La percezione della disabilità tra racconto, psicologia e pedagogia

Quando ero piccola mi hanno insegnato a cadere in avanti anzichè all’indietro, ad aggrapparmi ai miei pantaloni e camminare da sola.
Ma cadevo lo stesso e dovevo rialzarmi ad ogni costo. Così mi insegnavano in tanti, non avevo vie di scampo.
Crescendo, ho imparato a camminare da sola, ma l’equilibrio precario e le tante cadute sono rimaste.
Non è un problema di ginocchia sbucciate… quelle passano. La sensazione profonda di poter cadere, sbagliare, non farmi capire, non essere all’altezza, non spiegarmi, capire tardi quello che per me è veramente importante… è un’altra cosa.

il senso di colpa, verso le decisioni capite e prese all’ultimo momento… la rabbia prima di tutto verso me stessa e verso gli altri per la non capacità di agire, rimediare, essere assenti, vagi ed incompleti… è tanta. Inadeguatezza sì la mia e quella sensazione dei ragazzi delle medie coinvolti nel progetto di narrazione che sto portando avanti; ecco quella sensazione che ci accomuna e per la quale si è creata empatia con tutte le classi incontrate fin ora.

Alcuni adulti, a differenza dei ragazzi,  si crocchiolano nel sentirsi inadeguati: non mi va, non mi interessa, ho di meglio da fare, siamo gelosi, c’è stato e c’è chi pensa a te, sei grande, voglio pensare a me stesso/a non ce la faccio ect ma quando si tratta di “facciata” beh quella tentano di salvarla.
Ecco tanti motivi per voltarti le spalle, per sempre o per alcune situazioni. Poi non è raro che, sono io a chiudermi, a non voler più sapere, anche riparlarne mi crea fastidio.
A volte alcune persone, ci sono è veroma a me sembrano flash e poi barcollo, ondeggio, barcollo ancora.
Loro soffrono, si lamentano…  se gli altri possono farlo, la sottoscritta (che infondo non ha respirato per 5 minuti) non è tenuta a lamentarsi.
Ma continuo a credere nella scrittura e nella pedagogia, così scrivo ed incontro persone nuove, belle, un po’ pazze perché mi fanno ballare, recitare, scrivere, parlare ai convegni ed alle presentazioni, essere autrice, giornalista, lavoratrice, alunna, sorella e nipote.
È folle portare in scena lo spettacolo La Cantastorie Zoe che ha fatto piangere tutti: sconosciuti e sconosciuti, parenti e familiari, ma lo rifaremo grazie a compagni di viaggio “vecchi” e nuovi.
Ci sono persone che stimo e stimerò sempre, perché mi hanno sia aiutata a fare da sola, che insieme a loro, così abbiamo sperimentano, condividono, hanno pianto sì, ma anche riso, viaggiato, recitato, scritto, gustato, visto, insegnato, amato e tanto altro.

Ho insisto anche sbagliando anche prendendomi molte porte in faccia… ma questo spesso viene dimenticato oppure le porte in faccia le hanno prese sempre di più gli altri tanto che, a volte o per sempre non hanno più nulla da condividere.

Quando ero piccola dettavo a gli altri, non volevo studiare e iscrivermi all’università, meno male che poi hanno insistito ed ho insistito, fino a raggiungere la laurea triennale e specialistica.
Io scrivo, recito, incontro le scuole, questo è quello che ho imparato a fare, mi dispiace che per tutto ciò, involontariamente, facciano male agli altri.
Per fortuna non sono l’unica a credere, con alti e bassi… a quello che mi riesce più o meno bene, con gli aiuti certo ma che male c’è a chiedere aiuto?
C’è chi mi ha insegnato a usare il pc piuttosto che dettare, chi le tecniche di scrittura creativa e giornalistica, chi mi porta nelle scuole per parlare ai ragazzi, chi ha danzato con me, chi ha recitato.
C’è anche chi mi guarda e mi dice “cavolo se mio figlio potesse farlo”; io lo faccio ma gli altri soffrono. Non voglio insegnare niente a nessuno. Ci sono mamme di bambini e ragazzi disabili che mi chiedono consigli, aiuto, io cerco di daglieli: se posso condividere la mia esperienza e confortare un pochino sono contenta.

