stato di coma e morte celebrare

 Il tema della dichiarazione dello stato di morte è tra le più delicate questioni che si trovi a trattare la bioetica e in merito alla quale il mondo scientifico pare concordemente intenzionato ad andare con i piedi di piombo. A sancire una posizione unitaria, il Comitato Nazionale di Bioetica si è espresso in maniera che vedremo successivamente, al momento partiamo dall’inquadrare bene cosa si intende per stato di morte e relazioniamolo con uno stato sul quale è bene fare molta chiarezza (come la scienza ufficiale tende a rimarcare) e cioè lo stato di coma. È una questione rispetto la quale ho un interesse personale in quanto l’ho “vissuto“ e, data l’importanza che per la medicina (trapianti) e la ricerca hanno, comunque, i corpi di chi non c’è più, poniamo ai nostri lettori un accenno su come è accertato lo stato di morte e la differenza con lo stato di coma. Successivamente, approfondiremo il discorso sullo stato di coma. Differenza tra il coma e la morte cerebrale. E’ una domanda che ci si pone di frequente quando si parla di prelievo di organi, dal momento che i due concetti non sono sinonimi e spesso vengono utilizzati in modo improprio. La diagnosi di morte cerebrale fatta sulla base di criteri neurologici non ha mai sbagliato, mentre molte prognosi di irreversibilità del coma si sono viste smentite dai fatti. Se parliamo di “diagnosi“ neurologica, dobbiamo dire che essa è sicura, mentre se parliamo di “prognosi“, parliamo di una previsione e riferita al coma è alquanto difficile. Il giudizio di irreversibilità è abbastanza soggettivo, dipende dal medico che lo pronuncia e dal grado di tecnologia di cui ci si avvale, poiché il progresso tecnico determina anche a distanza di poco tempo un differente approccio al coma. La morte effettiva di un individuo corrisponde alla morte cerebrale, caso differente è la diagnosi di morte clinica. Questa è data dalla constatazione della cessazione del battito cardiaco, ma tale arresto è reversibile. In moltissimi casi si adotta come criterio per stabilire la morte di una persona l’arresto del miocardio, cosa che genera confusione. Nella morte cerebrale il tronco, la parte del cervello che regola la respirazione e la circolazione sanguigna, è in necrosi, la massa del cervello dopo alcune ore comincia a colliquare (decomporsi), come accade successivamente agli altri organi se non mantenuti e prelevati prima possibile. Allo stesso criterio neurologico fa riferimento il Comitato Nazionale per la Bioetica, considerata come danno cerebrale organico, irreversibile, irreparabile, sviluppatosi acutamente, che ha provocato uno stato di coma irreversibile, dove il supporto artificiale e’ avvenuto in un tempo a prevenire o a trattare l’arresto cardiaco anossico. Lo stesso Comitato ritiene che non puo’ essere accettato il criterio che fa riferimento alla “morte corticale“, nel verificarsi della quale rimangono integri i centri del paleoencefalo e permane attiva la capacita’ di regolazione centrale delle funzioni omeostatiche e vegetative, compresa la respirazione autonoma. Per cui alla attenta applicazione dei criteri clinici che, in presenza di una lesione cerebrale organica dimostrata con i mezzi della diagnostica strumentale, inducono il sospetto di morte cerebrale, deve accompagnarsi la ricerca, da parte del rianimatore, di tutti i fattori che possano fornire la certezza dell’avvenuta morte cerebrale. La difficoltà della determinazione dello stato di morte cerebrale e la possibilità di compiere degli errori di valutazione hanno indotto lo stesso Comitato Nazionale a formulare l’auspicio: “1. Che il legislatore sviluppi in termini normativi i criteri presentati dall’avanzamento della medicina, attraverso parametri strumentali, per l’accertamento della morte a tutti i fini giuridici; 2. Che siano introdotti criteri normativi differenziati per l’accertamento della morte nell’eta’ pediatrica e neonatale; 3. Che siano promossi l’istituzione e le garanzie di funzionamento delle commissioni di verifica della realta’ della morte“. 
                                                                                                                 Merico Cavallaro
Questo articolo è stato scritto in data Lunedì, 23

 

 

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Stephen Hawking

Lo conoscete Stephen Hawking? Beh lui si che ha fatto tante cose nella vita, forse anche troppe: è un genio, un grande scienziato, convive con un handicap grave, ha avuto due matrimoni, voi che ne pensate? Se volete saperne di più suo conto, l’articolo che segue vi una panoramica di tutto quello che ha fatto e che nella vita.
Articolo tratto dal Corriere della Sera del 22 Maggio 2006.

Incontro con Stephen Hawking/ La teoria del Tutto, il Big Bang, l’origine dell’universo e la sua continua espansione Parla il famoso fisico inglese, considerato il più grande dopo Einstein, da oltre 40 anni in lotta contro una sclerosi degenerativa

