Amore e sessualità, un’occasione per un cambiamento sociale e culturale

 In un mio articolo sull’handicap l’amore la sessualità in rapporto alle famiglie, scritto un anno fa  affermavo che: “Per quel che attiene alla vita sessuale di una persona disabile ritengo che i disabili debbano essere aiutati e compresi per arrivare ad avere un’attività sessuale cosciente anche fuori del matrimonio o della convivenza; come accade naturalmente per tutti gli uomini e le donne che scoprono queste pulsioni. Nella cultura attuale permangono ancora pregiudizi e negazione della sessualità dell’handicappato.“

A distanza di tempo dal post sopra citato torno a riflettere, su questo argomento, su quanto sia importante e difficile averne una piena coscienza e su come troppo spesso in Italia si neghi al disabile anche la conoscenza di semplici situazioni che fanno parte della vita.

Negli ultimi anni ci siamo trasformati, parlo di noi occidentali, in “maleducati sentimentali“, cito qui Massimo Gramellini. Oggi parlare di amore, di temi quali spiritualità e sentimenti, è divenuto un tabù. Non ci si pone alcuno scrupolo a toccare il fondo del degrado e della volgarità, ma ci si imbarazza a esprimere ciò che si prova. Ci siamo disabituati a riconoscere e distinguere i sentimenti dalle emozioni. I primi hanno alla base una progettualità reale e sono molto vicini ai sogni; le seconde sono estemporanee, nascono dalla pancia, dal cuore, ma non sempre arrivano al cervello. Possono trasformarsi in sentimenti, ma anche sfumare via. 

Cosa è la sessualità?

La sessualità si può, a mio avviso, definire come un aspetto fondamentale e complesso del comportamento che riguarda da un lato gli atti finalizzati alla riproduzione e alla ricerca del piacere, e da un altro anche gli aspetti sociali che si sono evoluti in relazione alle caratteristiche diverse dei generi maschile e femminile. L’ambito sessuale investe la biologia, la psicologia, la cultura, riguarda la crescita dell’individuo e coinvolge tutta la sua vita relazionale. Il termine “sessualità” quindi è riferito più specificatamente agli aspetti psicologici, sociali e culturali del comportamento sessuale umano, mentre col termine “attività sessuale” ci si riferisce più specificatamente alle pratiche sessuali vere e proprie.

In certe famiglie capita ancora e troppo spesso che si faccia di tutto per NON far conoscere al disabile nozioni semplici sulla sessualità e sull’amore, poi si esulta se lui o lei hanno perso la verginità. Magari ciò accade, ma non ci si interroga se è stato sesso o amore, se c’era abbastanza consapevolezza o se un adulto disabile rimanga un adolescente nell’approcciarsi e nel vivere la sessualità. I disabili che vivono determinate situazioni e si ritrovano in un contesto sociale e affettivo iper protettivo, dopo la prima o le prime esperienze, non si chiedono se si è trattato di amore o più semplicemente e banalmente di un atto sessuale! Queste persone disabili, sembrano a volte distanti, disinteressate e poco consapevoli di loro stesse per capire l’enorme, profonda e fondamentale differenza tra amore e sessualità! Da questo punto di vista, ad un handicap fisico o sensoriale si aggiungono problemi rilevanti sotto l’aspetto affettivo, di consapevolezza di sé, dei propri limiti, delle proprie capacità ed anche su come relazionarsi con gli altri. Il risultato può essere che se non adeguatamente supportati ed aiutate, queste persone rimangono come ragazzi immaturi incapaci di reagire ad un iper protezione della famiglia e talvolta della società. Può succedere che una persona disabile dica “TI AMO“ o “HO VOGLIA DI FARE L’AMORE CON TE“ quando andrà a compiere un atto privo di passione ed erotismo; teso a soddisfare un proprio istinto, senza quella sana consapevolezza volta a dare piacere ed a raggiungere  il piacere DI ENTRAMBI.

È un’amara realtà soprattutto degli uomini. È cosa ricorrente, riscontrata tra i normodotati ed anche tra  persone disabili che si sono fatte un’idea sbagliata e totalmente diversa dalla realtà, oltre ad avere una visione egocentrica e narcisistica del rapporto. Ci sono dei disabili ben integrati nella società, nella scuola, nel mondo del lavoro, che li portano ad avere piena coscienza di sé ed una vita socio-affettiva completamente normale. Ma esistono ancora molte realtà di emarginazione e vergogna dove la persona disabile ha come unica fonte per affrontare certe tematiche Internet, accedono con facilità a contenuti pornografici… Il rischio di farsi un’ idea distorta dell’amore e della sessualità è elevato. Inoltre questi disabili non possono e non devono parlare o confrontarsi liberamente su determinati argomenti, quindi rimangono poche idee sentite qua e là dentro e fuori il web, che spesso sono ben lontane da quella che è la realtà dei fatti.

