LETTERA A …

Quanto segue è una lettera che ho scritto dieci mesi dopo il mio esame di maturità. Stavo male: ero ancora arrabbiata, avevo delle cose da dire a due persone, quindi l’ho scritta per una mia esigenza. Non ho mai ricevuto una risposta, ma non mi importa scrivere mi ha aiutato a superare delle esperienze ed a essere pronta a farne di nuove. In questo spazio trovate la lettera così come l’ho scritta nel 2002, con l’unica differenza che metterò delle sigle al posto dei nomi propri.

Care X e Y,
E’ passato un anno dalla mia licenza liceale ed ancora ripenso con dolore e tristezza ai cinque anni trascorsi al Istituto Z ed in modo particolare all’ultimo. Per raggiungere il grande traguardo della maturità ho dovuto faticare più degli altri ragazzi. L’anno scorso ero determinata a studiare come non lo ero mai stata in vita mia, ne ho pagato un prezzo molto alto: mi sono privata di cose per me altrettanto importanti come la fisioterapia, la logopedia, lo scrivere, uscire con le mie amiche, il corso di teatro del quale ho fatto lo spettacolo a giugno ma ho dovuto rinunciare agli incontri durante l’anno. La mia giornata era scandita solo da ore di studio delle diverse materie, per questo ho fatto degli sforzi troppo grossi per le mie possibilità, compromettendo anche la mia salute fisica. L’esame è andato bene: ho preso ottanta su cento. Durante l’esame orale il prof. d’italiano (che era un membro esterno), invece di lasciarmi ripetere la tesina mi ha fatto tante domante su tutto il programma, quindi mi sento di poter dire che quello che ho ottenuto me lo sono meritata. A tutte le persone che complimentandosi con me, mi chiedevano se ero soddisfatta del come era andato il mio esame; rispondevo con le lacrime agli occhi ed una rabbia che mi cresceva dentro mai provata prima, che non ero affatto contenta, anzi che mi sentivo sconfitta. Tutti dicono che la scuola deve servire per educare i ragazzi e prepararli ad affrontare la vita che viene dopo la scuola. Invece io al Istituto Z ho “imparato” aver paura di affrontare le difficoltà. In tutta la mia vita poche persone sono riuscite a farmi sentire “diversa” come c’ è riuscita lei professoressa X, non mi riferisco solo al suo comportamento in occasione della gita di Burri (anche se quello secondo me, è stato il fatto più eclatante e scorretto), ma ai numerosi tentativi di nascondere il suo disagio nei miei confronti. Io sono cresciuta circondata da persone che hanno sempre creduto veramente che, nonostante il mio handicap fisico, io sia una ragazza esattamente uguale alle persone normodotate. Lei era l’unica a ripetermi ossessivamente che io sono uguale alle persone che non hanno un handicap fisico. Ho sempre pensato che il suo ossessivo bisogno di ripetermi verbalmente questo concetto derivava dal fatto che non mi abbia mai accettato come una persona “normale” mi ha sempre visto come un persona diversa e il “diverso” si sa, fa paura. E lei y; io l’avevo messa al corrente di quello che stava succedendo tra me e la vice y, ma lei non ha saputo prendere una posizione fra noi due Ogni volta che venivo a raccontarle quello che stava accadendo lei mi tranquillizzava dicendo che avrebbe parlato con la X poi di fatto non faceva nulla, per questo mi sono sentita presa in giro. Mi chiedo come è possibile che in una scuola privata religiosa accadano certe cose. Mi sembra assurdo che nel vostro istituto si dia una grandissima importanza a cose formali come la divisa, le messe, le due feste della scuola e poi se c’è un’alunna con qualche difficoltà in più, invece di aiutarla secondo i principi religiosi dei quali l’istituto si vanta molto, non fate altro che accentuare le sue difficoltà. Dallo scorso giugno ad oggi, grazie all’aiuto e al sostegno della mia famiglia e delle persone che mi stanno vicino, sono riuscita in parte a superare i traumi da voi creati ed ho fatto molte cose: ho seguito un corso di scrittura della rinomata scuola Omero, durante il quale ho scritto un racconto che è stato lodato dall’insegnante stesso, ho fatto un corso d’inglese della British ed uno di informatica che terminerò tra due settimane prendendo il patentino europeo, ho “ritrovato” i miei amici ed ho conosciuto molti ragazzi simpatici che mi accettano per quella che sono. A distanza di un anno, nel ripensare a tutto il periodo del liceo, in particolare l’ultimo anno, provo ancora tanta amarezza. Penso che tutte queste prove mi hanno formata ed ho voluto scrivervi questa lettera perché non mi piace tenermi dentro questi “rospi” e così spero di andare avanti serenamente attivamente e con coraggio.

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MEMORIE DI UNA GITA SCOLASTICA

Quanto segue è il racconto o forse una relazione di una cosa che mi è successa nel 1999. l’ho scritta subito dopo l’ accaduto. Non ne ho fatto ne un articolo ne una lettera: l’ho scritta per me, per non dimenticare, e per farla leggere a parenti e amici. Prima di metterla su questo sito ho levato i nomi, ed ho sostituito le ripetizioni con i puntini.

