l’esperienza del tantra vissuta da una donna normodotata ed un uomo disabile. Due testimonianze a confronto per capire e sapere.

“Il sesso senza amore è un’esperienza vuota,  ma fra le esperienze vuote è una delle migliori!“. Woody Allen.

A volte la scintilla è diversa, coinvolge più sensi, coinvolge la parte emotiva. Ci si innamora.

 L’amore è coinvolgimento. Il rapporto a letto diventa dunque non solo un’esperienza fine a sé stessa, ma coinvolge la parte emotiva, è il coronamento di qualcosa già in atto.

Diciamocelo, perché no alle esperienze vuote (come le chiama Woody Allen) ma l’amore è tutta un’altra cosa. Ecco che arriviamo al massaggio tantra, un’esperienza di anima e corpo che mira a rilassare e far godere la persona. Di questa saggia pratica ne ho già illustrato la metodica ed i benefici in due articoli:

http://www.piccologenio.it/2014/09/19/benessere-ed-arminia-per-corpi-e-menti/ Benessere ed armonia per corpi e menti.

e http://www.piccologenio.it/2014/07/23/il-piacere-magico-del-massaggio-tantrico/ il piacere magico del massaggio tantrico.

Nel primo link sopracitato avevo parlato di come e quanto questa pratica si possa sostituire alla figura dell’assistente sessuale, almeno fin quando nel nostro Bel Paese non cambieranno le leggi.

Ora vorrei parlare di un’esperienza forte  vissuta da un mio amico disabile. Lo chiamerò Andrea  (nome di fantasia). Andrea  viene da una famiglia molto credente, è laureato in teologia ed ha molti amici sia preti sia parrocchiani. È una solida amicizia la nostra. L’educazione cattolica cha ha ricevuto gli ha trasmesso che il piacere fine a se stesso, la masturbazione, l’amore fisico non finalizzato alla procreazione, sono peccati mortali. Quante fandonie si raccontano pur di avere il controllo sui popoli! Nel confrontarci e discutendo della cosa gli ho proposto un’altra versione, la mia, secondo la quale non si dovrebbe credere cecamente a tutte le “regole“ della Chiesa in quanto molte di esse sono state decise da uomini e poco c’entrano Gesù, Dio, la Madonna ect. Ero talmente colpita e in qualche modo turbata da quanto e come tante persone “normodotate“ fossero riuscite a fare “il lavaggio del cervello“ ad un soggetto, che, ci tengo a precisare, ha un problema motorio, ma per fortuna nessun decifit cognitivo. Quando dipendi di più dagli altri ci vuole più tempo e fatica per crearti una propria identità, carattere e libertà di pensiero. Oltre a parlarci a lungo, per cercare di farlo ragionare con la sua testa e far un po’ di pulizia dalle idee della Chiesa, ho scritto l’articolo: Chiesa e sessualità nella storia. Chiarimenti su luoghi comuni, modi di dire sull’amore fisico. Visibile al link:

http://www.piccologenio.it/2015/03/03/due-in-una-carne-chiesa-e-sessualita-nella-storia/

Venendo al punto di questo mio articolo, Andrea mi ha espresso più volte il suo desiderio di emanciparsi e di fare un’esperienza sessuale. All’inizio non me la sono sentita di prendermi la responsabilità di aiutarlo: il suo desiderio era legittimo e giusto, ma se ci avessero scoperto i suoi amici di Chiesa che ne sarebbe stato di noi? A quale punizione andavamo in contro? Forse la crocifissione come nostro Signore o meglio finire al rogo allungando la lista degli eretici?!

Mi sono consigliata con alcuni amici, tutti mi dicevano di aiutarlo a trovare, come desiderava, una brava massaggiatrice tantra. Il suo desiderio era nato dopo aver letto il mio articolo dove accostavo i benefici di tali pratiche ai bisogni e desideri delle persone disabili. Da prima l’indecisione… ma poi la decisione: aiutarlo era cosa buona e giusta!  La cosa mi è risultata  semplice… ho fatto delle ricerche e poi ho fornito un paio di contatti al mio amico. Sapevo che stava per fare una bellissima esperienza, in fondo cosa c’è di male? A chi faceva un torto essendo lui single? È vero che preti, suore ed amici parrocchiani gli avevano fatto il lavaggio del cervello, ma per fortuna non erano riusciti a spengerli il desiderio di amore, dolcezza e attenzioni che andava tanto cercando. I giorni prima dell’appuntamento Andrea  era curioso più che emozionato. Io ero felice per lui ma allo stesso tempo avevo paura che qualcosa andasse storto, che questa massaggiatrice non fosse brava o non avesse il giusto tatto. Ma pensavo anche il tantra è una cosa bella, il personale deve essere qualificato… mi chiedevo, perché mi sto facendo tante domande?

Dopo il massaggio mi ha chiamata per ringraziarmi. Era stata un esperienza bellissima, a suo dire si erano scambiati amore, attenzioni e coccole; si era rilassato come poche volte in vita sua. Poche sere dopo ci siamo visti: ero curiosa e volevo sapere un po’ di più. L’ho visto raggiante, toccava il cielo con un dito era diverso da tutte le altre volte che ci vedevamo per andare al cinema, a teatro o a cena fuori. Era un po’ che non facevo felice una persona tanto quanto lui. Forse anche a me è servita questa esperienza più dei tanti convegni sull’amore, sessualità, assistente sessuale fatti da persone esperte e competenti; ma sono sempre persone “normodotate“ che teorizzano idee e diritti sul sesso di noi disabili. Forse sono utili per superare i falsi pudori sull’argomento, ma poi c’è un punto di incontro tra teoria e pratica? Se sì qual è? Le scelte che ho fatto io per conoscere l’amore e la sessualità, le ho fatte e messe in pratica da sola! Se tornassi in dietro le rifarei quasi tutte… ma mi chiedo: un aiuto concreto, in più da una persona disabile che conosce bene certe esperienze, non vale di più in tanti convegni che si traducono difficilmente in atti pratici? Non è meglio fare l’amore e fare sesso piuttosto che finire dagli psicologi a lamentarsi che gli amici non ci aiutano a vivere certe esperienze? Non avevo mai fatto una cosa simile: aiutare un amico a fare l’esperienza del tantra, ma se tornassi indietro lo rifarei. Certo un massaggio è solo un massaggio non ha nulla a che vedere con un rapporto di coppia, questo lo so. Ho spiegato al mio amico che quella persona era solo una massaggiatrice e che non doveva aspettarsi le belle cose che si hanno in un rapporto di coppia. Chiarito questo la contentezza di Andrea  era più forte e profonda, non si poteva scalfire con un mio ragionamento.

Per continuare questo mio articolo, ritengo il tantra una bella pratica e mi sento di consigliarla a tante categorie di persone, infatti molte donne normodotate hanno fatto questa esperienza. Ho già parlato di come e quanto sia positivo il tantra di per se, per una persona disabile, ma adesso voglio estendere il concetto alla vita di coppia ed in particolare alla donna “normodotata“. Ritengo occorra, per ben continuare un’antagonista alla storia di Andrea.

 Per fare ciò  mi servirò di alcuni passi ti una testimonianza trovata in rete:

(…) Di blocchi mentali ne avevo sempre avuti parecchi. Colpa della mia educazione, di tutti quegli anni (tanti, tra scuola dell’infanzia, elementari e medie) passati in istituti guidati dalle suore. Avevo difficoltà a lasciarmi andare, tante sere quando il mio compagno mi cercava io mi nascondevo dietro le solite scuse. Mal di testa, stanchezza. Così finivamo per addormentarci ognuno dal suo lato del letto. (..) Il tantra, ha cambiato il mio approccio verso il sesso e così sono riuscita a risolvere il mio problema. (…) Le sensazioni che provo diventano più forti e arrivano in ogni estremo del mio corpo, l’orgasmo viene da sé senza che io ci pensi o che io mi sforzi di cercarlo. Oggi ho 37 anni, e già da qualche anno, da quando sono riuscita ad avere il mio secondo orgasmo, il piacere fisico non è più un obiettivo: ora quando sono a letto penso solo ad ascoltare il mio corpo e a seguire le sue indicazioni. Prima, invece, restava tutto nella testa.