Ricordo che una volta ho regalato il mio romanzo ad un papà di due ragazzi con handicap cognitivo e lui (che viveva una situazione complessa) mi ha detto: “ti ringrazio perchè dalle tue pagine capirò meglio i miei figli”.
Cerco di fare da sola, ma sbaglio, lascio in dietro qualcosa. Cado, in qualche modo mi rialzo.
È vero i rimproveri comunque arrivano ed è sbagliato andarseli a cercare.
C’è chi mi apprezza e c’è chi lo fa con alti e bassi chi “non ne può più del mio libro ed evita i convegni che trattano la disabilità”, ma per fortuna non posso generalizzare.
C’è anche chi non mi parla ma mi invita, per salvare la faccia, ad un’occasione importante, e chi semplicemente non mi parlerà più.
Non sono d’accordo con l’idea a volte diffusa in psicologia per la quale “la nascita di un figlio con qualsiasi ritardo o problema è un trauma che ferma il tempo, generalmente i genitori vedono i figli come la continuazione di loro stessi, qualcuno con cui identificarsi, la presenza di un handicap impedisce questo processo”. Non è detto che non ci si possa identificare in una persona con difficoltà cognitive, motorie o di vario tipo, solo che ciò comporta tempo ed uno sforzo in più nel superare i propri limiti, le proprie barriere per poi superarli insieme ai figli e con chi sceglie di rimanerli a fianco: molti figli disabili sono l’orgoglio dei genitori e viceversa, anzi sono proprio loro a far fare nuove esperienze e far intraprendere nuove sfide ai genitori.
Ripenso al tanto studiato Anton Semenovyč Makarenko, pedagogista sovietico, egli parlava delle persone moralmente handicappate, cosa c’è di più attuale se in tante situazioni non mi sento ne accettata ne pronta a fare tutto da sola?
E per chi non c’è o c’è a tratti non vale la stessa definizione?
Concludo con la visione di famiglia del celebre pedagogista: per Makarenko i genitori sono chiamati ad educare, devono acquisire la mentalità del collettivo, per costruire un uomo nuovo. Questa è un’ idea centrale e costante nell’opera il Poema pedagogico, dove il pedagogo utilizza il collettivo come metodologia educativa dove ognuno ha un suo posto. I genitori – continua- devono sia essere figure di sostegno che di aiuto e devono saper utilizzare al meglio le proprie risorse personali da applicare nell’ educazione e nell’aiuto.

Forse  dovrei ascoltare maggiormente la celebre citazione di dante difronte agli ignavi: non ti curar di lor, ma guarda e passa.

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Nata viva torna tra i banchi: il racconto del progetto “Disabilità e narrazione di sé”

Fin dall’età di nove anni il mio sogno era quello di pubblicare un libro, poi crescendo e vivendo delle situazioni un po’ particolari… ho capito che avevo la necessità di scrivere un romanzo  autobiografico.

A ventinove anni questo sogno si è realizzato grazie all’aiuto di Matteo Frasca, pedagogista e scrittore conosciuto, non a caso, grazie al nostro relatore Nicola Siciliani de Cumis, docente di pedagogia, della facoltà di Scienze della formazione e dell’educazione dell’Università la Sapienza di Roma.

Nell’aprile 2011 vedeva la luce “Nata viva” romanzo di formazione autobiografico.

Dopo essere riusciti a vedere il libro edito e dopo aver svolto un discreto numero di presentazioni, Matteo ed io ci siamo chiesti: ed ora, dove e con chi possiamo diffonderlo?

