IL SIGNIFICATO DELLA SOFFERENZA

Diamante 21.7.2004

Conferenza di Padre Donato Cauzzo La sofferenza è un argomento difficile. Fin dall’antichità l’umanità si è scontrata con questo interrogativo: perché a me ? L’uomo da sempre per sua natura aspira alla felicità, alla gioia. Ma l’esperienza della sofferenza è la più universale: i drammi delle guerre, terremoti, la fame nel mondo ne sono l’esempio più vistoso. Il soffrire è connaturato all’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale, due persone possono essere affette dalla stessa malattia ma viverla in modo differente. Non potremo mai comunicare fino in fondo la nostra esperienza di sofferenza. L’esperienza personale del soffrire è la risonanza che l’evento malattia può avere dentro di me. Ognuno di noi è solo nel viverla, ognuno di noi deve scontrarsi con essa “ Ognuno sta solo sul Cuor della terra trafitto Da un raggio di sole ed È subito sera “ S. Quasimodo L’uomo vive lo scontro tra il desiderio di serenità e l’esperienza del soffrire. Cosa può alleggerire il nostro soffrire ? Il dare significato senza un perché si soffre maggiormente. Scoprire il senso della sofferenza, per poterla vivere in modo significativo, in questo modo aumentano le nostre risorse interiori per affrontarla . La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocco il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. Quindi la sofferenza è esperienza universale e personale allo stesso tempo. La sofferenza è una realtà difficile da trattare. L’uomo da sempre non si è accontentato di alleviarla ma si è sempre domandato il perché “ che significato ha nella mia vita ?“ Se non si trova diventa assurdo viverla. L’uomo contemporaneo è fragile di fronte alla sofferenza. Il progresso scientifico ha illuso l’umanità di poterla sconfiggere oggi poi si è psicologicamente più fragili rispetto a 70 anni fa quando il soffrire, la morte, facevano parte della vita e pertanto era quasi naturale soffrire, erano più forti perché si riteneva inevitabile soffrire. Noi oggi ci ribelliamo di fronte a qualcosa che pensavamo di poter sconfiggere. La sofferenza è considerata un’ingiustizia quindi viene rifiutata, contestata. Ci sentiamo frodati del diritto alla felicità. Si tende a colpevolizzare qualcuno fuori di noi del nostro soffrire inquinamento, la mala sorte il medico incompetente ……… più frequentemente si dà la colpa a Dio!!! Se Dio è buono e vede soffrire perché non interviene? Perché non elimina la sofferenza dal mondo ? Gesù ha combattuto la sofferenza anche noi dobbiamo combattere evitare quella evitabile, molta sofferenza ce la procuriamo noi, la guerra, gli incidenti stradali, lo sfruttamento delle popolazioni ………. Durante la sterminio del popolo ebreo ci si è chiesti dov’era Dio, ma l’uomo dov’era? L’uomo continua a procurare il male all’uomo. Che significato dare alla sofferenza innocente ? Bambini che muoiono ad esempio è una sofferenza che ci aggredisce. Se Dio è un Padre buono perché permette questo ? Nella Bibbia sono presenti tutte le esperienze umane comprese le tragedie, il dolore, la morte, il male fisico. Nell’antico testamento emblematica è la figura di GIOBBE che la rappresenta la sofferenza dell’innocente. Giobbe uomo buono, ricco rispettoso di Dio, amico di tutti, con una bella famiglia. Viene colpito da un serie di tragedie perde tutto ricchezza, famiglia, si ammala e va a vivere seduto su un letamaio. Gli fanno visita tre amici e sentenziano che la sua sofferenza è un castigo di Dio per qualcosa che lui sicuramente ha commesso. La sofferenza vista come castigo divino è un pregiudizio che sopravvive ancora oggi. Giobbe rifiuta questo. Lui è un uomo buono è insoddisfatto di questa risposta. Egli si rivolge direttamente a Dio, lo contesta e chiede il perché, non riceve una risposta non risolte l’interrogativo, ma ha il privilegio di parlare con Dio il quale lo ammonisce: Cosa pretendi di capire? Richiamo all’umiltà. La sofferenza non è spiegabile alla ragione umana solo Dio ne comprende il significato. Giobbe non ha capito il perché del suo soffrire ma è stato faccia a faccia con Dio ha discusso con lui lo ha conosciuto direttamente ed è contento. Gesù da Dio si è fatto uomo ha preso su di sé la sofferenza umana, non l’ha eliminata. Per realizzare la salvezza ha accettato liberamente di condividere la sofferenza fisica e ance morale. Abbandonato da tutti anche dal Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il grido di Gesù è di tanti ammalati dell’umanità che soffre. Gesù passando attraverso la sofferenza ha portato la salvezza. Non ha mai dato spiegazioni teoriche sulla sofferenza, solo nel caso del cieco nato ha ribadito che essa è un castigo di Dio per colpe commesse. La sofferenza è un’esperienza misteriosa che fa parte integrante della nostra vita non spiegabile a livello umano. Come Gesù siamo chiamati a produrre del bene attraverso la sofferenza la quale non è da buttare. Gesù l’ha affrontata per amore nostro. L’uomo attraverso di essa può trovare il vero significato della vita e fare così scelte di solidarietà. La sofferenza è scuola di solidarietà. Chi ha fatto esperienza di sofferenza lascia cadere le cose inutili va all’essenziale ed è più forte nelle situazioni difficili. Attraverso la sofferenza si scopre il vero volto di Dio si instaura con lui un vero rapporto, si purifica una fede sbagliata si inizia un cammino più vero anche se più duro. La sofferenza può produrre del buono vivendola nella solidarietà. Bisogna tentare di trasformarla in occasione positiva. Quindi l’unico spiraglio è la solidarietà. “Cerchi la felicità? “ Seminala nel giardino di chi ti è accanto e la vedrai fiorire nel tuo“.