(..) Il mio compagno ed io  eravamo entrambi scontenti: c’era qualcosa che non funzionava e non riuscivamo a trovare il modo di ritrovarci e di affrontarla insieme. A 18 provai il mio primo orgasmo, poi non ritrovai quella sensazione per molti anni. (…) L’intimità fra noi era uno degli aspetti di questa crisi. Seduta sul divano, davanti alle prime immagini del dvd che parlava del tantra ero nervosa e un po’ in ansia. Ma mi sono detta: «Devi farti forza. Continua e vedi cosa succede». Ho provato la stessa cosa quando mi sono trovata nell’atrio dell’hotel per il “weekend di assaggio“. Perché dopo aver visto il dvd sia io che il mio compagno ci siamo incuriositi e abbiamo deciso di passare dalla teoria alla pratica, iscrivendoci a un seminario di due giorni gestito dall’istituto di tantra e counseling Maithuna. Certo, un’idea di cosa ci aspettava me l’ero fatta proprio guardando il dvd: respirazione, esercizi fisici. Per il resto, era davvero un’incognita che mi spaventava e m’innervosiva. Stefano, il mio compagno, era più agitato di me, ma ormai eravamo lì, e abbiamo scelto di andare avanti.

Dal punto di vista fisico gli esercizi che ci venivano proposti non erano difficili: abbiamo imparato a respirare con il diaframma e poi a collegare il respiro con i movimenti del bacino. La vera difficoltà riguardava la mente. Non riuscivo a lasciarmi andare e dovendo comunicare con il corpo (e con le aree genitali, poi!) non potevo proprio raccontarmi bugie: se una cosa non mi andava di farla, me ne accorgevo subito. Niente più scuse come stanchezza o mal di testa, i tabù me li sentivo addosso e non potevo far finta che non esistessero.

(…) In quel primo weekend non è successo niente di speciale, neanche a letto. Ma sono affiorate problematiche che adesso mi sentivo capace di affrontare. Compreso il nodo dell’orgasmo: sapevo che potevo averlo, in fondo era già successo, tanti anni prima. Solo che non sapevo come fare per arrivarci nuovo, e durante il sesso continuavo a pensarci e a ripensare a come riavvicinarmi a quella sensazione. Ma è stato proprio quando ho smesso di avere quel pensiero fisso che ci sono riuscita di nuovo. (…) La differenza rispetto a prima è che adesso so come posso arrivare al massimo del piacere, ed è questa sicurezza che ha cambiato del tutto il mio approccio al sesso.

Anche con Stefano, ormai, è tutto diverso: di sera niente più mal di testa, ci cerchiamo a vicenda. Sperimentiamo, cerchiamo di sentire il corpo in vari modi. E pensare che, dopo quel primo weekend e i primi corsi, per un periodo ci eravamo lasciati, scegliendo però di continuare a frequentare i seminari insieme. Man mano che affrontavo i miei tabù mi riavvicinavo a lui, fino al momento in cui abbiamo deciso di ritornare insieme. Adesso aspettiamo il secondo figlio, che nascerà fra pochi mesi.“

Bello ritrovare la sintonia, non abbandonare la nave, ma ansi farsi aiutare ed aiutarsi a vicenda. Aprirsi a qualcosa che va contro l’educazione (almeno da noi, ma è molto diffusa in altri paesi). Ritengo non sia qualcosa di peccaminoso ansi può essere una chance per molte donne, uomini, coppie e persone disabili.

Sono felice per Andrea, ma mi domando quante altre persone come me e come lui esistano. Quanti sono i disabili che provano certe emozioni e per quanti rimane un sogno irraggiungibile, o peggio qualcosa di peccaminoso da negare e reprimere. Non è giusto. Stiamo assistendo ad un cambiamento culturale che è ancora troppo lento. Poi le cose sono ancora affidate alle singole famiglie, e c’è da dire  anche che gli istituti, case famiglia, centri di riabilitazione, dove in teoria i disabili si potrebbero incontrare, conoscere e mettersi insieme sono fondati e gestiti da persone di Chiesa, che non sempre sono disposte a comprendere certe esigenze umane e spontanee.

Mi viene da citare e proporvi dei concetti di Osho, mistico e maestro spirituale indiano, che ben rispecchia la mia mentalità sull’amore, l’erotismo, i massaggi tantrici. Non a caso egli invitò l’uomo a vivere in armonia e in totale pienezza tutte le dimensioni della vita, sia quelle interiori che quelle esteriori, poiché ogni cosa è sacra e ricolma del divino. Parla così del tantra: “Il Tantra ti insegna a riaffermare il rispetto per il corpo, l’amore per il corpo. Il Tantra ti insegna a guardare il corpo come la più grande creazione di Dio. Il Tantra è la religione del corpo. (…) La prima cosa da apprendere rispetto al corpo, è disimparare tutte le sciocchezze che ti sono state insegnate su di esso. Altrimenti resterai spento, e non andrai mai dentro di te, e non andrai mai oltre. Comincia dall’inizio. Il corpo è il tuo inizio“. Ed è proprio questo rispetto per la persona, per la sua individualità che rende il massaggio tantrico un’esperienza unica a cui ciascuno di noi reagirà in modo differente; anche il massaggiatore, soprattutto se esperto, adotterà movimenti diversi in base alla persona, alle sue esigenze, ai suoi limiti, allo scopo di abbattere questi limiti e di liberarne l’energia repressa.

Concluderei con quello che Stefano Paggini,  Maestro di Massaggio Tantrico, dichiara essere il suo credo: “Ricevere un massaggio tantrico, e vivere così un’esperienza unica e benefica, dove intraprendere il cammino verso l’Essere liberi di Sé, è una grande opportunità aperta a tutti: non richiede né un noviziato né la dedizione ad una pratica, ma solo il desiderio di integrare nella vita normale e comune di tutti i giorni, l’intenzione di aprire porte e dimensioni percettive più ampie, dove trovare gli spazi per manifestare la propria Libertà“.

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Pedagogia ed autismo. Cosa dovrebbe fare la “buona“ scuola (post con immagine)

mi sono sempre fatta molte domande sull’autismo, che cos’è, che sintomi comporta, quali sono le “strategie“ per supportare le persone autistiche, qual è il ruolo della scuola e della società dinnanzi a questo handicap; cosa dovrebbe tenere presente un bravo pedagogista dinnanzi al gruppo classe che presenta un bambino o ragazzo autistico…

Quale strumento migliore della scrittura per riflettere ed approfondire la tematica?

