Breve storia del Teatro dell’Oppresso

* Il Teatro dell’Oppresso, storia e personaggi a cura di Merico Cavallaio, e-mail: maccvl@hotmail.com

 Il Teatro dell’Oppresso è stato fondato da Augusto Boal, che nel 1956 diviene direttore del Teatro di San Paulo (Brasile) e vi introduce il “metodo Stanislaviskij“per la formazione dell’attore, che allora rappresentava una notevole innovazione tecnico-culturale che mutò radicalmente il rapporto amore-personaggio, spingendo  a un’interpretazione con maggiore immedesimazione, pathos più partecipato, l’attore vive propriamente il personaggio invece di limitarsi a fornirne una mimesis. Boal comincia a porre una rivoluzione iniziando una sperimentazione che tocca i luoghi e le forme teatrali, nonché il livello linguistico ed organizzativo e lo proietta verso una funzione sociale e politica. Le sue prime opere teatrali rispettano la “forma classica“ ma trattando contenuti e temi sociali popolari. Parallelamente vengono creati i NUCLEOS, ovvero agili compagnie itineranti che tengono rappresentazioni su camion in luoghi pubblici, strade, campagne.
    Nei primi anni Sessanta il lavoro di Boal si inserisce in un forte movimento di riscatto popolare i cui aspetti più conosciuti riguardano l’opera di istruzione scolastica e morale. Guidato da Paolo Freire, questo movimento viene preso di mira e stroncato da due golpe militari (l964 e 1968).
    Nel 1971 Boal è incarcerato e torturato, il suo gruppo disperso, il teatro chiuso. Espulso pochi mesi dopo in Argentina, Boal vi resterà fino al 1974, continuando a sviluppare la ricerca di un teatro di utilità sociale a favore di una difesa delle popolazioni emarginate. Le condizioni di semi-clandestinità in cui opera lo portano a rielaborare una vecchia forma di teatrale che ribattezza “Teatro invisibile“.
    Durante il periodo dell’esilio, nel 1973, partecipa a una campagna di alfabetizzazione in Perù. Qui, da un evento casuale, nasce il “Teatro forum“: insoddisfatta dal modo di recitare degli attori, una donna sale sul palco e mostra loro come avrebbero dovuto recitare, secondo il suo modo di vedere. Da quest’episodio singolare nasce l’idea di far intervenire il pubblico sostituendo direttamente gli attori nell’azione teatrale, allo scopo di creare delle soluzioni ai problemi presentati in scena.
    Nel 1976 il Teatro dell’Oppresso sbarca in Europa e s’incontra con la cultura del Vecchio Continente, Boal è prima a Lisbona e poi a Parigi e ridefinisce nelle sue forme la sua creatura: nasce un nuovo soggetto, una figura metaforica che è dentro l’individuo e ne blocca e rende confuso il comportamento in un gioco di ambivalenze, sono queste che, a inizio anni Ottanta, sono le tecniche chiamate, genericamente, “le flic dans la tete“ (il poliziotto nella testa) sulla base dell’ipotesi che nella nostra società il poliziotto che ci impedisce di agire non è in genere fuori, ma dentro la nostra testa.
    Boal crea a Parigi un centro, tuttora attivo, di diffusione del suo metodo. Nell’aprile 1991 si svolge qui un incontro internazionale con gruppi di 15 paesi. A novembre dello stesso anno nasce l’A.I.T.O (Associazione internazionale del Teatro dell’Oppresso) che si propone di intervenire nei progetti di educazione popolare dell’UNESCO.
   Eletto nel 1992 alla Camera dei Vereadores dello Stato di Rio de Janeiro, Boal inaugura una nuova formula teatrale che chiama “Forum Legislativo“ e che consiste in un gruppo di animatori del Teatro dell’Oppresso che raccolgono i problemi della gente (nelle favelas, coi meninos de rua, coi lavoratori ed altre categorie non abbienti) e studiano delle soluzioni che poi vengono presentate come di proposte di legge e i suoi frutti portati nuovamente alla conoscenza popolare mediante lo stesso “Teatro forum“. Il meccanismo di compartecipazione attiva che si viene a instaurare viene definito dallo stesso Boal “Democrazia Transitiva“.
 Il Teatro dell’Oppresso si è allargato a vari Paesi dei diversi continenti e negli incontri culturali che ci sono stati, sono emerse profonde differenze dovute alle diverse condizioni socioculturali, ciò che mostra la vitalità e adattabilità del Teatro dell’Oppresso proprio a diversi universi culturali.

         Merico Cavallaro

Ti potrebbero interessare anche: