Preside vieta la gita ad un ragazzo down. I compagni di scuola si ribellano.

Una storia che ha fatto giustamente il giro dei media in questi giorni. La brutta vicenda di una preside che ha provato ad escludere un ragazzo affetto da sindrome di Down da tutte le gite scolastiche; per fortuna non c’è riuscita: UNA RAGAZZA ALZA LA MANO E DICE: “SE LUI NON VERRA’ NON PARTICIPERO’ NENCHE IO“ COSì I SUOI COMPAGNI, UNO DOPO L’ATRO HANNO DETTO LA STESSA COSA. Questo happy end è stato ripreso anche dal programma “CHE TEMPO CHE FA“ in onda sabato 26/2/2011. Il breve articolo che ho riportato in questa pagina mi ha fatto ripensare ad un vicenda simile della quale vi riporto il link:
http://www.piccologenio.it/?p=19
2011, Catanzaro, Italia. Vi raccontiamo una storia che in realtà sembra arrivare dal medioevo, di una gravità inaudita anche perchè ha come protagonista negativo il dirigente scolastico di una scuola di Catanzaro. Quanti di noi aspettavano con entusiasmo l’arrivo della gita scolastica? Ricordo ancora le emozioni delle prime gite, la gioia, la curiosità, lo stupore, i viaggi in pulmann con gli amici; una delle pochissime occasioni nelle quali riuscivamo ad unire l’utile al dilettevole, l’apprendimento al divertimento.
Ma veniamo al fatto, anzi al misfatto. In una scuola media di Catanzaro, dopo aver organizzato l’annuale gita scolastica, il dirigente della scuola decide che il ragazzo affetto da sindrome di Down non può andare in gita e che anzi i professori non devono fargli nemmeno sapere le date delle uscite didattiche. A rendere nota la vicenda è stata Ida Mendicino, responsabile del coordinamento per l’integrazione scolastica e Consulente legale nazionale dell’Associazione Sclerosi Tuberosa, la quale ha raccontato che i genitori del ragazzo, iscritto al terzo anno della scuola media, sono stati costretti a ricorrere alla Polizia per far rispettare il diritto allo studio del proprio figlio. Non a caso le note Ministeriali asseriscono espressamente che “Le gite rappresentano un’opportunità fondamentale per la promozione dello sviluppo relazionale e formativo di ciascun alunno e per l’attuazione del processo di integrazione scolastica dello studente diversamente abile, nel pieno esercizio del diritto allo studio“.
 

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PRETENDIAMO  IL RISPETTO !!!! tra veri e falsi invalidi!

E’ ORA DI DIRE LA VERITA’ SU CERTI PROBLEMI SU CERTE COSE. È PER QUESTO CHE PUBBLICO CON MOLTO PIACERE UN ARTICOLO ARRIVATOMI VIA MAIL. A PIEDIPAGINA AVETE LO SPAZIO PER LASCIARE I VOSTRI COMMENTI; SE PREFERITE RISPONDERE CON UN ALTRO ARTICOLO POTETE MANDARMELO AD info@piccologenio.it VE LO PUBBLICHERO’ PROPRIO COME HO PUBLICATO QUESTO CHE SEGUE.
GRAZIE PER LA VOSTRA ATTEZIONE
Marzia (la redattrice di questo sito)

Quotidianamente veniamo martellati da tutti i canali,da tutti i TG sui “falsi invalidi“,io ritengo sia giusto,anzi credo che sia una lotta che vada assolutamente a favore dei “veri invalidi“!!! I falsi invalidi sono una piaga,una peste da combattere con tutte le armi,purtroppo in Italia e in particolar modo in alcune Regioni il primato è realmente alto. Non c’è un solo vero invalido che non denuncerebbe subito e senza pensarci a lungo,un falso invalido !! Ripeto,sono,anzi siamo tutti concordi ad abbattere e a smascherare questi “truffatori“.Una cosa purtroppo di cui non si parla mai in TV,è la “maleducazione“di alcuni componenti delle “Commissini Mediche“!!!!!! Vi garantisco e molti malati come me,possono confermarlo,a volte veniamo trattati in modo INDEGNO da medici e impiegati INPS-ASL,alcuni mancano di tatto,sensibilità,cortesia,educazione !!!!! Ci guardano dall’alto in basso come se fossimo tutti “truffatori“,come se a noi facesse piacere dipendere da quello che ci da lo Stato Italiano,come se a noi facesse piacere essere “MALATI“ !!! Ora BASTA !!! Si,sono un malato,un malato che soffre,un malato che merita il rispetto di tutti,anche dei Medici delle Commissioni !! Giudica le mie patologie,fai le indagini del caso,sottoponimi a visite ed esami che la legge prevede,MA ABBI RISPETTO DI ME!!!!!!!!!!!! Perché io caro il mio Medico ,ne farei volentieri a meno della mia malattia,anche a me piacerebbe alzarmi la mattina e andare a lavorare,anche a me piacerebbe avere una VITA,invece di essere costretto tutto il giorno in casa,invece di essere costretto a pisciare in un catetere o a cacare in un pannolone !!! Concludo ripetendo l’impegno di tutte le Associazioni Italiane e di tutti i veri invalidi a voler scoprire e denunciare i falsi invalidi,ma finchè non si è sicuri della truffa è un malato,e come tale va TRATTATO CON RISPETTO !!!!!!!!! Mi rivolgo a tutti gli invalidi,a tutti coloro che sono costretti a sottoporsi a visite quindi ad avere a che fare con commissioni e dipendenti ASL-INPS,DENUNCIATE TUTTI COLORO CHE VI MANCANO DI RISPETTO,DENUNCIATELI SENZA PIETA’ !!!!!!!!!!!!!!
Roberto Diiorio (vice coord,Movimento Italiano Disabili per Caserta e prov)