Inizierei con la domanda più semplice e diretta “che cos’è l’autismo?“ Ho cercato la risposta in vari siti internet e mi sento di riassumere che l’autismo è fondamentalmente una forma particolare di situarsi nel mondo e, per lo più, di costruirsi una realtà. Associato o non a delle cause organiche, l’autismo è riconoscibile dai sintomi che impediscono o pongono delle serie difficoltà al bambino nel suo processo al linguaggio, nella comunicazione e nel vincolo sociale. Le stereotipie, le ecolalie, l’assenza di linguaggio, i soliloqui, l’aggressività rivolta su di sé, l’insensibilità al dolore o l’assenza di sensazione del pericolo sono alcuni dei sintomi che mostrano l’isolamento del bambino o dell’adulto dal mondo che lo circonda e la sua tendenza a bastarsi a sé stesso. Supportare la formazione ed il perfezionamento degli insegnanti ed educatori coinvolti nella crescita del bambino con autismo significa favorire la comprensione di questa disabilità complessa e variabile. Bisogna essere in grado di sostenere i continui cambiamenti che questa condizione prevede e riuscire ad agire sotto diversi punti di vista: una brava educatrice, un bravo educatore deve saper rispondere con competenza ai differenti bisogni educativi dell’alunno con autismo e della sua classe, con necessità di interventi più complessi ed articolati, dovrebbe anche prevedere uno “spazio didattico“ atto a suscitare riflessioni e confronti utili per strutturare un lavoro pedagogico che dia importanza ai vissuti e alle necessità di tutte le soggettività coinvolte. Penso che la scuola sia un fondamentale luogo di crescita, formazione ed anche di confronto tra pari e nel rapporto con tutto il personale scolastico. È facile teorizzare sull’inserimento scolastico, cosa diversa è fare della teoria una pratica, ma so che molto si sta facendo soprattutto negli istituti tecnici, come avviene ad esempio con gli interventi mirati di personale qualificato che lavora nelle scuole per conto della Provincia di Roma.

Tornando allo spettro autistico bisogna chiarire le peculiarità del disturbo e approfondire gli approcci, i metodi e gli strumenti a disposizione degli insegnanti e degli educatori per migliorare il processo di apprendimento dell’alunno e rispondere ai suoi bisogni specifici riuscendo a comprenderne il comportamento e la percezione della realtà. Nell’attività educativa e didattica, di questi ragazzi in modo particolare, ma poi per tutta la classe, ritengo sia importante stimolare i processi di apprendimento, integrazione, socializzazione ed autonomia. Con un corretto processo di inclusione sociale fornendo non solo all’alunno ma a tutta la classe gli strumenti necessari per crescere, imparare insieme, riconoscendo e rispettando le diversità, i limiti e le potenzialità in primis di chi a qualche difficolta in più, ma poi di tutto il gruppo classe. Questi obbiettivi mirano ad aiutare i docenti per meglio comprendere le problematiche e le risorse dell’alunno con autismo in classe, fornendo strumenti di analisi, valutazione e programmazione didattica efficaci per migliorare l’apprendimento e la vita in classe del ragazzo. Sarà proprio così? Sarebbe un grandissimo passo avanti rispetto a quando andavo a scuola io, allora non si parlava nemmeno di pedagogia speciale, forse non è un caso che poi mi sono laureata in scienze dell’educazione e della formazione.

Tornando al discorso scolastico per tutti, ma in particolare per i soggetti autistici, il programma formativo è strutturato in modo tale da integrare la parte teorica sull’autismo e la pedagogia speciale con esercitazioni e attività di laboratorio. Queste attività pratiche sono ritenute strettamente fondamentali per riuscire a comprendere come attuare nel contesto didattico ed educativo della scuola le conoscenze acquisite durante il corso. Il volume “Pensiero narrativo e autismo. Una ricerca clinico-pedagogica“ di Barbara Tonani,  edito da Franco Angeli, è interessante perché vuole fornire un contributo alla realizzazione, in un futuro auspicabilmente non troppo lontano, di un’autentica integrazione del bambino autistico all’interno del sistema scolastico, nella consapevolezza che ciò potrà avvenire solo se la scuola sarà in grado di ripensare criticamente se stessa, abbandonando le pratiche di omologazione alla normalità e assumendo, invece, un atteggiamento flessibile che consenta di fornire percorsi formativi rispettosi dell’individualità di ogni allievo. Sto citando questo testo perché si sposa bene con la mia idea di scuola, educazione ed handicap ed in qualche modo ricorda i concetti espressi nel mio romanzo Nata viva, dove si evince come una ragazza con disabilità motoria ha vissuto la scuola dell’obbligo. Tornando al primo testo in questione, il progetto sviluppato si proponeva di indagare la possibilità di incidere positivamente sulle competenze socio-relazionali di un bambino autistico, attraverso un percorso educativo individualizzato che prevedesse l’utilizzo di materiale narrativo, all’interno di un setting con caratteristiche clinico-pedagogiche. I gesti e i bisogni quotidiani (vestirsi, mangiare, giocare) sono diventati così occasioni di apprendimenti cognitivi, motori, ma soprattutto sociali, poiché, attraverso la narrativizzazione dell’esperienza, si è permesso al bambino di coglierne il significato come parti di un contesto più ampio, e di condividere tale significato con gli altri. Un’occasione formativa non solo per il soggetto, ma anche per i compagni e l’insegnante, i quali hanno trovato nello spazio potenziale del setting un luogo di privacy mentale in cui potersi confrontare con se stessi e con gli altri in modo più autentico, al di là dei ruoli normalmente esibiti nella quotidianità della vita scolastica.

Ecco questa è una scuola giusta, la scuola che avrei voluto per me… ma spero si concretizzi per le nuove generazioni.

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Il razzismo si batte a suon di educazione e cultura. Parola di Zoe Rondini

Articolo uscito su Rete Near http://www.retenear.it/2015/03/il-razzismo-si-batte-a-suon-di-educazione-e-cultura-parola-di-zoe-rondini/

«Il razzismo e il pregiudizio si contrastano con l’educazione e la cultura, ma anche con le buone leggi. ». Lo afferma Antonio Russo, responsabile immigrazione delle Acli, in riferimento alla Giornata internazionale contro il razzismo, che si celebra ogni 21 marzo in tutto il mondo.

«Occorre riprendere l’impegno all’educazione, soprattutto tra le giovani generazioni; esercitare una serie revisione dei nostri linguaggi, con particolare riferimento al mondo della comunicazione e della politica; lavorare perché le leggi accompagnino le trasformazioni del Paese, riducendo le disuguaglianze nel riconoscimento dei diritti e dei doveri».

Mi sento di condividere a pieno l’opinione del Dott. Russo, le leggi e l’educazione sono sicuramente la base dalla quale partire per contrastare il razzismo e le discriminazioni. A tale proposito vorrei concentrare questo mio articolo sul ruolo che l’educazione scolastica e la preparazione del personale scolastico hanno nel superamento delle discriminazioni e nell’integrazione delle differenze.

Per affrontare queste tematiche mi servirò di due esperienze significative e personali in ambito scolastico ed universitario.

La discriminazione colpisce tutte le persone considerate “diverse“: disabili, omossessuali, persone che rientrano nella categoria LGTB, persone di un’altra religione e credo politico e via discorrendo. Purtroppo c’è un fatto: nella nostra società tante persone sono condannate ad avere paura perché sono quello che sono. Bisogna fare i conti con questa realtà poiché se facciamo finta di nulla la situazione non potrà che peggiorare e contribuiremmo noi stessi a creare degrado nella nostra civiltà. Lasciare da parte i diritti perché ci sono altri problemi più importanti a cui pensare, come l’economia da ricostruire, sarebbe un grande passo indietro e una sconfitta per un paese che dovrebbe accogliere il diverso. Ma poi, mi sono sempre domandata, perché determinate persone sono considerate diverse? Chi l’ha detto che lo sono? A quali “canoni“ del passato manteniamo fede? Non sarebbe ora di superare i vecchi canoni classici di bellezza, armonia e perfezione per formare una nuova società più inclusiva per tutti?

In un mio precedente articolo mi ero occupata del cyber-bullismo e di come sia diffuso tra gli adolescenti. Anche per il razzismo e la discriminazione di genere mi piacerebbe affrontare la situazione nella cornice della scuola in quanto luogo di socializzazione primaria al di fuori della famiglia. E’ a scuola che il bambino conosce la società in tutte le sue sfaccettature ed è qui che impara o meno a rapportarsi e rispettare le differenze. E’ vero che non bisogna trascurare il ruolo fondamentale della famiglia, ma la scuola, qualora in famiglia fosse diffusa una certa intolleranza, è il luogo della seconda chance, l’ambiente di affermazione individuale. Considerata la mia formazione pedagogica e la mia esperienza di crescita personale la scuola non può non essere l’ambito di riferimento per la riflessione che propongo in questa sede.