Padova. «ABBIAMO fatto enormi progressi nella conoscenza dell’universo. Ma, ancora, non sappiamo cose fondamentali. Per fortuna, forse. In fondo, sarebbe noioso essere Dio e non avere più niente da scoprire». Bip bip… bip bip bip. Tornano in mente i versi di Verlaine: «Il lungo singhiozzo dei violini d’autunno ferisce il mio cuore con monotono languore». I l sibilo lievissimo del sintetizzatore , in una saletta del Palasport San Lazzaro, precede una voce metallica ma profonda, quella “prestata“ dalla tecnica a uno scienziato che con le teorie del Big Bang e dei buchi neri (le regioni dello spazio-tempo dalle quali neppure la luce può sfuggire, per l’eccezionale gravità che vi domina) ha segnato il vertice della ricerca post-einsteiniana. Stephen Hawking, seduto sulla carrozzella a rotelle, i capelli rossicci scivolati sulla fronte, il volto deragliato, intenso e ammirevolmente sereno, mostra di possedere ancora insospettabili energie e regala, come fa spesso, esemplari perle di sense of humour inglese. Eccolo il Piccolo Grande Cyborg, la più straordinaria sintesi di Essere umano & Alta tecnologia apparsa sul pianeta, stupefacente cybernetic organism che non parla come un comune mortale ma, miracoli dell’ high-tech , per mezzo di un sintetizzatore vocale capace di trasmettere le sue parole: giacché il professore le compone, lettera per lettera, tramite un computer e un sofisticato programma informatico a una velocità di circa 15 al minuto grazie a movimenti delle labbra… Se questo è un Genio. Sì, è l’uomo più intelligente del mondo. Unico. Eroico. Ironico. Irriducibile. Pop. A beautiful mind . E che fibra, Stephen William Hawking, nato a Oxford 64 anni fa, titolare a Cambridge della cattedra che fu di Newton. Impareggiabile esploratore dei segreti dell’universo, è diventato anche il simbolo planetario del potere dell’intelletto sul Male. Da 44 anni resiste alla sclerosi laterale amiotropica – il terribile morbo di Lou Gehrig, malattia degenerativa e incurabile dei neuroni che permettono i movimenti – il cui esito è la paralisi progressiva del corpo e, infine, la morte. Non si lamenta mai («Sarebbe uno spreco di tempo, la gente evita chi si piange addosso»). Preferisce reagire affilando la sottile arma dell’ironia (con corrosive battute non risparmia neanche se stesso come quando ha definito il suo bestseller Breve storia del tempo. Dal Big Bang ai buchi neri , oltre dieci milioni di copie, “uno dei libri più venduti e meno letti della storia“). E, per dimostrare che con un genio indomabile anche il destino deve rassegnarsi a misere figure, si è sposato due volte e ha fatto tre figli, Tim, Lucy e Robert, nati dalla prima moglie Jane (a chi gli ha chiesto recentemente cosa farebbe se dovesse guarire ha detto: “Credo che la risposta sarebbe per soli adulti“…). No, un genio non può accontentarsi di mezze misure. Ma Hawking è andato ben oltre. Anziché chiudersi nella sua lotta contro un’oltraggiosa fortuna, come accade quasi inevitabilmente a chi è vittima di un male, ha addirittura gettato il suo sguardo sul cosmo per tentare la più grande impresa scientifica di ogni tempo: formulare una Teoria del Tutto e avere una completa comprensione della realtà unificando Teoria dei Quanti e Relatività Generale, le leggi che governano le particelle elementari e quelle dello spazio-tempo, così apparentemente inconciliabili da far disperare persino Einstein. C’è da sorprendersi, allora, che il Piccolo Grande Cyborg sia diventato anche un idolo pop, ospite virtuale di un episo dio della serie Star Trek e di uno dei Simpson, ammirato da Steven Spielberg e da milioni di giovani sparsi nel mondo? A Padova, è giunto su invito del sindaco Flavio Zanonato («E’ stato semplice: voleva visitare la città dove Galileo ha esercitato il suo magistero per 18 anni»), dell’Università e dell’Osservatorio Astronomico. Ha tenuto, davanti a quattromila studenti sbalorditi e commossi le conferenze Scorrendo all’indietro la Storia e L’origine dell’universo , e ha ricevuto da Zanonato le Chiavi della Città e la cittadinanza onoraria. «Hawking ci ha dato la possibilità di vedere la grandezza dell’universo e la sua complessità», ha detto il sindaco. «Noi abbiamo potuto ammirare la grandezza della sua persona» . Negli anni 50, Hawking era ancora un ragazzo. Allora, i cosmologi ritenevano, in base alla Teoria dello stato stazionario elaborata da Fred Hoyle, che l’universo fosse sempre esistito. Ma un decennio dopo, nell’Inghilterra dei Beatles e delle minigonne, lui e il matematico Roger Penrose terremotarono la nostra visione scientifica del mondo. Bip bip bip… Sul display le parole si susseguono veloci, comunicando un brivido di stupefatta ammirazione. «Sì, io e Roger Penrose dimostrammo che l’universo era iniziato con il Big Bang, un po’ prima di 14 miliardi di anni fa», racconta l’astrofisico inglese. «Ma il problema aperto è che nelle condizioni del Big Bang, in uno stato in cui i campi gravitazionali erano così forti e l’intero universo era compresso in un singolo punto di dimensioni nulle, la teoria della relatività generale non è più valida. Lo è quella quantistica. Ecco perché, per capire l’origine dell’universo, dobbiamo trovare un accordo tra relatività generale e teoria quantistica e sposare l’idea di una somma delle teorie dell’universo, come sosteneva il fisico americano Richard Feynman». E prima del Big Bang, c’era qualcosa? «No», replica deciso. «E’ una domanda senza senso, come se qualcuno pensasse che ci sia qualcosa più a Nord del Polo Nord». Altrettanto deciso è sull’ipotesi che la velocità della luce possa essere ugugliata o superata: «Solo il pensiero potrebbe riuscirci, ma non potrebbe certo condurci su Andromeda…». Un passo successivo all’ipotesi del Big Bang, che trovò le prime conferme sperimentali nell’ottobre del 1985, avvenne circa vent’anni dopo. Continua Hawking, che ha recentemente pubblicato La grande storia del tempo (Rizzoli) in cui riassume senso e prospettive delle proprie ricerche: «Nel 1983, il fisico Jim Hartle e io abbiamo ipotizzato una situazione iniziale dell’universo che abbiamo chiamato “ipotesi senza condizioni al contorno“, in cui tutto si è sviluppato dal nulla. L’universo sarebbe nato da una primordiale uniformità, turbata solo da piccole irregolarità, che poi sono state misurate dal satellite Map a conferma della nostra teoria. Queste irregolarità sarebbero aumentate sotto l’influenza della gravità, producendo la formazione delle galassie, delle stelle e degli esseri intelligenti come noi che possiamo osservare l’universo». E il Big Crunch, l’idea della fine del mondo? L’universo inizierà a contrarsi o si espanderà per sempre? Spiega l’astrofisico inglese: «La seconda legge della termodinamica è come quella di Murphy: dice che le cose tendono al peggio. Dice che un sistema tende al disordine fino ad esaurirsi. Così, il tempo si muove in avanti. Il tempo è un fiume che scorre sempre, che porta via tutti i nostri sogni. Per questo noi ricordiamo il passato ma non il futuro». Fa una pausa “seria“. Aggiunge: «Non sappiamo come funzioni davvero il cervello umano». Ne fa un’altra, quasi comico-autobiografica: «Da parte mia, trovo quello delle donne particolarmente misterioso». Sul Big Crunch , ne La grande storia del tempo , è stato comunque decisamente ottimista sostenendo, sulla base delle osservazioni di Edwin Hubble col telescopio di Mount Wilson nel 1920 e delle ricerche degli ultimi anni, che l’universo «continuerà a espandersi a una velocità via via crescente» e che «il tempo non avrà mai fine». Bip bip bip… Bip. « La distanza tra le galassie aumenta con il tempo », dice Hawking. « L’universo è in espansione . E quella dell’espansione dell’universo è stata una delle più importanti scoperte intellettuali del XX secolo e di ogni secolo». Scrisse William Blake: «Se vedi un’aquila, vedi una particella di Genio: alza la testa!».

