vi presento Zanza, un comico “speciale”. (con link al viedeo di “Vieni via con me”)

ZANZA è STATO INVITATO ALLA STASMISSIONE “VIENI VIA CON ME”. E’ STATO BRAVISSIMO PERCHE’ HA DETTO DELLE COSE VERE IN MODO MOLTO DIVERTENTE!

DOPO AVERLO VISTO IN PRIMA SERATA HO PENSATO DI CONTATTARLO VIA MAIL PER CHIEDERLI SE ERA D’ACCORDO AD AVERE QUEST’INTERVISTA PUBLICATA SUL MIO SITO.

A PIEDIPAGINA METTERò IL LINKS DEL SUO “MOMENTO DI GLORIA” DA FAZIO E SAVIANO.

BUONA LETTURA E BUONA VISIONE.

L’attore comico David Anzalone, in arte Zanza, porta in scena l’handicap.

David, perché fare l’attore comico?
È stata una scelta quasi obbligata. L’ironia è la mia chiave di lettura nella vita di tutti i giorni. Inoltre la mia formazione è strettamente legata ai maggiori rappresentanti della scuola comica italiana. Non potevo che fare anche io l’attore comico, visti i presupposti.

Hai trovato resistenze, nel mondo dello spettacolo?
Resistenze ce ne sono, come in tutti i lavori individuali e creativi. Ma l’esperienza è pienamente positiva: abbiamo trovato attenzione e partecipazione al progetto.

Le tematiche dei tuoi spettacoli sono legate soltanto al mondo della disabilità?
No, non solo& In questo momento sto portando in giro “Targato h”, ma non parlo solo di disabilità e di handicap. L’handicap è per me un modo di smascherare le ipocrisie che stanno nella società, un grimaldello per forzare l’abitudine secondo la quale dell’handicap si deve parlare sempre e solo in maniera retorica e pietistica. Ma come detto, l’handicap è uno strumento per fare un’analisi della società. La mia è una comicità politica, nel senso più ampio del termine.

Nel tuo spettacolo affronti il tema della discriminazione. Quanta e quale discriminazione esiste in Italia nei confronti dei portatori di handicap?
Esiste, è innegabile, ma come per tutte le altre forme di diversità: omosessualità, immigrazione& Tutte le forme di diversità devono pagare un dazio di discriminazione. Credo tuttavia che stia anche al “diverso” porsi in termini positivi nei confronti della società. La società non è brutta e cattiva: la società siamo anche noi! Sta quindi anche a noi affrontare nella maniera giusta le forme di discriminazione.

Zanza, sei un uomo di spettacolo, hai una visibilità superiore alla media& Ti senti un po’ portavoce, o rappresentante dell’universo dei diversamente abili?
Riuscire a rappresentare se stessi è già un grandissimo risultato. Non mi pongo altri obiettivi. Se poi riesco a suscitare attenzioni particolari per questi temi, meglio così, ma non mi sento né il portavoce, né il rappresentante di nessuno.

http://www.youtube.com/watch?v=iaCWrVommMo (VIDEO DI “VIENI VIA CON ME)

Per informazioni: www.zanza.it, www.3dicembre.it, http://www.solidarityweekend.it

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La terza nazione del mondo, disabili tra pregiudizio e realtà“. Un libro non solo per disabili

650 milioni i disabili nel mondo, oltre il 10 per cento della popolazione globale. «Tutti insieme popolerebbero la terza nazione mondiale dopo Cina e India». E «solo in Italia sono circa 6 milioni, la seconda regione dopo la Lombardia», osserva Matteo Schianchi (di Gianfranco Mingione)
A tu per tu con Matteo Schianchi, laureato in Storia, studioso e sportivo, protagonista agli Europei e ai Mondiali di nuoto con la nazionale italiana di sport disabili, autore del libro “La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà“. Edito da Feltrinelli, il libro, come anticipa il titolo, non è rivolto solo ai disabili ma a tutti coloro che vogliono meglio comprendere, con parole semplici e dirette, un universo di persone che non è lontano da noi e con noi fa parte del nostro mondo ed esige eguali diritti e partecipazione alla vita sociale. Un’opera per tutti.
Come nasce l’idea di scrivere questo libro? Questo libro, legato alla mia esperienza di vita, nasce dal fatto che circa 18 anni fa a seguito di un incidente stradale sono diventato una persona disabile. In quel periodo avevo 17 anni e non è stato facile per me  comprendere quanto mi era accaduto. In quell’incidente ho perso un braccio e una gamba e ciò è stato per me un forte trauma sia fisico che personale. Questo libro nasce proprio dopo un lungo percorso di altri 17 anni nei quali ho cercato di ricostruire la mia vita perseguendo degli obiettivi importanti come lo studio e il conseguimento della Laurea in Storia e un lavoro come storico e traduttore. Alla fine di questo percorso è venuta fuori  una riflessione, un tentativo per affrontare la questione della disabilità da un punto di vista sociale e psicologico essendo le persone disabili numericamente la terza nazione del mondo. Il primo obiettivo di questo libro è quello di considerare la disabilità come un fenomeno sociale, in senso completo, sul quale bisogna cominciare a fare delle considerazioni.Come viene affrontato il tema dell’inclusione/esclusione sociale delle persone disabili all’interno del libro? Il tema dell’esclusione è uno dei più importanti trattati all’interno del libro, ovvero questa terza nazione che vive quotidianamente delle forme di discriminazione fortissime: da quella socio-economica a quella, ancor più delicata e forte, relativa all’esclusione sociale e umana che non permette a queste persone di instaurare delle relazioni basilari nell’ambito del lavoro, dell’affettività, dell’amicizia e della sessualità. Tali le forme principali di emarginazione in presenza delle quali è veramente difficile poter vivere. In questo libro vado un po’ alla ricerca delle ragioni di tali ostacoli sociali che ogni giorno molte persone disabili vivono sulla loro pelle. Questo libro si rivolge ad un pubblico specifico? Ho potuto notare che da un lato molte persone con disabilità si sono riconosciute e hanno visto codificate alcune questioni che le riguardano quotidianamente attraverso la lettura del libro; dall’altro lato ho notato altresì che le persone normodotate hanno riconosciuto le due ambizioni da me portate avanti nel libro: la prima  ambizione riguarda il far vedere che la disabilità è una questione sociale, un fenomeno trasversale e complesso (ogni anno si producono in Italia dai 50.000 ai 60.000 nuovi disabili sommando gli incidenti sul lavoro, la strada, le malattie ecc.);  la seconda ambizione, forse ancora più importante, mira a scalfire il senso comune che considera il disabile fondamentalmente un essere inferiore, un senso comune che nasce da una paura verso il diverso da noi. In questo libro cerco di andare alle radici di questo sguardo collettivo, che stigmatizza i disabili, per dimostrare alle persone normodotate che l’esclusione sociale di tali persone è un’operazione non solo intellettuale ma fatta anche di sguardi.
Da quando hai avuto l’incidente, ad oggi, nel nostro paese la situazione dei diritti delle persone disabili è cambiata? Se si, in peggio o in meglio? La situazione era molto più difficile in passato. Oggi, grazie anche al lavoro delle associazioni del terzo settore, abbiamo raggiunto traguardi importanti come, ad esempio, la firma della ratifica della Convenzione dell’Onu per persone con disabilità, uno dei documenti più importanti a livello internazionale in merito a tale questione. Purtroppo, per altri versi, sono ancora un po’ pessimista. Certamente oggi si parla molto di più della disabilità, soprattutto attraverso i media, ma nello stesso tempo  sono convinto che non ci siano i linguaggi e gli spazi di approfondimento adeguati per parlare e affrontare tale tematica che presenta ancora molte problematicità.  E come se il solo parlarne di più dei mass media costruisca d’emblée dei nuovi linguaggi, ma così non è vero. Mi sembra che troppo spesso la disabilità raccontata dai media non riesca ad andare oltre una duplice rappresentazione del disabile: da un lato il “fenomeno sportivo“ che diviene sovente un fenomeno di spettacolo – vedi Pistorius o Grande fratello; dall’altro lato, il “caso sociale“ che il più delle volte genera pietismo verso persone che vivono ai margini della società. Non si hanno mai i tempi e le argomentazioni per parlare più approfonditamente di disabilità coinvolgendo anche le persone che vivono e lavorano attorno alla disabilità come le famiglie, gli operatori, gli assistenti vari, i volontari ecc.  Una mancanza così grave non è adeguata a costruire una cultura dell’inclusione dei disabili all’interno della società.
Se dovessi dare un messaggio ai giovani in merito alla sicurezza stradale, fonte di gravi incidenti ogni anno, cosa gli diresti? Innanzitutto direi ai giovani di usare la testa per evitare di trovarsi in situazioni spiacevoli, perché poi è troppo tardi. Inoltre direi loro di non aver paura dell’altro, di andare oltre il senso comune su citato grazie anche ai molteplici mezzi di comunicazione che oggi abbiamo a disposizione. In sintesi, cari ragazzi,  “divertiamoci, però con la testa“.  Note libro: Matteo Schianchi, La terza nazione del mondo. I disabili tra pregiudizio e realtà, Milano, Feltrinelli, 2009 (Serie Bianca), 176 pagine, 14 euro (in libreria dal 15 gennaio 2009).
 