La scuola ci dovrebbe insegnare fin da piccoli, ma anche e soprattutto nel periodo dell’adolescenza, a considerare le differenze come una ricchezza ed un valore aggiunto, non un problema. Inoltre per quanto riguarda gli stranieri è un dato di fatto che con il passare del tempo la popolazione scolastica sia sempre più eterogenea e multiculturale. Il sito Stranieriinitalia.it evidenzia che “nell’anno scolastico 2011/2012, gli alunni stranieri nati in Italia sono 334.284 e rappresentano il 44,2% sul totale degli alunni con cittadinanza non italiana. Cinque anni fa erano meno di 200mila, il 34,7%. Nelle scuole dell’infanzia i bambini stranieri nati in Italia sono l’80,4%, più di otto su dieci, ma in alcune regioni la percentuale è ancora più alta e supera l’87%.“ Uniti in classe, separati al pomeriggio:  secondo una indagine realizzata da Skuola.net per CorriereScuola, i ragazzi tendono a integrarsi e a frequentarsi fuori dalla scuola, a far amicizia tra di loro, senza distinzioni o chiusure in gruppi etnici; tuttavia a fare resistenza, sarebbero piuttosto i genitori. Per fortuna i bambini ed i ragazzi hanno pochi problemi a rapportarsi con le diversità. Mentre molti adulti sono spaventati davanti a chi presenta esigenze diverse.

Alle medie sono stata discriminata perché ho un handicap motorio. Con il senno di poi collego questa esperienza personale alla cattiva formazione e sensibilità pedagogica del personale scolastico. L’insegnante di sostegno e la collaboratrice ata erano terrorizzate dall’idea che potessi cadere all’interno della scuola creando un problema rientrante nella loro responsabilità, per questo non mi facevano alzare dal banco né per andare in bagno, né per godermi la ricreazione. Il bagno, per fortuna, mi serviva solo una volta a settimana quando avevo sei ore anziché cinque. Alle 13.30 doveva venire mia madre per una semplice pipì. Invece a ricreazione, quando tutti i miei amici giocavano in cortile io dovevo rimanere ferma al mio banco. In questo modo gran parte dell’esperienza di socializzazione legata alla scuola a me non era riconosciuta, in quanto disabile.  A nulle sono serviti i reclami della mia famiglia alla preside ed a gli altri insegnanti.

Poco tempo fa vidi un documentario che parlava, di un uomo omossessuale in sedia a rotelle. Questa persona era diventata disabile in età adulta. Egli spiegava com’era difficile la sua condizione e quella del suo compagno in un Paese come il nostro. Pensai subito perché non fugge all’estero visto che qui è doppiamente discriminato per il suo handicap e per l’orientamento sessuale? Infatti si lamentava proprio di ciò! Ma poi provai rabbia, possibile che in tanti dobbiamo pensare di scappare all’estero? Perché non si può fare dell’Italia un Paese migliore prendendo esempio da chi ci è già riuscito?

Concordo con le parole della Dottoressa Priscilla Berardi, che dichiara «c’è grande ignoranza sulle tematiche LGBT, sulla sessualità delle persone disabili e sulla sessualità in genere. Informare, formare, educare su questi temi il grande pubblico, i familiari, i professionisti che si occupano di disabilità e quelli che si occupano del benessere psico-sessuale della persona dovrebbe essere la priorità.» Ancora una volta il condizionale è d’obbligo e a farne le spese sono i “diversi“ e le loro famiglie.

Continuando le mie riflessioni sull’importanza dell’educazione per contrastare la paura del diverso, vorrei parlarvi di un’esperienza positiva fatta da me nelle scuole che in qualche modo mi ha riscattato degli anni delle medie. Io ed un mio amico, entrambi laureati in pedagogia, siamo andati ad incontrare varie classi delle scuole medie di Campagnano e Nazzano in provincia di Roma. È stata un’esperienza bellissima che mi ha dato tanto. Io raccontavo delle miei esperienze di vita ed il mio amico leggeva alcuni brani del mio romanzo di formazione Nata viva. È stato gratificante vedere i ragazzi attenti e coinvolti. Mi hanno fatto molte domande ed io ho risposto a tutti senza peli sulla lingua, anche a chi voleva sapere se ero mai stata innamorata e fidanzata (ho risposto di sì raccontando velatamente le mie esperienze più importanti tenendo conto l’età dei miei interlocutori!). Sia le insegnanti sia i ragazzi mi hanno trasmesso tanto. In quella fascia d’età non hanno ancora timore e inibizione ed entrano facilmente in empatia con qualcosa di nuovo, di diverso dal solito. Ho fatto la stessa esperienza con gli studenti universitari di un corso di pedagogia presso una nota Università romana, avevano timore a farmi le domande ad entrare veramente in contatto con me, erano meno interessati alle mie esperienze di vita ed al mio libro, erano impacciati, come se volessero farmi delle domande ma il timore, il falso pudore li bloccava.

Per concludere penso che la discriminazione e soprattutto la paura del diverso siano ancora molto presenti in un Paese come l’Italia che sta diventando via via sempre più multi-etnico, ma che deve fare ancora grossi passi avanti sui concetti di anti-razzismo ed inclusione sociale.

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Lo spettacolo La Cantastorie Zoe, tratto dal romanzo Nata Viva

Lo spettacolo La Cantastorie Zoe, tratto dal romanzo Nata Viva. Alla radio!!!!!!!!!!! Buon ascolto!!!!!!!!!!!!

https://archive.org/details/Lacantastoriezoe

LA CANTASTORIE
ZOE

di e con Marzia Castiglione e Matteo Frasca
regia Tiziana Scrocca

Tutti
i dottori si affrettano a rianimarmi, ma rimango 5 minuti
senza respirare. Si tratta solo di 5 minuti, ma sono i
primi minuti della mia vita“.
Inizia così lo spettacolo: Zoe ci racconta la sua
nascita, una nascita diversa, perchè lei non piange come
tutti i bambini, lei non respira nemmeno. Appena nata resta
5 minuti in apnea, e quei 5 minuti senza fiato sono un tempo
infinito, dilatato, in sospensione tra la vita e la morte ma
con la possibilità di scegliere se vivere o no, e noi
attraversiamo con lei quei primi 5 minuti, in cui scorre
tutta la vita che vivrà… Una vita che sceglie di vivere!
“La Cantastorie Zoe“ è tratto dal libro “Nata viva“, é la
storia vera di Marzia, una ragazza disabile che con forza,
coraggio e vitalità ci racconta la sua vita. Una vita fatta
di lotte, conquiste, frustrazioni, gioie e sogni… Come
tutti forse… Ma con una disabilità che tutti i giorni ti
mette difronte ai tuoi limiti. Eppure Marzia, in arte Zoe,
con ostinazione e con fantasia racconta come si sceglie di
nascere vivi, di come, per nascere veramente, bisogna
sentirsi vivi, gridarlo e raccontarlo ancora.

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Limiti impliciti ed imposti alla disabilità

L’indipendenza e l’autonomia sono nodi cruciali della vita di un disabile ed una preoccupazione costante di chi gli vuole veramente bene. Il disabile si trova quotidianamente a fare i conti con il limite. Questo assume varie forme, il limite del suo handicap quindi legato a uno stato fisico, psichico. Non può, non riesce a fare determinate cose… a volte i limiti fisici si tollerano bene, quelli che più pesano sono i limiti nella libertà, nel movimento inteso come autonomia ed i limiti della società.