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LA MIA ESPERIENZA IN CALABRIA

Diamante 29.7.2004

Dal 12 al 30 luglio sono stata all’Hotel dei Focesi a Diamante in un soggiorno organizzato dall’Oasi Federico di cui la Presidente del Comitato scientifico è Sr. Michela Carrozzino. In questo progetto Sr. Michela ha voluto dare l’opportunità a persone diversamente abili appartenenti a un contesto sociale disagiato, di assaggiare moltissime iniziative. Il soggiorno era dedicato a ragazzi con disabilità principalmente mentale, il progetto mirava a svolgere diverse attività: giochi sulla spiaggia, terapia in acqua, cure odontoiatriche, laboratori di musica e durante il pomeriggio venivano effettuati dei laboratori artistici, laboratori narrativi e giochi di socializzazione. Questa esperienza per me è stata come un soggiorno di studio e di tirocinio molto diversa dal mio concetto di vacanza. Un aspetto completamente innovativo sono state le giornate dedicate all’igiene orale con la partecipazione di specialisti esperti nel settore dell’handicap. Questi medici sono stati la Dr.ssa Emanuela Fraschini, il Dr. Simone Bartolotta e l’igienista Gianna Nardi. Questi professionisti hanno visitato i ragazzi, hanno fornito loro consigli su come avere cura dell’igiene orale infine sono andati perfino nelle stanze per verificare il corretto uso dello spazzolino da denti. Secondo me sono state inserite troppe attività, mi domando cosa voleva essere questa esperienza visto che non mi sento di dire né che si è trattata di una vacanza in quanto gli operatori hanno lavorato notte e giorno e per i ragazzi si è trattato di prendere parte ad una serie di attività. Mi sento di paragonare questo soggiorno alle comunità terapeutiche in genere in quanto esse si basano sul bene e sull’organizzazione del collettivo e non del singolo individuo. A questo proposito mi sento di citare il “POEMA PEDAGOGICO“, anche Makarenko, per raggiungere il bene di tutto il suo collettivo utilizza dei metodi forti con i ragazzi privandoli anche di piccole libertà. Per persone portatrici di handicap gravi non è stato possibile un intervento mirato in quanto queste persone hanno bisogno di personale più qualificato. Questo soggiorno è stato positivo per tutti gli altri ragazzi perché purtroppo trascorrono tutto l’inverno chiusi in casa. Qui all’Hotel hanno vissuto una realtà di integrazione. L’Oasi Federico è riuscita a dare un assaggio di normalità e nello stesso tempo si è preoccupata di tutelarli in una struttura adeguata poiché tutte le attività si svolgevano all’interno dell’albergo Un altro obiettivo che “L’oasi Federico“ è riuscita a raggiungere, e non è facile, è stato quello di svolgere varie attività terapeutiche in un luogo che normalmente viene utilizzato per svolgere le vacanze e con persone “normodotate“ che soggiornavano nel periodo estivo. Ho notato molti ragazzi nel laboratorio di narrazione: il primo giorno ho chiesto ai partecipanti di immaginare una storia, avevano molte difficoltà a lavorare su concetti astratti e a liberare la loro fantasia. Con l’aiuto di esercizi svolti utilizzando riviste, cartelloni, pennarelli e oggetti vari sono riusciti a manifestare la loro creatività inventando molteplici favole. Anche la socializzazione all’interno di gruppo è stata stimolata da giochi ed interviste. Anche in questo caso i risultati sono stati evidenti. Considerando che i ragazzi ospitati nell’albergo vivono tutto l’anno esclusi dalla società perché in Calabria mancano le strutture adeguate sia per le cure mediche sia per attività ludiche e di lavoro ritengo opportuno, per ripetere questa esperienza di vacanza, ridurre gli obiettivi dando priorità a quelle attività che possono avere un seguito durante l’inverno anche in questo territorio per una integrazione dei ragazzi disabili nella società. Personalmente preferisco curare in modo completo pochi aspetti piuttosto che dare un assaggio di tante cose che non possono più avere. Ci sono state anche due conferenze nella sala comunale del Comune di Diamante: la prima è stata tenuta da Padre Donato Cauzzo, lui è un padre Camilliano. La conferenza si intitolava “Perché proprio a me ?“. Padre Donato si interrogava sulla sofferenza umana: questa non trova una risposta nella vita dell’uomo. Ha citato il racconto di Giobbe, uomo giusto, che viene colpito da una serie di disgrazie ma che alla fine tutto ciò lo mette in condizione di avere un colloquio intimo con Dio. Padre Donato ha spiegato che il soffrire è un evento che fa parte dell’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale. La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocca il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. L’altra conferenza è stata tenuta da Sr. Michela Carrozzino e da me, Marzia Castiglione. Questa conferenza era intitolata “Stampa e disabilità“. Avendo esaminato numerose testate ho potuto costatare che l’argomento disabilità non viene quasi mai preso in considerazione. I pochi articoli che lo riguardano sono quasi sempre riportati come fatti di cronaca negativi. Sporadicamente troviamo articoli che riguardano eventi positivi ad esempio atleti disabili che gareggiano e vincono anche persone normodotate. Infine, per me che vivo a Roma, che frequento l’Università, che mi muovo per la città con la mia macchina nonostante il mio handicap questa esperienza è stata formativa ma non una vacanza. Secondo me non è stato formativo tenere sempre i ragazzi chiusi nella struttura, pur rendendomi conto che mancando i mezzi non e stato possibile far vivere loro la vita di tutti i giorni. Per un futuro soggiorno, a mio avviso, cercherei, sacrificando qualche attività, di organizzare delle uscite per far vivere a questi ragazzi un contesto il più possibile “normale“.

