DUE STRANI MUSEI

 

Un archivio per i diari
Dal 1984 Pieve Santo Stefano, quasi al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ha innalzato ai quattro punti cardinali del suo perimetro, sulle strade che vi accedono, un cartello giallo sotto quello della toponomastica ufficiale: “Città del diario”. La cittadina ospita infatti nella sede del municipio, un Archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. Il piccolo borgo di questa Pieve dell’Appennino tosco emiliano aveva avuto distrutto dalla guerra quasi tutto l’abitato: tra i pochi edifici rimasti in piedi, il palazzo comunale, a forma di L come un libro aperto sul leggio, con gli stemmi delle casate alle pareti. Per chi vuole saperne di più su questo curioso paese o per chi vuole sapere tutte le iniziative dell’archivio dei diari può cliccare su:

http://www.archiviodiari.it/

IL MUSEO DELLE CURIOSITA’ IN ITALIA

La curiosità è la madre della scienza e il principio del divertimento. Il Museo delle Curiosità è una collezione di fatti, oggetti, notizie e personaggi del tutto insoliti, strani, rari e veri raccolti per stimolare, divertire e perchè no, insegnare ed è l’unico a dimostrarvi che l’incredibile esiste.
Questo museo si trova a San Marino. All’interno dell’esposizione, potrete ammirare un centinaio di oggetti esposti, con eccentricità e stranezze, come una trappola per pulci del XIX sec, l’orologio a naso, le unghie più lunghe del mondo, l’uomo più grasso del mondo 639 kg, la donna più bassa del mondo 59 cm.
In estate una curiosa corriera del 1913 trasporta gratuitamente i visitatori dai parcheggi al museo.

Museo delle Curiosità
Salita alla Rocca, 26
Centro storico
47890 Repubblica di San Marino

Telefono:
0549 992437
(+378 0549 992437 from foreign countries)

Telefax:
0549 991075
(+378 0549 991075 from foreign countries)

E-Mail:info@museodellecuriosita.sm

http://www.museodellecuriosita.sm/

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UOMINI QUADRUPEDI IN UN VILLAGGIO TURCO

Ciao amici, metto nel mio sito un articolo bizzarro. L’ho trovato sul Corriere della sera del 7 marzo ’06 alla pagina della scienza. Di certo si tratta di persone “diversamente abili“ . Mi piace il termine diversamente abile, finalmente il portatore di handicap non è più un inabile, ma è colui che ha delle capacità diverse dal normodotato. Penso che a questo proposito quanto segue calza a pennello con il mio discorso.

UOMINI QUADRUPEDI IN UN VILLAGGIO TURCO
Un’anomalia genetica li spinge a camminare solo su mani e piedi

Se chiediamo a bruciapelo, alla prima persona che passa, in che cosa gli esseri umani sono diversi dalle scimmie, è assai probabile che la risposta elenchi il linguaggio, il ragionamento, la piena coscienza di sé, la stazione eretta e il camminare su due gambe. Da Darwin in poi, l’emergenza di ciascuno di questi tratti ha stimolato distinte, plausibili spiegazioni evolutive.
La «discesa» dei nostri antenati dalla foresta nelle pianure ha favorito arti inferiori capaci di sostenere da soli il nostro peso e di consentire la marcia e la corsa, il linguaggio ha consentito una comunicazione raffinata, il ragionamento, una intelligente previsione di ciò che può accadere e una pianificazione delle azioni individuali e collettive. Mi fermo qui, perché una storia assai diversa ci viene ora suggerita da un fisiologo turco, il professor Uner Tan dell’Università Cukurova ad Adana. Detto in modo molto sommario, ma non fuorviante, Tan sostiene che tutti questi tratti tipicamente umani possano essere il risultato di un singolo processo evolutivo.
Si sarebbe trattato, secondo Tan, di un evento evolutivo «puntuale», uno di quelli messi a suo tempo in evidenza da Stephen Jay Gould e Richard Lewontin, e non di un’evoluzione graduale, come tradizionalmente contemplata nella teoria darwiniana classica. Su che base può affermarlo? Sulla base della scoperta di una sindrome molto insolita, che già porta il suo nome.

Clinicamente definita come un caso molto particolare di atassia cerebellare, la sindrome di Uner Tan si manifesta con il quadrupedalismo (questi soggetti camminano solo e sempre sulle mani e sui piedi e spesso procedendo in linea obliqua), un linguaggio assai ridotto, un grave ritardo mentale, una ridotta coscienza di sé, una postura normale ricurva e a testa china, anche quando sono seduti. In una parola, questi sventurati, a causa di un deficit congenito, incarnano nella realtà quello che si potrebbe definire, secondo una lunga tradizione e più di un pizzico di leggenda, il famoso anello mancante. L’ultimo numero dello «International Journal of Neuroscience» descrive minuziosamente questa sindrome e racconta come, in uno sperduto villaggio turco, vicino al confine con la Siria, nella provincia di Iskenderun, città di Alessandro Magno, e sede di mosaici che rivaleggiano con quelli di Ravenna, il medico Osman Demirhan abbia scoperto questo caso e abbia chiamato Uner Tan, con un’équipe di fisiologi, neurologi, e psicologi, per esaminarlo a fondo. In questo villaggio, una coppia di lontani consanguinei ha avuto ben 19 figli, cinque dei quali sono affetti da questa sindrome (quattro femmine e un maschio). Gli altri dodici erano tutti normali, ma due sono morti precocemente. L’età varia dai 14 ai 36 anni. L’analisi genetica dettagliata è in corso, ma si tratta senza dubbio di un carattere genetico recessivo portato da un cromosoma non sessuale. L’analisi a risonanza magnetica mostra un rimpicciolimento della regione del cervelletto chiamata vermis e una riduzione del corpo calloso.
Un collega di Uner Tan, Tayfun Ozcelik, professore di genetica umana all’Università Bilkent di Ankara e che ha una lista molto nutrita di pubblicazioni scientifiche internazionali, mi dice: «Conosco e stimo il professor Tan da 25 anni. Quando, lo scorso dicembre, su suo invito, mi sono recato in quel villaggio e ho osservato quei soggetti, ho avuto la più straordinaria esperienza dei miei oltre venti anni di genetista». Aggiunge che questa scoperta può grandemente contribuire a risolvere l’enigma dell’evoluzione umana. Dello stesso parere, ma con interpretazioni assai diverse, sono i biologi evoluzionisti inglesi Nicholas Humphrey e John R. Skoyles, della London School of Economics, e l’anatomista Roger Keynes dell’Università di Cambridge, i quali hanno ben esaminato i soggetti studiati da Uner Tan, su suo specifico invito, nel giugno del 2005, e hanno adesso pubblicato su Internet un dettagliato resoconto. Vi si dichiara che non è stato possibile apporre su questo documento sia la loro firma che quella di Uner Tan e Osman Demirhan (http://eprints.lse.ac.uk/archive/00000463)

Suppongo sia a causa della natura divergente delle rispettive tesi evoluzionistiche. Intanto un gruppo turco-tedesco ha localizzato la mutazione sul cromosoma «17p».