Al concetto di limite si associa ed è in qualche modo contrapposto quello di libertà. Ma che cos’è la libertà? Non condivido la definizione del termine libertà fornita dal dizionario: “Condizione di chi può agire senza costrizioni di qualsiasi genere.“ Tutti siamo in qualche modo legati ed interconnessi, chi più o chi meno, ma la libertà, come anche la felicità, dovrebbero essere un diritto più che un dovere. Essa può dipendere da noi stessi, ma purtroppo dobbiamo fare i conti con la realtà dei fatti e con una societàche spesso, soprattutto nelle grandi città, non ha tempo e risorse per i più deboli. Magari le risorse si hanno ma vengono mal gestite. Tornando ai concetti della libertà e felicità non penso che questi dipendano solo ed unicamente dalla nostra volontà ed impegno.  In questo articolo vorrei riflettere su diverse tematiche correlate al concetto di disabilità nel nostro paese. A mio avviso il discorso delle pari opportunità, non sta in piedi, è solo un modo di negare i limiti fisici di una persona per nascondersi dietro all’uguaglianza che non rispetta e non riconosce, i limiti, i talenti e la diversità delle persone “diversamente abili“.

Avete mai avuto a che fare con l’esperienza del tirocinio-lavoro pensato apposta per i disabili? Chissà com’è nessuno più offrirvi nulla che faccia al caso vostro.  Non si tratta solo di un’esperienza ed un’opinione del tutto personali: i dati sul lavoro e disabilità riportati in un articolo di Maria Giovanna Faiella per il Corriere della sera non sono incoraggianti, ma meritano di essere riportati: “L’Italia è indietro rispetto agli altri Paesi riguardo all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità, come dimostrano i dati sui tassi di occupazione. In Francia, dove come da noi il 4,6% della popolazione ha un riconoscimento amministrativo della propria condizione di disabilità, si arriva al 36% di occupati tra i 45-64enni disabili, mentre in Italia, per la stessa fascia di età, il tasso si ferma al 17%. In Germania si arriva al 50% di occupati. Secondo la ricerca, da noi è difficile trovare un lavoro una volta completato il percorso formativo: meno di una persona con sindrome di Down su tre lavora dopo i 24 anni, e appena una su dieci tra gli ultraventenni che soffrono di autismo. Non è facile nemmeno mantenere l’occupazione in seguito a una malattia cronica che causa una progressiva disabilità, come la sclerosi multipla: lavora meno della metà di chi ha tra i 45 e i 54 anni.“

Anche uscire di casa, muoversi, spostarsi, avere degli amici, vivere una relazione di coppia possono essere traguardi raggiungibili o irraggiungibili. Molto, anzi troppo, è ancora affidato alle singole famiglie e persone. Tanto per fare un esempio di come vanno le cose in Italia per chi ha una disabilità motoria ma è cresciuta cercando di vivere nella maniera più normale possibile: è ingiusto che per un cambiamento di legge e l’opinione del tutto personale di un ingegnere mi sia stata sospesa la patente di guida. Io è da quando sono nata che faccio i conti con i miei limiti, grazie alla mia famiglia ed ai miei sacrifici, ho imparato a camminare, essere autonoma, ho una laurea quinquennale e non riesco a tollerare che una persona mi abbia costretto a tornare indietro.

Tornando ad un discorso più generale sul concetto di autonomia… avete mai cercato sul dizionario questa parola? Vediamo un po’ “Facoltà di governarsi da sé.Indipendenza di giudizio, libertà d’azione.“ Già, questi tre pensieri sono dei traguardi non  impossibili da raggiungere, ma se ciò comporta degli sforzi da parte dei normodotati, la faccenda è assai meno alla portata per chi ha un handicap. Personalmente uso molto Internet, sul web sembra tutto alla portata di tutti, tutto fatto per tutti, poi nella vita reale (almeno in Italia) ci sono barriere culturali, architettoniche, leggi che rendono difficili, la patente di giuda, avere un posto fisso, un lavoro vero. Chi ha una disabilità non può avere una casa in affitto perché poi come lo cacci via? E così discorrendo.  È giusto sperare sempre nel migliorarsi e nel mettersi in gioco. Ma penso che spesso i disabili, come me del resto, abbiano seri problemi a guardare in faccia la realtà delle cose e confrontarsi con i “NO“ che la realtà ci sbatte in faccia. Spesso la famiglia se può, sulle piccole cose, ti fa contento: infondo hai già tante limitazioni. Poi da grande, per molti disabili, lo spettro di un istituto o di una casa famiglia per vivere o semplicemente per lavorare è sempre in agguato, prima c’è la scuola dell’obbligo ma, purtroppo, quello che segue, il lavoro, una vita attiva ed indipendente non sono degli obblighi, delle certezze garantite dallo stato, è più facile aprire dei centri diurni, che a volte sono dei veri e propri parcheggi piuttosto che sostenere il disabile e la sua famiglia nel loro contesto quotidiano.  A questo punto mi sembra necessaria una considerazione: i soldi dello Stato erogati direttamente alle persone disabili o alle famiglie di disabili (pensione ed accompagnamento) non sono minimamente sufficienti ad uscire di casa, a crearsi una vita autonoma. Possono essere d’aiuto per chi rimane in famiglia. Chissà perché lo stato ci vuole eterni bambini a casa, o nelle strutture delle quali parlavo pocanzi, dove generalmente si aspetta che la vita passi…

Anche i dati sono significativi per capire la situazione dei disabili in Italia: l’Istat rivela che le persone disabili che vivono in istituti sono circa 300.000. Un problema particolare è rappresentato dal “dopo di noi“. Si stima per eccesso (l’ipotesi adottata è che la speranza di vita delle persone disabili alle diverse età sia uguale a quelle relativa all’intera popolazione di età corrispondente) che il 50% delle persone disabili vivrà senza genitori e quindi senza il loro sostegno per venti anni in media. Riporto due appelli accorati e non incoraggianti trovati su due forum per persone disabili, mi sembrano significativi di come e quanto, anche le persone disabili, vogliano crearsi un futuro all’estero: “Sono disabile al 100%e voglio andare a vivere all’estero, forse con la pensione che prendiamo in qualche paese dell’Asia o sud America posso avere un aiuto che qui in Italia mi è impossibile anche perché i miei genitori sono vecchi e la situazione sta diventando difficile“. Come si fa o come si dovrebbe fare davanti a certe realtà? Di chi è la colpa e di chi le competenze  per far fronte a tante esigenze? Cosa non fa la politica che dovrebbe fare?

L’onorevole Elena Improda del PD fa  un importante iniziativa di cohousing, insieme all’associazione Oltre Lo Sguardo Onlus. Molti ragazzi con handicap cognitivo e fisico “vivono“ insieme in una casa senza genitori nel loro ambiente quotidiano. Sono aiutati da personale qualificato. Organizzano la casa, fanno la spesa, fanno le commissioni nel loro quartiere, cucinano, mangiano, intessono relazioni, si divertono… nel loro ambiente abituale, questo è importante per prevenire il Dopo di Noi che spaventa tanti genitori. Questi ragazzi disabili un giorno vivranno insieme sfuggendo alla “classica“ prospettiva dell’istituto o della casa famiglia. Ho conosciuto vari ragazzi che partecipano a questo interessante progetto di “vita indipendente“ e posso affermare che il loro entusiasmo è autentico e contagioso! Chissà se parlarne farà estendere l’esperienza!?

Purtroppo non tutti vedono delle prospettive vicine: c’è chi prende in considerazione una “fuga“ in un altro paese, vi riporto una seconda interessante testimonianza: “mi chiamo Andrea sono un invalido civile al 100% di 39 anni percepisco una pensione di invalidità più un’indennità di accompagnamento per un totale di circa 800 euro mensili. Non trovando lavoro ho seri problemi ad arrivare a fine mese ed insieme a mia moglie stavamo pensando di trasferirci all’estero. Volevo un vostro aiuto per scegliere la destinazione tenendo conto del costo della vita del rischio di perdere la pensione di invalidità e del clima (mi hanno parlato di Tunisia e Ucraina)“.