Ho diciannove anni. (…….) riesco a fare tante cose da sola, ma a quanto pare non posso partecipare alle gite scolastiche a meno che non venga mia madre o una persona da lei delegata. (…) Era così anche alle medie, ma più passa il tempo più la richiesta della scuola mi sembra sempre assurda. L’anno scorso mia madre e mia nonna sono andate a parlare di questo problema con la vicepreside, che è anche la mia professoressa d’inglese e, prima di allora, si era sempre dimostrata aperta e disponibile nei miei confronti. In un primo momento sembrava che la situazione si fosse appianata ma poi abbiamo visto che i problemi continuavano ad esserci, anzi la situazione andava di male in peggio: col passare del tempo la vice preside assumeva un comportamento sempre più freddo ed antipatico nei confronti miei e della mia famiglia. Si è arrivati al punto che quando i professori organizzavano una gita sembrava quasi che la organizzavano per tutta la classe tranne che per la sottoscritta, tanto questo non era un problema loro ma solo mio, della mia famiglia e di chi mi doveva accompagnare. (…) Una mattina, ci dissero che le professoresse di due classi stavano programmando una gita scolastica di un’intera giornata in Umbria. Appena l’ ho saputo ho chiesto alla prof X come mi dovevo organizzare; se dovevo essere accompagnata volevo saperlo con un po’ d’anticipo… lei mi ha risposto: “sarebbe meglio venisse qualcuno con te almeno la gita ce la goderemmo di più tutti quanti.” Come risposta era un po’ troppo acida per fargliela passare liscia. Se prima io e la mia famiglia eravamo abbastanza determinate a farmi partecipare alle gite da sola, perché infondo è anche un mio diritto, adesso eravamo irremovibili. Quando sono tornata a casa, ho raccontato a mia madre e a nonna quello che era successo, lei era dalla parte mia, ma allo stesso tempo mi lasciava carta bianca: quando ero piccola ci pensavano loro a questi problemi, invece ora ero pronta e desideravo affrontare certa gente da sola. La gita era fissata per un venerdì, il lunedì precedente io stavo tranquillamente seduta a mio banco, stavo mettendo a posto i libri. La professoressa X e una collega entrano in classe e la prof x ha cominciato a parlare; in un primo momento non gli ho dato molta importanza fin quando non ha fatto il mio nome; precisamente ha detto che avremmo usato quell’ora per parlare di problemi che si erano creati tra me e la classe. Io mi sentivo veramente spaesata: a me non risultava di aver mai avuto particolari problemi con nessuno in classe. Comunque la discussione andò avanti, le mie compagne, incitate dalla prof. X mi dicevano che non se la sentivano di “prendersi la responsabilità morale” di aiutarmi; tutto questo “gravoso aiuto” consiste nel darmi il braccio quando c’è da camminare. Per “difendermi” tentavo di spiegagli che fuori dalla scuola ho una vita “normale”: vado in giro da sola, ho tante amiche in parrocchia ed con loro ho sempre fatto tantissime cose, ho partecipato a feste, gite e pernotti senza aver problemi e quindi proprio non riuscivo a capire come mai loro mi stavano creando tutte quelle difficoltà. Il pomeriggio ero arrabbiatissima. Dopo tanti ragionamenti e lunghi discorsi con mamma; ho deciso che il giorno dopo, all’ora di inglese avrei chiesto alla professoressa se mi dava un po’ di tempo per parlare con lei e con la classe di quello che era successo; non me l’ha permesso, mi fatto parlare con lei a quattr’occhi e per pochi minuti. Il giorno prima lei mi aveva messo in difficoltà davanti a tutta la classe, poi non mi ha neanche dato la possibilità di dire “la mia”. Comunque le ho detto che avevo intenzione di partecipare alla gita come tutte le mie amiche e che mi sarei organizzata per essere autosufficiente. Lei si “arrese” ed io finalmente stavo per partecipare alla gita senza l’accompagnatore. Nei giorni precedenti alla gita ho contattato il museo, mi sono informata se c’erano barriere architettoniche. Anche se mi hanno detto che non ce ne erano, ho richiesto l’assistenza: se avessi avuto bisogno di un aiuto preferivo rivolgermi alla persona addetta, piuttosto che a qualcuno di scuola mia.(…) Il venerdì sono arrivata sul luogo dell’appuntamento attrezzatissima ed in perfetto orario; mi ero portata la mia sedia a rotelle (la uso solo quando viaggio o quando devo fare lunghe camminate) non volevo usarla per stare seduta, bensì volevo camminare spingendola perché in questo modo ho un po’ più d’equilibrio e non devo dare il braccio a nessuno. Appena sono arrivata la professoressa Y mi ha detto che per qualsiasi cosa avessi avuto bisogno potevo rivolgermi a lei; l’ho ringraziata e le ho spiegato che mi ero organizzata per essere il più possibile autosufficiente. Ero felice che in quella gita ci accompagnassero due professori diversi dalle prof del “dibattito“ in classe. Ancora oggi mi domando perché la professoressa X aveva creato quella strana situazione se poi non toccava a lei venire alla gita. Per tutta la giornata le mie compagne di classe hanno fatto finta che io non ci fossi ed io ho fatto lo stesso con loro perché ero “troppo impegnata” a socializzare con le ragazze e i ragazzi delle altre classi. Al mio arrivo al museo ho trovato “l’assistenza” che avevo richiesto. La signorina ha girato la mostra con noi. Io camminavo spingendo la sedia a