La sessualità è parte della vita dell’essere umano, ma sembra che molti genitori ed insegnanti non riescano a spiegare questi aspetti agli adolescenti e provino ancor più imbarazzo a parlarne con un disabile. Se i ragazzi trovano le dovute spiegazioni tra amici dello stesso sesso e si approcciano spesso in età adolescenziale con i primi baci e le prime esperienze, per un disabile questo confronto è più difficile da instaurare e le prime esperienze avvengono in età adulta. È  proprio per questo che si dovrebbe “educare“ il ragazzo anziché reprimere le sue normali pulsioni. Su internet sembrano emergere schiettamente le difficoltà che un disabile incontra nel vivere l’erotismo e l’autoerotismo, ma poi certe tematiche non hanno seguito nella vita reale. Anche l’amore sta correndo il rischio di esistere solo via chat, facebook e nei forum dedicati alla disabilità. Su tali supporti l’inibizione viene meno e tutte le fantasie possono essere comunicate. Una persona che ha già avuto le sue esperienze è in grado di scindere e filtrare i messaggi virtuali; ma ci si dovrebbe interrogare di più sugli effetti che tutto ciò può avere su una persona che ha solo queste come “nozioni, modello, riscontro e sfogo“.

Il genitore, l’insegnante, lo psicologo, il terapista dovrebbero essere in grado di far capire al disabile che il sesso non è una cosa sporca, da nascondere, negare, proibire, senza dare spiegazioni o motivazioni. Il cattivo uso della sessualità può trasformarla da elemento positivo ad elemento negativo nella vita affettiva-relazionale di un individuo.

Un’ interessante articolo di Antonio Giuseppe Malafarina parla dell’idea di realizzare un cortometraggio dove si mette il luce il rapporto madre figlio di fronte al desiderio. La storia, può essere uno spunto di riflessione: narra di un bambino che diventa grande e una madre che lo segue attutendone la disabilità, come spesso avviene in molte famiglie. Fra i due protagonisti si instaura una grande complicità finché nel rapporto non si inserisce una terza persona. Una donna. E una donna, peraltro, che non c’è. Sta fotografata su un cartellone pubblicitario e appare all’improvviso su una strada che madre e figlio percorrono in macchina. L’adolescente ne è attratto. La madre non sa come reagire. Capisce che è giusto che sia così, che andrebbe guidato, ma non sa come stabilire un rapporto fra suo figlio e il mondo della sessualità, ovvero quello dell’amore al di fuori di ciò che lui aveva sempre conosciuto con parenti e amici.

E adesso? La madre è angosciata. Il figlio è confuso. Quale soluzione trovare? Ne proporrà una, se la proporrà. Il regista Franco Montanaro nel suo cortometraggio definisce Amore come lo stare svegli tutta la notte con un bambino malato. O con un adulto molto in salute. spiega il senso del corto con queste parole: «La madre del ragazzo compie un percorso, non a cuor leggero, non facile, in cui per amore verso il figlio compie un cambiamento, supera un preconcetto ma si scontra con la realtà che questo preconcetto non riesce ancora a superarlo».

Molte madri che si trovano nella medesima situazione, in diversi paesi scoprono un sostegno importante nella figura dell’assistente sessuale. In Italia questa figura professionale ancora non è riconosciuta. Ritengo che per alcuni tipi di disabilità medio-gravi  questa figura sia indicata, ma in altri casi, dove c’è solo un problema motorio LIEVE o sensoriale non trovo giusto che ci si rivolga a questa “figura“: le regole alle quali  spesso questi “operatori“ si attengono sono rigide (si esclude la penetrazione ed il rapporto orale) e non permettono di far vivere al disabile un rapporto sessuale “completo“, quando magari la persona sarebbe in grado di maturare e viversi normalmente determinate esperienze. Chissà quando cambieremo il nostro modo di pensare anche fuori dal web? Sarebbe una svolta importante per il nostro paese ed una crescita culturale enorme.