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Poesie di Emily Dickinson

Quando andavo a scuola, mi è sempre piaciuto l’italiano. Facevo bei pensierini, bei temi… poi al liceo mi sono appassionata alla Divina Commedia. Non è stato merito mio, ma dei “programmi ministeriali“ e della prof d’italiano che ha sempre avuto un “debole“ per Dante. Le poesie di Dickinson facevano parte del programma d’inglese. La professoressa spiegava ed interrogava in lingua inglese; non capivo nulla. Passavo interi pomeriggi ad imparare a memoria riassunti in inglese e questo bastava a prendere sei all’interrogazione del giorno. Tempo fa ho trovato, su internet, le seguenti poesie e ho scoperto che mi piacciono.

 Se io potrò impedire ad un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita o allevierò una pena
O aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido
Non avrò vissuto invano

***

Conosco vite della cui mancanza
non soffrirei affatto
di altre invece ogni attimo di assenza
mi sembrerebbe eterno

***

Mi incanta il mormorio di un’ape
qualcuno mi chiede perchè
piu’ facile è morire che rispondere

***

il rosso sopra il colle annulla la mia volontà
se qualcuno sogghigna stia attento
perchè Dio è qui
questo è tutto

***

La luce del mattino mi eleva di grado
se qualcuno mi chiede come
risponda l’artista che mi tratteggiò così

***

Non avessi mai visto il sole
avrei sopportato l’ombra
ma la luce ha aggiunto al mio deserto
una desolazione inaudita

***

Portare la nostra parte di notte
la nostra parte di mattino
Di immensa gioia riempire il nostro spazio
il nostro spazio riempire di disprezzo

***

Qui una stella, là un’altra stella
Qualcuno smarrisce la via
Qui una nebbia, là un’altra nebbia
Poi, il giorno

***

Tutti hanno diritto al mattino
alla notte solo alcuni
Alla luce dell’aurora
pochi eccelsi privilegiati

***

Se avessimo le ali
per fuggire la memoria
molti volerebbero
Abituati a esseri più lenti
gli uccelli con sgomento
scruterebbero la folla
di persone in fuga
dalla mente dell’uomo

***

Non stimare lontano quello che si può avere
anche se in mezzo si stende il tramonto
né stimare vicino ciò che standoti a fianco
è più lontano del sole

***

La natura talvolta fa seccare
un arbusto, talvolta scalpa un albero
il suo popolo verde lo ricorda
nel caso in cui non muoia

Foglie stremate alle nuove stagioni
testimoniano mute
e noi che abbiamo un’anima moriamo
più sovente, e non così vitalmente

***

Se le mie pene future in una volta
venissero ad affliggermi quest’oggi
sono così felice che – son certa –
si allontanerebbero ridendo.

Se le mie gioie future in una volta
venissero ad invadermi quest’oggi
non potrebbero essere così grandi
come questa che mi possiede adesso

***

Se tu dovessi venire in autunno
mi leverei di torno l’estate
con un gesto stizzito ed un sorrisetto,
come fa la massaia con la mosca.

Se entro un anno potessi rivederti,
avvolgerei in gomitoli i mesi,
per poi metterli in cassetti separati
per paura che i numeri si mescolino.

Se mancassero ancora alcuni secoli,
li conterei ad uno ad uno sulla mano
sottraendo, finchè non mi cadessero
le dita nella terra della Tasmania.

Se fossi certa che, finita questa vita,
io e te vivremo ancora
come una buccia la butterei lontano
e accetterei l’eternità all’istante.