rotelle proprio come avevo deciso di fare. Durante la visita, mentre guardavo le varie opere d’arte di Burri, che non erano poi tanto entusiasmanti, chiacchieravo e mi divertivo a fare amicizia con gli altri ragazzi delle altre classi. Dopo questa visita siamo andati a vedere Città di Castello, il pullman ci ha lasciato vicini al centro. Io ed il professore abbiamo pensato che era meglio lasciare la mia sedia in pullman: per arrivare nel paese dovevamo prendere una scala mobile e quindi la sedia sarebbe stata solo d’impiccio. Dopo poco ci siamo incamminati verso il paese; io camminavo da sola, il professore era avanti, si girava spesso per controllare se ce la facevo, ed io gli facevo cenno che andava tutto bene. Mentre stavamo camminando una ragazza, che non era di classe mia, si avvicina a me e mi offre il braccio io ho accettato e siamo andate insieme fino al paese antico, poi da lì ci siamo divise io sono andato con una classe e i due professori al ristorante. (…) Subito dopo pranzo siamo ripartiti per Roma. Dopo questa gita sono cambiate molte cose a scuola: quando camminavo per i corridoi salutavo e scambiavo due parole con tantissime persone. Purtroppo però ci sono stati anche molti risvolti negativi: la mattina seguente stavo aspettando l’ascensore per andare in classe quando è arrivata la professoressa X con in mano la solita pila di libri, anche lei voleva prendere l’ascensore così siamo entrate in tre in ascensore, io, lei e una ragazza che si era fatta male a un piede. La prof X, in ascensore mi ha dato in mano tutta la sua montagna di libri. Non ho capito questo gesto, prima di allora non me l’aveva mai fatto perché sapeva benissimo che questo mi avrebbe messa ancor più in difficoltà. In quei giorni mi sono resa conto che lei non aveva la minima idea di come si doveva comportare con me e che la mia presenza a scuola la metteva molto in imbarazzo. la situazione all’ interno della classe era diventata insostenibile: le mie amiche seguitavano ad ignorarmi, nessuna di loro mi diede più il braccio per camminare. (…)Un giorno sono caduta le mie amiche stavano pochi metri più avanti, mi hanno visto benissimo, ma hanno continuato ad andare dritte, nessuna di loro si è fermata a darmi una mano, l’unica che l’ho ha fatto è stata la professoressa d’italiano che stava dietro di me, ci stava raggiungendo per venire al bar con noi. La preside era perfettamente al corrente della situazione perché in quel periodo io, per mia iniziativa, andavo da lei quasi tutti i giorni ad informarla di quello che stava accadendo all’interno della classe e con la professoressa X. ho più volte chiesto alla preside di fare qualcosa per aiutarmi, ma ci volle quasi un mese prima che la preside si decidesse a parlare con la famosa professoressa. Intanto io continuavo ad andare a scuola; per la verità in quel periodo non ho fatto nemmeno un giorno d’assenza perché non volevo dargliela vinta. Un giorno le mie amiche mi hanno chiesto se a ricreazione potevo rimanere in classe perché loro mi volevano parlare, ho accettato; siamo rimaste in classe senza neanche un professore. Loro mi hanno chiesto perché in quel periodo ero fredda nei loro confronti, (bisogna riconoscere che hanno avuto un bel coraggio a farmi una domanda del genere!) io gli ho risposto che veramente ero io che volevo sapere come mai dal giorno della gita si stavano mi ignoravano completamente; loro mi hanno risposto che era “colpa mia” che me l’ero cercata perché avevo combattuto tanto per partecipare alle gite da sola e quindi ora dovevo arrangiarmi. Hanno continuato la discussione dicendo che erano arrabbiate con mia madre e mia nonna perché non le avevano mai ringraziate per l’ aiuto che mi avevano dato negli ultimi cinque anni, e ancora: “secondo noi le tue amiche della parrocchia sono gentili con te per puro spirito di volontariato“. Io cercavo di difendermi, ma quando mi hanno detto quelle cose sulle mie amiche della parrocchia mi sono veramente arrabbiata, gli ho detto che non si dovevano permettere di parlarmi in quel modo e sono uscita dalla classe. Ho telefonato a mamma, le ho detto che ero veramente arrabbiata… e che volevo tornare a casa, lei ha capito e mi ha dato il permesso di uscire da scuola a quell’ora. Quando sono tornata in classe le altre mi hanno detto che era tutto a posto, che avrebbero ricominciato ad aiutarmi. Non ho risposto, ho preso le mie cose e me ne sono andata, anche se avrei voluto dirgli: “grazie mille della compassione”. Pochi giorni dopo tutta questa storia è finita senza un motivo particolare, proprio come è iniziata. L’altro giorno, ho sentito al tele giornale che la mamma di una bambina sorda ha scritto una lettera al Presidente Ciampi per informarlo che d’improvviso alla figlia li hanno tolto l’insegnante di sostegno. Ciampi ha risposto pubblicamente: “bambini difendete i vostri diritti”, Io penso che sia gravissimo che nella scuola accadano certe cose perché la scuola dovrebbe servire ad educare i ragazzi, ma a me sembra che accada tutto il contrario: sono proprio i professori che danno il cattivo esempio. Per me la responsabilità non è solo dei docenti, ma è anche del governo, in quanto sostiene che la scuola è un diritto ed un dovere di tutti i cittadini ma forse ancora non ci sono abbastanza leggi a favore degli studenti diversamente abili.