Tale esigenza di scappare in cerca di una condizione migliore, o almeno sostenibile, rappresenta per il nostro Paese una grossa sconfitta soprattutto in quanto manca di prospettive di lavoro. La seconda testimonianza mi posta a due considerazioni. In primo luogo, cosa sono 800 euro per un disabile al 100%, che deve affrontare spese  extra legate al suo handicap? La seconda riflessione nasce dal fatto che Andrea ha una moglie: ma perché in molti casi è l’uomo disabile a sposarsi una donna normodotata e non il contrario? Forse un uomo invalido ha una vita un po’ più semplice rispetto a una donna con la sua stessa disabilità? Perché c’è una forte discrepanza di genere, anche, ma naturalmente non solo, tra persone disabili? «Io, disabile, costretto a “fuggire” all’estero per riuscire a fare l’amore» è il titolo ad effetto del trailer del film “The special need“ la storia di Enea, un ragazzo autistico ad alto funzionamento che va all’estero aiutato ed accompagnato da due amici, per poter rivolgersi all’assistente sessuale. Figura molto utile per alcuni tipi di disabilità e di sostegno a tante famiglie ma che aimè per adesso in Italia non c’è! Anzi in un interessante convegno su amore, sessualità e disabilità ho “scoperto“ che da noi se una persona “normodotata“ aiuta un disabile ad andare con una prostituta può essere “condannata“ per istigamento alla prostituzione. Mi sembra proprio una cosa dell’altro mondo! Altro che pari opportunità!

Ritengo che molto si è fatto, ma moltissimo rimane ancora da fare, non tanto per le barriere architettoniche, ma soprattutto per quelle culturali.

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Il massaggio tantrico come soluzione di passaggio al problema del mancato riconoscimento della figura dell’assistente sessuale.

“Il sesso senza amore è un’esperienza vuota,  ma fra le esperienze vuote è una delle migliori!”. Woody Allen.

A volte la scintilla è diversa, coinvolge più sensi, coinvolge la parte emotiva. Ci si innamora.

 L’amore è coinvolgimento. Il rapporto a letto diventa dunque non solo un’esperienza fine a sé stessa, ma coinvolge la parte emotiva, è il coronamento di qualcosa già in atto.

Diciamocelo, perché no alle esperienze vuote (come le chiama Woody Allen) ma l’amore è tutta un’altra cosa. Ecco che arriviamo al massaggio tantra, un’esperienza di anima e corpo che mira a rilassare e far godere la persona. Di questa saggia pratica ne ho già illustrato la metodica ed i benefici in due articoli:

http://www.piccologenio.it/2014/09/19/benessere-ed-arminia-per-corpi-e-menti/ Benessere ed armonia per corpi e menti.

e http://www.piccologenio.it/2014/07/23/il-piacere-magico-del-massaggio-tantrico/ il piacere magico del massaggio tantrico.

Nel primo link sopracitato avevo parlato di come e quanto questa pratica si possa sostituire alla figura dell’assistente sessuale, almeno fin quando nel nostro Bel Paese non cambieranno le leggi.

Ora vorrei parlare di un’esperienza forte  vissuta da un mio amico disabile. Lo chiamerò Andrea  (nome di fantasia). Andrea  viene da una famiglia molto credente, è laureato in teologia ed ha molti amici sia preti sia parrocchiani. È una solida amicizia la nostra. L’educazione cattolica cha ha ricevuto gli ha trasmesso che il piacere fine a se stesso, la masturbazione, l’amore fisico non finalizzato alla procreazione, sono peccati mortali. Quante fandonie si raccontano pur di avere il controllo sui popoli! Nel confrontarci e discutendo della cosa gli ho proposto un’altra versione, la mia, secondo la quale non si dovrebbe credere cecamente a tutte le “regole“ della Chiesa in quanto molte di esse sono state decise da uomini e poco c’entrano Gesù, Dio, la Madonna ect. Ero talmente colpita e in qualche modo turbata da quanto e come tante persone “normodotate“ fossero riuscite a fare “il lavaggio del cervello“ ad un soggetto, che, ci tengo a precisare, ha un problema motorio, ma per fortuna nessun decifit cognitivo. Quando dipendi di più dagli altri ci vuole più tempo e fatica per crearti una propria identità, carattere e libertà di pensiero. Oltre a parlarci a lungo, per cercare di farlo ragionare con la sua testa e far un po’ di pulizia dalle idee della Chiesa, ho scritto l’articolo: Chiesa e sessualità nella storia. Chiarimenti su luoghi comuni, modi di dire sull’amore fisico. Visibile al link: http://www.piccologenio.it/2015/03/03/due-in-una-carne-chiesa-e-sessualita-nella-storia/

Venendo al punto di questo mio articolo, Andrea mi ha espresso più volte il suo desiderio di emanciparsi e di fare un’esperienza sessuale. All’inizio non me la sono sentita di prendermi la responsabilità di aiutarlo: il suo desiderio era legittimo e giusto, ma se ci avessero scoperto i suoi amici di Chiesa che ne sarebbe stato di noi? A quale punizione andavamo in contro? Forse la crocifissione come nostro Signore o meglio finire al rogo allungando la lista degli eretici?!

Mi sono consigliata con alcuni amici, tutti mi dicevano di aiutarlo a trovare, come desiderava, una brava massaggiatrice tantra. Il suo desiderio era nato dopo aver letto il mio articolo dove accostavo i benefici di tali pratiche ai bisogni e desideri delle persone disabili. Da prima l’indecisione… ma poi la decisione: aiutarlo era cosa buona e giusta!  

La cosa mi è risultata  semplice… ho fatto delle ricerche e poi ho fornito un paio di contatti al mio amico. Sapevo che stava per fare una bellissima esperienza, in fondo cosa c’è di male? A chi faceva un torto essendo lui single? È vero che preti, suore ed amici parrocchiani gli avevano fatto il lavaggio del cervello, ma per fortuna non erano riusciti a spengerli il desiderio di amore, dolcezza e attenzioni che andava tanto cercando. I giorni prima dell’appuntamento Andrea  era curioso più che emozionato. Io ero felice per lui ma allo stesso tempo avevo paura che qualcosa andasse storto, che questa massaggiatrice non fosse brava o non avesse il giusto tatto. Ma pensavo anche il tantra è una cosa bella, il personale deve essere qualificato… mi chiedevo, perché mi sto facendo tante domande?

Dopo il massaggio mi ha chiamata per ringraziarmi. Era stata un esperienza bellissima, a suo dire si erano scambiati amore e coccole; si era rilassato come poche volte in vita sua. Poche sere dopo ci siamo visti: ero curiosa e volevo sapere un po’ di più. L’ho visto raggiante, toccava il cielo con un dito era diverso da tutte le altre volte che ci vedevamo per andare al cinema, a teatro o a cena fuori. Era un po’ che non facevo felice una persona tanto quanto lui. Forse anche a me è servita questa esperienza più dei tanti convegni sull’amore, sessualità, assistente sessuale fatti da persone esperte e competenti; ma sono sempre persone “normodotate“ che teorizzano idee e diritti sul sesso di noi disabili. Forse sono utili per superare i falsi pudori sull’argomento, ma poi c’è un punto di incontro tra teoria e pratica? Se sì qual è? Le scelte che ho fatto io per conoscere l’amore e la sessualità, le ho fatte e messe in pratica da sola! Se tornassi in dietro le rifarei quasi tutte… ma mi chiedo: un aiuto concreto, in più da una persona disabile che conosce bene certe esperienze, non vale di più in tanti convegni che si traducono difficilmente in atti pratici? Non è meglio fare l’amore e fare sesso piuttosto che finire dagli psicologi a lamentarsi che gli amici non ci aiutano a vivere certe esperienze? Non avevo mai fatto una cosa simile: aiutare un amico a fare l’esperienza del tantra, ma se tornassi indietro lo rifarei. Certo un massaggio è solo un massaggio non ha nulla a che vedere con un rapporto di coppia, questo lo so. Ho spiegato al mio amico che quella persona era solo una massaggiatrice e che non doveva aspettarsi le belle cose che si hanno in un rapporto di coppia. Chiarito questo la contentezza di Andrea  era più forte e profonda, non si poteva scalfire con un mio ragionamento.