Ma ora, incerta della dimensione
di questa che sta in mezzo,
la soffro come l’ape-spiritello
che non preannuncia quando pungerà.
(dedicata a F.)

***

Muore la parola
appena è pronunciata:
così qualcuno dice.
Io invece dico
che comincia a vivere
proprio in quel momento

***

Il paradiso non è più lontano
della camera accanto
se in quella camera
un amico attende
felicità o rovina.

***

Che forza c’è nell’anima
che riesce a sopportare
l’accento di un passo che si appressa
una porta che si apre.

***

Come fare per dimenticare!
Ma potrebbe insegnarlo?
Si dice sia tra le arti la più facile
quando si impara il metodo.

Cuori duri son morti
nell’acquisirla, eppure
il sacrificio per la scienza adesso
è piuttosto comune.

Sono andata anche a scuola
ma non ne son uscita più informata
il mappamondo non lo puo’ insegnare
e non serve a niente il logaritmo.

“Come dimenticare”!
Venga qualche filosofo a spiegarmelo!
Ah, essere eruditi
quanto basta asaperlo!

C’è scritto in qualche libro?
In questo caso io potrei comprarlo
E’ simile a un pianeta?
I telescopi potrebbero scoprirlo

Se invece è un’invenzione
deve avere un brevetto.
E tu, dimmi, lo sai,
rabbi del libro saggio?