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“che bel viso peccato” presentazione del libro di Ileana Argentin

Scritto dalla redattrice

Ieri giovedì 29 marzo 2007 al sono andata alle presentazione del romanzo autobiografico: “Che bel viso… peccato“ di Ileana Argentin.
Il titolo del libro, come ha spiegato l’autrice stessa, è la frase che più spesso si è sentita rivolgere dai suoi interlocutori. Perché sembra quasi un peccato che si possa avere un bel viso, una straordinaria voglia di vivere e una grande autoironia se si è disabili. Oppure si pensa che si debba essere necessariamente buoni o intelligenti proprio perché disabili.  Con pungente ironia ed auto ironia Ileana ha più volte detto “come peccato? Ma perché, dovrei essere anche brutta?“
In questo piccolo volume Ileana Argentin, consigliere delegato per l’Handicap del Comune di Roma, racconta, attraverso un percorso umano e biografico, una storia di impegno e di lotte per il riconoscimento dei diritti delle persone portatrici di handicap fisici o mentali, per l’abbattimento delle barriere architettoniche ma soprattutto di quelle culturali.
Inoltre Ileana si mette nella testa e ne sentimenti della mamma, del papà, del suo compagno e del suo cane: fa raccontare a loro la sua nascita, la sua disabilità, la sua vita sentimentale e sessuale. Questa tecnica di scrittura l’ho trovata molto toccante e appassionante per il lettore ed è anche scorrevole e molto curata nei dettagli, nelle descrizioni di vicende, personaggi, battaglie, stati d’animo  e… odori.
“Vorrei tanto far capire alla gente che la disabilità è uno status di vita, non una malattia“. Così Ileana si impegna, nel suo lavoro ed anche con questo romanzo per  sottrarre la condizione del disabile agli atteggiamenti di indifferenza, pietà, compassione o  imbarazzo. Ileana ritiene giustamente che le differenze fanno parte del mondo. Ogni disabile è diverso da un altro disabile, gli uomini e le donne sono molto diversi gli uni dagli altri, le persone si differenziano per l’abilità nel fare una cosa piuttosto che un’altra, chiudi conclude l’Argentin “la diversità tocca tutti, per fortuna.“

Ileana Argentin è consigliere delegato del Comune di Roma per l’Handicap. È stata presidente dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, sezione di Roma.

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Maria Montessori: l’educazione del bambino in età prescolare

