innagurazione della mostra “convergenze 2007”

Ufficio Centrale Studente Esteri
Galleria Interculturale Permanenti di Roma 
 Lungotevere dei Vallati, – 00186
Tel. 06 / 68.80.38.47 – gipr2000@libero.it

 

INVITA All’inaugurazione della mortra

CONVERGENZA 2007 Martedì 20  Aprile 2007 alle ore 18

Dei  seguenti artisti :
 Ester de Almeida (Brasile), Raul Gutierrez ( Bolivia ), Aladin Al Baradoni (Yemen) Diatta Ibraima ( Senegal ), Adriano Meli ( Australia ),  Luda Vladimir (Russia).   
OGGETTO: COLLETTIVA DI PITTURA E CERAMICA
SEDE : GALLERIA INTERCULTURALE PERMANENTE DI ROMA
Lungotevere dei Vallati,7,8,9 Roma
Vernissage: Martedì 20  Aprile 2007 ore 18.00
Titolo: “CONVERGENZA 2007“
DURATA: dal Martedi 20 aprile al giovedì 03 maggio 2007
Realizzazione: Ufficio Centrale Studente Esteri e Galleria Interculturale Permanente di Roma
Organizzazione : Dulcinea Brito

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mostra galleria inteculturare permanente di roma

Ufficio Centrale Studente Esteri
Galleria Interculturale Permanente di Roma 
Lungotevere dei Vallati, 7, 8, 9 – 00186 Roma
Tel. 06 / 68.80.38.47 – gipr2000@libero.it

invlita all’inaugurazione della mostra
                                   
“FUGGIRE“
 
Dell’artista

BRAHIM   ACHIR

Da  venerdì 04  a  Lunedì 14 maggio 2007  alle ore 18

                                
OGGETTO: Mostra  Personale  di  Pittura
SEDE : GALLERIA INTERCULTURALE PERMANENTE DI ROMA
Lungotevere dei Vallati,7,8,9 Roma
Vernissage:  Dal venerdì 04 al lunedì 14 maggio 2007 ore 18.00
Titolo: “ Fuggire“
DURATA: da venerdì 04 a lunedì 1420  maggio 2007
Realizzazione: Ufficio Centrale Studente Esteri in Italia
( Galleria Interculturale Permanente di Roma )
Organizzazione : Dulcinèa Brito

CENNI BIOGRAFICI SULL’ARTISTA

Brahim Achir, nasce in Algeria nel gennaio 1956.
Nel 1977 studia presso l’acc. navale di Livorno, che lascerà per trasferirsi in Olanda, dedicandosi alla pittura.
Nel 1979 torna a Roma per proseguire la sua ricerca pittorica,esponendo in diverse mostre collettive e personali.

Collettiva, Roma, Bottega del poeta, via Giulia, 1982.
Collettiva, Roma, Porto di Ripetta,1985.
Personale, Centro artistico europeo arti figurative, via Sicilia, 1988. Personale, Arte San Lorenzo, 1989.
Personale, Circolo Montecitorio, 1990.
Collettiva, Roma, Palazzo Valentini, 1990.
Personale, Roma, Galleria triangolo verde, 1991
Collettiva, Roma, Galleria crac. 1992
Collettiva, Roma, Acc. di Romania(3°premio)1993
Personale, Roma, Studio d’arte Fennec, 1996.
Personale, Peschici, Sala comunale, 1998.
Collettiva, Roma, Complesso San Michele, 1999.
Collettiva, Ex chiesa di Santa Marta,2000.
Personale, Roma, Studio art, via Palermo,2001.
Collettiva, Roma, Dionysia festival, villa Piccolomini, 2002.
I° premio, Citta di Carsoli (AQ)2002.
Personale, Roma, Galleria spazio visivo, via Angelo Brunetti, 2003. Fiera di Parma, 2003.
Fiera di Forlì, 2003
Fiera di Reggio Emilia, 2004.
Personale, Frosinone, Sala comunale, 2004.
Premio Santhia, vincitore premio G. Guareschi. 2004 Vitarte Fiera d’arte Contali Viterbo. 2004
Personale, Roma, suite Mondrian, 2004.
Expoarte, Montichiari (BS) 2004.
Personale, Palermo,n. Millenium. 2004.
Personale, Tula (SS) Sala comunale. 2005.
Vitarte Fiera d’arte contemporeanea 2005.
Collettiva, Galleria suite Mondrian Roma 2005.
Collettiva, La fornace Bologna 2005.
Personale, patrocinio Comune Frosinone 2005.
Personale, La porta blu Art gallery Roma 2005 patrocinio ambasciata Algerina.
Expoarte, Montichiari 2005.
Collettiva, (minimanimalia) Galleria via maestra) 14 poggibonsi(si) 2005.
Collettiva, (De humana natura) Galleria Manzi S.Gimignano 2005.
Mostra scenografica “polaroids” Teatro dell’orologio 2006.

