare sempre il massimo dalle cose, dalle situazioni, dalle persone e in qualche caso anche da noi stessi!

Chi se la sente di dire: “io sono al di fuori di questo meccanismo che disprezzo con tutte le mie forze?!” Io non me la sento di fare un’affermazione così netta e decisa… purtroppo!
Non è solo un problema di handicap (certo chi ce l’ ha, come dice la parola stessa, chi ha un handicap, parte già con uno svantaggio rispetto a chi non ce l’ha!); anche le persone timide si possono rispecchiare in una riflessione del genere.
Intanto qui, nel nostro Paese, la questione rimane tabù o vuota chiacchiera. Già nel 1983, qualcuno aveva rivelato il fatto che discutere e approfondire la sessualità insieme all’handicap, veniva vissuto e commentato come qualcosa di scandaloso, moralmente sporco e deplorevole, fino a diventare quasi un ossimoro. L’unica strada per parlare correttamente di handicap e amore, è imboccare la via dell’amicizia, al posto dell’amore inteso e vissuto fino al midollo,  anche nella propria sessualità. Come se questo corpo che non funziona tanto bene, non possa permettersi di provare intensamente sensazioni forti e profonde, avvolgenti e irresistibili. Come se, nel mal senso comune risuonassero frasi tipo “Accontentati di una bella amicizia. Sei fortunato a conoscerlo, viste le tue condizioni. È già tanto che sia un tuo amico!”.
Anche i dati non fanno bene sperare; infatti in Italia Il 36,2% delle donne con disabilità e il 13,2% degli uomini vivono da soli. Ma la situazione è molto eterogenea a seconda delle età. L’82% degli uomini con disabilità tra i 15 e i 44 anni è celibe, mentre le donne disabili nubili sono il 75,5%. I valori si invertono con l’aumentare dell’età. Tra i 45 e i 64 gli uomini celibi sono 23,9% dei maschi disabili e le donne il 18,8%. Oltre i 65 gli uomini celibi sono il 7,5% e le donne nubili il 9,5%. Separazioni e divorzi sono leggermente più diffusi tra le donne con disabilità che non tra gli uomini.
Mi vengono in mente le parole di un mio amico disabile, che si lamenta del fatto che in Italia solo i normodotati parlano della nostra sessualità e dei nostri problemi. Secondo lui, noi disabili dovremmo organizzarci fino a formare un vero e proprio partito o movimento politico, in quanto le tante associazioni che si occupano dei vari aspetti della vita delle persone disabili non sono risolutive perché ognuna di loro tira acqua al proprio mulino, curando un solo aspetto dei bisogni delle persone di cui si occupa e non avendo una visione d’insieme, complessa della vita o del tipo di vita che i disabili vivono e vogliono vivere.
In Olanda ci sono le operatrici del sesso per le persone handicappate. La Asl olandese   passa una volta al mese questo “servizio” e le  donne vanno a casa dell’assistito. La scadenza, ho letto, è volutamente fissa e sporadica perché in questo modo  anche  la persona disabile ha garantito il diritto a soddisfare quello che è un suo bisogno primario e naturale, ma allo stesso tempo non si affeziona troppo all’ “operatrice” ed è stimolato, quando è in grado di poterlo fare, a cercare altre situazioni amorose.
Non condivido né l’eccesso dell’Olanda né le chiusure e l’ipocrisia dell’Italia. Tra i comportamenti agli antipodi dei due paesi presi in esame non c’è un comportamento giusto ed intermedio. Purtroppo ci sono solo gli estremi ed il mal costume…
Da noi troppi genitori sono ancora terrorizzati nell’immaginare il proprio figlio o figlia disabile in effusioni  amorose e sessuali.