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Pedagogista ed educatrice, fu la prima donna in Italia a conseguire la laurea in medicina, questo fu senza dubbio un traguardo importante per lei e per il paese stesso che prima d’allora non ammetteva le donne all’università. I suoi studi e il suo carattere tenace e deciso la portarono a viaggiare molto nei paesi poveri, dove operò come medico, e nel resto del mondo dove fu conosciuta come pedagogista. Fece molti congressi per portare le sue idee ed il suo metodo educativo. Ho letto dei libri dove c’erano molte relazioni dei congressi fatti. La Montessori sosteneva che l’adulto non ricorda più il suo essere “puro e fanciullo“, quindi è ormai incapace di capire e assolvere le necessità dei più piccoli. Secondo me questa visione è troppo netta ed esasperante, in quanto vede il bambino solo vittima, e l’adulto solo incompetente ed incapace. Ho letto tante relazioni dei suoi congressi, dove non si tiene mai in considerazione che certi bambini sono più scontrosi e capricciosi di altri e dunque l’educatore dovrebbe dire un bel “no“ autoritario.
Oltre a viaggiare molto, la Montessori lavorò anche a Roma nel quartiere di san Lorenzo. Ai primi del 1900 questo quartiere era molto povero, è proprio qui che la Montessori si dedica a bambini con problemi psichici, convincendosi che con il trattamento educativo otteneva maggiori risultati che con l’uso di cure mediche tradizionali. Da questa esperienza la Pedagogista pensò che se il suo metodo avrebbe dato dei buoni risultati sui bambini con handicap mentale, ed avrebbe potuto essere anche applicato con successo ai bambini normodotati, da qui viene l’idea di aprire le scuole montessori. Nel 1906 fonda “la casa dei bambini.“
La Montessori fu anche criticata per la sua volontà di trasferire su tutti i bambini un metodo che nasceva per aiutare bambini con handicap e che quinti partivano da un livello di scolarizzazione, percezione di se e della realtà circostante completamente differente da un coetaneo normodotato. Un’altra critica, che condivido, è relativa alle questioni economiche, ai costi elevati che hanno sempre avuto le scuole montessoriane, raprpesentando fonti di grande discriminazione tra bambini nati in realtà sociali diverse. La Pedagogista frequentava la nobiltà romana e proprio da questa cerchia si era fatta dare dei locali all’interno di Palazzo Taverna, è ovvio che i primi e unici utenti di questi locali furono i figli delle famiglie benestanti.
Il metodo che si è sempre applicato, dagli albori delle scuole montessoriane a oggi, consiste in giochi manipolativi, stimolando ad andare da soli verso la scoperta, la conoscenza, la crescita; ma esulava da comminazioni di punizioni e conferimento di premi, ritenendo che l’autonomia e la serenità che raggiungevano potesse essere una ricompensa ben più adeguata. Il fanciullo doveva avere un ambiente adatto a lui adatto: i materiali (sedie, tavoli, utensili per pulire la casa e fare giardinaggio) dovevano essere piccoli e leggeri per permettere al bambino di svolgere da solo le attività che vedeva svolgere dalle persone che gli stavano intorno. Ritengo sia sbagliato pensare di ricreare, a scuola ed in famiglia, un ambiente apposta per il piccolo spendendo soldi, tempo e energie. Trovo più giusto preoccuparsi di accogliere un bambino nella serenità e nell’amore. Queste
La maestra montessoriana deve avere particolari qualità che consistono nel dover “regolarizzare“ il bambino che arriva all’asilo da un ambiente per lui caotico e quindi lui stesso è agitato e con poca capacità di concentrazione. Dopo questa prima fase, la maestra deve essere “umile“, capace di tirarsi indietro e lasciare libero il bambino di autogestirsi. Infine anche la maestra, dopo aver osservato le attività svolte dalle classe, deve rielaborarle e scriverle sul registro di classe che viene usato anche al giorno d’oggi ma risale proprio alla Montessori.
Tornando alle mie idee critiche sul metodo montessoriano ho avuto modo di confrontare delle situazioni: la testimonianza di una madre che ha fatto educare il figlio alla Scuola Montessori e una giovane che ha frequentato questa Scuola. Nel primo caso, la mamma ha lamentato l’ingombro dei materiali didattici ed il permissivismo delle insegnanti; mentre nel secondo caso la giovane ha vissuto un impatto traumatico nel passare alle scuole ordinarie.
 

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ricordando il professor Aldo Visalberghi

Il 12 febbraio 2007, all’età di 88 anni, si è spento a Roma Aldo Visalberghi. Noto in Italia e all’estero come uno dei massimi pedagogisti del Novecento, era considerato tra maggiori interpreti dell’opera di John Dewey, di cui aveva tradotto in Italia “Logica, teoria dell’indagine“. Autore di opere fondamentali nel campo delle scienze dell’educazione, fu con pochi altri tra i fondatori della pedagogia sperimentale in Europa e tra i principali artefici della scuola media unica. All’università, con Maria Corda Costa, ha fondato e diretto per molti anni  il Dottorato di ricerca in Pedagogia sperimentale. Alla sua scuola si sono formati numerosi insegnanti, importanti quadri intellettuali e autorevoli studiosi.
         Nicola Siciliani de Cumis

Un breve profilo.
 A Visalberghi e a me, una parola che non 
 piaceva  era  la  parola  “tolleranza“…  Non
 “tolleranza“  –  dicevamo  -,  ma  “rispetto“:
 il rispetto dell’altro, se la pensava non come noi.        
                                                                       
                                             Carlo Azeglio Ciampi

…Antonio Makarenko, nemico giurato di
quella “pedagogia molle“ di cui era accanito                 
avversario anche Dewey, ma che tuttavia
veniva spesso gabellata sotto il nome del
maggior filosofo americano.
                                                                      
                                                  Aldo Visalberghi   

Il mio primo anno di università.

