riflessione etica sugli anziani non autosufficenti e sui dementi

      La televisione, di recente, ha portato l’attenzione sulla grave situazione assistenziale relativa alle persone anziane, affette da demenza. Oltre al numero crescente delle stesse – almeno in parte dovuto al fatto che l’età media si è innalzata e la morte si è posticipata, cosicché abbiamo più di frequente rispetto al passato i malanni cronici dell’uomo, nello studio al quale si riferiva la breve trasmissione l’attenzione è stata portata sull’insufficienza del personale addetto alla cura di questi malati, alla difficoltà delle famiglie di far fronte alla assistenza domiciliare (che ovviamente è molto stressante anche sul piano psicologico), alla carenza ancora delle strutture pubbliche o private di accoglienza.
      Ho voluto approfondire un po’ questi problemi, che – certamente – rappresentano anche un test sulla nostra capacità, come cittadini italiani, di comprendere problemi etici reali, come quelli della dignità dell’anziano, soprattutto se malato e non autosufficiente.
      Non c’è dubbio che gran parte dei discorsi che si fanno esaltano l’ “invecchiamento attivo“, la prevenzione contro le malattie croniche, il mantenere una buona attività fisica e mentale anche dopo essere andati in pensione, il dedicarsi ad altri lavori, etc… Chi non è d’accordo su queste indicazioni? Ma basta tutto questo per impedire che – ad un certo punto – il fatale avanzare degli anni porti la disabilità e poi la dipendenza dagli altri?
      Certamente non basta, anche se smettere di fumare, astenersi dagli alcolici, fare un movimento ogni giorno, controllare con il medico di famiglia periodicamente la propria salute, assumere una dieta adeguata per quantità e qualità e così via, siano provvedimenti che giovano per un invecchiamento “sano“.
      Il passaggio dalla salute alla disabilità non è improvviso; in generale avviene attraverso un periodo che viene chiamato di “fragilità“ dell’anziano. Piccoli disturbi, comparsa di irregolarità nelle funzioni organiche, anche difficoltà della vista o dell’udito, della memoria e così via.
      E’ stato messo in evidenza che la percezione del proprio stato di salute non sempre coincide con la situazione medica obiettiva: spesso alcuni anziani hanno una sopportazione elevata dei propri disturbi ritenendoli inevitabili, mentre altri sono insofferenti e pessimisti rispetto agli stessi. Molto dunque influisce la situazione psicologica e caratteriale personale, ma certamente è importante anche il contesto sociale in cui si vive, l’accoglienza da parte degli altri, l’amicizia, l’affetto di chi ti è vicino.
      Non c’è dubbio, comunque, che alcune malattie croniche ed i relativi sintomi aumentano con l’età: fra questi l’esempio è dato dalla osteoporosi (fattore di frequenti e rovinose cadute e fratture) dai disturbi cardiaci, dall’ipertensione, dall’artrosi, dai disturbi nervosi.
      Ne dò qualche esempio nella frequenza percentuale rispetto a 100 soggetti nella tabella che segue:
     
     
      Disturbo o malattia       per tutta la popolazione                a 65/75 anni         a 85 anni e oltre
      Osteoporosi                 6,6                                             19,6                    40,5
      Malattie di cuore           2,8                                               8,6                    15,5
      Bronchite cronica          4,5                                             12,8                    24,9
      Ipertensione               12,5                                             36,6                    46,6
      Diabete                        3,8                                             12,1                    16,1
      Disturbi nervosi            3,9                                               8,1                    14,3
     
     
      Sono dati che ho desunto dall’ultima Relazione sulla situazione dell’anziano del Senato della Repubblica, pubblicata il 22.2.2005.
      Spero che questi dati ci convincano tutti che bisogna “imparare ad invecchiare bene“ anche per tempo!

      Detto questo sul piano medico, ho cercato di comprendere meglio la questione “etica“, che si può riassumere nel concetto di “dignità dell’anziano“. In che senso? Il Documento che il Comitato Nazionale di Bioetica ha pubblicato lo scorso anno, illustra molto bene questo concetto.
      Nell’anziano autosufficiente, è possibile e frequente la “discriminazione“ verso l’impiego ed il lavoro (in generale), spesse volte discriminazione non manifesta, ma comunque reale.
      Certamente il grosso problema del lavoro giovanile esiste, e la competizione non può essere evitata. Anche i giovani hanno i loro diritti, che lo Stato deve certamente proteggere, facilitandone la formazione e l’ingresso nel lavoro.
      Tuttavia, anche l’esperienza e la capacità di insegnare – almeno in taluni settori – ai più giovani che l’anziano possiede, non dovrebbero essere disperse, nell’interesse reciproco. Si tratta di trovare la giusta misura.
   E’ soprattutto nell’anziano non autosufficiente che si manifesta la necessità di comportamenti corretti.
      Questi debbono consistere nel rispetto dell’autonomia morale della persona anziana e nella sua integrità, secondo cinque principi validi per impostare la strategia dell’assistenza, che il documento del CNB ci sottopone:
occorre rispettare (nella misura del possibile) le preferenze delle persone dipendenti al fine di incoraggiare il loro senso di autonomia e benessere;
i servizi di sostegno debbono essere pluridisciplinari e si dovrebbero prediligere soluzioni che prevedano l’assistenza domiciliare, ove dall’anziano è gradita;
l’offerta dei servizi da fornire deve essere graduata sui bisogni reali della singola persona;
occorre assicurare l’equità di accesso ai servizi che debbono essere ripartiti sul territorio in modo proporzionale alla densità della popolazione e resi facilmente fruibili;
occorre evitare ogni espressione di maleficienza, o di incuria, o di abbandono dell’anziano non autosufficiente ed anche di abuso di esso, perfino di vero maltrattamento (come talvolta ancora oggi si verifica).
    
     Il demente, che rappresenta la forma più grave della patologia della vecchiaia, corre (come è evidente dai fatti) il rischio maggiore di non essere considerato nella piena “dignità di uomo“ e nei suoi pieni “diritti di cittadino“.
     Mi sembra pertanto opportuno che queste realtà ci vengano riproposte, affinché non si dimentichi che – a fianco dei sani – ci sono persone sofferenti che non è lecito abbandonare al loro destino.

 

                           

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