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intervista della redattrice a Joe su arte, disabilità, sul loro sito e blog!

Il blog http://www.2007.handiamo.it/sites/wp_handiamo/index.php come, quando e perchè nasce?
* Il blog nasce nel marzo del 2007. L’obiettivo è quello di comunicare e registrare quanto di bello e importante accade nelle varie tematiche toccate dalle rubriche in cui il blog è suddiviso. Le rubriche presenti e mantenute “in vita” al momento sono due: “La citta del Sogno” e “Arte e comunic’azione:)”. Personalmente sono responsabile di quest’ultima rubrica, nella quale, come in una sorta di diario, registro gli eventi che caratterizzano il mondo dell’arte e della comunicazione oltre a quelli di questi che vivo in prima persona.

Oltre te chi sono i responsabili?
* Assieme a me collabora Sara, la quale mi aiuta a gestire i contenuti della rubrica di arte e comunicazione. Responsabile della “Citta del Sogno è invece Angela Romano, che vive in America e ci manda sotto forma di racconto, il progetto-utopia della “La Città del Sogno“. Oltre al blog vi è anche il nostro portale www.handiamo.it al quale collaborano tanti altri amici dell’associazione.

Quando nasce l’associazione e quali sono gli argomenti principali che sono trattati e commentati da Handiamo?* L’associazione nasce nel 1999 ad opera dell’attuale Presidente Paolo Conte e sin da subito è chiaro a coloro che ne faranno parte quale sarà la missione che essi dovranno compiere: “diffondere la cultura dell’inclusione attraverso un valore fondamentale per la crescita morale e sociale della società come lo sport”. La strategia comunicativa, che nel corso degli anni è andata sempre più ampliandosi ed evolvendosi, vede oggi la sperimentazione di una piattaforma comunicativa di tipo cross-mediale. Il portale, presente sul canale di Libero www.handiamo..it , rientra pienamente nei portali dell’area dell’informazione e intrattenimento e la sua struttura ricalca quella di portali di informazione giornalistica, come quello dell’Ansa. Il portale offre un variegato bouquet di  servizi attestandosi, oggi, come uno dei dei classici centri di servizi sociali di tipo interattivo, in ordine di pagine visitate. Le tematiche trattate dalla nostra redazione riguardano l’informazione sui temi della sensibilizzazione  delle persone disabili. Il miglior modo per rendersi conto di cosa pubblichiamo effettivamente è di andare a vedere e, soprattutto, leggere i nostri articoli. La strategia comunicativa abbraccia, oltre al sopra menzionato blog, un format televisivo e la promozione di pubblicazioni di libri, riviste, opuscoli, pubblicazioni tecniche in merito alle nostre iniziative, oltre ad organizzare, promuovere e partecipare a convegni, tavole rotonde e seminari.