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Privo di biglietto perché impossibilitato a farlo mostra i soldi al controllore. Ma viene costretto a scendere dalla polizia ferroviaria

Quel ragazzo senza braccia sul treno dell’indifferenza.

FONTE: HTTP://WWW.REPUBBLICA.IT/
 

di SHULIM VOGELMANN
CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.

Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.

I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.
La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.

Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.

Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.

La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.

Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.

Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.

Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare.
L’autore è scrittore ed editore
 

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Le Dipendenza, cosa sono e quante sono.

Ho inserito dei brevi post sulle dipendenze perché ritengo importante avere un minimo di conoscenze per individuare e modificare gli atteggiamenti e i fattori ( grandi come le droghe, ma anche piccoli come la tv, il pc e lo shopping convulsivo), così che possiamo autocorreggerci e/o aiutare chi ci sta vicino. Comunque anche se nel mio sito miro a pubblicare molti articoli su problematiche sociali, mi auguro sempre che servano solo per arricchire un proprio bagaglio di conoscenze, e non per chi viva una reale situazione di difficoltà.

FONTE  Wikipedia, l’enciclopedia libera.
Per dipendenza si intende una condizione patologica per cui la persona perde ogni possibilità di controllo sull’abitudine.
Dal punto di vista degli effetti è utile suddividere la dipendenza in dipendenza fisica (alterato stato biologico) e dipendenza psichica (alterato stato psichico e comportamentale).
La dipendenza fisica, prodotta essenzialmente dai condizionamenti neurobiologici, è superabile con relativa facilità; la dipendenza psichica, difficile punto nodale della tossicodipendenza, richiede interventi terapeutici lenti, complessi, multicausali.
Le forme più gravi comportano dipendenza fisica e psichica con compulsività, cioè con bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende per risperimentarne l’effetto psichico ed evitare la sindrome di astinenza.
Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente da sostanze stupefacenti (tossicodipendenza), in cui rientrano l’alcolismo e il fumo, da cibo (bulimia, dipendenza da zuccheri, binge eater disorder), da sesso (dipendenza sessuale, masturbazione compulsiva)[1][2][3] , da lavoro (work-a-holic), da comportamenti come il gioco (gioco d’azzardo patologico), lo shopping (shopping compulsivo), la televisione, internet (internet dipendenza), i videogame.
Rientrano nelle dipendenze patogene anche quelle da luoghi e culture (sindrome da sradicamento) ed anche da rapporti umani (interdipendenza di relazione). La dipendenza da sigaretta rientra invece tra le dipendenze “oggettuali”, dove il rapporto con l’oggetto risponde ad un bisogno relazionale di tipo proiettivo.
Criteri diagnostici [modifica]
Una recente elaborazione delle dipendenze patologiche o addictions ha portato a formulare dei criteri diagnostici (La Barbera, Caretti, Craparo, 2006): Criteri per l’addiction
A) Persistente e ricorrente comportamento di dipendenza maladattivo che conduce a menomazione o disagio clinicamente significativi, come indicato da un totale di cinque (o più) dei seguenti criteri [con almeno due da (1), di cui uno è (c), due da (2) e uno da (3)] per un periodo di tempo non inferiore ai 12 mesi.
1) Ossessività
a) pensieri e immagini ricorsivi circa le esperienze di dipendenza o le ideazioni relative alla dipendenza (per es. è eccessivamente assorbito nel rivivere esperienze di dipendenza passate o nel fantasticare o programmare le esperienze di dipendenza future);
b) i pensieri e le immagini relativi al comportamento di dipendenza sono intrusivi e costituiscono tensione ed eccitazione inappropriate e causano ansia o disagio marcati;
c) in qualche momento del disturbo la persona ha riconosciuto che i pensieri e le immagini sono prodotti della propria mente (e non suscitati dall’esterno).
2) Impulsività
a) irrequietezza, ansia, irritabilità o agitazione quando non è possibile mettere in atto il comportamento di dipendenza;
b) ricorrente incapacità di resistere e di regolare i desideri di dipendenza inappropriati e gli impulsi a mettere in atto il comportamento di dipendenza.
3) Compulsività
a) comportamenti di dipendenza ripetitivi che la persona si sente obbligata a mettere in atto, anche contro la sua stessa volontà, nonostante le possibili conseguenze negative, come conseguenza delle fantasie di dipendenza ricorrenti e del deficit del controllo degli impulsi;
b) i comportamenti o le azioni di dipendenza coatti sono volti a evitare o prevenire stati di disagio o per alleviare un umore disforico (per es. sentimenti di impotenza, irritabilità, inadeguatezza).