dal nostro inviato MASSIMO DI FORTI

 

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UN GIARDINO PER TANTI

Sarebbe bello aiutarlo, andare da lui, scambiare due parole con questo nonnino che di storia e di storie ne ha viste e vissute tante. Lui infondo ha aiutato gli altri creando con le sue mani, un giardino dove prima c’era solo immondizia e ognuno di noi passando per i Parioli, potrebbe regalarli una pianta, dei fiori o qualche soldo. Venerdì 26 maggio 2006 farà una festa aperta a tutti per i suoi 90 anni.

“MIRACOLO“ AI PARIOLI: ROSE E VIOLE AL POSTO DELLA DISCARICA
A 90 anni inventa un giardino per il quartiere

di VERONICA CURSI

La prima piantina venne su lentamente. Ci vollero mesi prima di veder sbocciare un timido bocciolo. Una piccola, coloratissima, goccia di verde che si affacciava timorosa nel grigiore di una discarica abbandonata. Siamo su via di San Valentino, a due passi da Corso Francia, nel cuore dei Parioli. Basta percorrerla quella strada che da via Pilsudski porta verso via Archimede, per capire l’amore di Andrea Lasagna, pensionato, classe 1916, per i fiori e per la terra. «L’amore e la passione» che tre anni fa portarono un ex impiegato dell’ambasciata delle Filippine, figlio di un contadino, oggi alla soglia dei 90 anni, a prendersi cura, con i propri (pochi) soldi della pensione, di un pezzo di verde, che di verde non aveva più nulla, e a trasformarlo in 100 metri quadrati di rose, viole, gerani, e margherite. La storia del «piccolo angolo di pace» di via di San Valentino inizia in un caldo maggio del 2003. Andrea ha 87 anni, due guerre mondiali alle spalle, «nell’anima, una passione innata per la terra». Vive a via Ximenes da 47 anni, poco distante da quella discarica a cielo aperto che dal 1950 deturpa il suo quartiere. Cartoni rotti e fiumi di immondizia che, ogni giorno, puntualmente, rovinano le proprie passeggiate quotidiane. Lui, che è cresciuto in mezzo al verde, nel profumo di fiori appena sbocciati, non può sopportare l’idea di vivere a pochi metri da una terra bruciata dalla spazzatura. E’ allora, «durante una delle tante piccole camminate all’aria aperta» che a questo anziano signore, in pensione ormai da più di 20 anni, viene l’idea: «creare un piccolo angolo di verde che faccia risplendere, come merita, uno dei quartieri più belli della città». Inizia così la storia del suo giardino. Armato di terra, semi e buona pazienza, questo vecchino dagli occhi azzurrissimi, comincia, nel 2003, a prendersi cura di quel tratto di strada. Pianta un oleandro, poi un altro e un altro ancora. E ogni mattina, camminando a fatica, arriva qui a scostare cartoni, bottiglie e pezzi di vetro «perché le mie piante, – racconta – quelle che con cura avevo seminato, potessero crescere nello spazio adeguato». Ogni giorno, dalle nove all’una, dalla sua casa di via Ximenes, Andrea arriva davanti a quelle staccionate rotte. E con la passione dei suoi 87 anni, taglia erbacce, annaffia la terra, «costruendo con i mattoni, trovati all’interno della discarica, più di dieci aiuole con rose, margherite e viole». «Mi aiutarono due romeni – racconta mentre lentamente passeggia in mezzo ai suoi fiori – due ragazzi bravissimi a cui davo (e continuo a dare tutt’oggi) un po’ di euro al giorno perchè continuino a prendersi cura del mio giardino. Volevo, infatti, che quella strada trafficata, quel pezzo di terra dimenticato da tutti, riprendesse vita». E così fu. Dopo gli oleandri, nacquero viole, ficus, margherite bianche. E il suo quartiere, quella gente indifferente che ogni giorno passava di lì per andare a lavoro, cominciò ad accorgersi di lui. «Era difficile costruire il mio giardino da solo – confessa Andrea, timido – i soldi stavano finendo. Avevo quasi pensato di mollare». Quando il destino, forse, o la coscienza comune di un quartiere arrivarono a dargli una mano. «Improvvisamente le persone cominciarono ad aiutarmi. – confessa ridendo – Prima con qualche euro. Poi, quando il passaparola prese piede, cominciarono ad arrivare fiori, piante, vasi. I residenti della zona mi ringraziavano per il lavoro che stavo facendo perché, in un certo senso, lo facevo anche per loro». Mese, dopo mese, il quartiere, tutto quanto, si appassionò a quell’angolo di pace. E oggi, che il giardino è un fazzoletto dai mille colori, Andrea è un po’ il giardiniere di tutti. «Ogni mattina, – racconta – quando arrivo qui davanti per lavorare, trovo sempre qualche regalo: palme, gerani, piccoli limoni. Ognuno, a suo modo, cerca di aiutarmi, come se, in un certo senso, si fosse affezionato a questo piccolo angolo di verde». Perché non è facile avere 89 anni, portare a casa una pensione minima, e voler far crescere un giardino. Non è facile dover pagare qualcuno che ti aiuti. Comprare terra, semi, vasi e piante. E questo Andrea lo sa. «Ecco perché – confessa – ho scritto una lettera a tutti i residenti del quartiere perchè mi aiutino, ancora di più, se è possibile, a continuare nel mio lavoro. Basterebbe qualche piccola donazione. Un po’ di soldi che mi permettano di realizzare il mio sogno…». Quale? «Venerdì compirò 90 anni, – confessa – e mi piacerebbe vedere un giorno la salita di via di San Valentino tutta un giardino. Ma di certo non posso farcela da solo». Così, da un paio di giorni, Andrea, va di portone in portone a chiedere una mano. «Qualcuno mi ha già regalato 10 o 20 euro – ammette – Un signore che vive proprio su via di San Valentino, ogni settimana mi da 50 euro. Lei non sa cosa vuol dire per me aver ritrovato una passione che mi rende vivo. Ogni volta che vengo qui, che parlo con i miei fiori, dimentico tutti i miei problemi…l’età, gli acciacchi e pensare che tra due giorni arrivano i 90». Speriamo che tra i regali ci sia la possibilità di continuare a costruire il suo giardino.