Il romanzo “Nata viva” si presta ad un pubblico di adulti, ma anche di bambini e ragazzi. In tanti capitoli parlo della mia infanzia ed adolescenza, racconto i giochi, le favole, i cartoni animati che mi facevano compagnia quando ero bambina. Il racconto rapsodico affronta anche i problemi scolastici incontrati, la solitudine, le passioni, e in particolare quella per la scrittura; narra di una Zoe adolescente che si sentiva allo stesso tempo uguale e diversa agli amici che un po’ l’accettavano ed un po’ la bullizzavano…

Un bel giorno Matteo ebbe l’idea vincente: “Zoe facciamolo conoscere nelle scuole dove lavoro! Dovremmo scrivere un progetto insieme, che si può intitolare Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità e presentarlo a presidi ed insegnanti”. “Ok Matteo, mi sembra un’ottima Idea. Mettiamoci a lavoro e scriviamolo insieme!”

Dopo poco tempo è iniziata un’avventura nuova ed esaltante: un giorno a settimana abbiamo portato “Nata viva” nelle scuole medie di Campagnano e Nazzano, nel viterbese.

Che emozione all’inizio!

Ai ragazzi narravo degli episodi della mia vita e Matteo mi supportava con la lettura dei brani.

In tutte le classi parlavamo della mia nascita, poi gli argomenti e i personaggi variavano sempre: ad alcuni ragazzi parlavo di mamma, ad altri di nonna, alcuni ascoltavano chi è Fiore, altri scoprivano chi era Rickie.

Il momento più entusiasmante di questi incontri era quello delle domande. Ogni alunno era coinvolto e voleva capire meglio, ricordo bene molte delle loro curiosità:

“quando parli della tua nascita citi sempre tua madre e tua nonna, ma tuo padre c’era? Perché non lo nomini mai?”

“Come hai fatto a raccontare la tua nascita? Ma tu te la ricordi?!”

“Cosa provavi quando le tue compagne di classe e le insegnanti non ti volevano aiutare?”

Forse la domanda più bella ed inaspettata è stata:

“Zoe, ti sei mai innamorata?”

Ho risposto con sincerità e semplicità a questi e a molti altri quesiti.

È stato appagante anche essere accolta con affetto ed interesse da tutte le professoresse incontrate: in qualche modo ha significato un riscatto dato che la mia esperienza scolastica si può paragonare ad una corsa a ostacoli per problemi creati da chi avrebbe potuto aiutarmi. Proprio chi era preposto ad educare e insegnare diceva alle mie compagne: “non l’aiutate perché se cade la responsabilità è della scuola e vostra”.

Meno male che forse le cose sono cambiate e, con Matteo a fianco…  sono tornata a scuola sentendomi accolta ed apprezzata; andavo a scuola con un entusiasmo che da alunna non avrei mai immaginato!

Dopo il successo che il progetto sulla narrazione di sé aveva riscontrato nelle scuole medie, l’abbiamo portato anche in diverse quinte elementari, in alcuni licei e agli alunni universitari del corso di pedagogia del Professor Nicola Siciliani De Cumis.

I ragazzi delle medie e gli alunni delle quinte generalmente hanno voglia di sapere e conoscere, è semplice entrare in empatia. La metodica dell’incontro ha delle piccole variazioni in base all’età di chi ascolta: con i bambini di dieci anni sono stata io a stimolare l’interazione; parlavo loro dei miei ricordi del tempo libero, i rapporti famigliari, la scuola, ed alla fine di ogni argomento gli chiedevo di raccontarmi la loro esperienza a riguardo.

Man mano che l’età dei miei interlocutori si alzava notavo un crescente imbarazzo che mi portava a dover rompere il ghiaccio far capire loro che potevano parlare e chiedermi tutto, perché avrei risposto senza problemi ed ipocrisie.

Nell’ambito del progetto ho incontrato anche i bambini di Radio Freccia Azzurra, un progetto pedagogico rivoluzionario ed innovativo realizzato da Matteo Frasca con il sostegno della sua Associazione Matura Infanzia e il circolo Gianni Rodari onlus. Radio Freccia Azzurra è una web radio gestita dai bambini della scuola elementare Perlasca.

I piccoli speakers mi hanno intervistata. Matteo aveva già parlato loro di me, del romanzo e aveva trasmesso in classe l’omonimo cortometraggio. Quando sono arrivata in classe era tutto pronto: il microfono, le domande, lo speaker, il coro e perfino la pubblicità; tutto realizzato e condotto dai bambini.