Scritto dalla redattrice


Nel 2001 mi iscrissi alla facoltà di Scienze dell’educazione e della Formazione all’università la Sapienza di Roma. Il mio primo esame fu col Professor Nicola Siciliani De Cumis, presi trenta e lode. Per raggiungere quel volto dovetti affrontare il lunghissimo testo del “poema pedagogico“ di A. S. Makarenko. Quel voto mi diede un po’ di fiducia in me stessa e comincia a pensare che avevo fatto bene a scegliere l’università piuttosto che un lavoro qualunque come impiegata, le offerte che mi si prospettavano essendo iscritta alle liste di collocamento per le persone disabili.
Dopo un giorno di euforia per quel bel voto, mi capitò sotto mano il mio piano di studi: un foglio pieno zeppo di materie e spazi vuoti che erano da riempire con data e voto degli esame sostenuti. “Mamma mia quanti sono“-pensai- “ora da quale ricomincio? Dovrò riprendere a frequentare tutte le lezioni? Quanti libri dovrò comprare e studiare?“ Chiesi consiglio ad una ragazza che mi aiutava nello studio a casa, le mi disse: “ricominciamo dall’esame di didattica generare del Professor Visalberghi. È una bella materia perché parla dei metodi di insegnamento che un docente dovrebbe adottare con i bambini e ragazzi. Parla anche molto del gioco come strumento pedagogico“. “ Ok Sara“ –risposi- “domani compro i libri e possiamo cominciare anche domani pomeriggio a studiare“ “va bene Marzia; ah dimenticavo questo esame puoi farlo da non frequentante il che significa che studi a casa con me e poi vai a fare l’esame“. Facemmo proprio così.
Dal testo da Visalberghi imparai che i bambini quando giocano apprendono delle attività che li aiutano subito e nel loro domani, a relazionarsi con gli altri, a rispettare delle regole, a creare e rispettare una disciplina verso un gruppo e verso se stesso. Il genitore e L’ insegnante, secondo Visalberghi, ma anche secondo altri pedagogisti importanti come Makarenko e la Montessori, non si devono imporre, piuttosto devono insegnare al bambino e al ragazzo ad andare da solo verso la disciplina, il sapere, la pace e il rispetto degli altri.
Questo discorso è valido sia per un piccolo gruppo di bambini che giocano, sia per gli adulti che, se allenati fin da gli anni dell’asilo, tenderanno alla pace e al rispetto verso altri uomini e popoli.
Un altro concetto che lessi nel libro di Albo Visalberghi e che mi rimase impresso fu il seguente: “quando un bambino gioca tende ad imitare i mestieri che vede svolgere dai genitori o dagli adulti che gli stanno a contatto con lui. Questo avviene in tutti i paesi, popoli e periodi storici. Ad esempio: un bambino europeo giocherà a fare il papà-dottore che fa le punture, mentre la mamma-casalinga che stira e rassetta la casa. Allo stesso modo un bimbo africano giocarà ad “imitare“ la madre che raccogli i frutti ed accende il fuoco, o il padre che va a caccia. Da questo possiamo concludere che il bambino giocando si esercita a svolgere delle attività e questo “allenamento“ gli servirà quando sarà lui stesso adulto“. Questa teoria la formulò il tedesco Bruner.
Sara, dopo il mio esame, mi spiegò che Visalberghi, nella sua carriera ebbe incarichi importanti nel campo della pedagogia italiana ed estera e scrisse anche molti libri.
Ripensai al mio esame, al tono pacato del professore, al modo in cui ascoltava e capiva ogni mia parola. Ricordo che mi interrogava con la naturalezza di chi pensa “questa ragazza, anche se ha un problema motorio, è intelligente e quindi merita di essere ascoltata e valutata per quello che ha studiato“.
Mi sento fortunata ad averlo conosciuto anche se solo per un esame da non frequentante.

                                                                                                                        
Il Professor Aldo Visalberghi
       Aldo Visalberghi è stato Professore Emerito dell’Università degli Studi “La Sapienza“ di Roma: Università nella quale, dopo che in quelle di Torino e Milano, aveva insegnato Pedagogia dal 1962 e diretto il Seminario di Scienze dell’Educazione. È stato autore di numerosi volumi e moltissimi saggi di filosofia dell’educazione, teoria della valutazione, storia della pedagogia, pedagogia comparativa e docimologia. È stato tra i maggiori promotori in Italia della circolazione dell’opera di John Dewey (del quale, per Einaudi, ha tradotto “Logic, the Theory of Inquiry“) e della ricerca pedagogica sperimentale, dirigendo gruppi di studio, presiedendo istituzioni internazionali (tra le quali  il Centro Europeo dell’Educazione) e coordinando uno specifico dottorato di ricerca interuniversitario. Ha condiretto la rivista “Scuola e Città“ e diretto importanti collane editoriali per La Nuova Italia e la UTET. Ha fondato e diretto “Quale società“, Associazione per lo studio dei problemi della divisione sociale del lavoro.
       In volume: “John Dewey“, La Nuova Italia, Firenze, 1951 (quarta edizione, 1976); “Misurazione e valutazione nel processo educativo“, Edizioni di Comunità, Milano, 1955; “Esperienza e valutazione“, Taylor, Torino (seconda edizione accresciuta, La Nuova Italia, Firenze, 1966); “Scuola aperta“, La Nuova Italia, Firenze, 1960; “Problemi della ricerca pedagogica“, La Nuova Italia, Firenze, 1965; con M. Corda Costa (a cura di), “Ricerche pedagogiche nella didattica universitaria“, La Nuova Italia, Firenze, 1975; con la collaborazione di R. Maragliano e B. Vertecchi, “Pedagogia e scienze dell’educazione“, Mondadori, Milano, 1978 (quinta edizione aggiornata e accresciuta, 1986); (a cura di), “Quale società? Un dibattito interdisciplinare sui mutamenti della divisione sociale del lavoro e sulle loro implicazioni educative“, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1985; “Insegnare ed apprendere. Un approccio evolutivo“, La Nuova Italia, Scandicci (Firenze), 1988; con M. Corda Costa (a cura di), “Misurare e valutare le competenze linguistiche. Guida scientifico-pratica per gli insegnanti“, La Nuova Italia,  Scandicci (Firenze), 1995. Per maggiori informazioni bibliografiche e qualche interpretazione dell’opera di Visalberghi, cfr. quindi “Evaluation. Studi in onore di Aldo Visalberghi“, a cura di Giacomo Cives, Maria Corda Costa, Nicola Siciliani de Cumis, Sciascia, Caltanissetta-Roma, 2002.