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LA SOCIETA’ INDIFFERENTE

Oggi come oggi, per una persona portatrice di handicap è sempre più difficile vivere in maniera dignitosa nella nostra società: infatti essa, invece di fornire delle agevolazioni, non fa altro che complicare questa già difficile situazione! Penso alle tante barriere architettoniche esistenti nelle maggiori città Italiane, ma soprattutto alla mentalità ancora oggi molto ristretta di fronte a determinati problemi e questo è ben più grave delle barriere fisiche! È pur vero che esistono delle agevolazioni, ad esempio le ferrovie e gli aeroporti sono dotati di un servizio di accompagnamento molto efficiente, ma fin quando si tratta di poche iniziative pubbliche non saranno mai sufficienti per migliorare la situazione di tante e tante persone con problemi di motricità! Secondo me la cosa più grave che nuoce maggiormente ai portatori di handicap è l’ atteggiamento mentale, esistente in Italia, dei singoli individui non educati al problema! Io ho dei problemi motori legati ad una carenza di ossigeno avvenuta al momento della nascita; nonostante ciò ho avuto la possibilità di compiere numerosi viaggi sia in Italia sia all’estero durante i quali ho potuto costatare che i paesi come Inghilterra, Irlanda e Stati Uniti sono molto più evoluti di noi di fronte a questi problemi. Il fatto che mi ha colpita di più non è stato tanto l’organizzazione per cercare di limitare le barriere architettoniche ma quanto l’atteggiamento delle persone; di tutte le persone non solo quelle che lavorano negli alberghi o nei musei, ma anche della gente comune: all’estero mi è capitato più volte di trovarmi per la strada o nei luoghi pubblici e ricevere un aiuto da gente “comune” senza che io chiedessi nulla! Questo dimostra una sostanziale differenza di mentalità e oserei dire anche d’educazione delle persone; inoltre lo stato non si preoccupa di organizzare dei corsi di formazione che preparino le persone ad affrontare il problema con sufficiente competenza! Purtroppo in Italia c’è ancora una mentalità “distorta” riguardo a certi problemi; secondo me questo è dato dal fatto che nel nostro paese ancora oggi esiste l’idea che la persona “diversa” fa paura, di conseguenza le persone tendono a omologarsi perché hanno timore di essere diversi e quindi di ritrovarsi soli; forse ai nostri giorni la solitudine rappresenta una delle paure più grandi! Questo è dovuto anche all’influenza dei mass media che non fanno altro che proporci dei modelli di “perfezione” da seguire! Questo discorso viene esasperato soprattutto nell’età dell’adolescenza: i ragazzi si sentono fondamentalmente insicuri e fragili, l’unica cosa che gli dà un po’ di sicurezza è l’essere “simili” tra loro, per questo motivo tendono ad formare dei gruppi. Tornando al discorso dell’handicap; è raro che una persona con mobilità ridotta incontri una persona gentile e disposta ad aiutarlo, è molto più comune che una handicappato debba lottare per far valere i suoi diritti anche quelli più banali; a questo punto, nel nostro paese, il problema più grosso per un disabile non è più il suo problema fisico, ma è il “convivere” con le altre persone: la società, come ho già detto, in molti casi invece di cercare di tutelare queste persone non fanno altro che aggravare la loro già difficile situazione! Un altro gravissimo problema che un disabile si trova ad affrontare è la scuola: la legge italiana dice che l’istruzione deve essere un diritto ed un dovere aperto a tutti, purtroppo non è così semplice, anzi posso affermare che l’inserimento di un disabile nella scuola è una meta quasi impossibile da raggiungere! Fino a qualche anno fa esistevano delle scuole “differenziate” per disabili poi il governo ha deciso di chiuderle: secondo lo stato italiano le persone con scarsa mobilità devono essere integrate come tutti gli altri. Apparentemente questo discorso è giustissimo, peccato però che manca la preparazione e la mentalità adeguata da parte dei docenti (in primo luogo dei professori di sostegno) per affrontare il problema! Questa è una grave mancanza del nostro stato perché è lui che si dovrebbe occupare di preparare i professori sull’handicap, invece se ne guarda bene dal farlo, così molto spesso, il ragazzo disabile si trova “solo” in mezzo a persone normodotate senza nessuno che li sappia dare un aiuto valido! Vi dirò di più, secondo me a scuola, oltre alle varie materie, dovrebbe preparare il ragazzo su questi problemi, lo “studio” di questi problemi dovrebbe far parte dei programmi scolastici! Un’altra grave mancanza dei docenti sono i programmi ridotti: la legge italiana prevede che i professori forniscano questi programma ai ragazzi, ma questo loro dovere, e sottolineo dovere, non viene quasi mai assolto, o in molti casi il ragazzo deve lottare molto ed anche così non è detto che li ottenga! Purtroppo non è ancora finita qui! Un altro grave problema delle scuole è la “responsabilità” in molti casi al ragazzo li viene negato il diritto di partecipare alle gite e all’ iniziative scolastiche come tutti gli altri ragazzi perché la scuola e le professoresse non vogliono prendersi la responsabilità, si rifiutano di aiutare chi ha qualche necessità in più! Una delle tante conseguenze di questi gravi problemi è che per il ragazzo diventa molto difficile socializzare con i propri coetanei perché i ragazzi seguono il “buon esempio” dei loro professori e quindi anche loro si fanno prendere “dalla paura della responsabilità” in questo modo il disabile, invece di inserirsi un gruppo di persone “normali” come è giusto che sia, viene sempre più isolato! I suoi problemi fisici invece di smorzali si accentuano sempre di più perché formano “quell’impercettibile barriera” che c’è tra lui ed il mondo esterno. Questo avviene in quasi tutte le scuole indipendentemente se sono pubbliche o private, religiose o non religiose. Tutto questo è successo anche a me che ora frequento il quarto anno del liceo linguistico in una scuola privata, religiosa, tenuta da suore, mi è successo anche alle medie ad una scuola pubblica! Allora io mi domando, come mai in un paese come l’Italia che è fondamentalmente religioso avvengono certe ingiustizie, ed i paesi meno religiosi c’è un maggior rispetto per gli handicappati? Una delle prime regole della religione cristiana è proprio quella di aiutare il prossimo, specialmente i più bisognosi, allora perché in Italia c’è tutta questa ipocrisia e falsità? Un altro argomento che merita di essere preso in considerazione, riguarda le famiglie delle persone con handicap: senza dubbio quando in una famiglia nasce un bimbo con dei problemi è un grande shock. La cosa più normale sarebbe che superato lo shock la famiglia diventi più unita per aiutare il bambino, ma in pratica non sempre è così: e le famiglie si sfasciano. A volte, con il passare, del tempo i familiari trovano la forza dentro di loro di stare vicino ed aiutare il bambino, in certi casi, andando avanti col tempo, i genitori imparano a tirar fuori del positivo da una situazione che in partenza appariva tragicamente negativa; in questo senso il problema della persona può trasformarsi in un’opportunità sua e di chi li sta accanto per confrontarsi e migliorarsi. Io penso che è proprio la diversità che dà alle persone la possibilità di confrontarsi, crescere e maturare! Purtroppo però anche qui ci sono delle eccezioni: tante persone non sono così internamente ricchi per accettare ed affrontare questa situazione e così, invece di affievolirla la rendono più complicata, o peggio ancora si rifiutano di ammettere l’esistenza di questo problema! Aiutare un bambino portatore di handicap è un impegno che dura tutta la vita; purtroppo certe persone non ci provano nemmeno, altre invece sono troppo fragili, così cominciano, poi col passare degli anni si fanno trasportare e distrarre dagli eventi della vita ed a poco a poco iniziano a “mollare” infine, fortunatamente, esistono persone che stanno dietro al bambino per tutta le vita tirando fuori tutta la loro forza, e prendendo tutta quella che il bambino è in grado di dargli, così che i due vanno avanti sulla strada della vita insieme!