Limitiamoci qui ai fatti, prevedendo che questo caso susciterà grande interesse e accesi dibattiti nelle settimane a venire. Questi cinque soggetti si muovono speditamente appoggiando gran parte del loro peso sui polsi, con le palme rivolte in avanti. Si noti che le scimmie si appoggiano, invece, sulle nocche. Si tratta, quindi, si un tratto del tutto insolito. Inoltre, a differenza dei bimbi piccoli che vanno a «quattro zampe», essi non camminano sui ginocchi, bensì mantenendo le gambe distese.
Con notevole sforzo, riescono a stare fermi in piedi, ma non a camminare sulle sole gambe. Capiscono sufficientemente il curdo da poter comunicare con gli estranei, e tre di loro capiscono anche un po’ di turco, ma è difficile comprendere quello che dicono, la loro sintassi è assai misera e il vocabolario limitato (circa cento vocaboli). Si capiscono solo tra di loro e con i loro genitori. Non sanno ripetere gran parte delle parole per loro nuove, non sanno rispondere nemmeno alle domande più semplici (in che Paese vivi?), e non sanno piegare in due un foglio di carta. La loro «coscienza» di dove sono, di chi sono e di cosa succede intorno a loro pare essere assai ridotta (secondo Uner Tan, ma il team inglese dice che interagiscono con cortesia e reagiscono adeguatamente alle situazioni nuove, per esempio un viaggio in autobus fino all’ospedale).
Tan si accinge a cercare attivamente altri casi simili, mentre gli studiosi inglesi insinuano che le circostanze biologiche e sociali di questo caso sono talmente uniche che potrebbe per sempre rimanere isolato e irriproducibile.
Mentre scrivo, il tam tam della sindrome si sta diffondendo nella comunità scientifica e le più prestigiose riviste e anche la Bbc, si accingono a parlarne. Aspettiamo un po’ prima di trarre tutte le interessanti conseguenze evoluzionistiche.

Massimo Piattelli Palmarini

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SUONO PRIMORDIALE

Cari lettori, un’amica mia e di piccologenio mi ha mandato i seguenti scritti ed ho deciso di pubblicarli in questo spazio.

SUONO PRIMORDIALE

Nelle pure vibrazioni del suono primordiale, la mia vita sembra acquistare e perdere corpo, colorarsi e sfumarsi, consumarsi e nutrirsi… Nelle pure vibrazioni di un suono percosso e non percosso, riscopro l’universo intangibile e possente del silenzio che dolcemente mi copre… m’immergo. Mi trovo riempita dall’assenza di tempo, al di sopra delle contraddizioni e delle mie dualità… Assaporo l’eterno celato in un attimo.

LO YOGA E I SUOI SENTIERI

Lo yoga è una disciplina raffinata ed antica, che aiuta a sviluppare armoniosamente ogni aspetto dell’individuo: fisico, emotivo, intellettuale e spirituale. Allo yoga associo spesso la parola scienza, perché la sua teoria e la sua pratica, pur risalendo al più remoto passato dell’India, si sono modificati e arricchiti nel corso di molti secoli e ancora si stanno arricchendo e ispessendo. Mi piace paragonare lo Yoga ad un grande albero secolare, dai molteplici rami, che pur seguendo percorsi diversi, s’innalzano infine, tutti verso il cielo. Ogni ramo rappresenta una forma di yoga diversa, ognuna caratterizzata da una disciplina precisa e costante. Ogni ramo offre strumenti che portano l’individuo ad una profonda auto-trasformazione e ad una maggiore consapevolezza, oltre a donare un profondo senso di benessere. Queste diverse forme di yoga, pur distinte l’una dall’altra, non possono essere separate. Esse si fondono, s’integrano… hanno la stessa radice e lo stesso fine.
La stessa parola Yoga deriva dal sanscrito jug, che significa unire, legare assieme… Quindi non è possibile trovare yoga nella separazione, nel distacco, nella discrepanza.

Le forme di yoga più conosciute sono:

L’Hatha Yoga è l’aspetto più fisico e dinamico della scienza dello Yoga. Con Hatha Yoga indichiamo, infatti, un complesso di posizioni e purificazioni corporee, di tecniche di controllo del respiro, di stimolazioni delle energie latenti nell’uomo e di metodi di concentrazione.
Bhakti Yoga è il sentiero della devozione, dell’adorazione e dell’amore verso Dio, verso l’umanità e verso il proprio guru (maestro spirituale).
Il Karma Yoga è il sentiero dell’azione, del servizio disinteressato verso il prossimo, del volontariato.
L’Jnana Yoga è il percorso della conoscenza e della speculazione scientifica. Consiste in una continua autoanalisi nella ricerca di una piena consapevolezza. Lo Yogi che segue questo metodo, disidentificandosi prima dal suo corpo, poi dalla sua mente e dal suo ego, si riconosce infine con il divino che è in lui e che è in ogni essere vivente, diventando così un tutt’uno con ogni cosa.
Il Raja Yoga è invece il sentiero della concentrazione e della meditazione. Basato su una perfezione etica e morale, offre un approccio sistematico per guadagnare controllo sopra la mente. I suoi insegnamenti sono una chiave d’oro per schiudere la salute, la felicità, la pace e la gioia.
Nell’Hatha yoga, la forma di Yoga più popolare in questi giorni, il corpo è lo strumento e il mezzo di realizzazione; i benefici, che una pratica costante di questa disciplina comporta, sono innumerevoli. L’Hatha Yoga si sviluppa attraverso l’esecuzione d’asanas (posture), dello yoga nidra (rilassamento profondo), del pranayama (tecniche di respirazione per il controllo e la gestione dell’energia), di kriyas (tecniche di purificazione) e di tecniche di concentrazione mentale. L’approccio occidentale, spesso solamente fisico ed estetico a questa forma di yoga è quindi svilente.
“ha” significa sole e “tha” significa luna, quindi l’unione tra gli elementi opposti, intesa com’equilibrio e stabilità.
Un aspetto, che considero importante ed indispensabile, è l’atteggiamento non competitivo nella pratica di queste posture. Viviamo in una società che costantemente ci propone modelli da imitare, per essere accettati e apprezzati. Nello Yoga non è così. Lavoriamo il nostro corpo, con amore e riconoscenza, consapevoli dei nostri limiti, ma anche delle nostre capacità. Non dobbiamo paragonarci con chi c’è accanto, e possiamo fare yoga indipendentemente dal sesso, dall’età, dalla religione e dal colore della nostra pelle. Andiamo bene così come siamo e non dobbiamo competere con nessuno, neanche con noi stessi. Un giorno eseguire un’asana potrà sembrarci molto semplice, ma forse il giorno dopo troveremo difficoltà… Forse alcune posizioni non riusciremo mai a farle… Il nostro corpo è continuamente soggetto a cambiamenti, trasformazioni, e il nostro rapporto con esso cambia… siamo come i fiori in un vaso, che si girano in cerca della luce del sole, sempre in movimento anche se lento, continuo, quasi impercettibile. E’ la nostra energia che cambia e si trasforma… Lo yoga è una disciplina che può farci crescere, diventare più forti e farci superare i nostri limiti, soprattutto quelli mentali!

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GIOCHI IN CALABRIA

Giochi in Caloria
Durante la vacanza mi è stato chiesto di tenere un laboratorio di narrazione e giochi finalizzati alla socializzazione all’interno del gruppo. Il primo giorno mi sono resa conto che per i ragazzi con ritardo mentale (tutti i ragazzi del laboratorio) era molto difficile lavorare su concetti astratti ed inventare delle favole, ho continuato a stimolarli con nuovi giochi e nuovo materiale i risultati sono stati positivi in quanto i ragazzi hanno prodotto molteplici gioie e cartelloni. Anche i giochi di movimento e di socializzazione sono stati produttivi. Infine posso dire che i ragazzi si sono divertiti ed erano soddisfatti di questo laboratorio.
Qui di seguito sono elencati i giochi che sono stati fatti con la relativa preparazione e relazione finale.

Diamante 17.7.2004    Cesto delle favole
Materiale: Occorre un numero di oggetti pari ai partecipanti.
Modalità: Ad ogni ragazzo dare un oggetto scelto a caso e chiedere di cominciare una storia poi   a turno ognuno va avanti nel racconto inserendo il proprio oggetto
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Ho potuto notare che nei soggetti con ritardo mentale è molto difficile formulare   concetti astratti e quindi l’educatore deve pilotare molto il gioco e in qualche modo   quasi sostituirsi alla fantasia del ragazzo

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Diamante 17.7.2004    Le coppie di figure
Ad ogni partecipante ho dato una carta con una figura. La prima parte del gioco è di riconoscere le figure e formare delle coppie dopo di che si passava ad una presentazione incrociata.
I componenti dicevano il proprio nome, la città di provenienza, il proprio hobby, mestiere, ecc.. Nella terza ed ultima parte ogni partecipante presentava il proprio partner al gruppo intero.
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Non è possibile giocare con coppie casuali perché sono sempre sbilanciate. E’ preferibile che sia l’educatore a formare le coppie prima di iniziare il gioco.
   