Per continuare questo mio articolo, ritengo il tantra una bella pratica e mi sento di consigliarla a tante categorie di persone, infatti molte donne normodotate hanno fatto questa esperienza.

Sono felice per Andrea, ma mi domando quante altre persone come me e come lui esistano. Quanti sono i disabili che provano certe emozioni e per quanti rimane un sogno irraggiungibile, o peggio qualcosa di peccaminoso da negare e reprimere. Non è giusto. Stiamo assistendo ad un cambiamento culturale che è ancora troppo lento. Poi le cose sono ancora affidate alle singole famiglie, e c’è da dire  anche che gli istituti, case famiglia, centri di riabilitazione, dove in teoria i disabili si potrebbero incontrare, conoscere e mettersi insieme sono fondati e gestiti da persone di Chiesa, che non sempre sono disposte a comprendere certe esigenze umane e spontanee.

Mi viene da citare e proporvi dei concetti di Osho, mistico e maestro spirituale indiano, che ben rispecchia la mia mentalità sull’amore, l’erotismo, i massaggi tantrici. Non a caso egli invitò l’uomo a vivere in armonia e in totale pienezza tutte le dimensioni della vita, sia quelle interiori che quelle esteriori, poiché ogni cosa è sacra e ricolma del divino. Parla così del tantra: “Il Tantra ti insegna a riaffermare il rispetto per il corpo, l’amore per il corpo. Il Tantra ti insegna a guardare il corpo come la più grande creazione di Dio. Il Tantra è la religione del corpo. (…) La prima cosa da apprendere rispetto al corpo, è disimparare tutte le sciocchezze che ti sono state insegnate su di esso. Altrimenti resterai spento, e non andrai mai dentro di te, e non andrai mai oltre. Comincia dall’inizio. Il corpo è il tuo inizio“. Ed è proprio questo rispetto per la persona, per la sua individualità che rende il massaggio tantrico un’esperienza unica a cui ciascuno di noi reagirà in modo differente; anche il massaggiatore, soprattutto se esperto, adotterà movimenti diversi in base alla persona, alle sue esigenze, ai suoi limiti, allo scopo di abbattere questi limiti e di liberarne l’energia repressa.

Concluderei con quello che Stefano Paggini,  Maestro di Massaggio Tantrico, dichiara essere il suo credo: “Ricevere un massaggio tantrico, e vivere così un’esperienza unica e benefica, dove intraprendere il cammino verso l’Essere liberi di Sé, è una grande opportunità aperta a tutti: non richiede né un noviziato né la dedizione ad una pratica, ma solo il desiderio di integrare nella vita normale e comune di tutti i giorni, l’intenzione di aprire porte e dimensioni percettive più ampie, dove trovare gli spazi per manifestare la propria Libertà“.

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Famiglia e sensi di colpa. Un’analisi NON circoscritta alla disabilità

Mi sono interrogata sul senso di colpa e famiglia sia in generale sia quando c’è un figlio disabile. Inizierei ad affrontare la tematica con dei concetti sui quali mi sono confrontata con il mio caro amico filosofo Matteo Frasca, e che appartengono a tutti.

Comincerei con l’affermare che il senso di colpa è qualcosa di atavico nell’idea stessa di famiglia, esso riguarda l’aspetto dell’accudimento. Nel corso del tempo cambiano le dinamiche ed i ruoli tra chi accudisce e chi viene accudito. Spesso questi ruoli generati dal bisogno creano sofferenza, in tutta la dinamica tra chi dà e chi riceve.

Le urgenze delle varie età, specialmente nel periodo della formazione, mettono da parte i meccanismi familiari in quanto prevale l’urgenza di far uscire il proprio io, confrontarsi col mondo esterno, con gli amici, con i coetanei. Raggiungendo poi la maturità bisogna fare i conti con le proprie radici. Ecco riemergere, in tutta la sua forza positiva, ma anche nella sua prepotenza “la famiglia“.

Anche e soprattutto i figli sono soggetti ai sensi di colpa: c’è chi decide di avere figli ma sente che non ce la fa, c’è chi ne fa tanti per compensare  qualcosa che gli è mancato, chi non ne fa nessuno perché ha troppa paura, chi li fa ma infondo non lo ha mai desiderato, chi si trova ad essere genitori di figli disabili. C’è anche chi si rifugia nell’idea dei figli perché non sa affrontare una relazione di coppia e via discorrendo. Queste situazioni possono essere dei veri e propri uragani e tutto sta nel come e quanto si reagisce. Spesso fra diverse generazioni si accumula un dolore sommerso che sfocia in rabbia, gelosie, sensi di colpa e d’inadeguatezza, facendo spesso “scoppiare“ le famiglie. I sentimenti più diffusi tra i figli sono quelli di sentirsi profondamente egoisti o superficiali, non sufficientemente premurosi. Soprattutto c’è un sentimento che può rendere tutti simili ai disabili, ma non uguali… per dati oggettivi… questo è il senso di inadeguatezza. Esso può compromettere tanti campi inerenti alle relazioni sociali, non è circoscritto nei confronti della famiglia. Però nei confronti di essa l’inadeguatezza sembra più acuta in quanto meno risolvibile e più difficile da gestire. La lucidità che un individuo può mettere nel campo dello studio, lavoro, passioni, tempo libero… chissà perché è difficile da riproporre all’interno del nucleo famigliare. Forse accade ciò perché si è poco consapevoli delle dinamiche, dei problemi della famiglia d’origine e spesso si tende ad aspettare che i problemi si risolvano da soli. Per come ce li viviamo l’inadeguatezza ed il senso di colpa è più devastante in famiglia che nei diversi ambiti della vita di ognuno di noi.

Adesso vorrei soffermarmi sulla stessa questione ma esaminarla quando si presenta un figlio disabile.

La nascita di un figlio disabile può portare a molte reazioni positive e negative: c’è chi riesce ad aiutare il bambino garantendo il suo diritto a crescere andando in contro alle sue potenzialità e realizzazione. C’è chi invece non supera mai lo schiok di aver dato alla luce il figlio diverso, così facendo, oltre al perenne senso di colpa, inadeguatezza e frustrazione dei genitore (meccanismi difficili da contrastare per mancanza di volontà, aiuti da medici, istituzioni e società)   si generano due sensi di colpa nel figlio disabile; il primo riguarda l’essere diverso  e per quanti sforzi si facciano per migliorarsi non si potrà mai raggiungere la chimera della “normalità“. Il secondo è l’essere costantemente colpevole di aver procurato un dolore ed un rifiuto ad alcuni membri della famiglia che non vogliono o non ce la fanno a superare la cosa. Il fardello, sia per un disabile, sia per la famiglia, se non si supera diventa via via più pesante e difficile da tollerare. Questi meccanismi annientano la persona, fino a farle pensare che c’è poco di bello intorno a lei ma soprattutto in lei. Ecco che ciò condiziona la visione di sé ed i rapporti che si stabiliscono o non vengono appunto stabiliti con altri: fidanzati, mariti compagni di scuola, colleghi e soprattutto ci possono essere grosse lagune nel campo dell’amicizia. C’è un elemento che può riequilibrare gli scompensi? Sì, spesso sono i fratelli e i saggi nonni ha colmare le lagune ed ad usare il cervello quando tutti sembrano averlo perso a causa di un dolore che sembra non possa essere sconfitto. Essi possono anche aiutare il disabile lì dove non arrivano da soli, aiutarlo ad essere felice, curare i passatempi, stimolare la sua intelligenza e sensibilità, sentirsi utili per la famiglia e la società. Mettendo in primo piano le famose “capacità residue“ che non sempre vengono riconosciute e stimolate.

