Famiglia e sensi di colpa. Un’analisi NON circoscritta alla disabilità

Mi sono interrogata sul senso di colpa e famiglia sia in generale sia quando c’è un figlio disabile. Inizierei ad affrontare la tematica con dei concetti sui quali mi sono confrontata con il mio caro amico filosofo Matteo Frasca, e che appartengono a tutti.

Comincerei con l’affermare che il senso di colpa è qualcosa di atavico nell’idea stessa di famiglia, esso riguarda l’aspetto dell’accudimento. Nel corso del tempo cambiano le dinamiche ed i ruoli tra chi accudisce e chi viene accudito. Spesso questi ruoli generati dal bisogno creano sofferenza, in tutta la dinamica tra chi dà e chi riceve.

Le urgenze delle varie età, specialmente nel periodo della formazione, mettono da parte i meccanismi familiari in quanto prevale l’urgenza di far uscire il proprio io, confrontarsi col mondo esterno, con gli amici, con i coetanei. Raggiungendo poi la maturità bisogna fare i conti con le proprie radici. Ecco riemergere, in tutta la sua forza positiva, ma anche nella sua prepotenza “la famiglia“.

Anche e soprattutto i figli sono soggetti ai sensi di colpa: c’è chi decide di avere figli ma sente che non ce la fa, c’è chi ne fa tanti per compensare  qualcosa che gli è mancato, chi non ne fa nessuno perché ha troppa paura, chi li fa ma infondo non lo ha mai desiderato, chi si trova ad essere genitori di figli disabili. C’è anche chi si rifugia nell’idea dei figli perché non sa affrontare una relazione di coppia e via discorrendo. Queste situazioni possono essere dei veri e propri uragani e tutto sta nel come e quanto si reagisce. Spesso fra diverse generazioni si accumula un dolore sommerso che sfocia in rabbia, gelosie, sensi di colpa e d’inadeguatezza, facendo spesso “scoppiare“ le famiglie. I sentimenti più diffusi tra i figli sono quelli di sentirsi profondamente egoisti o superficiali, non sufficientemente premurosi. Soprattutto c’è un sentimento che può rendere tutti simili ai disabili, ma non uguali… per dati oggettivi… questo è il senso di inadeguatezza. Esso può compromettere tanti campi inerenti alle relazioni sociali, non è circoscritto nei confronti della famiglia. Però nei confronti di essa l’inadeguatezza sembra più acuta in quanto meno risolvibile e più difficile da gestire. La lucidità che un individuo può mettere nel campo dello studio, lavoro, passioni, tempo libero… chissà perché è difficile da riproporre all’interno del nucleo famigliare. Forse accade ciò perché si è poco consapevoli delle dinamiche, dei problemi della famiglia d’origine e spesso si tende ad aspettare che i problemi si risolvano da soli. Per come ce li viviamo l’inadeguatezza ed il senso di colpa è più devastante in famiglia che nei diversi ambiti della vita di ognuno di noi.

Adesso vorrei soffermarmi sulla stessa questione ma esaminarla quando si presenta un figlio disabile.

La nascita di un figlio disabile può portare a molte reazioni positive e negative: c’è chi riesce ad aiutare il bambino garantendo il suo diritto a crescere andando in contro alle sue potenzialità e realizzazione. C’è chi invece non supera mai lo schiok di aver dato alla luce il figlio diverso, così facendo, oltre al perenne senso di colpa, inadeguatezza e frustrazione dei genitore (meccanismi difficili da contrastare per mancanza di volontà, aiuti da medici, istituzioni e società)   si generano due sensi di colpa nel figlio disabile; il primo riguarda l’essere diverso  e per quanti sforzi si facciano per migliorarsi non si potrà mai raggiungere la chimera della “normalità“. Il secondo è l’essere costantemente colpevole di aver procurato un dolore ed un rifiuto ad alcuni membri della famiglia che non vogliono o non ce la fanno a superare la cosa. Il fardello, sia per un disabile, sia per la famiglia, se non si supera diventa via via più pesante e difficile da tollerare. Questi meccanismi annientano la persona, fino a farle pensare che c’è poco di bello intorno a lei ma soprattutto in lei. Ecco che ciò condiziona la visione di sé ed i rapporti che si stabiliscono o non vengono appunto stabiliti con altri: fidanzati, mariti compagni di scuola, colleghi e soprattutto ci possono essere grosse lagune nel campo dell’amicizia. C’è un elemento che può riequilibrare gli scompensi? Sì, spesso sono i fratelli e i saggi nonni ha colmare le lagune ed ad usare il cervello quando tutti sembrano averlo perso a causa di un dolore che sembra non possa essere sconfitto. Essi possono anche aiutare il disabile lì dove non arrivano da soli, aiutarlo ad essere felice, curare i passatempi, stimolare la sua intelligenza e sensibilità, sentirsi utili per la famiglia e la società. Mettendo in primo piano le famose “capacità residue“ che non sempre vengono riconosciute e stimolate.

 

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