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L’ALCOLISMO.

B) I pensieri e i comportamenti di dipendenza ricorrenti e compulsivi impegnano il soggetto per la maggior parte del tempo, o interferiscono significativamente con le sue normali abitudini, con il funzionamento lavorativo (o scolastico), o con le attività o le relazioni sociali usuali.
C) I pensieri e i comportamenti di dipendenza ricorrenti e compulsivi non avvengono esclusivamente durante un episodio maniacale, o condizioni mediche generali.
L’alcolismo è una sindrome patologica determinata dall’assunzione acuta o cronica di grandi quantità di alcol.
* L’intossicazione acuta da alcol F10.0 si instaura generalmente dopo un’assunzione superiore a 50 mg/100mL (109 mmol/L).
La medesima può sopraggiungere a concentrazioni inferiori nel caso di soggetti suscettibili, più spesso per patologie enzimatiche.
* La sindrome di dipendenza F10.2 si ha quando sono presenti tre o più dei seguenti criteri
1. bisogno imperioso o necessità di consumare dell’alcol (craving)
2. perdita di controllo: incapacità di limitare il proprio consumo di alcol
3. sindrome di astinenza
4. sviluppo di tolleranza
5. abbandono progressivo degli altri interessi e/o del piacere di consumare l’alcol
6. consumo continuo di alcol nonostante la presenza di problemi ad esso legati.
La dipendenza può essere primaria (80% dei casi) o secondaria ad affezioni psichiatriche.
Le persone con una concentrazione di recettori dopaminergici D2 cerebrali inferiore alla norma (determinata geneticamente), hanno un rischio più elevato di sviluppare una forma di dipendenza
Per saperne di più potete andare alla pagina: http://it.wikipedia.org/wiki/Alcolismo

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Down e laureato: ”Anche io posso fare il professore” (articolo breve ma incisivo)

El País (Spagna). Parla lo spagnolo Pablo Pineda, 34 anni, la prima persona con sindrome di Down ad ottenere la laurea in Europa. ”Sono stanco di essere l’eterno alunno, l’eterno bambino”.

Da 15 anni appaio nei media e parlo di integrazione, di normalizzazione. Ma non bisogna star sempre a spiegarlo alla gente. Sono venuto qui a fare una lezione, una lezione di cinema. Ed è quello che ho fatto. Perché sono professore, indipendentemente dal fatto che abbia o meno la sindrome di Down“. A parlare è Pablo Pineda, la prima persona con sindrome di Down a ottenere in Europa un titolo universitario. Ha appena concluso la lezione sul cinema che ha impartito a un gruppo di ragazzi in una scuola primaria di Cordova. “Ovvio che mi piacerebbe insegnare – dice – per questo ho studiato Magistero e per questo mi mancano quattro esami per finire Psicopedagogia. Però so che se finisco a fare il maestro sarà brutale per la società. Le famiglie continuano ad aver paura delle persone con Down, paura che diventino maestri, paura che diventino il fidanzato o la fidanzata dei loro figli“… “Io sono stanco di essere l’eterno alunno l’eterno bambino – continua – ora tocca a me dar classe“. E questa settimana lo ha fatto. Ventiquattro bambini lo hanno ascoltato per 45 minuti come ad un professore qualunque. La lezione era speciale solo perché si parlava di cinema: Pineda è stato tra i protagonisti del lungometraggio Yo También (Anch’io), e ha parlato ai piccoli studenti dell’importanza della sceneggiatura, di fotografia, della direzione degli attori, del potere della colonna sonora…In modo semplice e didattico, ha spiegato come si fa un film. Il fatto che Pablo avesse un cromosoma 21 in più non è stato un dato rilevante per nessuno. Il tema della sindrome di Down è venuto fuori in forma indiretta solo quando una bimba ha chiesto il significato del titolo del film, Anche io. “E’ una forma di metaforizzare la riaffermazione dei diritti delle persone con sindrome di Down – ha risposto Pineda – anche io posso, anche io posso farlo, anche io posso studiare, anche io posso innamorarmi“. Tutti sono rimasti in silenzio. E la lezione è continuata.