Scritto dalla redattrice

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LE MIE ESPERIENZE ALL’ISTITUTO LEONARDA VACCARI

Mi sto laureando e scienze dell’educazione e della formazione. È una laurea nuova, ma equivale a quella vecchia in pedagogia. Consiste in tre anni di laurea di base più altri due di specializzazione.
Per adesso sono ancora ai primi anni; ho fatto un anno obbligatorio di tirocinio presso l’istituto Leonarda Vaccari, a Roma, Viale Angelico 22.
All’interno dell’istituto vi è un’ Ausilioteca ovvero dove, con l’aiuto di personale molto competente si possono provare ausili informatici per l’handicap. La mia esperienza di tirocinio è tutta documenta nella tesina qui sotto.
Alla fine del tirocinio mi sono rivolta all’ausilioteca come utente. Ho spiegato ai terapisti che la mia difficoltà più grande è che non riesco a leggere in maniera autonoma perché in poco tempo mi si stancano i muscoli degli occhi, la vista mi salta da un rigo ad un altro e ho problemi nella sintetizzazione e nella comprensione del testo.
Per ovviare a queste difficoltà e per rendermi più autonoma, in ausilioteca mi hanno fatto provare un programma che si chiama: Carlo Mobile.
Questo programma, mediante una sintesi vocale mi permette di riascoltare testi inseriti da me nel computer, per mezzo di uno scanner. Così posso riascoltare testi di esami, ma anche letture di piacere come romanzi o giornali.
Sempre in ausilioteca ho provato un copri tastiera e un emulatore di mouse. Questi due ausili mi permettono di essere più precisa e veloce nell’uso del pc. Ho fatto una decina di incontri per essere valutata e per imparare ad usare il programma e gli ausili informatici. Al termine dell’addestramento mi è stato proposto di raccontare il lavoro svolto in un corso d’aggiornamento per insegnanti e terapisti. Ho accolto la proposta con entusiasmo. Qui sotto potete leggere la presentazione in power point che ho discusso quel fatidico pomeriggio.

APRI PRESENTAZIONE

TESINA/TIROCINIO SULL’ISTITUTO « LEONARDA VACCARI »