 

Continua a Leggere

Disabilità, sessualità e famiglia: la condizione in Italia. (aggiornato il 22/7/2013)

In questo mio articolo sull’handicap affermavo che: “Per quel che attiene alla vita sessuale di una persona disabile ritengo che i diversamente abili debbano essere aiutati e compresi per arrivare ad avere un’attività sessuale cosciente anche fuori del matrimonio o della convivenza; come accade naturalmente per tutti gli uomini e le donne che scoprono queste pulsioni. Nella cultura attuale permangono ancora pregiudizio e negazione della sessualità dell’handicappato.“

A distanza di tempo dal post torno a riflettere, su questo argomento, su quanto sia importante e difficile averne una piena coscienza e su come troppo spesso in Italia si nega al disabile anche la conoscenza di semplici situazioni che fanno parte della vita.

Si fa di tutto per NON far sapere al disabile e poi si esulta se lui o lei hanno perso la verginità. Magari accade ma non ci si interroga se è stato sesso o amore, se c’era abbastanza consapevolezza o se un adulto disabile rimanga un adolescente nell’approcciarsi e nel vivere la sessualità. I disabili i primis purtroppo, dopo la prima o le prime esperienze, non si chiedono se si è trattato di amore o più semplicemente e banalmente di un atto sessuale! Sembrano a volte distanti,  disinteressati e poco consapevoli di loro stessi per capire l’enorme e fondamentale differenza tra amore e sessualità! Purtroppo si dice “TI AMO“ o “HO VOGLIA DI FARE L’AMORE CON TE“ quando poi si va a compiere un atto privo di passione ed erotismo; teso a soddisfare un proprio istinto, senza quella sana consapevolezza volta a dare piacere ed a raggiungere  il piacere INSIEME. È un’amara realtà che porta la persona disabile a farsi da solo un’idea sbagliata e totalmente diversa dalla realtà, oltre ad avere una visione egocentrica e narcisistica del rapporto. Oggi molti navigano in internet, accedono a contenuti pornografici… Il rischio di farsi un’ idea distorta dell’amore e della sessualità è elevato. Inoltre spesso, un disabile non può e non deve parlare o confrontarsi liberamente su determinati argomenti quindi rimangono poche idee sentite qua e là dentro e fuori il web.

In molti paesi c’è già la figura dell’assistente sessuale forse in Italia si arriverà ad avere queste operatrici. A mio per alcuni tipi di disabilità medio-gravi  questa figura è indicata, ma in altri casi, dove c’è solo un problema motorio o sensoriale non trovo giusto che ci si rivolga a questa “figura“: le regole alle quali  spesso questi “operatori“ si attengono sono rigide (si esclude categoricamente la penetrazione ed il rapporto orale) e non permettono di vivere al disabile un rapporto sessuale “completo“, quando magari la persona sarebbe in grado di maturare e viversi normalmente determinate esperienze.

Quanto ci vorrà per aprire le menti e cambiare l’approccio a certe tematiche, cominciando proprio dai disabili e poi anche coinvolgendo a normodotati?

———– 

Vi invito a leggere anche l’articolo conrelato: “l’urlo silenzioso di Zoe” :

http://www.piccologenio.it/2012/03/28/lurlo-silenzioso-di-zoe/

—————

In Italia  si tende ancora oggi a nascondere la disabilità o alcuni aspetti della vita di un disabile. L’universo delle persone diversamente abili è ai più sconosciuto. Gli unici aspetti a cui viene attribuita importanza sono quelli considerati principali, come lo studio, il lavoro, le cure riabilitative etc… La vita di un disabile, come quella di tutti, si compone, però, di molti altri aspetti ugualmente fondamentali come l’affettività, l’amore e la sessualità. Si cade spesso nell’errore di non comprendere che una persona con handicap fisico sia perfettamente in grado di vivere una relazione sentimentale. La diffusa ignoranza sul tema porta a non fare le dovute distinzioni tra un handicap e l’altro, ad esempio tra una disabilità motoria ed un ritardo cognitivo.
Secondo una recente ricerca si rinviene che in Italia, circa il 30% delle famiglie vive l’esperienza di una disabilità totale o parziale. Queste famiglie sono state abituate a vivere la disabilità in silenzio, in un mondo parallelo a quello dei cosiddetti normodotati. Siamo nel terzo millennio ed è arrivato il momento di affrontare seriamente i problemi dei disabili e dello loro famiglie. Bisogna iniziare a lavorare per abbattere le barriere culturali della disabilità. Sappiamo che in Italia, nel censimento decennale, l’ISTAT non inserisce il questionario relativo alla disabilità. Per una corretta programmazione bisogna sapere, non solo quanti sono i disabili, ma anche il tipo di handicap, perché i bisogni di un diplegico sono diversi da quelli di un tetraplegico o di un cieco, un autistico, un disabile mentale o un pluriminorato. E diversi sono i bisogni di un bambino rispetto ad un giovane o un anziano disabili.
L’amore e la sessualità non sono immuni da questo modo di pensare. Nei rapporti di coppia l’apparenza  mantiene un primato inamovibile. Purtroppo ancora oggi capita di frequente che ci si fermi al primo impatto, che nel caso delle persone disabili è sempre quello più negativo, senza dare la possibilità di far conoscere le qualità e i difetti della persona.  Questo sfavorisce tutti, ma in particolare ragazzi e ragazze belli e intelligenti, ma con problemi a deambulare. Migliaia di occasioni di conoscere l’interiorità di una persona vengono sprecate per la fretta e la superficialità che ci assillano e che ci fanno decidere a priori di non voler approfondire la conoscenza di un individuo.