Diamante 20.7.2004    La mezza foto

Materiale: Foto prese da una rivista e tagliate a metà poi incollate su cartoncini rigidi.
Attività: Mescolare e distribuire le foto ai partecipanti. Ognuno copre la sua carta in questo   modo si vengono a formare le coppie. Nella seconda parte del gioco ogni coppia si   deve scambiare delle informazioni personali e poi si passa ad una presentazione    incrociata al gruppo.
Obiettivo: Questo gioco permette di unire un gruppo di persone che non si conoscono e questo è   consigliabile farlo come attività di apertura
Partecipanti: Jenny, Marina, Carolina, Maria Rosaria.

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Diamante 25.7.2004    Isola

Materiale: Cartellone con la foto dell’isola, fogli di carta e matite
Osservazioni: Ho scelto il gioco dell’Isola deserta, ho fatto vedere al gruppo un grande cartellone con l’isola disegnata. Ho chiesto di immaginarsi naufraghi e di avere la possibilità di portare una cosa molto importante, ad  esempio l’oggetto preferito, un animale, degli amici ecc. Ogni partecipante ha manifestato una sviluppata creatività. Hanno deciso di portare un salvagente, delle coperte, un gruppo di amici ed un cane.
Ognuno è riuscito ad illustrare la propria giornata tipo trascorsa sull’isola.

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Diamante 25.7.2004    Cantare una canzone

Dopo il gioco dell’Isola per terminare il laboratorio ho fatto cantare una canzone degli 883 ad Alvaro e Gianni, accompagnati dal gruppo che suonava gli strumenti. Erano tutti in sintonia. Il gioco era stato troppo corto qualche giorno prima, ma ero riuscita a far partecipare tutto il gruppo ed è durato pochi minuti. La soluzione è stata quella di stimolare loro creatività facendogli scegliere la canzone ed il ruolo da interpretare senza imporglielo dall’esterno.
Diamante 27.7.2004  L’attualità  (corto)

Materiale: Parecchie riviste con foto
Attività: Distribuire le riviste, chiedere di scegliere una foto e di spiegare al gruppo il perché   della scelta fatta.

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Diamante 28.7.2004  Collage a tema (lunghissimo)

Materiale: Riviste, forbici, colla, un cartellone
Preparazione: Raccogliere numerose riviste
Attività: Invitare i partecipanti a scegliere un tema,  dare il tempo di cercare foto riguardanti il   tema scelto. Formare un cartellone con le immagini e spiegare il perché si è scelta   quella foto. Infine, inventare una storia su tutte le fotografie.

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Diamante 29.7.2004   gioco STOP        (corto)

Obiettivo   esercizio di coordinamento dei movimenti del corpo coordinare il gruppo in una    melodia
Partecipanti:   Jenny, Carolina, Angela, Marina, Alvaro e Maria Carmen
Modalità:  primo giro un solo movimento
  Secondo giro un movimento diverso
  Terzo giro i due movimenti precedenti legati in un unico movimento
  Quarto giro nuova sequenza di movimenti con un nuovo ritmo e aggiunta del canto   “Giro giro tondo“ durante l’esecuzione
Diamante 29.7.2004  Dimmi la verità (medio)

Materiale: Fogli, penna, pennarelli
Preparazione: Preparare dei cartoncini con delle domande
Attività: Distribuire i cartoncini casualmente, invitare i partecipanti a rispondere alle    domande, incoraggiando una discussione.

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Diamante 30.7.2004  Dibattito aperto (lungo)

Materiale: Sedie posizionate a cerchio
Attività: dare un tema, ad esempio questa vacanza. Ogni partecipante dovrà dire una cosa    positiva e una negativa, avviare una discussione.

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    Tutti in posa
Attività:  Conoscere i movimenti e memorizzare
Finalità: Mimare dei lavori ad esempio la commessa, il barista ed altri mestieri che si possono   mimare in coppia

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    Mimiamo l’orchestra
Materiale: Strumenti musicali
Attività: Usare gli strumenti oppure fare un ritmo battendo le mani oppure facendo altri    movimenti con le parti del corpo, cantare una canzone tutti insieme

   

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IL SIGNIFICATO DELLA SOFFERENZA

Diamante 21.7.2004

Conferenza di Padre Donato Cauzzo La sofferenza è un argomento difficile. Fin dall’antichità l’umanità si è scontrata con questo interrogativo: perché a me ? L’uomo da sempre per sua natura aspira alla felicità, alla gioia. Ma l’esperienza della sofferenza è la più universale: i drammi delle guerre, terremoti, la fame nel mondo ne sono l’esempio più vistoso. Il soffrire è connaturato all’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale, due persone possono essere affette dalla stessa malattia ma viverla in modo differente. Non potremo mai comunicare fino in fondo la nostra esperienza di sofferenza. L’esperienza personale del soffrire è la risonanza che l’evento malattia può avere dentro di me. Ognuno di noi è solo nel viverla, ognuno di noi deve scontrarsi con essa “ Ognuno sta solo sul Cuor della terra trafitto Da un raggio di sole ed È subito sera “ S. Quasimodo L’uomo vive lo scontro tra il desiderio di serenità e l’esperienza del soffrire. Cosa può alleggerire il nostro soffrire ? Il dare significato senza un perché si soffre maggiormente. Scoprire il senso della sofferenza, per poterla vivere in modo significativo, in questo modo aumentano le nostre risorse interiori per affrontarla . La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocco il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. Quindi la sofferenza è esperienza universale e personale allo stesso tempo. La sofferenza è una realtà difficile da trattare. L’uomo da sempre non si è accontentato di alleviarla ma si è sempre domandato il perché “ che significato ha nella mia vita ?“ Se non si trova diventa assurdo viverla. L’uomo contemporaneo è fragile di fronte alla sofferenza. Il progresso scientifico ha illuso l’umanità di poterla sconfiggere oggi poi si è psicologicamente più fragili rispetto a 70 anni fa quando il soffrire, la morte, facevano parte della vita e pertanto era quasi naturale soffrire, erano più forti perché si riteneva inevitabile soffrire. Noi oggi ci ribelliamo di fronte a qualcosa che pensavamo di poter sconfiggere. La sofferenza è considerata un’ingiustizia quindi viene rifiutata, contestata. Ci sentiamo frodati del diritto alla felicità. Si tende a colpevolizzare qualcuno fuori di noi del nostro soffrire inquinamento, la mala sorte il medico incompetente ……… più frequentemente si dà la colpa a Dio!!! Se Dio è buono e vede soffrire perché non interviene? Perché non elimina la sofferenza dal mondo ? Gesù ha combattuto la sofferenza anche noi dobbiamo combattere evitare quella evitabile, molta sofferenza ce la procuriamo noi, la guerra, gli incidenti stradali, lo sfruttamento delle popolazioni ………. Durante la sterminio del popolo ebreo ci si è chiesti dov’era Dio, ma l’uomo dov’era? L’uomo continua a procurare il male all’uomo. Che significato dare alla sofferenza innocente ? Bambini che muoiono ad esempio è una sofferenza che ci aggredisce. Se Dio è un Padre buono perché permette questo ? Nella Bibbia sono presenti tutte le esperienze umane comprese le tragedie, il dolore, la morte, il male fisico. Nell’antico testamento emblematica è la figura di GIOBBE che la rappresenta la sofferenza dell’innocente. Giobbe uomo buono, ricco rispettoso di Dio, amico di tutti, con una bella famiglia. Viene colpito da un serie di tragedie perde tutto ricchezza, famiglia, si ammala e va a vivere seduto su un letamaio. Gli fanno visita tre amici e sentenziano che la sua sofferenza è un castigo di Dio per qualcosa che lui sicuramente ha commesso. La sofferenza vista come castigo divino è un pregiudizio che sopravvive ancora oggi. Giobbe rifiuta questo. Lui è un uomo buono è insoddisfatto di questa risposta. Egli si rivolge direttamente a Dio, lo contesta e chiede il perché, non riceve una risposta non risolte l’interrogativo, ma ha il privilegio di parlare con Dio il quale lo ammonisce: Cosa pretendi di capire? Richiamo all’umiltà. La sofferenza non è spiegabile alla ragione umana solo Dio ne comprende il significato. Giobbe non ha capito il perché del suo soffrire ma è stato faccia a faccia con Dio ha discusso con lui lo ha conosciuto direttamente ed è contento. Gesù da Dio si è fatto uomo ha preso su di sé la sofferenza umana, non l’ha eliminata. Per realizzare la salvezza ha accettato liberamente di condividere la sofferenza fisica e ance morale. Abbandonato da tutti anche dal Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il grido di Gesù è di tanti ammalati dell’umanità che soffre. Gesù passando attraverso la sofferenza ha portato la salvezza. Non ha mai dato spiegazioni teoriche sulla sofferenza, solo nel caso del cieco nato ha ribadito che essa è un castigo di Dio per colpe commesse. La sofferenza è un’esperienza misteriosa che fa parte integrante della nostra vita non spiegabile a livello umano. Come Gesù siamo chiamati a produrre del bene attraverso la sofferenza la quale non è da buttare. Gesù l’ha affrontata per amore nostro. L’uomo attraverso di essa può trovare il vero significato della vita e fare così scelte di solidarietà. La sofferenza è scuola di solidarietà. Chi ha fatto esperienza di sofferenza lascia cadere le cose inutili va all’essenziale ed è più forte nelle situazioni difficili. Attraverso la sofferenza si scopre il vero volto di Dio si instaura con lui un vero rapporto, si purifica una fede sbagliata si inizia un cammino più vero anche se più duro. La sofferenza può produrre del buono vivendola nella solidarietà. Bisogna tentare di trasformarla in occasione positiva. Quindi l’unico spiraglio è la solidarietà. “Cerchi la felicità? “ Seminala nel giardino di chi ti è accanto e la vedrai fiorire nel tuo“.