Ho avuto occasione, di recente, di frequentare “l’Istituto Leonarda Vaccari“ per svolgere un periodo di tirocinio pratico di formazione. Prima di riferire sulle mie impressioni, vorrei brevemente descrivere questa Istituzione, inserita a Roma nel popoloso quartiere Prati. L’Istituto è nato – come del resto altri – fra le due Grandi Guerre mondiali del XX secolo (infatti è del 1936) allorché imperversava un morbo terribile e devastante per le conseguenze: la poliomelite. Questa infezione virale colpendo i bambini; spesso provocava la morte per encefalite, ma altre volte conduceva a lesioni dei centri motori dei nervi, con paralisi più o meno estese e disabilità motoria. Ci si affannava, allora, ad una primordiale riabilitazione ed a questo scopo venivano creati Istituti che accoglievano sia questi disabili, sia altre forme di disabilità nervosa di natura congenita, all’epoca ben poco conosciute nella loro origine genetica. In generale, erano gesti di umanità di famiglie facoltose, che avevano avuto in casa la malattia per uno dei propri figli: in tal modo – assieme ad altre famiglie egualmente colpite che si associavano di Fondatori – si cercava di far del bene e nello stesso tempo darsi una qualche consolazione reciproca, supplendo ad uno Stato che – allora – non era sufficientemente organizzato per una risposta istituzionale verso questi giovani colpiti dalla sorte. La Marchesa Leonarda Vaccari parti’ nel 1936 da queste premesse, creando un Istituto che – una volta scomparsa (o per lo meno molto ridotta) la pericolosità della poliomelite grazie alla vaccinazione di massa dei bambini effettuate nei Paesi occidentali continuo’ ad operare validamente nella riabilitazione di altre forme di disabilità. Come appare evidente anche dallo Statuto e dai depliant illustrativi, nel passato l’Istituto offriva ai suoi utenti disabili fisici i servizi fondamentali per avviarli alla vita sociale e lavorativa (cure mediche, scuola, formazione professionale in laboratori attrezzati e avviamento al lavoro). Questa attività è rimasta, ma notevolmente modificata dall’avvento dell’inserimento scolastico generalizzato, e facilitato dall’insegnante di sostegno, per quanto riguarda la scuola. Attualmente, l’Istituto accoglie una tipologia di utenti disabili più ampia e diversificata a cui offre un supporto di tipo individualizzato attraverso un équipe di professionisti costituita da medici, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, terapisti, etc. E’ oggi ritenuto necessario predisporre, infatti, per ogni tipo e gravità di disabilità una risposta riabilitativa personalizzata, cio’ che comporta uno studio molto approfondito del singolo caso e la partecipazione di molti specialisti alle attività diagnostiche e terapeutiche. L’obiettivo finale è non solamente una riabilitazione per il recupero possibile dal danno che si è prodotto – cioè la diminuzione di abilità – oggettiva – ma anche una integrazione ed un inserimento nella vita sociale dello stesso disabile, attraverso la migliore qualità di vita che sia possibile ottenere nel caso particolare di cui si tratta. E’ per questo motivo che si lavora “ad personam“, attraverso un progetto individualizzato strutturato da figure professionali complementari, alle quali spetta la valutazione, la pianificazione, l’attuazione e il monitoraggio dell’intervento. L’intervento comporta la presa in carico della persona dall’infanzia all’età adulta, tramite attività riabilitative, pedagogico-didattiche, formative, che possono durare anche a lungo, in rapporto a tante esigenze (personali, famigliari, economiche etc) che vanno volta a volta valutate. Un aspetto importante, dunque, della “missione“ dell’Istituto e del modo di realizzarla è l’abbinamento delle attività prettamente sanitarie con le attività formative e di avviamento al lavoro. Si tengono presenti, a questo scopo, i progetti europei, quelli nazionali, regionali e locali che possono indirizzare e facilitare l’inserimento sociale del disabile, secondo le sue capacità di essere e d’agire. L’orientamento ed il counselling per la persona interessata e la sua famiglia non viene visto come un elenco teorico di possibilità, ma deve essere accompagnata da una ricerca attiva ed una modalità di offrire un sostegno alle esperienze di lavoro sul territorio. Più di recente, l’istituto ha voluto venire incontro – pur con le difficoltà ben note dell’impresa – al cosiddetto problema del “DOPO DI NOI“, che angoscia giustamente molte famiglie, ed ha attivato una “CASA FAMIGLIA“ con la COMUNITA’ “MARIA SILVIA“, per persone adulte disabili. Tutte queste attività vengono sorrette dalla professionalità del PEDAGOGISTA CLINICO, che valuta, consiglia, mette in atto le varie soluzioni e nello stesso tempo svolge attività didattica anche verso gli altri professionisti che sono interessati alla gestione dei casi. Io personalmente ho frequentato l’Ausilioteca, dove lavora la Dottoressa Annamaria Molteni. Questa struttura si occupa di aiutare, mediante supporti informatici, bambini e ragazzi a vivere meglio gli anni di studio; ho seguito dei casi di dislessia, disturbi del linguaggio e della vista, ho potuto imparare come grazie a una diagnosi precisa del problema e sussidi informatici adeguati, questi disturbi possono essere ridotti al minimo, migliorando la qualità dello studio e dell’interazione con maestre e compagni di scuola del ragazzo disabile. Ho assistito a degli interessanti corsi di aggiornamento per maestre e professoresse dove veniva spiegata la comunicazione aumentativa e simbolica, questo linguaggio è molto utile per le persone con un buon quoziente intellettivo ma non riescono a parlare. Alle maestre veniva insegnato un nuovo metodo da utilizzare in classe per facilitare e migliorare la comunicazione del bambino e di conseguenza anche la sua interazione con i compagni. Questo nuovo metodo consisteva nel creare insieme delle tabelle di figure con scene di vita pratica che possono servire al bambino per comunicare con gli altri. Mi ha colpito il fatto che queste tabelle non si trovano “già confezionate“ ma è il bambino stesso che con l’aiuto dei genitori, insegnanti e coetanei deve pensare a quali immagini possono essere a lui più utili e quindi inserirle nella tabella. Con il passare del tempo la tabella diventa sempre più ampia e ricca. Dall’ausilioteca ho seguito alcuni ragazzi che sono stati introdotti con successo nei seguenti laboratori: giornalino e fiori secchi, laboratorio teatrale, e il laboratorio di scenografia teatrale. Io ho osservato per diverse ore, questi laboratori, quello di scenografia è formato da ragazzi con handicap cognitivo e degli studenti del liceo San Giuseppe Demerode, ho assistito come tutti insieme trascorrevano lunghi pomeriggi a chiacchierare tra loro, lavorare, aiutarsi a vicenda sconfiggendo così il luogo comune che vede il portatore di handicap come persona da aiutare e non come un soggetto con diverse abilità. Questo tirocinio non mi è piaciuto perché non l’ho trovato utile e inerente al mio corso di studi. Anche la quantità di ore è eccessiva anche perché mi trovavo in un contesto lontano da quello da quello che studiavo sui libri e quindi non riuscivo a legare le due cose. Quando andavo all’Istituto Vaccari, pensavo che non potevo utilizzare quel pomeriggio per studiare e preparare un esame che per noi studenti del nuovo ordinamento gli esami non sono pochi. In conclusione il tirocinio è stato interessante perché ho imparato delle cose nuove e ho conosciuto delle persone “diverse“ da quelle che incontro in facoltà, ma ai fini del mio percorso di studi, il tempo impiegato nel tirocinio lo ritengo una perdita di tempo, l’ho vissuta come una cosa burocratica in quanto mi servivano quelle ore, firmate quindi certificate, per completare il percorso verso la laurea.

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L’AMERICA

 racconto della redattrice.