Come trattate il tema della disabilità e che rapporto c’è nei vostri scritti tra le varie arti e la disabilità?
Ogni nostro progetto cerca di indebolire quella sorta di inibizione che manifestano le persone normodotate, o perchè hanno paura, o perchè temono come rapportarsi e per paura di sbagliare quasi sempre queste si allontanano e la persona disabile percepisce ciò come un allontanamento, un non essere incluso nella quotidianità della società. Da qui nasce il nostro claim “la disabilità non è un mondo a parte ma è parte del mondo”, volto ad includere tutte le persone senza distinzione alcuna. L’unica distinzione a cui teniamo e che valorizziamo è quella della diversità come ricchezza culturale ed espressiva appartenente ad ogni essere umano. All’interno di tale quadro è possibile ricercare, ponendo molta attenzione al linguaggio, il miglior modo possibile per poter creare una relazione fra i vari mondi che apparentemente sembrano un ostacolo ma che invece sono una grandezza ricchezza da non sottovalutare e sfruttare al meglio delle nostre potenzialità.

Quali scopi avete già raggiunto e quali volete ancora raggiungere?
* Credo che la cosa più significativa che abbiamo ottenuto in questi anni, sia la possibilità di coinvolgere e informare le persone su tematiche molto importanti, inclusive e non esclusive, nelle quali rientra un soggetto molto importante: l’individuo nella sua interezza. Potrei citare tanti altri traguardi importanti nei quali l’associazione si è distinta, sia a livello europeo sia a livello nazionale. Ma questi sono sì, traguardi degni di nota, fermo restando, però, il nostro primario obiettivo che è quello di coinvolgere le persone attraverso la diffusione di una cultura realmente aperta a tutti. La cultura del per tutti e di tutti.
Quanto tempo mediamente, dedicate ad esso, ogni settimana?
* Lo staff si compone per lo più di volontari e collaboratori che offrono il loro tempo libero alle varie attività dell’associazione. Il tempo è tiranno ma se lo si sa prendere per il verso giusto, lo si sfrutta appieno!

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intervista della redattrice a Francesca

Che studi hai fatto e cosa fai attualmente nella vita?

Attualmente vivo a casa, non è facile trovare un lavoro, devo vedere con gli enti locali oppure con i concorsi, perché ci sono posti riservati. Del resto, trovare lavoro non è facile per nessuno.

Ti va di consigliare, a me ed a gli altri lettori, un film ed un libro da non perdere assolutamente?

Figli di un dio minore. Parla proprio dei nostri problemi e di come possa nascere un vero e profondo amore tra persone al di là dei problemi di handicap.

Tu che sei non udente in che modo comunichi? Riesci ad esprimerti con gli altri? E se gli alti non conoscono il linguaggio dei segni, comunichi lo stesso con loro o devi rinunciare?

Comunicare è una cosa importante, ma considera che molti muti li comprendi benissimo, sembra quasi che parlano. Il tipo di comunicazione più diffusa è quella gestuale, ma per chi non condivide questo tipo di comunicazione c’è il più semplice sistema di comunicazione del corpo. Non trovo difficile farmi comprendere, spesso il problema dipende dalla scarsa attitudine mentale dell’interlocutore e da forme d’imbarazzo. Che cosa ti senti di dire ad una persona col tuo stesso problema? Cancella la domanda, tutto ciò che si può dire pare ovvio.

Vuoi dire qualcosa ad un insegnante, maestra di sostegno che hanno in classe un alunno non udende?

Dire qualcosa agli insegnanti, no. Gli insegnanti sanno bene quali sono le loro facoltà e parto dal presupposto che fanno il loro lavoro perché lo hanno scelto, almeno se sono insegnanti. Per chi si sente costretto a fare l’insegnante per gente che ha problemi di handicap gli consiglio di cercare altri lavori su giornali di annunci, giusto per non sentirsi frustrati se non vogliono fare gli insegnanti agli handicappati.