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LA MIA ESPERIENZA IN CALABRIA

Diamante 29.7.2004

Dal 12 al 30 luglio sono stata all’Hotel dei Focesi a Diamante in un soggiorno organizzato dall’Oasi Federico di cui la Presidente del Comitato scientifico è Sr. Michela Carrozzino. In questo progetto Sr. Michela ha voluto dare l’opportunità a persone diversamente abili appartenenti a un contesto sociale disagiato, di assaggiare moltissime iniziative. Il soggiorno era dedicato a ragazzi con disabilità principalmente mentale, il progetto mirava a svolgere diverse attività: giochi sulla spiaggia, terapia in acqua, cure odontoiatriche, laboratori di musica e durante il pomeriggio venivano effettuati dei laboratori artistici, laboratori narrativi e giochi di socializzazione. Questa esperienza per me è stata come un soggiorno di studio e di tirocinio molto diversa dal mio concetto di vacanza. Un aspetto completamente innovativo sono state le giornate dedicate all’igiene orale con la partecipazione di specialisti esperti nel settore dell’handicap. Questi medici sono stati la Dr.ssa Emanuela Fraschini, il Dr. Simone Bartolotta e l’igienista Gianna Nardi. Questi professionisti hanno visitato i ragazzi, hanno fornito loro consigli su come avere cura dell’igiene orale infine sono andati perfino nelle stanze per verificare il corretto uso dello spazzolino da denti. Secondo me sono state inserite troppe attività, mi domando cosa voleva essere questa esperienza visto che non mi sento di dire né che si è trattata di una vacanza in quanto gli operatori hanno lavorato notte e giorno e per i ragazzi si è trattato di prendere parte ad una serie di attività. Mi sento di paragonare questo soggiorno alle comunità terapeutiche in genere in quanto esse si basano sul bene e sull’organizzazione del collettivo e non del singolo individuo. A questo proposito mi sento di citare il “POEMA PEDAGOGICO“, anche Makarenko, per raggiungere il bene di tutto il suo collettivo utilizza dei metodi forti con i ragazzi privandoli anche di piccole libertà. Per persone portatrici di handicap gravi non è stato possibile un intervento mirato in quanto queste persone hanno bisogno di personale più qualificato. Questo soggiorno è stato positivo per tutti gli altri ragazzi perché purtroppo trascorrono tutto l’inverno chiusi in casa. Qui all’Hotel hanno vissuto una realtà di integrazione. L’Oasi Federico è riuscita a dare un assaggio di normalità e nello stesso tempo si è preoccupata di tutelarli in una struttura adeguata poiché tutte le attività si svolgevano all’interno dell’albergo Un altro obiettivo che “L’oasi Federico“ è riuscita a raggiungere, e non è facile, è stato quello di svolgere varie attività terapeutiche in un luogo che normalmente viene utilizzato per svolgere le vacanze e con persone “normodotate“ che soggiornavano nel periodo estivo. Ho notato molti ragazzi nel laboratorio di narrazione: il primo giorno ho chiesto ai partecipanti di immaginare una storia, avevano molte difficoltà a lavorare su concetti astratti e a liberare la loro fantasia. Con l’aiuto di esercizi svolti utilizzando riviste, cartelloni, pennarelli e oggetti vari sono riusciti a manifestare la loro creatività inventando molteplici favole. Anche la socializzazione all’interno di gruppo è stata stimolata da giochi ed interviste. Anche in questo caso i risultati sono stati evidenti. Considerando che i ragazzi ospitati nell’albergo vivono tutto l’anno esclusi dalla società perché in Calabria mancano le strutture adeguate sia per le cure mediche sia per attività ludiche e di lavoro ritengo opportuno, per ripetere questa esperienza di vacanza, ridurre gli obiettivi dando priorità a quelle attività che possono avere un seguito durante l’inverno anche in questo territorio per una integrazione dei ragazzi disabili nella società. Personalmente preferisco curare in modo completo pochi aspetti piuttosto che dare un assaggio di tante cose che non possono più avere. Ci sono state anche due conferenze nella sala comunale del Comune di Diamante: la prima è stata tenuta da Padre Donato Cauzzo, lui è un padre Camilliano. La conferenza si intitolava “Perché proprio a me ?“. Padre Donato si interrogava sulla sofferenza umana: questa non trova una risposta nella vita dell’uomo. Ha citato il racconto di Giobbe, uomo giusto, che viene colpito da una serie di disgrazie ma che alla fine tutto ciò lo mette in condizione di avere un colloquio intimo con Dio. Padre Donato ha spiegato che il soffrire è un evento che fa parte dell’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale. La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocca il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. L’altra conferenza è stata tenuta da Sr. Michela Carrozzino e da me, Marzia Castiglione. Questa conferenza era intitolata “Stampa e disabilità“. Avendo esaminato numerose testate ho potuto costatare che l’argomento disabilità non viene quasi mai preso in considerazione. I pochi articoli che lo riguardano sono quasi sempre riportati come fatti di cronaca negativi. Sporadicamente troviamo articoli che riguardano eventi positivi ad esempio atleti disabili che gareggiano e vincono anche persone normodotate. Infine, per me che vivo a Roma, che frequento l’Università, che mi muovo per la città con la mia macchina nonostante il mio handicap questa esperienza è stata formativa ma non una vacanza. Secondo me non è stato formativo tenere sempre i ragazzi chiusi nella struttura, pur rendendomi conto che mancando i mezzi non e stato possibile far vivere loro la vita di tutti i giorni. Per un futuro soggiorno, a mio avviso, cercherei, sacrificando qualche attività, di organizzare delle uscite per far vivere a questi ragazzi un contesto il più possibile “normale“.