 

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DUE STRANI MUSEI

 

Un archivio per i diari
Dal 1984 Pieve Santo Stefano, quasi al confine tra Toscana, Umbria e Romagna, ha innalzato ai quattro punti cardinali del suo perimetro, sulle strade che vi accedono, un cartello giallo sotto quello della toponomastica ufficiale: “Città del diario”. La cittadina ospita infatti nella sede del municipio, un Archivio pubblico, che raccoglie scritti di gente comune in cui si riflette, in varie forme, la vita di tutti e la storia d’Italia: sono diari, epistolari, memorie autobiografiche. Il piccolo borgo di questa Pieve dell’Appennino tosco emiliano aveva avuto distrutto dalla guerra quasi tutto l’abitato: tra i pochi edifici rimasti in piedi, il palazzo comunale, a forma di L come un libro aperto sul leggio, con gli stemmi delle casate alle pareti. Per chi vuole saperne di più su questo curioso paese o per chi vuole sapere tutte le iniziative dell’archivio dei diari può cliccare su:

http://www.archiviodiari.it/

IL MUSEO DELLE CURIOSITA’ IN ITALIA

La curiosità è la madre della scienza e il principio del divertimento. Il Museo delle Curiosità è una collezione di fatti, oggetti, notizie e personaggi del tutto insoliti, strani, rari e veri raccolti per stimolare, divertire e perchè no, insegnare ed è l’unico a dimostrarvi che l’incredibile esiste.
Questo museo si trova a San Marino. All’interno dell’esposizione, potrete ammirare un centinaio di oggetti esposti, con eccentricità e stranezze, come una trappola per pulci del XIX sec, l’orologio a naso, le unghie più lunghe del mondo, l’uomo più grasso del mondo 639 kg, la donna più bassa del mondo 59 cm.
In estate una curiosa corriera del 1913 trasporta gratuitamente i visitatori dai parcheggi al museo.

Museo delle Curiosità
Salita alla Rocca, 26
Centro storico
47890 Repubblica di San Marino

Telefono:
0549 992437
(+378 0549 992437 from foreign countries)

Telefax:
0549 991075
(+378 0549 991075 from foreign countries)

E-Mail:info@museodellecuriosita.sm

http://www.museodellecuriosita.sm/

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UOMINI QUADRUPEDI IN UN VILLAGGIO TURCO

Ciao amici, metto nel mio sito un articolo bizzarro. L’ho trovato sul Corriere della sera del 7 marzo ’06 alla pagina della scienza. Di certo si tratta di persone “diversamente abili“ . Mi piace il termine diversamente abile, finalmente il portatore di handicap non è più un inabile, ma è colui che ha delle capacità diverse dal normodotato. Penso che a questo proposito quanto segue calza a pennello con il mio discorso.

UOMINI QUADRUPEDI IN UN VILLAGGIO TURCO
Un’anomalia genetica li spinge a camminare solo su mani e piedi

Se chiediamo a bruciapelo, alla prima persona che passa, in che cosa gli esseri umani sono diversi dalle scimmie, è assai probabile che la risposta elenchi il linguaggio, il ragionamento, la piena coscienza di sé, la stazione eretta e il camminare su due gambe. Da Darwin in poi, l’emergenza di ciascuno di questi tratti ha stimolato distinte, plausibili spiegazioni evolutive.
La «discesa» dei nostri antenati dalla foresta nelle pianure ha favorito arti inferiori capaci di sostenere da soli il nostro peso e di consentire la marcia e la corsa, il linguaggio ha consentito una comunicazione raffinata, il ragionamento, una intelligente previsione di ciò che può accadere e una pianificazione delle azioni individuali e collettive. Mi fermo qui, perché una storia assai diversa ci viene ora suggerita da un fisiologo turco, il professor Uner Tan dell’Università Cukurova ad Adana. Detto in modo molto sommario, ma non fuorviante, Tan sostiene che tutti questi tratti tipicamente umani possano essere il risultato di un singolo processo evolutivo.
Si sarebbe trattato, secondo Tan, di un evento evolutivo «puntuale», uno di quelli messi a suo tempo in evidenza da Stephen Jay Gould e Richard Lewontin, e non di un’evoluzione graduale, come tradizionalmente contemplata nella teoria darwiniana classica. Su che base può affermarlo? Sulla base della scoperta di una sindrome molto insolita, che già porta il suo nome.

Clinicamente definita come un caso molto particolare di atassia cerebellare, la sindrome di Uner Tan si manifesta con il quadrupedalismo (questi soggetti camminano solo e sempre sulle mani e sui piedi e spesso procedendo in linea obliqua), un linguaggio assai ridotto, un grave ritardo mentale, una ridotta coscienza di sé, una postura normale ricurva e a testa china, anche quando sono seduti. In una parola, questi sventurati, a causa di un deficit congenito, incarnano nella realtà quello che si potrebbe definire, secondo una lunga tradizione e più di un pizzico di leggenda, il famoso anello mancante. L’ultimo numero dello «International Journal of Neuroscience» descrive minuziosamente questa sindrome e racconta come, in uno sperduto villaggio turco, vicino al confine con la Siria, nella provincia di Iskenderun, città di Alessandro Magno, e sede di mosaici che rivaleggiano con quelli di Ravenna, il medico Osman Demirhan abbia scoperto questo caso e abbia chiamato Uner Tan, con un’équipe di fisiologi, neurologi, e psicologi, per esaminarlo a fondo. In questo villaggio, una coppia di lontani consanguinei ha avuto ben 19 figli, cinque dei quali sono affetti da questa sindrome (quattro femmine e un maschio). Gli altri dodici erano tutti normali, ma due sono morti precocemente. L’età varia dai 14 ai 36 anni. L’analisi genetica dettagliata è in corso, ma si tratta senza dubbio di un carattere genetico recessivo portato da un cromosoma non sessuale. L’analisi a risonanza magnetica mostra un rimpicciolimento della regione del cervelletto chiamata vermis e una riduzione del corpo calloso.
Un collega di Uner Tan, Tayfun Ozcelik, professore di genetica umana all’Università Bilkent di Ankara e che ha una lista molto nutrita di pubblicazioni scientifiche internazionali, mi dice: «Conosco e stimo il professor Tan da 25 anni. Quando, lo scorso dicembre, su suo invito, mi sono recato in quel villaggio e ho osservato quei soggetti, ho avuto la più straordinaria esperienza dei miei oltre venti anni di genetista». Aggiunge che questa scoperta può grandemente contribuire a risolvere l’enigma dell’evoluzione umana. Dello stesso parere, ma con interpretazioni assai diverse, sono i biologi evoluzionisti inglesi Nicholas Humphrey e John R. Skoyles, della London School of Economics, e l’anatomista Roger Keynes dell’Università di Cambridge, i quali hanno ben esaminato i soggetti studiati da Uner Tan, su suo specifico invito, nel giugno del 2005, e hanno adesso pubblicato su Internet un dettagliato resoconto. Vi si dichiara che non è stato possibile apporre su questo documento sia la loro firma che quella di Uner Tan e Osman Demirhan (http://eprints.lse.ac.uk/archive/00000463)