 

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Dulcinea Brito, il genio ironico nella pittura naif

      Se vi capitasse di andare in un museo in Sudamerica o in Nordeuropa, potreste imbattervi in un quadro di Dulcinea Brito, un’artista talentuosa, particolare genio naif. La conosco personalmente da tempo, è un’ottima amica, ma sono sotto gli occhi di tutti le sue magistrali qualità di artista molto intelligente, scrutatrice ironica della realtà. Premiata con favore, oltre che in vari concorsi, dalla critica internazionale, le sue opere fanno bella mostra oltre che in vari musei, anche in prestigiose collezioni private, come quella della Regina di Danimarca, Margareth II. Ovviamente, il prestigio di cui gode Dulcinea fa capire che le sue opere sono in continua rivalutazione.
      Dulcinea nasce in Brasile, terra che porta nel cuore e che è sempre presente nei suoi quadri. Lì inizia a lavorare presso un atelier a inizio Anni Settanta, mentre partecipa a varie mostre internazionali. Viene nel nostro Paese a inizio Anni Ottanta e si stabilizza qui, facendo delle puntate all’estero per i suoi impegni artistici.
      Parlare della tecnica di Dulcinea è riduttivo, bisognerebbe conoscerla attraverso la visione diretta di tante e diverse sue opere. Il suo stile si basa su una conoscenza sapiente della linea, sulla capacità di introdurre fantasie geometriche nelle forme disimpegnate del naif, cosicché ogni quadro è come la lettura di un poema non impegnativo ma ricco di cultura. Ogni particolare vive della massima cura, anche la più piccola piuma si mostra in tutti i suoi dettagli. Rigorosa, geometrica, perfetta e perfezionista, dipinge con una soavità che non stanca. Il Brasile è sempre presente, anche nei quadri che ripropongono dei miti (cioè narrazioni favolose), come il “Paradiso gay“, o i quadri che richiamano i padri del Brasile, o quelli che contrappongono i due volti del Brasile: quello del divertimento e quello delle favelas. Eppoi che dire della produzione artistica così varia: da grandi quadri alle piccole “icone“ naif, gioielli da tenere in bella mostra.
 Il consiglio è quello di avere una conoscenza diretta dell’arte di Dulcinea.

Intanto, il sito www.dulcineabrit.com

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Sospesi tra caos e pace, qualcosa sull’autrice

 

Maria Cristina Madera nasce a Roma 34 anni fa. Sin da bambina mostra uno

spiccato interesse per la pittura e le arti figurative in genere.

Gli anni passano e Maria Cristina coltiva il suo amore per l’arte attraverso lo

studio e la sua istintualità che la porterà a dipingere per alcuni anni.

Per il suo quindicesimo compleanno riceve in regalo la sua prima reflex e

l’interesse per la fotografia si trasforma in passione grazie a uno zio che le svela

tutti i segreti della fotocamera. Uno stimolo importante per la sua crescita

artistica

le verrà dato dal suo maestro, il pittore Francesco Vaglica, con il quale studierà per tre anni le regole del disegno e le tecniche della pittura. E’ proprio in questo periodo che la sua produzione pittorica diviene più intensa.