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Poesie di Emily Dickinson

Quando andavo a scuola, mi è sempre piaciuto l’italiano. Facevo bei pensierini, bei temi… poi al liceo mi sono appassionata alla Divina Commedia. Non è stato merito mio, ma dei “programmi ministeriali“ e della prof d’italiano che ha sempre avuto un “debole“ per Dante. Le poesie di Dickinson facevano parte del programma d’inglese. La professoressa spiegava ed interrogava in lingua inglese; non capivo nulla. Passavo interi pomeriggi ad imparare a memoria riassunti in inglese e questo bastava a prendere sei all’interrogazione del giorno. Tempo fa ho trovato, su internet, le seguenti poesie e ho scoperto che mi piacciono.

 Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita o allevierò una pena
O aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
Non avrò vissuto invano

***

Conosco vite della cui mancanza
non soffrirei affatto
di altre invece ogni attimo di assenza
mi sembrerebbe eterno

***

Mi incanta il mormorio di un’ape
qualcuno mi chiede perchè
piu’ facile è morire che rispondere

***

il rosso sopra il colle annulla la mia volontà
se qualcuno sogghigna stia attento
perchè Dio è qui
questo è tutto

***

La luce del mattino mi eleva di grado
se qualcuno mi chiede come
risponda l’artista che mi tratteggiò così

***

Non avessi mai visto il sole
avrei sopportato l’ombra
ma la luce ha aggiunto al mio deserto
una desolazione inaudita

***

Portare la nostra parte di notte
la nostra parte di mattino
Di immensa gioia riempire il nostro spazio
il nostro spazio riempire di disprezzo

***

Qui una stella, là un’altra stella
Qualcuno smarrisce la via
Qui una nebbia, là un’altra nebbia
Poi, il giorno

***

Tutti hanno diritto al mattino
alla notte solo alcuni
Alla luce dell’aurora
pochi eccelsi privilegiati

***

Se avessimo le ali
per fuggire la memoria
molti volerebbero
Abituati a esseri più lenti
gli uccelli con sgomento
scruterebbero la folla
di persone in fuga
dalla mente dell’uomo

***

Non stimare lontano quello che si può avere
anche se in mezzo si stende il tramonto
né stimare vicino ciò che standoti a fianco
è più lontano del sole

***

La natura talvolta fa seccare
un arbusto, talvolta scalpa un albero
il suo popolo verde lo ricorda
nel caso in cui non muoia

Foglie stremate alle nuove stagioni
testimoniano mute
e noi che abbiamo un’anima moriamo
più sovente, e non così vitalmente

***

Se le mie pene future in una volta
venissero ad affliggermi quest’oggi
sono così felice che – son certa –
si allontanerebbero ridendo.

Se le mie gioie future in una volta
venissero ad invadermi quest’oggi
non potrebbero essere così grandi
come questa che mi possiede adesso

***

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano
sottraendo, finchè non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora
come una buccia la butterei lontano
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.
(dedicata a F.)

***

Muore la parola
appena è pronunciata:
così qualcuno dice.
Io invece dico
che comincia a vivere
proprio in quel momento

***

Il paradiso non è più lontano
della camera accanto
se in quella camera
un amico attende
felicità o rovina.

***

Che forza c’è nell’anima
che riesce a sopportare
l’accento di un passo che si appressa
una porta che si apre.

***

Come fare per dimenticare!
Ma potrebbe insegnarlo?
Si dice sia tra le arti la più facile
quando si impara il metodo.

Cuori duri son morti
nell’acquisirla, eppure
il sacrificio per la scienza adesso
è piuttosto comune.

Sono andata anche a scuola
ma non ne son uscita più informata
il mappamondo non lo puo’ insegnare
e non serve a niente il logaritmo.

“Come dimenticare”!
Venga qualche filosofo a spiegarmelo!
Ah, essere eruditi
quanto basta asaperlo!

C’è scritto in qualche libro?
In questo caso io potrei comprarlo
E’ simile a un pianeta?
I telescopi potrebbero scoprirlo

Se invece è un’invenzione
deve avere un brevetto.
E tu, dimmi, lo sai,
rabbi del libro saggio?