 

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Chiesa e sessualità nella storia. Chiarimenti su luoghi comuni, modi di dire sull’amore fisico

Dopo tanti post sulla sessualità ve ne propongo uno per capire anche la storia e le “leggi“ della chiesa sull’amore, la sessualità, il piacere all’autoerotismo; utile per togliersi dubbi e appagare delle curiosità.

 Inizierei con una “chicca“, una credenza popolare che molti ignorano, sulla masturbazione maschile. Il modo di dire “se ti masturbi diventi cieco“, come sospettavo, ha origine medievale. Nonostante siano passati secoli, vi è ancora qualcuno che ci crede, o che comunque lo fà credere a persone più vulnerabili- La credenza, di origine religiosa, nasce nei secoli bui della cultura occidentale. I rappresentanti clericali dell’epoca hanno dato principio a questa fandonia per intimorire chi ne faceva pratica, poiché per la chiesa è, tutt’oggi, ritenuta una deformazione e una perversione egoistica dell’uomo che usa il sesso (dedito alla sola procreazione) per darsi piacere onanista. La cecità è scelta perché effettivamente drammatica, ma anche come simbologia: non puoi vedere e godere della vista e cioè non potrai più cadere nella tentazione e nel desiderio di masturbarti come conseguenza di un’immagine che stimola i sensi.

 

Continuerei il discorso tra Chiesa e sessualità con un’interessante testimonianza: alla domanda “Di quali luoghi comuni fa giustizia il suo libro Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia?“ La scrittrice Margherita Pelaja risponde così per Republica.it

“ (…) Il cristianesimo prima e il cattolicesimo poi siano stati marcati da una sessuofobia perenne e univoca, che condannava il piacere come colpa, il sesso, ogni pratica sessuale, come peccato. Che per la Chiesa la carne e i suoi istinti fossero soltanto impuri, capaci di asservire lo spirito e allontanarlo dalla salvezza, e che dunque andassero sempre e coerentemente repressi. Non è così.  Sul piano teologico, va richiamato il modo nuovo con cui il cristianesimo concepisce il rapporto sessuale: l’amplesso fra un uomo e una donna è metafora del rapporto fra l’anima e Dio, fra la Chiesa e Cristo, e dunque è carico di un profondo significato spirituale. Certo, non sempre l’unità fra anima e corpo che caratterizza la visione cristiana viene rispettata, e la storia della Chiesa è piena di figure che hanno predicato lo spirito contro la carne; ma almeno fino al sedicesimo secolo il cristianesimo usa con ricchezza e disinvoltura simboli sessuali arditi, metafore inaspettate. E anche nell’età moderna molti teologi e canonisti hanno studiato a fondo la sessualità coniugale, prodigandosi in consigli dettagliati su come tutti, uomini e donne, potessero e dovessero raggiungere il piacere.“ Mi sembra  saggia, interessante e in qualche modo riappacificante la testimonianza dell’autrice che continua spiegando “ Un altro luogo comune considera ovvio che all’assoluta condanna cattolica degli atti sessuali ‘perversi’ – cioè non procreativi: la masturbazione, la sodomia, l’amplesso con prostitute – seguisse coerentemente un’altrettanto implacabile punizione. Di nuovo, non è così. Al rigore degli enunciati si è accompagnata spesso una politica di ampia tolleranza: perché lo scopo della condanna non è tanto quello di estirpare comportamenti e pulsioni che si sanno invincibili, quanto quello di instillare nelle coscienze quel senso del peccato e della colpa che garantisce la perpetua soggezione delle anime”.

La masturbazione, correlata alle grandi questioni umane del sesso e della generazione della vita, ha interessato le grandi religioni monoteiste; nella Bibbia, tuttavia, non vi sono riferimenti espliciti. Nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islamismo, la masturbazione ha quasi sempre una connotazione negativa, più o meno marcata. In gran parte delle culture riguardo a questa pratica esistono molte voci e leggende, che possono essere dirette ad incoraggiarla (si pensi ai riti di alcune popolazioni africane che pensano di rendere più fertile la terra spargendovi sopra il proprio seme) o a scoraggiarla. Non è mai stata provata alcuna influenza negativa della masturbazione sulla salute fisica, purché non si cada nel caso della masturbazione compulsiva.

Da uno studio condotto da un gruppo di ricerca australiano (guidato da Graham Giles, presso il Cancer Council Victoria di Melbourne), è invece emerso che eiaculare frequentemente, soprattutto in giovane età, porta ad una riduzione del rischio di cancro alla prostata fino a un terzo. Altri studi, tuttavia, sembrano indicare risultati opposti per la fascia d’età compresa fra i 20 e i 40 anni. La masturbazione in quanto tale non altera la potenza sessuale, ma il fenomeno della masturbazione coinvolge molti ragazzi che in certi casi raggiungono una frequenza giornaliera, con possibili effetti dannosi a livello psichico, poiché queste abitudini, quando diventano ossessive, spesso nascondono una insicurezza ed una fragilità del carattere, con il rischio di sviluppare patologie maniacali. Anche arrivare stanchi e scarichi di certo non è un bene per la vita di coppia…!

Sulla sessualità in generale, vi sono tantissime chiacchiere che non hanno alcun fondamento veritiero, ma alimentano un circolo vizioso di disinformazione e di conseguenza possono anche rovinare i rapporti. Cercherò di fare chiarezza sulla sessualità femminile, un mondo complesso, ma meraviglioso. Spesso si pensa che le donne abbiano meno desiderio degli uomini; questa idea non è sempre vera, anche perché tutto dipende dalla persona e non si può generalizzare. Ciò che però differenzia le donne dagli uomini è il meccanismo che accende il desiderio e l’eccitazione. Mentre gli uomini sono più istintivi e immediati, spesso stimolati da qualcosa di visivo, il mondo femminile ha bisogno di sentirsi desiderato e coinvolto mentalmente per potersi lasciare andare. Basti pensare che la pornografia (diretta e visiva) è un potente afrodisiaco per gli uomini, mentre le donne sono più attratte dalle storie erotiche, con una trama e non solo fatte di sesso.

Le donne hanno bisogno di amore per andare a letto con un uomo?

Si è appena detto che si devono sentire coinvolte, ma ciò non significa necessariamente innamorate. Anche le donne possono fare l’amore al di fuori di una storia, ma solitamente ci deve essere comunque un coinvolgimento fisico ed emotivo, che può essere fatto di sguardi e attenzioni che accendono la fantasie e la passione. Ed ancora si pensa che per il gentil sesso l’atto sessuale non sia importante. È errato credere che le donne non pensano e non desiderano il sesso. Ogni persona è diversa e ci può essere chi non ha come pensiero principale la sessualità, ma c’è anche chi lo ritiene un punto fondamentale nel rapporto di coppia.

Ritengo che il soddisfacimento affettivo-sessuale sia importante, ma è anche una cosa soggettiva che caratterizza ogni uomo, donna e coppia. Bisogna però ammettere, senza false ipocrisie che tanto dipende anche da quanta soddisfazione una persona ha trovato nel sesso nella sua vita. Chi ha provato ad avere dei rapporti consapevoli e ad altissima soddisfazione è difficile che possa farne a meno.  

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