Suppongo sia a causa della natura divergente delle rispettive tesi evoluzionistiche. Intanto un gruppo turco-tedesco ha localizzato la mutazione sul cromosoma «17p».

Limitiamoci qui ai fatti, prevedendo che questo caso susciterà grande interesse e accesi dibattiti nelle settimane a venire. Questi cinque soggetti si muovono speditamente appoggiando gran parte del loro peso sui polsi, con le palme rivolte in avanti. Si noti che le scimmie si appoggiano, invece, sulle nocche. Si tratta, quindi, si un tratto del tutto insolito. Inoltre, a differenza dei bimbi piccoli che vanno a «quattro zampe», essi non camminano sui ginocchi, bensì mantenendo le gambe distese.
Con notevole sforzo, riescono a stare fermi in piedi, ma non a camminare sulle sole gambe. Capiscono sufficientemente il curdo da poter comunicare con gli estranei, e tre di loro capiscono anche un po’ di turco, ma è difficile comprendere quello che dicono, la loro sintassi è assai misera e il vocabolario limitato (circa cento vocaboli). Si capiscono solo tra di loro e con i loro genitori. Non sanno ripetere gran parte delle parole per loro nuove, non sanno rispondere nemmeno alle domande più semplici (in che Paese vivi?), e non sanno piegare in due un foglio di carta. La loro «coscienza» di dove sono, di chi sono e di cosa succede intorno a loro pare essere assai ridotta (secondo Uner Tan, ma il team inglese dice che interagiscono con cortesia e reagiscono adeguatamente alle situazioni nuove, per esempio un viaggio in autobus fino all’ospedale).
Tan si accinge a cercare attivamente altri casi simili, mentre gli studiosi inglesi insinuano che le circostanze biologiche e sociali di questo caso sono talmente uniche che potrebbe per sempre rimanere isolato e irriproducibile.
Mentre scrivo, il tam tam della sindrome si sta diffondendo nella comunità scientifica e le più prestigiose riviste e anche la Bbc, si accingono a parlarne. Aspettiamo un po’ prima di trarre tutte le interessanti conseguenze evoluzionistiche.

Massimo Piattelli Palmarini

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GIOCHI IN CALABRIA

Giochi in Caloria
Durante la vacanza mi è stato chiesto di tenere un laboratorio di narrazione e giochi finalizzati alla socializzazione all’interno del gruppo. Il primo giorno mi sono resa conto che per i ragazzi con ritardo mentale (tutti i ragazzi del laboratorio) era molto difficile lavorare su concetti astratti ed inventare delle favole, ho continuato a stimolarli con nuovi giochi e nuovo materiale i risultati sono stati positivi in quanto i ragazzi hanno prodotto molteplici gioie e cartelloni. Anche i giochi di movimento e di socializzazione sono stati produttivi. Infine posso dire che i ragazzi si sono divertiti ed erano soddisfatti di questo laboratorio.
Qui di seguito sono elencati i giochi che sono stati fatti con la relativa preparazione e relazione finale.

Diamante 17.7.2004    Cesto delle favole
Materiale: Occorre un numero di oggetti pari ai partecipanti.
Modalità: Ad ogni ragazzo dare un oggetto scelto a caso e chiedere di cominciare una storia poi   a turno ognuno va avanti nel racconto inserendo il proprio oggetto
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Ho potuto notare che nei soggetti con ritardo mentale è molto difficile formulare   concetti astratti e quindi l’educatore deve pilotare molto il gioco e in qualche modo   quasi sostituirsi alla fantasia del ragazzo

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Diamante 17.7.2004    Le coppie di figure
Ad ogni partecipante ho dato una carta con una figura. La prima parte del gioco è di riconoscere le figure e formare delle coppie dopo di che si passava ad una presentazione incrociata.
I componenti dicevano il proprio nome, la città di provenienza, il proprio hobby, mestiere, ecc.. Nella terza ed ultima parte ogni partecipante presentava il proprio partner al gruppo intero.
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Non è possibile giocare con coppie casuali perché sono sempre sbilanciate. E’ preferibile che sia l’educatore a formare le coppie prima di iniziare il gioco.
   
Diamante 20.7.2004    La mezza foto

Materiale: Foto prese da una rivista e tagliate a metà poi incollate su cartoncini rigidi.
Attività: Mescolare e distribuire le foto ai partecipanti. Ognuno copre la sua carta in questo   modo si vengono a formare le coppie. Nella seconda parte del gioco ogni coppia si   deve scambiare delle informazioni personali e poi si passa ad una presentazione    incrociata al gruppo.
Obiettivo: Questo gioco permette di unire un gruppo di persone che non si conoscono e questo è   consigliabile farlo come attività di apertura
Partecipanti: Jenny, Marina, Carolina, Maria Rosaria.