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LA SOCIETA’ INDIFFERENTE

Oggi come oggi, per una persona portatrice di handicap è sempre più difficile vivere in maniera dignitosa nella nostra società: infatti essa, invece di fornire delle agevolazioni, non fa altro che complicare questa già difficile situazione! Penso alle tante barriere architettoniche esistenti nelle maggiori città Italiane, ma soprattutto alla mentalità ancora oggi molto ristretta di fronte a determinati problemi e questo è ben più grave delle barriere fisiche! È pur vero che esistono delle agevolazioni, ad esempio le ferrovie e gli aeroporti sono dotati di un servizio di accompagnamento molto efficiente, ma fin quando si tratta di poche iniziative pubbliche non saranno mai sufficienti per migliorare la situazione di tante e tante persone con problemi di motricità! Secondo me la cosa più grave che nuoce maggiormente ai portatori di handicap è l’ atteggiamento mentale, esistente in Italia, dei singoli individui non educati al problema! Io ho dei problemi motori legati ad una carenza di ossigeno avvenuta al momento della nascita; nonostante ciò ho avuto la possibilità di compiere numerosi viaggi sia in Italia sia all’estero durante i quali ho potuto costatare che i paesi come Inghilterra, Irlanda e Stati Uniti sono molto più evoluti di noi di fronte a questi problemi. Il fatto che mi ha colpita di più non è stato tanto l’organizzazione per cercare di limitare le barriere architettoniche ma quanto l’atteggiamento delle persone; di tutte le persone non solo quelle che lavorano negli alberghi o nei musei, ma anche della gente comune: all’estero mi è capitato più volte di trovarmi per la strada o nei luoghi pubblici e ricevere un aiuto da gente “comune” senza che io chiedessi nulla! Questo dimostra una sostanziale differenza di mentalità e oserei dire anche d’educazione delle persone; inoltre lo stato non si preoccupa di organizzare dei corsi di formazione che preparino le persone ad affrontare il problema con sufficiente competenza! Purtroppo in Italia c’è ancora una mentalità “distorta” riguardo a certi problemi; secondo me questo è dato dal fatto che nel nostro paese ancora oggi esiste l’idea che la persona “diversa” fa paura, di conseguenza le persone tendono a omologarsi perché hanno timore di essere diversi e quindi di ritrovarsi soli; forse ai nostri giorni la solitudine rappresenta una delle paure più grandi! Questo è dovuto anche all’influenza dei mass media che non fanno altro che proporci dei modelli di “perfezione” da seguire! Questo discorso viene esasperato soprattutto nell’età dell’adolescenza: i ragazzi si sentono fondamentalmente insicuri e fragili, l’unica cosa che gli dà un po’ di sicurezza è l’essere “simili” tra loro, per questo motivo tendono ad formare dei gruppi. Tornando al discorso dell’handicap; è raro che una persona con mobilità ridotta incontri una persona gentile e disposta ad aiutarlo, è molto più comune che una handicappato debba lottare per far valere i suoi diritti anche quelli più banali; a questo punto, nel nostro paese, il problema più grosso per un disabile non è più il suo problema fisico, ma è il “convivere” con le altre persone: la società, come ho già detto, in molti casi invece di cercare di tutelare queste persone non fanno altro che aggravare la loro già difficile situazione! Un altro gravissimo problema che un disabile si trova ad affrontare è la scuola: la legge italiana dice che l’istruzione deve essere un diritto ed un dovere aperto a tutti, purtroppo non è così semplice, anzi posso affermare che l’inserimento di un disabile nella scuola è una meta quasi impossibile da raggiungere! Fino a qualche anno fa esistevano delle scuole “differenziate” per disabili poi il governo ha deciso di chiuderle: secondo lo stato italiano le persone con scarsa mobilità devono essere integrate come tutti gli altri. Apparentemente questo discorso è giustissimo, peccato però che manca la preparazione e la mentalità adeguata da parte dei docenti (in primo luogo dei professori di sostegno) per affrontare il problema! Questa è una grave mancanza del nostro stato perché è lui che si dovrebbe occupare di preparare i professori sull’handicap, invece se ne guarda bene dal farlo, così molto spesso, il ragazzo disabile si trova “solo” in mezzo a persone normodotate senza nessuno che li sappia dare un aiuto valido! Vi dirò di più, secondo me a scuola, oltre alle varie materie, dovrebbe preparare il ragazzo su questi problemi, lo “studio” di questi problemi dovrebbe far parte dei programmi scolastici! Un’altra grave mancanza dei docenti sono i programmi ridotti: la legge italiana prevede che i professori forniscano questi programma ai ragazzi, ma questo loro dovere, e sottolineo dovere, non viene quasi mai assolto, o in molti casi il ragazzo deve lottare molto ed anche così non è detto che li ottenga! Purtroppo non è ancora finita qui! Un altro grave problema delle scuole è la “responsabilità” in molti casi al ragazzo li viene negato il diritto di partecipare alle gite e all’ iniziative scolastiche come tutti gli altri ragazzi perché la scuola e le professoresse non vogliono prendersi la responsabilità, si rifiutano di aiutare chi ha qualche necessità in più! Una delle tante conseguenze di questi gravi problemi è che per il ragazzo diventa molto difficile socializzare con i propri coetanei perché i ragazzi seguono il “buon esempio” dei loro professori e quindi anche loro si fanno prendere “dalla paura della responsabilità” in questo modo il disabile, invece di inserirsi un gruppo di persone “normali” come è giusto che sia, viene sempre più isolato! I suoi problemi fisici invece di smorzali si accentuano sempre di più perché formano “quell’impercettibile barriera” che c’è tra lui ed il mondo esterno. Questo avviene in quasi tutte le scuole indipendentemente se sono pubbliche o private, religiose o non religiose. Tutto questo è successo anche a me che ora frequento il quarto anno del liceo linguistico in una scuola privata, religiosa, tenuta da suore, mi è successo anche alle medie ad una scuola pubblica! Allora io mi domando, come mai in un paese come l’Italia che è fondamentalmente religioso avvengono certe ingiustizie, ed i paesi meno religiosi c’è un maggior rispetto per gli handicappati? Una delle prime regole della religione cristiana è proprio quella di aiutare il prossimo, specialmente i più bisognosi, allora perché in Italia c’è tutta questa ipocrisia e falsità? Un altro argomento che merita di essere preso in considerazione, riguarda le famiglie delle persone con handicap: senza dubbio quando in una famiglia nasce un bimbo con dei problemi è un grande shock. La cosa più normale sarebbe che superato lo shock la famiglia diventi più unita per aiutare il bambino, ma in pratica non sempre è così: e le famiglie si sfasciano. A volte, con il passare, del tempo i familiari trovano la forza dentro di loro di stare vicino ed aiutare il bambino, in certi casi, andando avanti col tempo, i genitori imparano a tirar fuori del positivo da una situazione che in partenza appariva tragicamente negativa; in questo senso il problema della persona può trasformarsi in un’opportunità sua e di chi li sta accanto per confrontarsi e migliorarsi. Io penso che è proprio la diversità che dà alle persone la possibilità di confrontarsi, crescere e maturare! Purtroppo però anche qui ci sono delle eccezioni: tante persone non sono così internamente ricchi per accettare ed affrontare questa situazione e così, invece di affievolirla la rendono più complicata, o peggio ancora si rifiutano di ammettere l’esistenza di questo problema! Aiutare un bambino portatore di handicap è un impegno che dura tutta la vita; purtroppo certe persone non ci provano nemmeno, altre invece sono troppo fragili, così cominciano, poi col passare degli anni si fanno trasportare e distrarre dagli eventi della vita ed a poco a poco iniziano a “mollare” infine, fortunatamente, esistono persone che stanno dietro al bambino per tutta le vita tirando fuori tutta la loro forza, e prendendo tutta quella che il bambino è in grado di dargli, così che i due vanno avanti sulla strada della vita insieme!

Scritto dalla redattrice

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LE MIE ESPERIENZE ALL’ISTITUTO LEONARDA VACCARI

Mi sto laureando e scienze dell’educazione e della formazione. È una laurea nuova, ma equivale a quella vecchia in pedagogia. Consiste in tre anni di laurea di base più altri due di specializzazione.
Per adesso sono ancora ai primi anni; ho fatto un anno obbligatorio di tirocinio presso l’istituto Leonarda Vaccari, a Roma, Viale Angelico 22.
All’interno dell’istituto vi è un’ Ausilioteca ovvero dove, con l’aiuto di personale molto competente si possono provare ausili informatici per l’handicap. La mia esperienza di tirocinio è tutta documenta nella tesina qui sotto.
Alla fine del tirocinio mi sono rivolta all’ausilioteca come utente. Ho spiegato ai terapisti che la mia difficoltà più grande è che non riesco a leggere in maniera autonoma perché in poco tempo mi si stancano i muscoli degli occhi, la vista mi salta da un rigo ad un altro e ho problemi nella sintetizzazione e nella comprensione del testo.
Per ovviare a queste difficoltà e per rendermi più autonoma, in ausilioteca mi hanno fatto provare un programma che si chiama: Carlo Mobile.
Questo programma, mediante una sintesi vocale mi permette di riascoltare testi inseriti da me nel computer, per mezzo di uno scanner. Così posso riascoltare testi di esami, ma anche letture di piacere come romanzi o giornali.
Sempre in ausilioteca ho provato un copri tastiera e un emulatore di mouse. Questi due ausili mi permettono di essere più precisa e veloce nell’uso del pc. Ho fatto una decina di incontri per essere valutata e per imparare ad usare il programma e gli ausili informatici. Al termine dell’addestramento mi è stato proposto di raccontare il lavoro svolto in un corso d’aggiornamento per insegnanti e terapisti. Ho accolto la proposta con entusiasmo. Qui sotto potete leggere la presentazione in power point che ho discusso quel fatidico pomeriggio.

APRI PRESENTAZIONE

TESINA/TIROCINIO SULL’ISTITUTO « LEONARDA VACCARI »

