Elaborati scritti e tesi di laurea. Come “prova” del nesso didattica-ricerca.

     Ciò premesso, tuttavia, se  dovessi  rispondere alla domanda  – “Studenti-ricercatori per un giorno solo?“ -, alla luce della mentalità e della prassi universitarie correnti; o ripensare ai termini del problema università-didattica-ricerca, con riferimento alle scelte politiche dei governi dell’Italia unita dal 1870 in avanti; ovvero dire dell’università e della “scienza“ studentesca, in relazione alle idee prevalenti nella società civile, nell’opinione pubblica, nei mass media, e  – ahimé –  tra gli stessi studenti: in questo caso, le cose sembrano complicarsi alquanto. “Studenti-ricercatori per un giorno solo?“, chissà quando e chissà come, forse; e –  per quel che ne posso sapere  –  unicamente in situazioni e ambiti universitari del tutto particolari.   
    Mi basta riflettere, del resto, sull’insieme dei servizi televisivi e degli articoli di giornale usciti sull’università negli ultimi tempi; e, sulla qualità dello stesso dibattito in corso sulla Finanziaria, sui “tagli“ alla ricerca e dintorni. Ebbene, per quel che io ne so, non c’è stato alcun servizio televisivo e articolo giornalistico, che si ponesse i problemi della didattica universitaria in rapporto alla comune ricerca docenti-studenti; nessuna indagine, nessun resoconto critico, nessun promemoria operativo, con al centro il tema della “produttività universitaria come nesso ricerca-didattica“, nei diversi contesti universitari italiani ed europei in discussione.
     Ce ne fosse stato uno, uno soltanto – ripeto –  tra i pur numerosi interventi di aperta denunzia sullo stato disastroso delle nostre università, che avesse affrontato il tema della trasparenza comunicativa, della pubblicità e della pubblicabilità degli esiti della didattica universitaria; e, quindi, il tema dell’impegno degli studenti a fare ricerca in diretto  rapporto all’impegno didattico dei docenti… Università per università, facoltà per facoltà, corso di laurea per corso di laurea, cattedra per cattedra: chi mai si è posto il problema dell’evidenza dei risultati quantitativi e qualitativi dell’impegno di tutti e di ciascuno, magari in osservanza, adesso, di quanto codificato nella “Carta dei diritti e dei doveri delle studentesse e degli studenti“?     
      Nessuno, che io sappia. Se qualcuno anzi, nel dibattito in corso, ha pur inteso sollevare en passant, e  quasi senza far caso alle sue stesse parole, il problema della distinzione di “teaching universities“ (principalmente finalizzate alla didattica) e “research universities“ (dove avanzamento del sapere e insegnamento invece coincidono), ciò mi è sembrato avvenire con l’intento più di  rimuovere in fretta il problema che di affrontarlo nei suoi termini effettivi (le vie della “falsa coscienza“ universitaria sono infinite).
     Tanto che, perfino le argomentazioni del più elementare buon senso circa l’opportunità – poniamo – di non esporre le strumentazioni più sofisticate e costose all’inesperienza della massa anonima degli studenti, finiscono col diventare pronunciamenti in senso negativamente (ideologicamente) elitario… Il dramma dell’università italiana – è questa l’argomentazione più diffusa -, è nei tagli della Finanziaria: e perché no, piuttosto,  nel rigore dell’investimento della spesa? e perché no, invece, nel controllo degli esiti quantitativi e qualitativi dell’effettività del rapporto  didattica-ricerca? e perché no, nella documentazione dei “ritorni“ della didattica, in termini di acquisizione di competenze per la cosiddetta  “ricerca di base“?
     Sarei invece persuaso, che se nell’attuale università di massa, non si incomincia a proporre in qualche modo subito, come una non più eludibile questione di fondo e come un imprescindibile obiettivo strategico, il diritto-dovere di un “insegnamento che coincida con la verace scoperta“, non si potrà ottenere alcun effettivo elevamento del risultato universitario nel suo insieme. Gli stessi esiti di eventuale, maggior prestigio accademico, in un contesto povero di relazioni di base tra “indagini scientifiche“ e  “senso comune“, non troverebbero infatti tutte le loro buone ragioni.    