L’incontro con il fotografo Riccardo Guglielmin nel 1998 sarà determinante per la riscoperta di una passione rimasta sopita per alcuni anni. E’ così che la fotografia diventerà una costante nella vita di Maria Cristina, alimentata da una forte sensibilità e da un grande interesse per il ritratto. Il suo percorso fotografico si sviluppa attraverso immagini rubate alla quotidianità, scatti discreti ma allo stesso tempo indagatori, rappresentazioni estemporanee delle emozioni umane.

E’ proprio l’amore per l’immediatezza espressiva che caratterizzerà la sua produzione futura fino a condurla, nel 2002, a Sydney in Australia. Qui prende parte ai “Gay Games“ come fotografa ufficiale della squadra italiana di nuoto. I suoi scatti d’oltreoceano rivelano un grande intuito per rendere eterno un istante immobilizzando il movimento.

Inoltre le fotografie di scena, realizzate nell’ambito teatrale e cinematografico, rivelano il grande fascino che il ritratto esercita da sempre su di lei. Nella sua produzione, infatti, la ritrattistica è una costante che non la abbandona mai.

Per le sue opere predilige il bianco e nero per lasciare spazio all’immaginazione cromatica, per ognuno soggettiva, e per indurre l’osservatore ad una fruizione dell’immagine totalmente personale. Lei stessa dice: “Fotografia significa scrivere con la luce ed è per questo che sono innamorata del bianco e nero, perché mi da’ una libertà di giocare con le luci e le ombre che non ritrovo nel colore“.

  

 

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Sospesi tra caos e pace

Sospesi tra caos e pace

Mostra fotografica di Maria Cristina Madera

Merico Cavallaro

 

            A distanza di due anni dalla prima esposizione a Ponte Milvio (con soggetti della quotidianità), Maria Cristina Madera espone fino al 6 gennaio al Centro Commerciale Euclide, Via Flaminia Nuova, km.8,200 la sua nuova riflessione su temi della natura e sistemi di vita non caotici. Mi permetto di definirli così, perché dalle foto emerge il bisogno di un recupero della dimensione di se stessi, al di fuori degli schemi della quotidianità di una metropoli come Roma. Spaccati di vita quotidiana nei paesaggi rurali e nella realtà australiana. Eppure, nella loro fissità drammatica di uno scatto, trovo in quei gesti e in quelle immagini rurali ed altre rubate ad un mondo lontano da qui, qualcosa che appartiene a noi come eravamo. Si rimane sospesi nel tempo: ecco cosa viene fuori a pensare sopra a quelle immagini, ecco cosa riesce a trasmettere Cristina con la sua visuale, che diventa “nostra“ visuale. Questa è la fotografia che si trasforma in arte non comune, non banale: un’arte che non ci pone solo il punto di vista dell’artista, un mondo prospettato attraverso un filtro, ma un’arte a caratteri cubitali, perché quella è l’espressione dell’artista, sì, ma anche il mio di spettatore che guarda (e mi coinvolge). È questa la meraviglia di Cristina: coinvolgere nel gioco dell’arte lo spettatore, aprire con lui un dialogo, seppure d’immagini ma forse proprio per questo anche più profondo. L’artista, allora, in quest’ottica, con questa concezione dell’arte, smette i panni del falso profeta ed assume quelli del dialettico, lascia la posizione del dispensatore di verità (che si ritiene tale in quanto possiede uno strumento che altri non sanno usare) per divenire ricercatore insieme allo spettatore (mettendoglisi accanto e condividendo immagini e momenti), immortalando in un oggetto d’arte i contenuti di quella che viene detta “opera aperta“, il sommo grado di un’opera che coinvolge al dialogo, oltre i confini dello spazio e del tempo, autore e fruitore dell’opera.