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lettera a Indro Montanelli

A 18 SCRISSI QUESTA LETTURA E MI VENNE PUBLICATA SULLA RUBRICA DI INDRO MONTANELLI SUL “CORRIERE DELLA SERA“
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“Caro  signor Montanelli,
mi chiamo Marzia, ho diciotto anni e vivo a Roma. Sono una disabile motoria: anche se posso camminare con difficoltà, mi è molto faticoso stare a lungo in piedi e, soprattutto, ferma. Il giorno dell’Epifania con mia nonna mi trovavo a Milano. Passando davanti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie abbiamo pensato di chiedere se era possibile entrare senza dover fare la fila. L’addetta all’ingresso, alla quale mia nonna con modi assai cortesi si era rivolta, rispondeva con modi sgarbati: “Per legge è vietato”.
Non ho capito come la legge possa vietare un atto gentile e comprensivo verso un disabile! L’addetta soggiungeva anche, alzando la voce “Se non vi sta bene tornatevene a casa vostra!”.
Spero che Lei caro signor Montanelli, voglia pubblicare questa mia lettera, perchè sono rimasta assai dispiaciuta e offesa dal comportamento di questa persona e sento il dovere di segnalare questo episodio affinché altri non debbano subire un’esperienza così sgradevole.

CHE NE PENSATE? MANDATE LE VOSTRE STORIE O COMMENTI A info@piccologenio.it

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LA SOCIETA’ INDIFFERENTE

Oggi come oggi, per una persona portatrice di handicap è sempre più difficile vivere in maniera dignitosa nella nostra società: infatti essa, invece di fornire delle agevolazioni, non fa altro che complicare questa già difficile situazione! Penso alle tante barriere architettoniche esistenti nelle maggiori città Italiane, ma soprattutto alla mentalità ancora oggi molto ristretta di fronte a determinati problemi e questo è ben più grave delle barriere fisiche! È pur vero che esistono delle agevolazioni, ad esempio le ferrovie e gli aeroporti sono dotati di un servizio di accompagnamento molto efficiente, ma fin quando si tratta di poche iniziative pubbliche non saranno mai sufficienti per migliorare la situazione di tante e tante persone con problemi di motricità! Secondo me la cosa più grave che nuoce maggiormente ai portatori di handicap è l’ atteggiamento mentale, esistente in Italia, dei singoli individui non educati al problema! Io ho dei problemi motori legati ad una carenza di ossigeno avvenuta al momento della nascita; nonostante ciò ho avuto la possibilità di compiere numerosi viaggi sia in Italia sia all’estero durante i quali ho potuto costatare che i paesi come Inghilterra, Irlanda e Stati Uniti sono molto più evoluti di noi di fronte a questi problemi. Il fatto che mi ha colpita di più non è stato tanto l’organizzazione per cercare di limitare le barriere architettoniche ma quanto l’atteggiamento delle persone; di tutte le persone non solo quelle che lavorano negli alberghi o nei musei, ma anche della gente comune: all’estero mi è capitato più volte di trovarmi per la strada o nei luoghi pubblici e ricevere un aiuto da gente “comune” senza che io chiedessi nulla! Questo dimostra una sostanziale differenza di mentalità e oserei dire anche d’educazione delle persone; inoltre lo stato non si preoccupa di organizzare dei corsi di formazione che preparino le persone ad affrontare il problema con sufficiente competenza! Purtroppo in Italia c’è ancora una mentalità “distorta” riguardo a certi problemi; secondo me questo è dato dal fatto che nel nostro paese ancora oggi esiste l’idea che la persona “diversa” fa paura, di conseguenza le persone tendono a omologarsi perché hanno timore di essere diversi e quindi di ritrovarsi soli; forse ai nostri giorni la solitudine rappresenta una delle paure più grandi! Questo è dovuto anche all’influenza dei mass media che non fanno altro che proporci dei modelli di “perfezione” da seguire! Questo discorso viene esasperato soprattutto nell’età dell’adolescenza: i ragazzi si sentono fondamentalmente insicuri e fragili, l’unica cosa che gli dà un po’ di sicurezza è l’essere “simili” tra loro, per questo motivo tendono ad formare dei gruppi. Tornando al discorso dell’handicap; è raro che una persona con mobilità ridotta incontri una persona gentile e disposta ad aiutarlo, è molto più comune che una handicappato debba lottare per far valere i suoi diritti anche quelli più banali; a questo punto, nel nostro paese, il problema più grosso per un disabile non è più il suo problema fisico, ma è il “convivere” con le altre persone: la società, come ho già detto, in molti casi invece di cercare di tutelare queste persone non fanno altro che aggravare la loro già difficile situazione! Un altro gravissimo problema che un disabile si trova ad affrontare è la scuola: la legge italiana dice che