A mio avviso possono esistere delle ragioni che argomentino questo terrore con la conseguente incapacità di una consapevole e serena comunicazione su questo tema. Penso che da un lato i genitori si sentano presenti ventiquattro ore su ventiquattro su tutti gli aspetti e su tutti i vissuti dei propri figli disabili, come se ogni minuto, ogni secondo, ogni attimo che i figli vivono, debba essere obbligatoriamente condiviso, “perché è così che è la loro vita”, “perché hanno sempre bisogno di noi per qualsiasi cosa”. Ora su questo particolare aspetto, è come se si costituisse un vuoto e ci fosse esigenza di crearselo questo vuoto, perché è ovviamente impensabile essere presenti anche in  questa dimensione, in queste circostanze private, intime, personali. Quindi è meglio immaginare che tale esigenze possano essere sostituite, rimosse, sublimate da altre compensazioni affettive, come quelle belle amicizie tra “i normali” e “i disabili” di cui ho parlato prima. Molto più rassicurante. E risolutivo. Niente sesso… niente amore con il sesso… che mera illusione è questa. Ma d’altronde la responsabilità non è solo dei genitori. A facilitare questa  illusione ci pensano per bene i figli stessi, che abituati a condividere e a voler (sentendosi inconsapevolmente costretti) condividere tutti i racconti, tutte le cose che a loro capitano, tutti i fatti che li riguardano, tutte le ingiustizie sociali subite – ecco di fronte a questo flusso di racconto spesso non proprio spontaneo, ma indotto –  come si fa a condividere o a raccontare cose così intime, così private? E quindi pian piano i figli disabili si convincono che siccome alcune cose non si possono raccontare agli altri, beh, meglio pensare che non sia concesso viverle… con buona pace di tutti.
Di certo ci saranno e sono convinta che ci siano eccezioni. Ad esempio, negli anni della mia adolescenza, quando parlando con le mie compagne di classe ho capito che i bambini nascevano per precise inconfutabili ragioni, ho avuto in mia madre un’ottima confidente… anzi lei fin dalle mie prime domande,  mi rispondeva con grande semplicità e naturalezza, ma senza omettere nulla e senza essere mai vaga e generica. Via via che crescevo, e man mano che sentivo in televisione o dalle mie stesse amiche parlare di argomenti quali, ad esempio la masturbazione e gli anticoncezionali (vari e ognuno con una precisa caratteristica e spiegazione), potevo con mia madre chiedere liberamente, conversare con assoluta serenità, e approfondire tutto quello che mi incuriosiva … al riguardo! Anzi… è stata lei a dirmi “quando senti dei discorsi sull’amore e sul sesso che non riesci a comprendere completamente… non chiederlo alle tue coetanee, che ne sanno quanto te… ma parlane con me che… come vedi ti rispondo e ti spiego tutto quello che hai bisogno di sapere”. Sono passati tanti anni da quella fase della mia vita, ma ancora oggi ho dei bei ricordi che porterò con me anche crescendo, negli anni. Per questo stimo e ringrazio tanto mia madre per come ha affrontato  questo particolare aspetto della vita e della mia adolescenza.
Tutta questa preparazione e consapevolezza che ho avuto il privilegio di avere, grazie a mia madre, da un lato mi è servita tanto, per poter essere innanzitutto disinvolta nel parlarne, nonché nelle mie prime esperienze sentimentali e sessuali, dall’altro, nella pratica, soprattutto negli ultimi anni, mi sono purtroppo resa conto di quanto sia difficile trovare la corrispondenza reale degli amorosi sensi dentro la corrispondenza di anima e cuore, di cui ho parlato all’inizio. E se da piccola poteva bastarmi la teoria,  nel sapere come funzionavano certi meccanismi, sapendo benissimo a chi rivolgermi… da ragazza adulta quale sono adesso, beh, facendo conto esclusivamente su me stessa e su nessun altro, ho scoperto anche il senso di solitudine e frustrazione che ne deriva, quando ci si mette in gioco, o quando si è alla ricerca di questo tipo di felicità o condizione, avendo la consapevolezza che nessuno ti può veramente aiutare.

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