 

 

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Massimo Roscia giudizzi

·         “Da un appassionato gourmet qual è l’autore, non poteva arrivare che un romanzo tragicomico nel quale aleggiano profumi e sapori irresistibili”
(Patrizia Rusconi, Gente)
·         “Un romanzo filosofico, per certi versi, un romanzo di formazione e di apprendistato del gusto… un romanzo originalissimo, permeato di humour noir, divertente, sorprendente, che merita davvero di essere letto e segna una prova d’esordio da sottolineare”
(Franco Ziliani, B!Vino)
·         “Una vita descritta dall’autore con un registro intrigante, a metà strada tra apocalisse e commedia… Fornelli in primo piano per ribaltare quel male di vivere che ci accomuna tutti: Roscia, esperto enogastronomo, ha firmato un libro che si legge di un fiato e con piacere, quasi fosse uno di quei manicaretti che descrive”
(John Vignola, Il Mucchio)
·         “Il racconto scorre con grande facilità tra situazioni esilaranti, ricette, manoscritti, turbe psichiche, trascinando il lettore sempre più verso un mondo in cui il cibo diventa l’assoluto protagonista. Tutto questo è frutto della fantasia e della sensibilità di un appassionato gourmet, Massimo Roscia, che, con questo suo primo libro, dimostra di avere le carte in regola per diventare un promettente e originale scrittore”
(Roberto Giuliani, Lavinium)
·         “Un libro che consigliamo a tutti”
(Italo Clementi, Viaggia l’Italia)
·         “Un romanzo originale e coinvolgente che sarà difficile non leggere in un solo boccone
(Francesca Ferrari, Più Cucina)
·         “Divertente e semiserio viaggio nel mondo del cibo”
(Marilena Bergamaschi, Cucina No Problem)
·         “Una vicenda tragicomica in cui il cibo è al centro di tutto”
(Paolo Benvenuti, Terre del Vino)
·         “Difficilmente un libro mi rapisce e m’invoglia a leggerlo subito, brevi tempore, come nel caso di quest’opera. Un bellissimo romanzo che induce piacere e curiosità sin dalle prime righe… Complimenti Massimo per questo tuo avvincente libro d’esordio che dobbiamo senz’altro lodare e, soprattutto, gustare!”
(Stefano Buso, L’Acquabuona)
·         “A cominciare dai titoli dei capitoli, tutti inconfondibilmente culinari (dagli hors-d’oeuvre all’Addition), l’Autore disegna uno scenario dominato dalla tavola, dal cibo, dall’arte culinaria, nel quale si muovono i due protagonisti, un cinico, disordinato, nevrotico venditore di manuali della fortuna ed un misterioso funzionario ministeriale. L’idea è originale e Massimo Roscia, appassionato gourmet, la sviluppa con sapienza e naturalezza, guidando il lettore divertito in un viaggio tragicomico che approda ad una conclusione permeata di humor, con toni da romanzo noir. Lo stile brillante, i dialoghi, le descrizioni essenziali, tutto concorre a fare di questa opera prima una prova matura e insieme una promessa per altre originali invenzioni“
(III Premio sez. Narrativa – Concorso letterario internazionale “Mario Soldati” ed. 2006 – Motivazioni della Giuria)
·         “Fagoterapia, fagofilia, fagomania: tre parole-chiave per una storia ispirata alle virtù terapeutiche, all’amore e all’ossessione per il cibo… Un triangolo di significati fulcro di una food story… Un rutilante noir gastronomico, intriso di suspense e humour culinarie… Con meticolose descrizioni di piatti, racconti di banchetti fatali e citazioni d’antichi testi di cucina, l’autore anima l’inconsueta trama… Nei dodici capitoli-menu del libro si imbandisce una strana rivolta del sapore con amaro finale“
(Clara Ippolito, Cucina & Vini)

 

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Massimo Roscia l’autore

L’AUTORE
Massimo Roscia ha trentasei anni e vive con la moglie Alessandra nella campagna frusinate. Appassionato gourmet, autore di numerose pubblicazioni tecnico-scientifiche, lavora presso la Camera di Commercio di Frosinone dove si occupa, tra l’altro, proprio di enogastronomia. “Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo“ è il suo romanzo d’esordio
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Massimo Roscia