l’istruzione deve essere un diritto ed un dovere aperto a tutti, purtroppo non è così semplice, anzi posso affermare che l’inserimento di un disabile nella scuola è una meta quasi impossibile da raggiungere! Fino a qualche anno fa esistevano delle scuole “differenziate” per disabili poi il governo ha deciso di chiuderle: secondo lo stato italiano le persone con scarsa mobilità devono essere integrate come tutti gli altri. Apparentemente questo discorso è giustissimo, peccato però che manca la preparazione e la mentalità adeguata da parte dei docenti (in primo luogo dei professori di sostegno) per affrontare il problema! Questa è una grave mancanza del nostro stato perché è lui che si dovrebbe occupare di preparare i professori sull’handicap, invece se ne guarda bene dal farlo, così molto spesso, il ragazzo disabile si trova “solo” in mezzo a persone normodotate senza nessuno che li sappia dare un aiuto valido! Vi dirò di più, secondo me a scuola, oltre alle varie materie, dovrebbe preparare il ragazzo su questi problemi, lo “studio” di questi problemi dovrebbe far parte dei programmi scolastici! Un’altra grave mancanza dei docenti sono i programmi ridotti: la legge italiana prevede che i professori forniscano questi programma ai ragazzi, ma questo loro dovere, e sottolineo dovere, non viene quasi mai assolto, o in molti casi il ragazzo deve lottare molto ed anche così non è detto che li ottenga! Purtroppo non è ancora finita qui! Un altro grave problema delle scuole è la “responsabilità” in molti casi al ragazzo li viene negato il diritto di partecipare alle gite e all’ iniziative scolastiche come tutti gli altri ragazzi perché la scuola e le professoresse non vogliono prendersi la responsabilità, si rifiutano di aiutare chi ha qualche necessità in più! Una delle tante conseguenze di questi gravi problemi è che per il ragazzo diventa molto difficile socializzare con i propri coetanei perché i ragazzi seguono il “buon esempio” dei loro professori e quindi anche loro si fanno prendere “dalla paura della responsabilità” in questo modo il disabile, invece di inserirsi un gruppo di persone “normali” come è giusto che sia, viene sempre più isolato! I suoi problemi fisici invece di smorzali si accentuano sempre di più perché formano “quell’impercettibile barriera” che c’è tra lui ed il mondo esterno. Questo avviene in quasi tutte le scuole indipendentemente se sono pubbliche o private, religiose o non religiose. Tutto questo è successo anche a me che ora frequento il quarto anno del liceo linguistico in una scuola privata, religiosa, tenuta da suore, mi è successo anche alle medie ad una scuola pubblica! Allora io mi domando, come mai in un paese come l’Italia che è fondamentalmente religioso avvengono certe ingiustizie, ed i paesi meno religiosi c’è un maggior rispetto per gli handicappati? Una delle prime regole della religione cristiana è proprio quella di aiutare il prossimo, specialmente i più bisognosi, allora perché in Italia c’è tutta questa ipocrisia e falsità? Un altro argomento che merita di essere preso in considerazione, riguarda le famiglie delle persone con handicap: senza dubbio quando in una famiglia nasce un bimbo con dei problemi è un grande shock. La cosa più normale sarebbe che superato lo shock la famiglia diventi più unita per aiutare il bambino, ma in pratica non sempre è così: e le famiglie si sfasciano. A volte, con il passare, del tempo i familiari trovano la forza dentro di loro di stare vicino ed aiutare il bambino, in certi casi, andando avanti col tempo, i genitori imparano a tirar fuori del positivo da una situazione che in partenza appariva tragicamente negativa; in questo senso il problema della persona può trasformarsi in un’opportunità sua e di chi li sta accanto per confrontarsi e migliorarsi. Io penso che è proprio la diversità che dà alle persone la possibilità di confrontarsi, crescere e maturare! Purtroppo però anche qui ci sono delle eccezioni: tante persone non sono così internamente ricchi per accettare ed affrontare questa situazione e così, invece di affievolirla la rendono più complicata, o peggio ancora si rifiutano di ammettere l’esistenza di questo problema! Aiutare un bambino portatore di handicap è un impegno che dura tutta la vita; purtroppo certe persone non ci provano nemmeno, altre invece sono troppo fragili, così cominciano, poi col passare degli anni si fanno trasportare e distrarre dagli eventi della vita ed a poco a poco iniziano a “mollare” infine, fortunatamente, esistono persone che stanno dietro al bambino per tutta le vita tirando fuori tutta la loro forza, e prendendo tutta quella che il bambino è in grado di dargli, così che i due vanno avanti sulla strada della vita insieme!

Scritto dalla redattrice

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