Come sostiene Renato Pigliacampo, nel suo libro “Handicappati e pregiudizi: assistenza, lavoro, sessualità“, nel contesto dei rapporti di coppia tra persone disabili o tra disabili e normodotati, c’è da verificare che è, di solito, l’uomo portatore di handicap a convivere o a sposare una donna normale. L’uomo sano che sposi o conviva con una portatrice di handicap è molto raro. Probabilmente sono forti le resistenze psicologiche nell’uomo che desidera, col matrimonio, uno status che lo innalzi socialmente e lo gratifichi. Gli stessi presupposti sono presenti nell’handicappato che “cerca“ un patner normale per superare lo svantaggio fisico o sensoriale (se non proprio in termini riabilitativi) almeno su aspettative di gratificazione psicologica che gli permettano un inserimento nel contesto comunitario. D’altro canto trovo negativo scegliere il proprio patner in base a quanto la sua disabilità sia simile alla propria; questo potrebbe indurre i disabili ad avere molti pregiudizi sia sui normodotati sia sugli altri disabili con problematiche diverse. Condivido con l’autore del sopracitato libro, che sia un pericoloso pregiudizio pensare di suddividere le persone a seconda di un aspetto o di una caratteristica. Potrebbe trattarsi di un comportamento narcisistico, di una ricerca esasperata di una riproduzione di noi stessi, fuggendo da chiunque si presenti diverso.
Per quel che attiene alla vita sessuale di una persona disabile ritengo che i diversamente abili debbano essere aiutati e compresi per arrivare ad avere un’attività sessuale cosciente anche fuori del matrimonio o della convivenza; come accade naturalmente per tutti gli uomini e le donne che scoprono queste pulsioni. Nella cultura attuale permangono ancora pregiudizio e negazione della sessualità dell’handicappato. Oggi fanno notizia e creano scalpore le più banali dinamiche sentimentali tra coppie “normali“, queste, anche nella loro forma più  sobria, vengono inevitabilmente amplificate all’ennesima potenza quando i protagonisti sono persone disabili. Tali preconcetti e questa concezione errata del sesso spesso vengono assimilati dalla mentalità del disabile, cresciuto con una certa educazione retrograda che ha come epilogo un rapporto morboso e alienato con la sessualità propria e di coppia. In alcuni casi trovo che invece di impedire, vietare e alzare barriere anche dove non dovrebbero esserci, sarebbe più opportuno “insegnare“ ad avere un approccio meno problematico all’erotismo. Oggi ci mostriamo indifferenti ad alcune ostentazioni del corpo femminile sui mass media e per le strade delle nostre città. Tutto diventa apparentemente normale nella mentalità moderna, ma poi nelle micro situazioni come la famiglia, la coppia e le piccole realtà di paese, rimangono i tabù e gli stereotipi. Ci troviamo cristallizzati nei soliti schemi, anacronistici rispetto l’evolvere della società.
Queste dinamiche inibitorie determinano difficoltà per il disabile a crearsi situazioni familiari o di convivenza. Pigliacampo nella sua opera letteraria porta avanti un’indagine statistica sull’opinione comune riguardo l’opportunità che un handicappato costruisca un nucleo familiare. Alcune perle-risposte vale la pena di citarle per interno: “Da un deficiente psichico c’è poco da sperare. E’ meglio che non si sposi“; “sono troppo stupidi per apprezzare il matrimonio.“ Altri invece si esprimono così. “Hanno anche loro questo diritto“; “se lo vogliono si sposino e convivano!“. Come si constata si passa da un estremo all’altro: l’opinione comune a riguardo non è uniforme.
In conclusione è per me frustrante e deprimente rendermi conto che, a parte comunicare le mie idee scrivendo su Internet, non si tratta di una battaglia personale da poter intraprendere. Al termine di questo mio ragionamento, mi sento di considerare che si tratti di una questione generale e culturale. Mi domando quale potrebbe essere l’input di un cambiamento di tale portata. C’è chi sostiene che nel nostro paese una tale trasformazione sarà sempre ostacolata e impedita dall’importante influenza esercitata dalla presenza dello Stato Vaticano sul territorio nazionale. Non so se sia solo un modo per scaricare le responsabilità e continuare a non far nulla in quanto la “colpa“ non è nostra, ma di un’entità troppo potente rispetto ai singoli cittadini. Per quanti secoli ancora sopravviverà questa cultura nel nostro paese? Mi trovo a constatare una generale riluttanza da parte della maggioranza delle persone disabili nel battersi per i propri diritti e nello scontrarsi con le barriere all’interno delle quali la società li circoscrive. In questo invito alla contestazione mi rivolgo, ovviamente, a coloro i quali hanno avuto la fortuna di crescere in famiglia e di raggiungere un livello culturale che permetta loro una buona autonomia di pensiero. Quando decideremo di fare effettivamente qualcosa per migliorare in prima persona la nostra condizione?