Ho avuto occasione, di recente, di frequentare “l’Istituto Leonarda Vaccari“ per svolgere un periodo di tirocinio pratico di formazione. Prima di riferire sulle mie impressioni, vorrei brevemente descrivere questa Istituzione, inserita a Roma nel popoloso quartiere Prati. L’Istituto è nato – come del resto altri – fra le due Grandi Guerre mondiali del XX secolo (infatti è del 1936) allorché imperversava un morbo terribile e devastante per le conseguenze: la poliomelite. Questa infezione virale colpendo i bambini; spesso provocava la morte per encefalite, ma altre volte conduceva a lesioni dei centri motori dei nervi, con paralisi più o meno estese e disabilità motoria. Ci si affannava, allora, ad una primordiale riabilitazione ed a questo scopo venivano creati Istituti che accoglievano sia questi disabili, sia altre forme di disabilità nervosa di natura congenita, all’epoca ben poco conosciute nella loro origine genetica. In generale, erano gesti di umanità di famiglie facoltose, che avevano avuto in casa la malattia per uno dei propri figli: in tal modo – assieme ad altre famiglie egualmente colpite che si associavano di Fondatori – si cercava di far del bene e nello stesso tempo darsi una qualche consolazione reciproca, supplendo ad uno Stato che – allora – non era sufficientemente organizzato per una risposta istituzionale verso questi giovani colpiti dalla sorte. La Marchesa Leonarda Vaccari parti’ nel 1936 da queste premesse, creando un Istituto che – una volta scomparsa (o per lo meno molto ridotta) la pericolosità della poliomelite grazie alla vaccinazione di massa dei bambini effettuate nei Paesi occidentali continuo’ ad operare validamente nella riabilitazione di altre forme di disabilità. Come appare evidente anche dallo Statuto e dai depliant illustrativi, nel passato l’Istituto offriva ai suoi utenti disabili fisici i servizi fondamentali per avviarli alla vita sociale e lavorativa (cure mediche, scuola, formazione professionale in laboratori attrezzati e avviamento al lavoro). Questa attività è rimasta, ma notevolmente modificata dall’avvento dell’inserimento scolastico generalizzato, e facilitato dall’insegnante di sostegno, per quanto riguarda la scuola. Attualmente, l’Istituto accoglie una tipologia di utenti disabili più ampia e diversificata a cui offre un supporto di tipo individualizzato attraverso un équipe di professionisti costituita da medici, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, terapisti, etc. E’ oggi ritenuto necessario predisporre, infatti, per ogni tipo e gravità di disabilità una risposta riabilitativa personalizzata, cio’ che comporta uno studio molto approfondito del singolo caso e la partecipazione di molti specialisti alle attività diagnostiche e terapeutiche. L’obiettivo finale è non solamente una riabilitazione per il recupero possibile dal danno che si è prodotto – cioè la diminuzione di abilità – oggettiva – ma anche una integrazione ed un inserimento nella vita sociale dello stesso disabile, attraverso la migliore qualità di vita che sia possibile ottenere nel caso particolare di cui si tratta. E’ per questo motivo che si lavora “ad personam“, attraverso un progetto individualizzato strutturato da figure professionali complementari, alle quali spetta la valutazione, la pianificazione, l’attuazione e il monitoraggio dell’intervento. L’intervento comporta la presa in carico della persona dall’infanzia all’età adulta, tramite attività riabilitative, pedagogico-didattiche, formative, che possono durare anche a lungo, in rapporto a tante esigenze (personali, famigliari, economiche etc) che vanno volta a volta valutate. Un aspetto importante, dunque, della “missione“ dell’Istituto e del modo di realizzarla è l’abbinamento delle attività prettamente sanitarie con le attività formative e di avviamento al lavoro. Si tengono presenti, a questo scopo, i progetti europei, quelli nazionali, regionali e locali che possono indirizzare e facilitare l’inserimento sociale del disabile, secondo le sue capacità di essere e d’agire. L’orientamento ed il counselling per la persona interessata e la sua famiglia non viene visto come un elenco teorico di possibilità, ma deve essere accompagnata da una ricerca attiva ed una modalità di offrire un sostegno alle esperienze di lavoro sul territorio. Più di recente, l’istituto ha voluto venire incontro – pur con le difficoltà ben note dell’impresa – al cosiddetto problema del “DOPO DI NOI“, che angoscia giustamente molte famiglie, ed ha attivato una “CASA FAMIGLIA“ con la COMUNITA’ “MARIA SILVIA“, per persone adulte disabili. Tutte queste attività vengono sorrette dalla professionalità del PEDAGOGISTA CLINICO, che valuta, consiglia, mette in atto le varie soluzioni e nello stesso tempo svolge attività didattica anche verso gli altri professionisti che sono interessati alla gestione dei casi. Io personalmente ho frequentato l’Ausilioteca, dove lavora la Dottoressa Annamaria Molteni. Questa struttura si occupa di aiutare, mediante supporti informatici, bambini e ragazzi a vivere meglio gli anni di studio; ho seguito dei casi di dislessia, disturbi del linguaggio e della vista, ho potuto imparare come grazie a una diagnosi precisa del problema e sussidi informatici adeguati, questi disturbi possono essere ridotti al minimo, migliorando la qualità dello studio e dell’interazione con maestre e compagni di scuola del ragazzo disabile. Ho assistito a degli interessanti corsi di aggiornamento per maestre e professoresse dove veniva spiegata la comunicazione aumentativa e simbolica, questo linguaggio è molto utile per le persone con un buon quoziente intellettivo ma non riescono a parlare. Alle maestre veniva insegnato un nuovo metodo da utilizzare in classe per facilitare e migliorare la comunicazione del bambino e di conseguenza anche la sua interazione con i compagni. Questo nuovo metodo consisteva nel creare insieme delle tabelle di figure con scene di vita pratica che possono servire al bambino per comunicare con gli altri. Mi ha colpito il fatto che queste tabelle non si trovano “già confezionate“ ma è il bambino stesso che con l’aiuto dei genitori, insegnanti e coetanei deve pensare a quali immagini possono essere a lui più utili e quindi inserirle nella tabella. Con il passare del tempo la tabella diventa sempre più ampia e ricca. Dall’ausilioteca ho seguito alcuni ragazzi che sono stati introdotti con successo nei seguenti laboratori: giornalino e fiori secchi, laboratorio teatrale, e il laboratorio di scenografia teatrale. Io ho osservato per diverse ore, questi laboratori, quello di scenografia è formato da ragazzi con handicap cognitivo e degli studenti del liceo San Giuseppe Demerode, ho assistito come tutti insieme trascorrevano lunghi pomeriggi a chiacchierare tra loro, lavorare, aiutarsi a vicenda sconfiggendo così il luogo comune che vede il portatore di handicap come persona da aiutare e non come un soggetto con diverse abilità. Questo tirocinio non mi è piaciuto perché non l’ho trovato utile e inerente al mio corso di studi. Anche la quantità di ore è eccessiva anche perché mi trovavo in un contesto lontano da quello da quello che studiavo sui libri e quindi non riuscivo a legare le due cose. Quando andavo all’Istituto Vaccari, pensavo che non potevo utilizzare quel pomeriggio per studiare e preparare un esame che per noi studenti del nuovo ordinamento gli esami non sono pochi. In conclusione il tirocinio è stato interessante perché ho imparato delle cose nuove e ho conosciuto delle persone “diverse“ da quelle che incontro in facoltà, ma ai fini del mio percorso di studi, il tempo impiegato nel tirocinio lo ritengo una perdita di tempo, l’ho vissuta come una cosa burocratica in quanto mi servivano quelle ore, firmate quindi certificate, per completare il percorso verso la laurea.

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L’AMERICA

 racconto della redattrice.