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Diamante 25.7.2004    Isola

Materiale: Cartellone con la foto dell’isola, fogli di carta e matite
Osservazioni: Ho scelto il gioco dell’Isola deserta, ho fatto vedere al gruppo un grande cartellone con l’isola disegnata. Ho chiesto di immaginarsi naufraghi e di avere la possibilità di portare una cosa molto importante, ad  esempio l’oggetto preferito, un animale, degli amici ecc. Ogni partecipante ha manifestato una sviluppata creatività. Hanno deciso di portare un salvagente, delle coperte, un gruppo di amici ed un cane.
Ognuno è riuscito ad illustrare la propria giornata tipo trascorsa sull’isola.

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Diamante 25.7.2004    Cantare una canzone

Dopo il gioco dell’Isola per terminare il laboratorio ho fatto cantare una canzone degli 883 ad Alvaro e Gianni, accompagnati dal gruppo che suonava gli strumenti. Erano tutti in sintonia. Il gioco era stato troppo corto qualche giorno prima, ma ero riuscita a far partecipare tutto il gruppo ed è durato pochi minuti. La soluzione è stata quella di stimolare loro creatività facendogli scegliere la canzone ed il ruolo da interpretare senza imporglielo dall’esterno.
Diamante 27.7.2004  L’attualità  (corto)

Materiale: Parecchie riviste con foto
Attività: Distribuire le riviste, chiedere di scegliere una foto e di spiegare al gruppo il perché   della scelta fatta.

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Diamante 28.7.2004  Collage a tema (lunghissimo)

Materiale: Riviste, forbici, colla, un cartellone
Preparazione: Raccogliere numerose riviste
Attività: Invitare i partecipanti a scegliere un tema,  dare il tempo di cercare foto riguardanti il   tema scelto. Formare un cartellone con le immagini e spiegare il perché si è scelta   quella foto. Infine, inventare una storia su tutte le fotografie.

                                                                 —————————
Diamante 29.7.2004   gioco STOP        (corto)

Obiettivo   esercizio di coordinamento dei movimenti del corpo coordinare il gruppo in una    melodia
Partecipanti:   Jenny, Carolina, Angela, Marina, Alvaro e Maria Carmen
Modalità:  primo giro un solo movimento
  Secondo giro un movimento diverso
  Terzo giro i due movimenti precedenti legati in un unico movimento
  Quarto giro nuova sequenza di movimenti con un nuovo ritmo e aggiunta del canto   “Giro giro tondo“ durante l’esecuzione
Diamante 29.7.2004  Dimmi la verità (medio)

Materiale: Fogli, penna, pennarelli
Preparazione: Preparare dei cartoncini con delle domande
Attività: Distribuire i cartoncini casualmente, invitare i partecipanti a rispondere alle    domande, incoraggiando una discussione.

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Diamante 30.7.2004  Dibattito aperto (lungo)

Materiale: Sedie posizionate a cerchio
Attività: dare un tema, ad esempio questa vacanza. Ogni partecipante dovrà dire una cosa    positiva e una negativa, avviare una discussione.

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    Tutti in posa
Attività:  Conoscere i movimenti e memorizzare
Finalità: Mimare dei lavori ad esempio la commessa, il barista ed altri mestieri che si possono   mimare in coppia

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    Mimiamo l’orchestra
Materiale: Strumenti musicali
Attività: Usare gli strumenti oppure fare un ritmo battendo le mani oppure facendo altri    movimenti con le parti del corpo, cantare una canzone tutti insieme

   

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IL SIGNIFICATO DELLA SOFFERENZA

Diamante 21.7.2004

Conferenza di Padre Donato Cauzzo La sofferenza è un argomento difficile. Fin dall’antichità l’umanità si è scontrata con questo interrogativo: perché a me ? L’uomo da sempre per sua natura aspira alla felicità, alla gioia. Ma l’esperienza della sofferenza è la più universale: i drammi delle guerre, terremoti, la fame nel mondo ne sono l’esempio più vistoso. Il soffrire è connaturato all’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale, due persone possono essere affette dalla stessa malattia ma viverla in modo differente. Non potremo mai comunicare fino in fondo la nostra esperienza di sofferenza. L’esperienza personale del soffrire è la risonanza che l’evento malattia può avere dentro di me. Ognuno di noi è solo nel viverla, ognuno di noi deve scontrarsi con essa “ Ognuno sta solo sul Cuor della terra trafitto Da un raggio di sole ed È subito sera “ S. Quasimodo L’uomo vive lo scontro tra il desiderio di serenità e l’esperienza del soffrire. Cosa può alleggerire il nostro soffrire ? Il dare significato senza un perché si soffre maggiormente. Scoprire il senso della sofferenza, per poterla vivere in modo significativo, in questo modo aumentano le nostre risorse interiori per affrontarla . La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocco il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. Quindi la sofferenza è esperienza universale e personale allo stesso tempo. La sofferenza è una realtà difficile da trattare. L’uomo da sempre non si è accontentato di alleviarla ma si è sempre domandato il perché “ che significato ha nella mia vita ?“ Se non si trova diventa assurdo viverla. L’uomo contemporaneo è fragile di fronte alla sofferenza. Il progresso scientifico ha illuso l’umanità di poterla sconfiggere oggi poi si è psicologicamente più fragili rispetto a 70 anni fa quando il soffrire, la morte, facevano parte della vita e pertanto era quasi naturale soffrire, erano più forti perché si riteneva inevitabile soffrire. Noi oggi ci ribelliamo di fronte a qualcosa che pensavamo di poter sconfiggere. La sofferenza è considerata un’ingiustizia quindi viene rifiutata, contestata. Ci sentiamo frodati del diritto alla felicità. Si tende a colpevolizzare qualcuno fuori di noi del nostro soffrire inquinamento, la mala sorte il medico incompetente ……… più frequentemente si dà la colpa a Dio!!! Se Dio è buono e vede soffrire perché non interviene? Perché non elimina la sofferenza dal mondo ? Gesù ha combattuto la sofferenza anche noi dobbiamo combattere evitare quella evitabile, molta sofferenza ce la procuriamo noi, la guerra, gli incidenti stradali, lo sfruttamento delle popolazioni ………. Durante la sterminio del popolo ebreo ci si è chiesti dov’era Dio, ma l’uomo dov’era? L’uomo continua a procurare il male all’uomo. Che significato dare alla sofferenza innocente ? Bambini che muoiono ad esempio è una sofferenza che ci aggredisce. Se Dio è un Padre buono perché permette questo ? Nella Bibbia sono presenti tutte le esperienze umane comprese le tragedie, il dolore, la morte, il male fisico. Nell’antico testamento emblematica è la figura di GIOBBE che la rappresenta la sofferenza dell’innocente. Giobbe uomo buono, ricco rispettoso di Dio, amico di tutti, con una bella famiglia. Viene colpito da un serie di tragedie perde tutto ricchezza, famiglia, si ammala e va a vivere seduto su un letamaio. Gli fanno visita tre amici e sentenziano che la sua sofferenza è un castigo di Dio per qualcosa che lui sicuramente ha commesso. La sofferenza vista come castigo divino è un pregiudizio che sopravvive ancora oggi. Giobbe rifiuta questo. Lui è un uomo buono è insoddisfatto di questa risposta. Egli si rivolge direttamente a Dio, lo contesta e chiede il perché, non riceve una risposta non risolte l’interrogativo, ma ha il privilegio di parlare con Dio il quale lo ammonisce: Cosa pretendi di capire? Richiamo all’umiltà. La sofferenza non è spiegabile alla ragione umana solo Dio ne comprende il significato. Giobbe non ha capito il perché del suo soffrire ma è stato faccia a faccia con Dio ha discusso con lui lo ha conosciuto direttamente ed è contento. Gesù da Dio si è fatto uomo ha preso su di sé la sofferenza umana, non l’ha eliminata. Per realizzare la salvezza ha accettato liberamente di condividere la sofferenza fisica e ance morale. Abbandonato da tutti anche dal Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il grido di Gesù è di tanti ammalati dell’umanità che soffre. Gesù passando attraverso la sofferenza ha portato la salvezza. Non ha mai dato spiegazioni teoriche sulla sofferenza, solo nel caso del cieco nato ha ribadito che essa è un castigo di Dio per colpe commesse. La sofferenza è un’esperienza misteriosa che fa parte integrante della nostra vita non spiegabile a livello umano. Come Gesù siamo chiamati a produrre del bene attraverso la sofferenza la quale non è da buttare. Gesù l’ha affrontata per amore nostro. L’uomo attraverso di essa può trovare il vero significato della vita e fare così scelte di solidarietà. La sofferenza è scuola di solidarietà. Chi ha fatto esperienza di sofferenza lascia cadere le cose inutili va all’essenziale ed è più forte nelle situazioni difficili. Attraverso la sofferenza si scopre il vero volto di Dio si instaura con lui un vero rapporto, si purifica una fede sbagliata si inizia un cammino più vero anche se più duro. La sofferenza può produrre del buono vivendola nella solidarietà. Bisogna tentare di trasformarla in occasione positiva. Quindi l’unico spiraglio è la solidarietà. “Cerchi la felicità? “ Seminala nel giardino di chi ti è accanto e la vedrai fiorire nel tuo“.