Ero emozionata e divertita nel rispondere alle loro domande. I bambini di Radio Freccia Azzurra sembravano più grandi e maturi delle altre quinte elementari, in fondo non tutti i loro coetanei possono spiegare ad altri bambini e adulti, come si realizza una radio e come si intervistano, scrittori, attori, registi, professori e pedagogisti!

L’ultima importante tappa di questo progetto mi ha visto di nuovo in una quinta elementare, questa volta accanto a me non c’era il mio amico Matteo, la sera prima mentre preparavo i libri per la classe e la maestra pensavo alla prima volta che da Roma andavamo a Campagnano, ho avuto tutto il tempo di fare a Matteo le domande su come mi dovevo comportare e cosa dovevo esprimere maggiormente, cosa era meglio non sottolineare.

Adesso sono cresciuta, Matteo e sua moglie non vivono a Roma, mi sento pronta per portare avanti il progetto da sola, nell’attesa di riprenderlo insieme a lui più in là.

Accanto a me c’era la mamma di un’alunna, è stata questa signora, conosciuta nell’ambito di un tirocinio-lavoro, che ha organizzato l’incontro. Lei ha letto gli stralci dei capitoli e con me ha spiegato ai bambini che è giusto aiutare chi presenta qualche diversità. I bambini si sono divertiti ad ascoltarci e a raccontare le loro esperienze, che erano molto simili alle mie di quando ero piccola negli anni ’80! C’era chi ha già girato il mondo, chi nel tempo libero aiuta la mamma in casa, chi fa scampagnate e chi va in bici. Tutti loro passano molto tempo con la famiglia, coltivano le loro passioni: leggono, vanno i bici, fanno sport, c’era anche chi scrive poesie.

Alla fine dell’incontro tutti hanno voluto il libro con la firma e un cuore accanto. Mi hanno scritto un bellissimo biglietto con le loro firme e regalato un disegno.

Ultima tappa, per ora, mi ha visto coinvolta con una classe quinta della scuola Di Donato di Roma, accanto a me c’era un’amica mia e di Matteo esperta di DanceAbility, con lei, in passato, ho perfino ballato. Quest’incontro è stato diverso dagli altri: il professore di arte ha fatto una interessante lezione su teatro, artisti, barriere e diversità.

Nella seconda parte dell’incontro, Emilia ha letto dei brani, ed insieme abbiamo stimolato il racconto in una classe molto ricca e multietnica.

Quanta empatia con i ragazzi di undici anni che si sentono inadeguati ma allo stesso tempo vorrebbero cambiare questo strano mondo.

Insieme al professore, Emilia e la classe abbiamo condiviso emozioni e spunti di riflessioni nuovi su come possiamo migliorare quello che siamo, grazie e nonostante alla presa di coscienza dei limiti, mancanze, ma anche potenzialità.

Spero che l’entusiasmo dimostrato dai bambini e ragazzi incontrati finora nei confronti di una persona e delle storie nuove li accompagni nella crescita e che possano continuare ad esplorare la diversità e ad appassionarsi di nuove narrazioni.

Io sono pronta a nuovi incontri con bambini, ragazzi ed adulti per ripetere e spiegare il progetto pedagogico che sta riscontrando l’entusiasmo dei bambini, ragazzi, genitori,  professori e presidi coinvolti.

Mi torna alla memoria un’affermazione di Paulo Coelho, scrittore dell’Alchimista, che si addice sia ai bambini incontrati che alla sottoscritta: “un bambino può insegnare sempre tre cose ad un adulto:

A essere contento senza motivo

A essere sempre occupato con qualche cosa

A pretendere con ogni sua forza quello che desidera”

Ecco perché mi piace incontrate gli alunni, per vederli un po’ sognare e sognare con loro dentro un racconto. E, a proposito di sogni, per il futuro mi piacerebbe portare questo progetto narrativo in ospedali, carceri, comunità, associazioni, case famiglia, ai minori a rischio… oltre che in altre scuole.

Infine mi piacerebbe spiegare la metodologia e la valenza pedagogica in ambiti universitari e agli adulti.   

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