Dalla strada si vede un grande cancello nero, dopo aver citofonato il cancello si apre automaticamente, come per magia, senza che nessuno chieda “chi è?“.
Superato un piccolo ingresso senza finestre, illuminato dalla fioca luce di un’ abatjour, si entra in un’unica stanza molto grande, il pavimento è formato da mattonelle marroni, lucide. Vi si accede da un piccolo portone nascosto, al piano terra; forse molti anni prima era una cantina della quale oggi rimane solo la forma. L’arredamento è antico e curato nei particolari: sulla parete più lunga c’è una libreria con molti volumi logorati dal tempo. Di fonte, tra due finestre che lasciano entrare molta luce c’è un mobile nero moderno con due grandi cassetti. E’ l’unico particolare che si differenziava dal resto della stanza, ma non ci sta male. Nell’angolo c’è una piccola scrivania, al centro un grandissimo tappeto ed infondo alla stanza c’è un divanetto che s’intona perfettamente al resto dell’arredamento.
Sopra disteso con la testa appoggiata su un grande cuscino c’è Luca, sta aspettando la sua psicologa che è uscita un momento.
capitava praticamente ad ogni seduta che Luca dovesse aspettare un po’ prima di poter cominciare. Quelle attese lo infastidivano: ogni volta che andava in quello studio non vedeva l’ora di cominciare a parlare. Aveva tantissime cose da raccontare, si sentiva intimamente capito da quella donna anche se si conoscevano solo da pochi mesi. Fin da piccolo aveva desiderato fare psicoanalisi, ma ogni volta che esprimeva quest’esigenza alla sua famiglia, rimaneva deluso: i suoi inventavano sempre qualche pretesto per respingere questa richiesta. Un giorno la famiglia si dovette ricredere: quell’estate Luca era scappato di casa e non aveva dato notizie alla famiglia per una settimana, fu proprio con questa stupida bravata che riuscì a manifestare il suo disagio. Così a settembre cominciò una lunga serie di rapidi colloqui con la dottoressa.
Mentre aspettava la psicologa, era assorto in mille pensieri che gli affollavano nella mente. Forse era a causa del suo rapporto con il padre che aveva fatto tante scelte più o meno consapevolmente. Neanche lui sapeva bene perché non aveva finito la scuola ed adesso viveva facendo qualche lavoretto e stando sempre insieme al suo gruppo d’amici. Praticamente viveva giorno e notte in compagnia di quei ragazzi che lo conoscevano meglio di chiunque altro e lo capivano perché, infondo anche loro non avevano ancora combinato nulla di buono nella vita.
Luca ripensava agli anni della sua infanzia quando dopo il divorzio dei suoi genitori era andato a vivere con suo padre perché la madre beveva e non aveva nessuna intenzione ad occuparsi del bambino, dopo il divorzio non aveva mai voluto passare del tempo col figlio. Al contrario lui e suo padre avevano un bellissimo rapporto, il padre era attento e affettuoso col bambino tutti i giorni lo accompagnava all’asilo e poi all’elementari. Quando avevano del tempo libero stavano sempre insieme. Nelle
belle giornate di primavera andavano spesso in campagna il padre lo portava a visitare posti interessanti e gli raccontava storie fantastiche su quelle campagne.
Col passare del tempo il rapporto tra padre e figlio si era rovinato: Luca amava profondamente suo padre, ma allo stesso tempo faceva di tutto per cercare di sottrarsi alle sue continue imposizioni. Non accettava che il padre lo costringesse a fare il liceo scientifico per poi farlo diventare un’importante medico come lui, lo vedeva come un rivale, non più come un compagno, così Luca era diventato un ragazzo ribelle. D’altro canto anche il padre era cambiato: pensava sempre più alla sua carriera e, forse senza rendersene conto, si stava allontanando dal figlio che per questo motivo cercava rifugio nei suoi amici.
Il rapporto tra i due si rovinò definitivamente il giorno in cui il padre ebbe un incarico importante per la propria carriera: doveva andare in un centro di ricerca in una famosa università americana. Era la meta che sognava ormai da molti anni, per la quale aveva fatto molti sacrifici. Di certo non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Quando Luca ebbe la notizia fu felice: sapeva benissimo quello che significava per suo padre, poi era un occasione anche per lui: aveva sempre sognato di vivere in America; certamente quel paese avrebbe potuto offrigli molte più possibilità di quelle che avrebbe avuto rimanendo in Italia. Purtroppo il suo entusiasmo durò poco, ben presto si dovette svegliare da quel del sogno che lo vedeva felice in un college americano: il padre gli disse che sarebbe andato prima lui, e quando si era organizzato il lavoro e avrebbe trovato sistemazione in una villetta comoda per solo due persone Luca lo avrebbe raggiunto. Ingenuamente il ragazzo pensò che il padre stesse facendo la cosa più giusta per entrambi, credete che avesse accantonato i contrasti che avevano avuto negli ultimi anni e volesse recuperare quel tipo di rapporto che gli legava quando lui era piccolo.
Ben presto il padre partì; all’inizio e due si sentivano spesso Luca lo chiamava tutti i giorni: era impaziente di sentire la sua voce, di sapere come stava. Aveva calcolato che se lo chiamava subito dopo pranzo poteva dargli il buongiorno, lui aspettava quel momento con ansia: era contento di poter svegliare il padre raccontandogli quello che aveva fatto durante la mattina. Purtroppo con il passare del tempo cambiò tutto: il padre era troppo preso dalla sua vita, dal suo lavoro, la sua giornata era piena di impegni che proprio non aveva tempo per un figlio. I contatti telefonici divennero sempre più rari. Luca continuava a chiamarlo, ma le poche volte che riusciva a parlare con lui, si sentiva ripetere che non era il caso che lo raggiungesse, che era troppo impegnato nel suo lavoro ed altre scuse di questo cenere.
Luca non riusciva a rassegnarsi al fatto che il padre si era fatto una nuova vita e non voleva più saperne di lui. Col passare del tempo il ragazzo capì che lo stava perdendo per sempre, di lui li rimanevano solo dei ricordi come delle fotografie,
si ricordava chiaramente di quando il padre lo portò per la prima volta nell’ospedale dove lavorava, allora era molto piccolo, il padre lo prese in braccio e
lì fece visitare l’ospedale; si ricordava quei corridoi lunghissimi bianchi, illuminati da grosse lampade a neon e poi c’era quell’odore di disinfettante tipico degni ospedali.
ecco siamo arrivati, questa è la stanza dove lavora papà
quant’è piccola; che sono tutte queste cose?
Ti faccio vedere guarda, guarda qui dentro
È tutto rosso e sotto che una luce
Quello che vedi è un coccia di sangue ingrandita migliaia e migliaia di volte
Tu guardi questo quando sei a lavoro?
Anche, papà studia molte cose quando lavora, vieni, andiamo a visitare il resto del reparto.
Quando il padre gli presentò i suoi colleghi Luca rimase molto colpito dalla stima che avevano tutti gli altri medici per suo padre, lo descrivevano come un ottimo ricercatore ed una persona sempre attenta agli altri. Luca non riusciva a rassegnarsi si continuava a domandare com’era possibile che un uomo così stimato da tutti aveva rinunciato coscientemente ad un figlio.
Un giorno, dopo tanto tempo che Luca non riusciva ad avere notizie del padre, lo chiamò a casa quando oltre l’oceano erano le undici di sera; rispose una donna:

-hello
-emh pronto…
-si chi parla a quest’ora
-sono Luca
-Luca chi?
-Sono… vorrei parlare con il dottore
-Adesso non è in casa, siamo tornati questa mattina dal viaggio di nozze ed è già corso a studiare i suoi topi, comunque non lo troverà per parecchi giorni dice che è rimasto indietro con il lavoro, se vuole posso lasciarli un messaggio
Luca non rispose.
-pronto è ancora in linea?

Pochi istanti di silenzio, un tempo interminabile per Luca durante il quale sentì i batti del cuore rimbombarli velocissimi nel cervello, aveva gli occhi infuocati, un terribile ronzio nelle orecchie ed un nodo in gola che li impediva di respirare, li sembrava di avere la febbre a quaranta, improvvisamente si sentì un enorme vuoto all’altezza dello stomaco, era una sensazione sconosciuta, non si era mai sentito così neanche da piccolo quand’era malato e gli saliva improvvisamente la febbre. Riagganciò la cornetta, capì che il padre lo aveva cancellato per sempre dalla sua vita ed anche lui doveva fare la stessa cosa ma perché, pensò, infondo non glie l’ho
chiesto io di venire al mondo, fare un figlio non è un obbligo e neanche un passa tempo quindi poteva pensarci prima, perché si è stufato di me? Che cosa gli ho fatto?
Poco dopo la dottoressa entrò nella stanza, Luca le sorrise, fece un grande sbadiglio che lo aiutò ad uscire dal torpore datogli dalla concentrazione e cominciò a parlare. Quel giorno con l’aiuto della dottoressa, si rese conto che lui era molto più forte e maturo dei suoi genitori, in un certo senso era lui il padre dei suoi, doveva compatirli: non erano abbastanza forti per prendersi cura di lui; non erano pronti ad affrontare i problemi che Luca, come tutti i ragazzi al momento della crescita, gli aveva creato. Così tutti e due, se pur in maniera diversa avevano preferito fuggire: la madre aveva trovato rifugio nella sua depressione divenuta ormai cronica. Pensò che lui poteva fare ben poco per i suoi, loro ormai erano grandi, poteva solo compatirli per la loro immaturità. L’importante era che cominciasse a pensare al suo futuro, decise che avrebbe ricominciato a studiare per ottenere almeno il diploma, capì che non poteva continuare a vivere alla giornata insieme ai suoi amici, ma che doveva cominciare a costruirsi una sua indipendenza; questo era l’unico modo che aveva per affrontare la situazione.

                                             

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