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LA MIA ESPERIENZA IN CALABRIA

Diamante 29.7.2004

Dal 12 al 30 luglio sono stata all’Hotel dei Focesi a Diamante in un soggiorno organizzato dall’Oasi Federico di cui la Presidente del Comitato scientifico è Sr. Michela Carrozzino. In questo progetto Sr. Michela ha voluto dare l’opportunità a persone diversamente abili appartenenti a un contesto sociale disagiato, di assaggiare moltissime iniziative. Il soggiorno era dedicato a ragazzi con disabilità principalmente mentale, il progetto mirava a svolgere diverse attività: giochi sulla spiaggia, terapia in acqua, cure odontoiatriche, laboratori di musica e durante il pomeriggio venivano effettuati dei laboratori artistici, laboratori narrativi e giochi di socializzazione. Questa esperienza per me è stata come un soggiorno di studio e di tirocinio molto diversa dal mio concetto di vacanza. Un aspetto completamente innovativo sono state le giornate dedicate all’igiene orale con la partecipazione di specialisti esperti nel settore dell’handicap. Questi medici sono stati la Dr.ssa Emanuela Fraschini, il Dr. Simone Bartolotta e l’igienista Gianna Nardi. Questi professionisti hanno visitato i ragazzi, hanno fornito loro consigli su come avere cura dell’igiene orale infine sono andati perfino nelle stanze per verificare il corretto uso dello spazzolino da denti. Secondo me sono state inserite troppe attività, mi domando cosa voleva essere questa esperienza visto che non mi sento di dire né che si è trattata di una vacanza in quanto gli operatori hanno lavorato notte e giorno e per i ragazzi si è trattato di prendere parte ad una serie di attività. Mi sento di paragonare questo soggiorno alle comunità terapeutiche in genere in quanto esse si basano sul bene e sull’organizzazione del collettivo e non del singolo individuo. A questo proposito mi sento di citare il “POEMA PEDAGOGICO“, anche Makarenko, per raggiungere il bene di tutto il suo collettivo utilizza dei metodi forti con i ragazzi privandoli anche di piccole libertà. Per persone portatrici di handicap gravi non è stato possibile un intervento mirato in quanto queste persone hanno bisogno di personale più qualificato. Questo soggiorno è stato positivo per tutti gli altri ragazzi perché purtroppo trascorrono tutto l’inverno chiusi in casa. Qui all’Hotel hanno vissuto una realtà di integrazione. L’Oasi Federico è riuscita a dare un assaggio di normalità e nello stesso tempo si è preoccupata di tutelarli in una struttura adeguata poiché tutte le attività si svolgevano all’interno dell’albergo Un altro obiettivo che “L’oasi Federico“ è riuscita a raggiungere, e non è facile, è stato quello di svolgere varie attività terapeutiche in un luogo che normalmente viene utilizzato per svolgere le vacanze e con persone “normodotate“ che soggiornavano nel periodo estivo. Ho notato molti ragazzi nel laboratorio di narrazione: il primo giorno ho chiesto ai partecipanti di immaginare una storia, avevano molte difficoltà a lavorare su concetti astratti e a liberare la loro fantasia. Con l’aiuto di esercizi svolti utilizzando riviste, cartelloni, pennarelli e oggetti vari sono riusciti a manifestare la loro creatività inventando molteplici favole. Anche la socializzazione all’interno di gruppo è stata stimolata da giochi ed interviste. Anche in questo caso i risultati sono stati evidenti. Considerando che i ragazzi ospitati nell’albergo vivono tutto l’anno esclusi dalla società perché in Calabria mancano le strutture adeguate sia per le cure mediche sia per attività ludiche e di lavoro ritengo opportuno, per ripetere questa esperienza di vacanza, ridurre gli obiettivi dando priorità a quelle attività che possono avere un seguito durante l’inverno anche in questo territorio per una integrazione dei ragazzi disabili nella società. Personalmente preferisco curare in modo completo pochi aspetti piuttosto che dare un assaggio di tante cose che non possono più avere. Ci sono state anche due conferenze nella sala comunale del Comune di Diamante: la prima è stata tenuta da Padre Donato Cauzzo, lui è un padre Camilliano. La conferenza si intitolava “Perché proprio a me ?“. Padre Donato si interrogava sulla sofferenza umana: questa non trova una risposta nella vita dell’uomo. Ha citato il racconto di Giobbe, uomo giusto, che viene colpito da una serie di disgrazie ma che alla fine tutto ciò lo mette in condizione di avere un colloquio intimo con Dio. Padre Donato ha spiegato che il soffrire è un evento che fa parte dell’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale. La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocca il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. L’altra conferenza è stata tenuta da Sr. Michela Carrozzino e da me, Marzia Castiglione. Questa conferenza era intitolata “Stampa e disabilità“. Avendo esaminato numerose testate ho potuto costatare che l’argomento disabilità non viene quasi mai preso in considerazione. I pochi articoli che lo riguardano sono quasi sempre riportati come fatti di cronaca negativi. Sporadicamente troviamo articoli che riguardano eventi positivi ad esempio atleti disabili che gareggiano e vincono anche persone normodotate. Infine, per me che vivo a Roma, che frequento l’Università, che mi muovo per la città con la mia macchina nonostante il mio handicap questa esperienza è stata formativa ma non una vacanza. Secondo me non è stato formativo tenere sempre i ragazzi chiusi nella struttura, pur rendendomi conto che mancando i mezzi non e stato possibile far vivere loro la vita di tutti i giorni. Per un futuro soggiorno, a mio avviso, cercherei, sacrificando qualche attività, di organizzare delle uscite per far vivere a questi ragazzi un contesto il più possibile “normale“.