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intervista di Marzia a Giorgia

per fare le vostre domande a Giorgi la sua mai è: giorgisign79@yahoo.it 

1)Ciao Giorgia che Studi hai fatto? E che lavoro fai?

Ho conseguito a diciotto anni la maturità artistica con votazione 44/60. Poi , dopo il quinto anno integrativo, ho scelto di iscrivermi al corso di laurea di Psicologia a Urbino. Disgraziatamente l’ho abbandonato dopo due anni in seguito ad uno stress molto forte dovuto ad un esame che stavo preparando. Quella volta avevo scelto psicologia  per un interesse nei confronti del rapporto umano che ho iniziato a maturare alla fine del liceo e che mi ha completamente distolto da ogni orientamento artistico. Questa crisi nel mio percorso di studi mi ha fatta maturare molto mostrandomi nuovi sbocchi nella vita come quello di poter comunque approfondire i rapporti interpersonali e alle volte di essere una buona amica. Ora però non ho più molta fiducia in questa branca della scienza che rischia di diventare spicciola e da salotto.
Ho fatto del volontariato servendo in una mensa della Caritas e ho svolto il servizio civile volontario di un anno presso un centro diurno che ospita malati di sclerosi multipla. Per il momento mi dedico alla casa e allo scrivere. 

2)Mi parleresti di come quando e perché hai cominciato a scrivere?

Scrivere è sempre stato un modo per conoscere e scoprire me stessa sin dall’età di sei anni, quando scrivevo letterine d’amore al mio fidanzatino! Trovo in questa forma di comunicare una facile adattabilità alla sensibilità di ogni persona
ma che richiede una certa preparazione data primariamente dalla scuola. Poi servono un certo bagaglio di esperienze e tanta maturità.

3)Scrivere è un mezzo per comunicare agli altri il propri pensieri su vari
argomenti, tu cosa vorresti o ti prefiggi di comunicare.

Lo scrivere per me non è solo un modo per comunicare e rappresentare me stessa ma è anche una forma di anti stres
nel senso che mi da modo di sublimare le mie ansie e la mi aggressività permettendomi di fantasticare spesso su una realtà a
mio avviso rasentante lo squallore.
Per il futuro vorrei che le mie cose fossero lette dal maggior numero di persone.

  
4)quale domande ti poni nei testi che scrivi ma soprattutto vorrei sapere se
sei riuscita a darti delle risposte tramite la scrittura?

Gli argomenti dei miei scritti sono in questo momento riferiti alla sostanza della vita, ma non voglio entrare in merito a discorsi che competono per lo più professionisti quali sociologi, filosofi e via discorrendo.
Desidero esclusivamente limitarmi a rispondere a quelle che sono le mie domande sulla vita in riferimento alle esperienze che ho fatto o che non ho potuto fare per forze maggiori. Mi sto chiedendo, per esempio, se sia più conveniente vivere di rimorsi o di rimpianti. Se esiste un destino per ognuno di noi già prestabilito e per il quale nulla possiamo fare. Ma soprattutto vorrei sapere se c’è quella famosa giustizia Karmica o se è solo frutto della mera consolazione di qualche iellato.
Viene da se che se fossi arrivata a trovare una risposta a questi miei quesiti ostici non mi cimenterei più nelle mie riflessioni sotto forma di diari, racconti, articoli…eccetera,eccetera. L’arte è una ferita sempre aperta.
 

5)ogni scrittore che si rispetti nutre la propria arte, la scrittura,
leggendo. Alla luce di questa affermazione, ti chiedo, quali seno i libri
che ti sono piaciuti di più e ti hanno maggiormente ispirata nello scrivere?

E’ vero, ogni scrittore nutre il suo dono con la lettura ma ci sono anche altre forme d’ispirazione per lui.
Personalmente trovo creativo parlare con la gente oppure meditare davanti ad una distesa verde.
Il mio libro di riferimento è senz’altro “Vivere amare e capirsi“ di Leo Buscaglia. Una sua frase
significativa è questa “ Il contrario dell’amore non è l’odio ma l’apatia, indifferenza“.
Credo molto nell’amore come Leo e penso che il suo manifestarsi provochi un’onda di energia che si espande in
tutto il mondo. Non è un romanzo, sono delle sue lezioni di vita date a degli studenti con grande umiltà.