Continua a Leggere

L’appassionante racconto di Zoe Rondini

Scritto da Redazione NEAR

http://www.retenear.it/2013/07/disabilita-e-discriminazioni-l-appassionante-racconto-di-zoe-rondini/

 15 luglio 2013

 Che Zoe parli di sé come di una persona nata viva sembra un’ ovvietà, ma neppure una riga del suo autobiografico “Nata viva“ risulta scontata: sono pagine appassionate e appassionanti, in un’alternanza originale di leggerezza e drammaticità, felicità e dolore profondi.

 Zoe nei primi cinque minuti di vita non ha respirato. Nel suo libro si racconta. Oltre alla sua disabilità ha dovuto superare tanti dolori e preconcetti. Ora che ha 31 anni ed è laureata, ha tanti progetti, un sito in cui tratta temi di disabilità e cerca di aiutare chi si trova difficoltà. Cinque minuti. Senza respirare. Zoe nei primi istanti della sua vita non ha respirato e quel breve black out ha poi provocato danni molto gravi al sistema nervoso centrale. Un’esistenza segnata da mille difficoltà, ricoveri, terapie, tempi più lunghi di apprendimento, ma grazie a chi ha creduto in lei e alla sua forza di volontà, ora Zoe è una donna. E’ diventata una scrittrice che scrive divinamente e racconta nel suo libro “Nata Viva“ la sua intensa vita, fatta di piccole e grandi vittorie. Zoe, in questa sua pubblicazione, ci fa conoscere le sue gioie, le sue paure, i suoi dolori. Scopriamo una valente autrice che ha tante cose da insegnarci.

 Comincia a raccontarsi fin dalla sua nascita e di come da piccola solo per camminare ha dovuto compiere tanti sforzi, anni e anni di fisioterapia. Più di un medico sentenziava che la sua vita sarebbe stata in sedia a rotelle. Così non è stato, grazie a milioni di esercizi e grazie alla caparbietà di sua madre e della nonna. Ora quando cammina, traballa pericolosamente, sembra sul punto di cadere da un momento all’altro, ma non cade, e se cade, in un attimo, si rialza prontamente. I danni riportati da quei famosi e maledetti cinque minuti sono disseminati in tanti muscoli e quindi tante difficoltà: nel camminare, nel leggere, nello scrivere, nel parlare. Ora, Zoe, guida, scrive tramite un pc (con la penna per lei è molto più complicato), gira il mondo, ed è una vera forza della natura. Questo libro è un grande incoraggiamento a non mollare mai, a vivere pienamente la vita e a non uniformarsi alla massa. La sua storia “punta il dito“ verso una scuola spesso poco attenta alle necessità di un disabile e di come tanta gente sfugga chi è diverso. Evidenzia anche tante figure che nella sua vita le hanno regalato amore, coraggio, tra le tante, una su tutte, una nonna eccezionale che l’ha spronata in tutti i modi e ha sempre creduto in lei. 