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Poesie di Emily Dickinson

Quando andavo a scuola, mi è sempre piaciuto l’italiano. Facevo bei pensierini, bei temi… poi al liceo mi sono appassionata alla Divina Commedia. Non è stato merito mio, ma dei “programmi ministeriali“ e della prof d’italiano che ha sempre avuto un “debole“ per Dante. Le poesie di Dickinson facevano parte del programma d’inglese. La professoressa spiegava ed interrogava in lingua inglese; non capivo nulla. Passavo interi pomeriggi ad imparare a memoria riassunti in inglese e questo bastava a prendere sei all’interrogazione del giorno. Tempo fa ho trovato, su internet, le seguenti poesie e ho scoperto che mi piacciono.

 Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita o allevierò una pena
O aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
Non avrò vissuto invano

***

Conosco vite della cui mancanza
non soffrirei affatto
di altre invece ogni attimo di assenza
mi sembrerebbe eterno

***

Mi incanta il mormorio di un’ape
qualcuno mi chiede perchè
piu’ facile è morire che rispondere

***

il rosso sopra il colle annulla la mia volontà
se qualcuno sogghigna stia attento
perchè Dio è qui
questo è tutto

***

La luce del mattino mi eleva di grado
se qualcuno mi chiede come
risponda l’artista che mi tratteggiò così

***

Non avessi mai visto il sole
avrei sopportato l’ombra
ma la luce ha aggiunto al mio deserto
una desolazione inaudita

***

Portare la nostra parte di notte
la nostra parte di mattino
Di immensa gioia riempire il nostro spazio
il nostro spazio riempire di disprezzo

***

Qui una stella, là un’altra stella
Qualcuno smarrisce la via
Qui una nebbia, là un’altra nebbia
Poi, il giorno

***

Tutti hanno diritto al mattino
alla notte solo alcuni
Alla luce dell’aurora
pochi eccelsi privilegiati

***

Se avessimo le ali
per fuggire la memoria
molti volerebbero
Abituati a esseri più lenti
gli uccelli con sgomento
scruterebbero la folla
di persone in fuga
dalla mente dell’uomo

***

Non stimare lontano quello che si può avere
anche se in mezzo si stende il tramonto
né stimare vicino ciò che standoti a fianco
è più lontano del sole

***

La natura talvolta fa seccare
un arbusto, talvolta scalpa un albero
il suo popolo verde lo ricorda
nel caso in cui non muoia

Foglie stremate alle nuove stagioni
testimoniano mute
e noi che abbiamo un’anima moriamo
più sovente, e non così vitalmente

***

Se le mie pene future in una volta
venissero ad affliggermi quest’oggi
sono così felice che – son certa –
si allontanerebbero ridendo.

Se le mie gioie future in una volta
venissero ad invadermi quest’oggi
non potrebbero essere così grandi
come questa che mi possiede adesso

***

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano
sottraendo, finchè non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora
come una buccia la butterei lontano
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.
(dedicata a F.)

***

Muore la parola
appena è pronunciata:
così qualcuno dice.
Io invece dico
che comincia a vivere
proprio in quel momento

***

Il paradiso non è più lontano
della camera accanto
se in quella camera
un amico attende
felicità o rovina.

***

Che forza c’è nell’anima
che riesce a sopportare
l’accento di un passo che si appressa
una porta che si apre.

***

Come fare per dimenticare!
Ma potrebbe insegnarlo?
Si dice sia tra le arti la più facile
quando si impara il metodo.

Cuori duri son morti
nell’acquisirla, eppure
il sacrificio per la scienza adesso
è piuttosto comune.

Sono andata anche a scuola
ma non ne son uscita più informata
il mappamondo non lo puo’ insegnare
e non serve a niente il logaritmo.

“Come dimenticare”!
Venga qualche filosofo a spiegarmelo!
Ah, essere eruditi
quanto basta asaperlo!

C’è scritto in qualche libro?
In questo caso io potrei comprarlo
E’ simile a un pianeta?
I telescopi potrebbero scoprirlo

Se invece è un’invenzione
deve avere un brevetto.
E tu, dimmi, lo sai,
rabbi del libro saggio?

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