 
 

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intervista al mio professore di pedagogia

 mac1.jpg ritratto di A. S. Makarenko

 Intervista tra me ed il mio professore di pedagogia: Nicola Siciliani de Cumis, docente a “La Sapienza“ di Roma.           

Gentile professore, mi potrebbe spiegare il concetto di “moralmente handicappato“ che si ritrova nel “Poema pedagogico“ di A. S. Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente“, nel Poema makarenkiano, mi ci vorrebbe molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica…  Ma faccio la prova a dirti almeno questo: 1) il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione  dei ragazzi della colonia “Gor’kij“ coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri“, con quella definizione. 2) Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza“  collabora direttamente al processo, che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione dell’“uomo nuovo“. 3) In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei  ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti…  Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema… Che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…     

Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possono definire “handicappati morali? Se sì, chi sono?

Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto“), direi: tutti. Tutti gli esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti“. Nel senso che la sproporzione tra  come siamo e come vorremmo e dovremmo essere, è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti, che farei mie: 1. che il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo“ e diventare, quindi, senso di corresponsabilità; 2) e che il presente si alimenta di “futuro“, di  “gioia del domani“,  di “prospettiva“: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso… Tuttavia dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un  “dover essere“… insoddisfatto.

Nel “poema pedagogo“ si parla di handicap  che diventa una risorsa. Mi potrebbe parlare di questo concetto?

Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale“ che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale… La cosa più importante è infatti questa: che la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, lo handicappato sociale in quanto tale, ma riguarda tutti: anche e soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste proprio in questo: nel fatto, cioè, di lavorare a più livelli: da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società, ecc.; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi“:  uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune… Meglio: i  ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad  una umanità “altra“, finiscono per elaborare  un modo  inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza  è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente.
La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.   

Tornando hai nostri giorni, lo handicap fisico può presentare davvero una risorsa nella famiglia, nella scuola e successivamente nella società?

Intanto, quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli  aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche, ecc. ecc. Tutte qualità che non solo “riducono“ lo handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap  riesce a raggiungere a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo. Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni… Tutto sta nel riuscire a fare o tendere  a fare la “cosa giusta“; nel riuscire a “farsi valere“ come quello o quella che fa e farà la cosa “più“ giusta, la cosa “migliore“, la cosa più “apprezzabile“, la cosa “che gli altri non sanno fare“, la “cosa-risorsa“ non solo per se stessi ma per tutti. Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io“, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive… Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo  come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.     

Come si è modificato il termine “handicap“ dai tempi di Makarenko ai nostri giorni?

Anche in questo caso occorrerebbe avere al proprio attivo studi lessicali, di storia della cultura, di storia della psicologia e di sociologia, ecc., che io non ho… Ricordo però che nell’elaborato di laurea di Sara Collepiccolo, una studentessa del Corso di laurea di Scienze dell’educazione e della formazione, che si è laureata lo scorso anno con me, ci sono pagine molto utili a riguardo, dalle quali io partirei… Quanto ai “tempi“ di Makarenko c’è già una qualche risposta… Rimane però da vedere che cosa significava handicap nei “luoghi“ di Makarenko; cosa significava per lui (nella altre opere, fuori dal Poema pedagogico); cosa significava nel “suo“ mondo, nelle “sue“ fonti, nei “suoi“ interlocutori diretti, ecc.

Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile“ come possibile sostituzione al termine “handicappato“. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che come me ha solamente un problema nella deambulazione e nel linguaggio, e quindi di carattere fisico ma non intellettivo?

Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa“ o “quella“ parola  siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che  caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte; e, dunque, con dare ad esso un “credito“ assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono,  verso l’“abilità“ tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione, ecc. ecc.?
 

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