UNO STRANO MORSO ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo

Quarantatré anni, venditore di manuali della fortuna, cinico, dissacrante, pigro, abitudinario, accanito fumatore, umorale, ansioso, a tratti nevrotico, esempio vivente di assoluta diseducazione alimentare. La sua esistenza sarà completamente stravolta quando conoscerà Franco Brenda, un grigio ed anonimo travet ministeriale. Dopo improbabili apparizioni di maialini al forno e cosciotti di agnello vivi, incontri fortuiti, indagini e pedinamenti degni del migliore investigatore privato, equivoci, sorprese e pranzi pantagruelici, scoprirà una nuova terapia, la fagoterapia o terapia del cibo, una cura rivoluzionaria, basata sul consumo equilibrato e consapevole di cibo e bevande, capace di giovare non soltanto al corpo, ma anche alla mente. Vinta la diffidenza iniziale, il Nostro si avvicinerà ai fornelli, inizierà a leggere ricettari e guide gastronomiche, si innamorerà della cucina, apprezzerà finalmente il gusto ed i sapori, scoprirà come la passione per il cibo possa trasformarsi in ossessione. Un esilarante percorso a zigzag tra pietanze, fornelli, ricette, antichi manoscritti di gastronomia e, parallelamente, un’escursione tra ansie, nevrosi ed altri disturbi della psiche. Un viaggio tragicomico in un mondo in cui il cibo diventa centro di tutto.

 

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Una prima recensione del libro di Daniele Desillo

Mercenario dello sviluppo

Daniele Desillo, un agronomo che parla della propria esperienza professionale e umana, parla con disarmante lucidità, delle ricadute della cooperazione allo sviluppo nei Paesi in Via di Sviluppo. È di fatto la raccolta di un epistolario di 40 mail scritte in due anni di attività in Malati nel tentativo, materialmente riuscito, di creare una fattoria nel mezzo della savana, come responsabile del progetto di cooperazione, “Utawaleza Farm“ (Fattoria Arcobaleno). Dall’apparente leggerezza del diario della propria esperienza di agronomo, nasce uno spaccato e un’analisi della vita vissuta pienamente in un Paese, fra gli ultimi del mondo, dove la gente “è vittima di politiche legate proprio ad un distorto uso della cooperazione che si trasforma in una “dolce catena“ che li lega ai donatori e che impedisce il loro vero sviluppo“.
L’ambizione e l’entusiasmo del giovane agronomo sono proprio lì nei primi capitoli, quando ci trasmette l’emozione dell’acqua che scaturisce dal primo pozzo, o la sua gioia nel vedere le prime colture crescere o la sua soddisfazione davanti agli 800 alberi attecchiti intorno all’azienda; e andando avanti i trovano le stesse angosce e le stesse soddisfazioni di tutti noi che traiamo da questo meraviglioso lavoro.
Si vive, pagina dopo pagina, la crescita umana e personale di chi, per lavoro, è chiamato ad affrontare e a confrontarsi con temi scottanti e attuali come gli aiuti umanitari, l’uso di sementi OGM, la cancellazione dei debiti ai PVS, le adozioni a distanza, le campagne del World Food Program, tutta la logica della cooperazione allo sviluppo.
Colpisce quindi l’evoluzione del suo pensiero delle ultime pagine che, sulla base delle proprie esperienze, lo porta a definirsi “mercenario dello sviluppo“; fa pensare la sua cruda disamina degli effetti della politica degli aiuti umanitari, delle donazioni e delle campagne internazionali; imbarazza talvolta la disinvoltura con cui affronta temi come razzismo, carestie e politiche agricole sconsiderate di un continente, che lui sicuramente ama quanto critica, alla fine della sua esperienza formativa in Malati. Un bel testo, che inizia con una dichiarazione che mi ha fatto apprezzare quanto orgoglio ci sia nel fare e nell’essere parte della nostra Categoria: “Sono un Agronomo!“. Complimenti al giovane collega e spero che altri leggano il suo libro, perché le sue “parole di mercenario“, anche se nate da esperienze fortemente personali, aiutano a riflettere per cercare di individuare la vera via della cooperazione finalizzata allo sviluppo, se mai ce ne sia il bisogno.

Edizioni Memori
Pagine: 210 (13×21 cm)
Prezzo: 16,00 euro
 

   

 

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