Il libro ruota tutto intorno a due elementi chiave che lo rendono particolarmente efficace: il primo è la convinzione di Zoe secondo cui “negare le differenze non è un’arma per combatterle“. Niente di più lontano dall’ipocrisia del politically correct con cui si affronta spesso il mondo della disabilità: negandolo, sostanzialmente, e cercando di ignorare le diversità. E il secondo ne è una diretta conseguenza: non basta riconoscere la disabilità per quel che è. È fondamentale potercisi e, soprattutto, volercisi misurare.

 Zoe cerca persone che siano disposte a coinvolgersi veramente con lei, a condividere la sua vita per intero, senza riserve né fughe. A chi le sta accanto, dai familiari ai compagni di scuola, chiede un rapporto umano pieno e leale che non lasci indietro niente, ed è questa disponibilità che osserva, racconta e giudica. Chiede tanto e dà tanto, Zoe, a chi incontra e anche quando scrive: mette in gioco tutta se stessa con il lettore e non gli risparmia niente delle asprezze nel rapporto con sua madre, dell’ assenza del padre, del bullismo a scuola, della durezza della riabilitazione. Ma anche delle amicizie preziose, delle vacanze al mare, del bellissimo viaggio a New York e del dolore grande per una morte improvvisa e dolorosissima, che l’ha spinta a scrivere. È l’avventura di una vita, di una persona, appunto, “nata viva“.

 Nel suo romanzo di formazione Zoe costringe il lettore a non dimenticare mai lo scarto enorme che c’è tra vivere ed esistere, inchiodandoci all’idea che per nascere veramente, ad ogni occasione, bisogna sentirsi vivi, gridarlo e raccontarlo al mondo intero.

 Buona lettura!

Continua a Leggere

Basta guardare il cielo

Di Gianfranco Chieppa

 E’ vero, quando si nasce siamo soli, non posso negarlo, ma appena i nostri occhi si aprono al mondo, non siamo più soli, intorno a noi ci sono persone pronte a darci tutto l’amore necessario per vivere.

Durante il nostro cammino di vita, viviamo esperienze memorabili e altre meno. Situazioni, tutte, che ci conducono alla crescita personale, incontriamo e conosciamo varie persone, persone a cui daremo un senso, un valore, e decideremo di ritenerle amiche o semplicemente conoscenti.

Ma fin da piccoli, sentiamo dentro di noi la necessità di vivere con la gente, di socializzare, condividere esperienze, giocare, ridere con qualcuno a cui riponiamo la nostra fiducia.

Emerge in noi l’importanza e la bellezza dell’amicizia, la quale deve liberarsi della gelosia, dei pregiudizi che contribuiscono a rendere le persone vuote,  amicizia, che non  deve avere nessun interesse verso il grado sociale del proprio amico, ma, deve desiderare solo il bene, la gioia e la protezione di cui entrambi hanno bisogno.

Credo fortemente nell’amicizia, convito che non si può vivere soli, la voglia di parlare, condividere, abbracciare, stringere le mani con affetto, pronunciare e sentirsi dire: io ti voglio bene, è un emozione che non ha tempo,è un emozione di cui abbiamo bisogno per sentirci vivi.

Questa mia piccola introduzione prende vita dalla lettura di un libro veramente ricco di emozioni, un libro la cui lettura vola via in un soffio, BASTA GUARDARE IL CIELO di RODMAN PHILBRICK.

Leggendo questo libro, ci si accorge quanto sia importante il rapporto tra due persone, in questo caso tra due ragazzi diversi e speciali, Max e Kevin.

Un rapporto che elimina le diversità, perche un rapporto fondato, sull’affetto, sullo scambio di emozioni… sull’AMICIZIA.

Max è un ragazzo grande e grosso, e dicono tutti, un po’ scemo. Kevin ha una rara malattia che ha impedito al suo corpo di svilupparsi. Sono tutti e due soli, ma sono anche la cura che serve all’altro ( questo appena detto è l’importanza dell’amicizia. La cura, per  il malessere… conducendoli verso la libertà).

Insieme i due protagonisti sono capaci di fare qualsiasi cosa, anche la più impossibile, ovvero non farli sentire più né stupidi né malati, ma solo splendidamente vivi.

 

Continua a Leggere