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TESTIMONIANZA DI UNA SCOLARA AUTISTICA.

Ho messo questo articolo, è lungo ma è diviso in 28 punti, per questo la lettura è scorrevole.
Aggiungo i liks con la mia esperienza scolastica; spero che venga letta e linkata sempre da più persone; così che i nuovi piccoli allievi possano vivere la scuola dell’obbligo in maniera sempre più serena.
Se avete delle lettere, articoli che testimoniano delle esperienze sia positive, sia negative, di scolari o insegnanti, potete scrivermi ad
info@piccologenio.it . Il materiale verrà pubblicato sulla home page di questo sito.
http://www.piccologenio.it/?p=12 cara scuola ti ricordi di me?
http://www.piccologenio.it/?p=17 confidenze di un allieva scrittrice.
http://www.piccologenio.it/?p=19  memorie di una gita.
http://www.piccologenio.it/?p=18 lettera a…

Suggerimenti didattici per bambini ed adulti affetti da autismo
Temple Grandin, Ph.D.
Assistant Professor, Colorado State University
Fort Collins, CO 80523, USA
(Ultima revisione: Dicembre 2002)
(Traduzione di Alessandra Torriani – torrianitrad@yahoo.it)
I buoni maestri mi hanno aiutata a raggiungere il successo: se sono stata in grado di vincere l’autismo, lo devo alla presenza di buoni maestri. All’età di 2 anni e mezzo sono stata iscritta ad un asilo strutturato, con maestri esperti, dove fin da piccola mi sono state insegnate le buone maniere ed a comportarmi bene a tavola. I bambini autistici necessitano di avere una giornata strutturata, ed insegnanti che sanno come essere tenaci, ma gentili.

Tra i 2 anni e mezzo ed i 5 anni la mia giornata è stata strutturata, e non mi è stato permesso di ribellarmi. Avevo 45 minuti di logoterapia individuale cinque giorni la settimana, e mia madre aveva assunto una baby sitter che trascorreva da tre a quattro ore al giorno a giocare con me e mia sorella. Ci insegnava a ‘fare a turno’ durante le attività ludiche: quando facevamo un pupazzo di neve, mi faceva rotolare la palla di sotto, e poi mia sorella doveva fare il pezzo dopo. All’ora di pranzo si mangiava tutti insieme, e non mi era permesso fare capricci. L’unica volta che mi era permesso di tornare al comportamento autistico era durante il sonnellino di un’ora, dopo pranzo. La combinazione di asilo, logopedia, attività ludiche e pranzi per imparare le buone maniere raggiungeva le 40 ore a settimana, durante le quali il mio cervello veniva mantenuto collegato al mondo.

1.) Tanti autistici sono pensatori visivi. Io penso per immagini, e non usando il linguaggio: tutti i miei pensieri sono come videocassette che scorrono nella mia immaginazione. Le immagini rappresentano la mia prima lingua, e le parole sono la mia seconda lingua. I sostantivi sono stati le parole più facili da apprendere, perché potevo crearmi nella mente un’immagine della parola. Per apprendere termini come “su” o “giù,” l’insegnante doveva dimostrarli al bambino: per esempio, prendere un aeroplanino giocattolo e dire “su” mentre fa decollare l’aeroplano dalla scrivania. Alcuni bambini imparano meglio se si utilizzano delle carte con i termini “su” e “giù” attaccate all’aeroplanino giocattolo. La carta “su” viene attaccata quando l’aereo decolla, e la carta “giù” viene attaccata quando atterra.

2.) Evitate le lunghe serie di istruzioni verbali: le persone autistiche hanno dei problemi a ricordare le sequenze. Se un bambino sa leggere, scrivete le istruzioni su un pezzo di carta. Io non sono in grado di ricordare le sequenze: se chiedo la strada ad un benzinaio, posso ricordare solamente tre punti; le indicazioni stradali con più di tre punti devono essere scritte. Ho anche difficoltà a ricordare i numeri di telefono, perché non ne posso creare un’immagine nella mente.

3.) Tanti bambini autistici sono bravi nel disegno, nell’arte e nella programmazione informatica; questi talenti dovrebbero essere incoraggiati. Io penso che si debba enfatizzare molto di più lo sviluppo dei talenti del bambino, perché i talenti si possono trasformare in abilità che possono essere utilizzate per future attività lavorative.

4.) Tanti bambini autistici si fissano su un soggetto, come i treni o le cartine. La maniera migliore per gestire queste fissazioni è di utilizzarle per motivare il lavoro scolastico. Se al bambino piacciono i treni, allora utilizzate i treni per insegnare la lettura e la matematica. Leggete un libro che parla di un treno, e svolgete problemi di matematica che parlano di treni: per esempio, chiedete di calcolare quanto ci mette un treno ad andare da New York a Washington.

5.) Utilizzate dei metodi visivi concreti per insegnare i numeri. I miei genitori mi hanno regalato un giocattolo matematico che mi ha aiutato ad imparare i numeri: consisteva in una serie di blocchetti dalla lunghezza e dai colori differenti per i numeri da uno a dieci. Con quei blocchetti ho imparato a fare le addizioni e le sottrazioni. Per imparare le frazioni, la mia insegnante aveva una mela di legno tagliata in quattro pezzi ed una pera di legno che era tagliata a metà: da esse ho appreso i concetti di quarti e metà.

6.) Avevo la calligrafia peggiore della classe. Tanti bambini autistici hanno problemi con il controllo motorio delle mani. A volte una bella calligrafia è molto difficile, e questo può frustrare totalmente il bambino. Per ridurre la frustrazione ed aiutare il bambino a divertirsi a scrivere, permettetegli di scrivere a computer: spesso, scrivere a computer è molto più facile.

7.) Qualche bambino autistico imparerà a leggere molto più facilmente con un metodo di insegnamento basato sulla fonetica, ed altri impareranno meglio memorizzando parole intere. Io ho imparato con la fonetica. Mia madre mi insegnava le regole della fonetica, e poi mi faceva ripetere le parole sotto forma fonetica. I bambini con forte ecolalia spesso apprenderanno meglio con l’utilizzo di schede di un abbecedario e libri illustrati, in modo da associare le parole intere alle immagini. E’ importante avere l’immagine e la parola stampata sullo stesso lato della carta. Quando si insegnano i sostantivi, il bambino deve sentirvi pronunciare la parola e vedere l’immagine e la parola stampata simultaneamente. Un esempio di insegnamento di un verbo potrebbe essere di tenere una carta che dice “salta,” e saltare su e giù mentre si dice “salta.”

8.) Quando ero bambina, i suoni forti come la campanella della scuola mi facevano male alle orecchie come un trapano del dentista che colpisce un nervo. I bambini affetti da autismo devono essere protetti dai suoni che feriscono le orecchie. I suoni che causeranno più problemi sono le campanelle della scuola, i sistemi di interfono, i segnalatori acustici sul tabellone dei punti in palestra, e il suono delle sedie che strisciano sul pavimento. In parecchi casi il bambino sarà in grado di sopportare la campanella o il segnalatore acustico, se questo viene leggermente attenuato avvolgendolo di tessuto o scotch. Le sedie che strisciano possono essere ridotte al silenzio mettendo delle palline da tennis tagliate sotto ai piedi delle sedie stesse, o mettendo un tappeto sul pavimento. Un bambino potrebbe aver paura di una certa stanza perché ha paura di sentire improvvisamente lo stridere di un microfono del sistema di interfono. La paura di un suono temuto può causare un cattivo comportamento: se un bambino si copre le orecchie, è un indicatore del fatto che un certo suono gli ferisce le orecchie. A volte la sensibilità ad un particolare suono, come l’allarme antincendio, può essere desensibilizzata registrando il suono su un registratore; ciò permetterà al bambino di far iniziare il suono ed aumentarne gradualmente il volume. Il bambino deve avere il controllo della ripetizione del suono.

9.) Alcuni autistici sono infastiditi da distrazioni visive e lampadine a fluorescenza, perché sono in grado di vedere il tremolio dell’elettricità a 60-cicli. Per evitare questo problema, mettete il banco del bambino vicino alla finestra, o cercate di evitare l’utilizzo di luci fluorescenti. Se ciò non può essere evitato, utilizzate le lampadine più recenti che si riescono a trovare: quelle più recenti infatti tremolano di meno. Il tremolio delle lampadine fluorescenti può essere ridotto anche mettendo vicino al banco del bambino una lampada con una vecchia lampadina ad incandescenza.