     Rimane così del tutto aperto il problema della prospettiva; il problema della crescita effettiva delle competenze in quantità e qualità: il problema, in ultima analisi, del confronto culturale e di mentalità che, nella concretezza della vita universitaria,  viene a stabilirsi conflittualmente tra le possibilità limitate e limitative dell’offerta formativa (da un lato) e le potenzialità in via di ipotesi illimitate di intelligenza e di creatività delle studentesse e  degli studenti (da un altro lato).
     Ecco perché, piuttosto che alla domanda se “scienziati per un  giorno soltanto, o meno“,  vorrei poter rispondere alla “sottodomanda“ (se così posso esprimermi), che almeno individualmente (personalmente) ne consegue… Come vengo a pormi, io, nella “normalità“ del mio lavoro all’università, di fronte al problema della formazione del maggior numero possibile di studenti-ricercatori?
     Meglio: come vengo ad operare, qui ed ora, affinché il maggior numero possibile di studentesse e studenti si ponga esso stesso la domanda: “Scienziati per un giorno solo?“. Cosa faccio, insomma, perché ciascuno studente e studentessa risponda consapevolmente, per una responsabile scelta, ad una siffatta domanda?
     E comincerei a rispondere, appellandomi ad alcuni principi di fondo: alla persuasione, anzitutto, della plasticità della personalità di ciascuno studente; alla persuasione  della educabilità di tutti e di ciascuno, come risultato di una lotta tra resistenze passive e spinte innovative, creative. Una lotta tra tendenze formative opposte, durante la quale anzitutto il contesto universitario di riferimento può fare molto.
     Mi appellerei, poi, ad un altro presupposto (per me irrinunciabile): alla persuasione, cioè, che l’apprendimento preceda sempre, in qualche modo, l’insegnamento; e che l’insegnamento stesso, nel suo farsi, sia esso stesso un  apprendimento (se non d’altro, degli stessi termini del rapporto insegnamento-apprendimento). E che, in altri termini, in ciascuno studente vi sia un potenziale di intelligenza, un potenziale di creatività che va al di là della sua stessa persona; un potenziale, che investe la funzione del docente e che pertanto va sollecitato, scoperto, utilizzato, incanalato nella dimensione scientifica (disciplinare e interdisciplinare).
      Dal che deriva pure un’altra idea: l’idea, cioè, che l’eccellenza del risultato, il prestigio universitario, la distinzione accademica, la competitività degli esiti di ricerca e quanto altro, nell’università, passi attraverso la costruzione in fieri di un humus euristico-culturale diffuso…  Nei due sensi:
      1. nel senso che l’eccellenza del rapporto didattica-ricerca possa essere tale, cioè eccellente, in ogni luogo e momento “universitario“: a lezione, durante gli esami, nelle attività collegiali, nella preparazione e nella discussione degli elaborati scritti e delle tesi di laurea, nella comunicazione universitaria ad ogni livello; 
      2. e nel senso che l’eccellenza delle azioni, che da tale rapporto di base possono scaturire, non si esaurisca in un esclusivo ambito di competenza, ma vada oltre se stessa, in senso disciplinare-interdisciplinare e come sistema di rapporti tra “indagini scientifiche“ e “senso comune“…
        In questo ordine di idee, la risposta alla domanda, se studenti-scienziati per un solo giorno sì, oppure no, è così, certamente, nella politica dei governanti, nei capitoli di spesa per la ricerca nella Finanziaria, nelle scelte dell’Ateneo; ma risiede soprattutto nella durata del tempo dell’applicazione pedagogica e autopedagogica, nell’attenzione reciproca, nella cura, che ciascun professore e ciascuno studente reciprocamente si dedicano. Risiede nell’impegno individuale e collegiale, che nei singoli ambienti universitari si rende materialmente evidente e si trasmette culturalmente come “abito collettivo“ e “stile di pensiero“.
      In altri termini (per dire ancora dei limiti delle mie modalità di azione), io cerco di far sì, con i miei studenti, di lavorarci, quasi pariteticamente, assieme: come se ciascuno di loro ed io con loro, nei nostri distinti ruoli e ambiti didattici e ricercativi, potessimo pensare e dire e fare qualcosa di relativamente “inedito“ (tenuto conto dei “termini del problema“ e dello “stato dell’arte“ di una materia specifica di indagine). Come se tutti e ciascuno potessimo e dovessimo arrivare ad un risultato d’indagine in qualche modo presumibilmente “originale“.
     Come docente, in questo senso, mi percepisco mentalmente come una sorta di intenzionale, provvisorio depositario di una volontaristica ricchezza metodologica e di presumibili acquisizioni tecniche in merito a miei ambiti di ricerca e obiettivi didattici: un agente di risorse umane e un operatore di beni culturali viventi, che la disciplina pedagogica che insegno, trasmette, produce e lascia produrre e riprodurre… Insomma,  una sorta di “banchiere“ sui generis, che abbia a che fare con quel particolare tipo di “motivazioni“ e di “interessi“, di “debiti“, “crediti“ e “microcrediti“ (senza garanzia!), di  “profitti“ e “investimenti“ e “reinvestimenti“, che la mia propria materia di studio consente ed esige.
     So bene  che, nella realtà dei fatti, con gli studenti si produce sempre una scelta (più scelte); e che non tutti, o soltanto pochi pochissimi, arriveranno a condividere criticamente i  ragionamenti e le  dimensioni d’indagine di maggiore impegno e complessità. Tuttavia, so anche che, così stando le cose, il primo problema per me rimane quello della rilevanza delle motivazioni, della sollecitazione di interessi, della formulazione di domande significative che esigono  risposte, della produzione di questionari produttivi di studi “altri“, a partire da un determinato ambito di competenza, da un determinato “stato dell’arte“.
     So anche di trovarmi, con ciascuno studente, in presenza di una specie di iceberg a fior d’acqua; e  che il mio compito è proprio questo di “trattare“ pedagogicamente, ai fini ulteriormente educativi, ciò che affiora e non affiora, pur sapendo dell’enormità  del sommerso. Ma l’importante è che, sulla punta di un iceberg siffatto, con tutti i rischi che comporta la situazione comunicativa  (meglio “comunicattiva“, con due t, se si potesse dire), ci stanno le mobilità della mente, le flessibilità dell’immaginario , le plasticità degli intenti, le infinite domande, le risposte ipotetiche, le funzionalità euristiche della congiuntura formativa, tra didattica e ricerca.
    E dunque, nuovamente, l’interrogativo: “Scienziati per un solo giorno?“…
    E mi viene da pensare non tanto e non  solo allo studente o alla studentessa che ho davanti, nella situazione particolare di chi si accinge ad intraprendere il viaggio, l’avventura del proprio elaborato scritto o della tesi di laurea; quanto, piuttosto, mi viene da riflettere su me stesso, sui rischi che corre “il professore“ ogni volta che, nel rapporto con un nuovo studente, si mette in gioco come ricercatore e come didatta. Come primo responsabile, per l’appunto, del mio proprio interrogarmi sulla riuscita scientifica e didattica, o meno, dell’operazione formativa appena avviata.
    E mi chiedo se essa riuscirà ad avere, o a non avere, “per un giorno“,  per un giorno soltanto ancora, nell’università, un qualche rilievo “scientifico“ e un possibile valore “didattico“. Ai sensi, per l’appunto, di un ipotetico articolo zero della “Carta dei diritti  e dei doveri di studentesse e studenti“, del seguente tenore:
    “Ciascuna studentessa e ciascuno studente ha il diritto e il dovere di stabilire con i propri docenti rapporti scientificamente alti e didatticamente produttivi nelle attività, che gli uni e gli altri sono tenuti a svolgere istituzionalmente insieme, nell’università e per l’università.
    È quindi,  un diritto e un dovere di ogni studente e studentessa, quello di potere interagire nel migliore dei modi possibili, con docenti che impersonino e trasmettano con autorevolezza, da un lato, i massimi livelli di  competenza disciplinare; e, da un altro lato, la maggiore disponibilità ad approfondire e ad ampliare i contenuti e le forme delle suddette competenze, in dimensioni di ricerca in via di ipotesi nuove, con la diretta collaborazione degli stessi  studenti e studentesse“.                      
                                                                         

 

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