10.) Alcuni bambini autistici ed iperattivi, che sono sempre irrequieti, spesso saranno più calmi se gli si dà da indossare un grembiule appesantito ed imbottito. La pressione di questo indumento aiuta a calmare il sistema nervoso: questa pressione mi ha aiutata tantissimo a calmarmi. Per ottenere risultati migliori, il grembiule deve essere indossato per venti minuti, e quindi tolto per qualche minuto: ciò impedisce al sistema nervoso di adattarvisi.

11.) Alcuni individui affetti da autismo risponderanno meglio e miglioreranno nel contatto visivo e nel linguaggio se l’insegnante interagisce con loro mentre si dondolano su una sedia a dondolo o sono arrotolati in un tappetino. Le informazioni sensoriali del dondolio o la pressione del tappetino a volte aiutano a migliorare il linguaggio. Il dondolio deve essere sempre effettuato come gioco divertente, e non deve MAI essere forzato.

12.) Alcuni bambini ed adulti sono in grado di cantare meglio di quanto non riescano a parlare, quindi potrebbero rispondere meglio se le parole e le frasi vengono cantate loro. Alcuni bambini con un’estrema sensibilità ai suoni risponderanno meglio se l’insegnante parla loro in bassi mormorii.

13.) Alcuni bambini ed adulti non verbali non sono in grado di elaborare contemporaneamente gli stimoli visivi ed auditivi. Sono persone monocanale, e non sono in grado di vedere e sentire allo stesso momento. Non gli si deve richiedere di guardare ed ascoltare allo stesso momento: si dovrebbe assegnare loro o un compito visivo, od uno uditivo. Il loro sistema nervoso immaturo non è in grado di elaborare simultaneamente gli stimoli visivi ed uditivi insieme.

14.) Nei bambini non verbali più grandicelli e negli adulti non verbali il tocco spesso rappresenta il senso più affidabile: spesso, per loro è più facile affidarsi al tocco. Le lettere possono essere insegnate facendo toccare loro delle lettere di plastica. Possono imparare il programma settimanale toccando gli oggetti per qualche minuto prima di un’attività pianificata. Per esempio, un quarto d’ora prima di pranzo date alla persona un cucchiaino da tenere in mano; lasciate toccare loro una macchinina giocattolo qualche minuto prima di salire in macchina.

15.) Alcuni bambini ed adulti affetti da autismo apprenderanno più facilmente se la tastiera del computer viene posta vicino allo schermo: ciò permette loro di vedere contemporaneamente sia la tastiera che lo schermo. Alcune persone hanno difficoltà a ricordare, se devono guardare lo schermo dopo che hanno schiacciato un tasto sulla tastiera.

16.) I bambini e gli adulti non verbali troveranno più semplice associare le parole ai disegni, se vedono la parola stampata associata ad un disegno sulla scheda di un abbecedario. Alcuni individui non comprendono i disegni, quindi si raccomanda di lavorare dapprima con oggetti reali e fotografie. La fotografia e la parola devono essere sullo stesso lato della carta.

17.) Alcuni individui autistici non sanno che il linguaggio viene utilizzato per la comunicazione. L’apprendimento del linguaggio può risultare facilitato se gli esercizi di linguaggio promuovono la comunicazione. Se il bambino chiede una tazza, dategli la tazza; se il bambino chiede un piatto, quando vuole una tazza, dategli un piatto. L’individuo deve apprendere che quando pronuncia delle parole, avvengono delle cose concrete. E’ più facile per un individuo affetto da autismo apprendere che le loro parole sono sbagliate, se il termine errato ha causato la comparsa di un oggetto errato.

18.) Parecchi individui affetti da autismo hanno difficoltà ad utilizzare il mouse del computer: provate ad utilizzare un puntatore a trackball con un pulsante separato per cliccare. Gli autistici affetti da problemi di coordinazione motoria alle mani trovano molto difficile tenere il mouse mentre cliccano.

19.) I bambini che hanno difficoltà a comprendere il linguaggio fanno molta fatica a differenziare tra i suoni consonantici duri come la ‘D’ di dado e la ‘L’ di lago. La mia logopedista mi ha aiutata ad apprendere a sentire questi suoni allungandoli ed enunciando suoni dalle consonanti dure. Perfino quando il bambino ha superato un test auditivo sui suoni nitidi potrebbe aver difficoltà a sentire le consonanti dure. I bambini che parlano in suoni vocalici non sentono le consonanti.

20.) Parecchi genitori mi hanno informata che l’utilizzo dei sottotitoli in televisione ha aiutato i loro bambini ad imparare a leggere: il bambino è stato in grado di leggere il sottotitolo ed abbinare le parole stampate con il parlato. La registrazione su cassetta di un programma preferito con i sottotitoli potrebbe essere di aiuto, perché la cassetta può essere fermata e rivista più volte.

21.) Alcuni individui autistici non comprendono che il mouse del computer fa muovere la freccia sullo schermo: possono imparare più facilmente se al mouse viene appiccicata una freccia di carta dall’aspetto ESATTAMENTE identico alla freccia sullo schermo.

22.) I bambini e gli adulti affetti da problemi di elaborazione visiva possono vedere lo sfarfallìo sui monitor di computer del tipo televisivo. A volte sono in grado di vedere meglio sui laptop e sui display ultrapiatti, che hanno meno sfarfallìo.

23.) I bambini e gli adulti che hanno paura delle scale mobili spesso sono affetti da problemi di elaborazione visiva: temono la scala mobile perché non sono in grado di determinare quando salire o scendere. Tali individui potrebbero anche non essere in grado di sopportare le lampade a fluorescenza: i vetri colorati Irlen possono esser loro d’aiuto.

24.) Gli individui affetti da problemi di elaborazione visiva spesso trovano più facile leggere se i caratteri a stampa in nero vengono stampati su carta colorata, in modo da ridurre il contrasto. Provate ad utilizzare della carta marrone chiaro, azzurro, grigio o verde chiaro, e sperimentate con colori diversi. Evitate il giallo brillante: può far male agli occhi della persona. Anche i vetri colorati Irlen possono rendere più facile la lettura. (Cliccate qui per visitare il sito web dell’istituto Irlen: http://www.irlen.com.)

25.) Per i bambini affetti da autismo spesso imparare a generalizzare rappresenta un problema. Per insegnare ad un bambino a generalizzare il principio di non correre attraverso la strada, bisogna insegnarglielo in parecchie località diverse. Se gli viene insegnato in un unico luogo, il bambino penserà che la regola vale solamente per quel specifico.

26.) Un problema comune è che un bambino potrebbe essere in grado di usare il wc correttamente a casa, ma che si rifiuti di usarlo a scuola: ciò potrebbe essere dovuto al fatto che il bambino non riconosce il wc. La belga Hilde de Clereq ha scoperto che un bambino autistico può utilizzare un piccolo dettaglio irrilevante per riconoscere un oggetto come il wc, e bisogna indagare a fondo per scoprire qual è quel dettaglio. In un caso, un bambino utilizzava solamente il wc di casa, che aveva il sedile nero. I suoi genitori e il suo insegnante sono riusciti a fargli usare il wc a scuola coprendo il sedile bianco con dello scotch nero. Lo scotch è poi stato gradualmente rimosso, ed a quel punto i wc dal sedile bianco sono stati riconosciuti come tali.

27.) L’ordinamento in sequenza è molto difficile per gli individui affetti da autismo grave. A volte, quando un compito viene presentato come una serie di passi, essi non li comprendono. Un terapista occupazionale ha insegnato con successo ad un bambino autistico non verbale ad usare lo scivolo di un campo giochi trasportandolo fisicamente prima lungo la scala e poi giù dallo scivolo. Le sequenze devono essere insegnate per mezzo del tatto e del movimento, piuttosto che mostrando visivamente il compito. Mettere le scarpe può essere insegnato alla stessa maniera. L’insegnante deve mettere le proprie mani su quelle del bambino e muovere le mani del bambino sui suoi piedi, in modo che senta e comprenda la forma del piede. Il passo seguente è sentire la parte interna e quella esterna di una scarpa facile da infilare. Per mettere la scarpa, l’insegnante guida le mani del bambino alla scarpa e, utilizzando il metodo delle mani sopra le mani, infila la scarpa sul piede del bambino. Ciò permette al bambino di sentire tutto il compito necessario a mettersi le scarpe.

28.) L’essere schizzinosi verso certi cibi è un problema comune; in alcuni casi, il bambino potrebbe essersi fissato su un dettaglio che identifica un certo cibo. Hilde de Clerq ha scoperto che un bambino mangiava solamente banane Chiquita perché si era fissato sulle etichette; altri frutti, come le mele e le arance, sono stati accettati facilmente quando su di essi sono state poste delle etichette Chiquita. Bisogna cercare di porre cibi diversi, ma simili, nella scatola dei cereali o nella scatola di un cibo preferito. Un’altra mamma è riuscita a far mangiare il proprio figlio mettendo un hamburger fatto in casa con una focaccina senza grano in un pacchetto di McDonald’s.

Dicembre 2002
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Traduzione di Alessandra Torriani
torrianitrad@yahoo.it

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handicappato o disabile? Questo è il dilemma.

 HANDICAP
Il termine inglese handicap (traducibile con svantaggio, o anche menomazione, impedimento), viene impiegato in diversi ambiti:
* In campo medico e socio-sanitario, handicap è un termine generico usato per individuare una serie di disabilità fisiche o mentali
* In campo sportivo, l’handicap è un sistema usato per equilibrare le possibilità di vittoria dei concorrenti, svantaggiando quelli più forti. Viene usato ad esempio nel golf, o in alcune corse di cavalli.
* Nel wrestling l’Handicap Match è un match in cui un gruppo di lottatori è in vantaggio numerico (2-1, 3-1, 3-2)

Nella classificazione dell’OMS ICIDH (international classification of impairments, disabilities and handicaps, classificazione internazionale delle menomazioni, disabilità e handicap) del 1980 si definiva con handicap lo svantaggio sociale della persona con disabilità.
Quest’ultimo termine si riferiva invece alla menomazione alla base dell’handicap. Questo documento è ora superato dall’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF), classificazione internazionale del funzionamento, disabilità e salute) del 2001 dove il termine disabilità comprende le difficoltà sia a livello personale che sociale, mentre il termine handicap viene sostituito dal concetto di restrizione della partecipazione sociale.
Il termine deriva dalla parola inglese che nello sport indica uno svantaggio assegnato ai competitori più forti per rendere più interessante una gara.
In genere la disabilità che causa l’handicap è rappresentata da difficoltà sensoriali o legate alla mobilità o alle relazioni con il prossimo. Alcuni esempi di handicap fisico oltre alla sordità o la cecità possono essere la paraplegia, la distrofia muscolare, la paralisi cerebrale infantile (detta anche paresi spastica). In campo psichiatrico possono essere persone affette da schizofrenia, ritardo mentale, autismo, sindrome di Down.
Il termine handicappato nel linguaggio corrente viene usato come sinonimo di disabile, che prevale ad esempio nel linguaggio burocratico, ma è forse ritenuto troppo crudo (per via del prefisso dis-) per essere usato altrove; recentemente persino il termine handicappato è stato contestato e se ne è proposta la sostituzione con eufemismi sociali come “diversamente abile” o “diversabile” (fortemente contestati da alcune associazioni di disabili).
Storia dell’inserimento sociale
Il problema dell’inserimento sociale dei portatori di handicap è stato posto a partire dagli anni sessanta per superare lo stato di segregazione in cui vivevano. Fino ad allora l’unica risposta che veniva data ai loro problemi era di natura sanitaria e prevedeva, di fatto, come soluzione la segregazione in istituti appositi.
I primi tentativi di inserimento furono opera di gruppi come la Comunità di Capodarco di Fermo, fondata da Don Franco Monterubbianesi (1966) e la Comunità Papa Giovanni XIII di Rimini, fondata da don Oreste Benzi (1968). Tali gruppi hanno come stile di vita la condivisione con i più svantaggiati, che ha portato come prima cosa a fondare delle strutture di convivenza con i portatori di handicap (case-famiglia). Dal lato dell’handicap psichico ha avuto molto peso l’esperienza di Franco Basaglia a Trieste per il superamento dei manicomi.
Le esperienze suddette hanno incontrato inizialmente molte difficoltà. La società non era preparata ad accogliere i portatori di handicap, sia per una diffusa diffidenza nei loro confronti, che per la mancanza di infrastrutture. Infatti i portatori di handicap non necessitano solo di assistenza sanitaria sul territorio, ma anche di attenzioni particolari per la mobilità e l’inserimento nel lavoro e nella scuola. Quindi è stato necessario intraprendere un’azione di sensibilizzazione dell’opinione pubblica parallela a rivendicazioni che hanno ha portato a diversi provvedimenti legislativi. Fra questi i principali sono stati (in ordine cronologico):
* L. 13 maggio 1978, n.180 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, nota anche come “Legge Basaglia”.
* L. 9 gennaio 1989, n. 13 “Disposizioni per favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati”.
* L. 5 febbraio 1992, n. 104 “Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate”, punto di riferimento per l’integrazione scolastica.
* L. 12 marzo 1999, n. 68 “Norme per il diritto al lavoro dei disabili” che ha riformato il collocamento obbligatorio.
* D.P.R. 24 luglio 1996, n. 503 “Regolamento recante norme per l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici, spazi e servizi pubblici.”
Diversi enti e associazioni si occupano delle problematiche dei portatori di handicap a livello nazionale, come ad esempio l’Aias, la Federazione Italiana Superamento Handicap (FISH) e l’Anffas (Associazione nazionale famiglie di fanciulli e adulti subnormali, rinominata nel 1997 in Associazione nazionale famiglie di disabili intellettivi e relazionali).

Estratto da “http://it.wikipedia.org/wiki/Handicap

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