Dalla strada si vede un grande cancello nero, dopo aver citofonato il cancello si apre automaticamente, come per magia, senza che nessuno chieda “chi è?“.
Superato un piccolo ingresso senza finestre, illuminato dalla fioca luce di un’ abatjour, si entra in un’unica stanza molto grande, il pavimento è formato da mattonelle marroni, lucide. Vi si accede da un piccolo portone nascosto, al piano terra; forse molti anni prima era una cantina della quale oggi rimane solo la forma. L’arredamento è antico e curato nei particolari: sulla parete più lunga c’è una libreria con molti volumi logorati dal tempo. Di fonte, tra due finestre che lasciano entrare molta luce c’è un mobile nero moderno con due grandi cassetti. E’ l’unico particolare che si differenziava dal resto della stanza, ma non ci sta male. Nell’angolo c’è una piccola scrivania, al centro un grandissimo tappeto ed infondo alla stanza c’è un divanetto che s’intona perfettamente al resto dell’arredamento.
Sopra disteso con la testa appoggiata su un grande cuscino c’è Luca, sta aspettando la sua psicologa che è uscita un momento.
capitava praticamente ad ogni seduta che Luca dovesse aspettare un po’ prima di poter cominciare. Quelle attese lo infastidivano: ogni volta che andava in quello studio non vedeva l’ora di cominciare a parlare. Aveva tantissime cose da raccontare, si sentiva intimamente capito da quella donna anche se si conoscevano solo da pochi mesi. Fin da piccolo aveva desiderato fare psicoanalisi, ma ogni volta che esprimeva quest’esigenza alla sua famiglia, rimaneva deluso: i suoi inventavano sempre qualche pretesto per respingere questa richiesta. Un giorno la famiglia si dovette ricredere: quell’estate Luca era scappato di casa e non aveva dato notizie alla famiglia per una settimana, fu proprio con questa stupida bravata che riuscì a manifestare il suo disagio. Così a settembre cominciò una lunga serie di rapidi colloqui con la dottoressa.
Mentre aspettava la psicologa, era assorto in mille pensieri che gli affollavano nella mente. Forse era a causa del suo rapporto con il padre che aveva fatto tante scelte più o meno consapevolmente. Neanche lui sapeva bene perché non aveva finito la scuola ed adesso viveva facendo qualche lavoretto e stando sempre insieme al suo gruppo d’amici. Praticamente viveva giorno e notte in compagnia di quei ragazzi che lo conoscevano meglio di chiunque altro e lo capivano perché, infondo anche loro non avevano ancora combinato nulla di buono nella vita.
Luca ripensava agli anni della sua infanzia quando dopo il divorzio dei suoi genitori era andato a vivere con suo padre perché la madre beveva e non aveva nessuna intenzione ad occuparsi del bambino, dopo il divorzio non aveva mai voluto passare del tempo col figlio. Al contrario lui e suo padre avevano un bellissimo rapporto, il padre era attento e affettuoso col bambino tutti i giorni lo accompagnava all’asilo e poi all’elementari. Quando avevano del tempo libero stavano sempre insieme. Nelle
belle giornate di primavera andavano spesso in campagna il padre lo portava a visitare posti interessanti e gli raccontava storie fantastiche su quelle campagne.
Col passare del tempo il rapporto tra padre e figlio si era rovinato: Luca amava profondamente suo padre, ma allo stesso tempo faceva di tutto per cercare di sottrarsi alle sue continue imposizioni. Non accettava che il padre lo costringesse a fare il liceo scientifico per poi farlo diventare un’importante medico come lui, lo vedeva come un rivale, non più come un compagno, così Luca era diventato un ragazzo ribelle. D’altro canto anche il padre era cambiato: pensava sempre più alla sua carriera e, forse senza rendersene conto, si stava allontanando dal figlio che per questo motivo cercava rifugio nei suoi amici.
Il rapporto tra i due si rovinò definitivamente il giorno in cui il padre ebbe un incarico importante per la propria carriera: doveva andare in un centro di ricerca in una famosa università americana. Era la meta che sognava ormai da molti anni, per la quale aveva fatto molti sacrifici. Di certo non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Quando Luca ebbe la notizia fu felice: sapeva benissimo quello che significava per suo padre, poi era un occasione anche per lui: aveva sempre sognato di vivere in America; certamente quel paese avrebbe potuto offrigli molte più possibilità di quelle che avrebbe avuto rimanendo in Italia. Purtroppo il suo entusiasmo durò poco, ben presto si dovette svegliare da quel del sogno che lo vedeva felice in un college americano: il padre gli disse che sarebbe andato prima lui, e quando si era organizzato il lavoro e avrebbe trovato sistemazione in una villetta comoda per solo due persone Luca lo avrebbe raggiunto. Ingenuamente il ragazzo pensò che il padre stesse facendo la cosa più giusta per entrambi, credete che avesse accantonato i contrasti che avevano avuto negli ultimi anni e volesse recuperare quel tipo di rapporto che gli legava quando lui era piccolo.
Ben presto il padre partì; all’inizio e due si sentivano spesso Luca lo chiamava tutti i giorni: era impaziente di sentire la sua voce, di sapere come stava. Aveva calcolato che se lo chiamava subito dopo pranzo poteva dargli il buongiorno, lui aspettava quel momento con ansia: era contento di poter svegliare il padre raccontandogli quello che aveva fatto durante la mattina. Purtroppo con il passare del tempo cambiò tutto: il padre era troppo preso dalla sua vita, dal suo lavoro, la sua giornata era piena di impegni che proprio non aveva tempo per un figlio. I contatti telefonici divennero sempre più rari. Luca continuava a chiamarlo, ma le poche volte che riusciva a parlare con lui, si sentiva ripetere che non era il caso che lo raggiungesse, che era troppo impegnato nel suo lavoro ed altre scuse di questo cenere.
Luca non riusciva a rassegnarsi al fatto che il padre si era fatto una nuova vita e non voleva più saperne di lui. Col passare del tempo il ragazzo capì che lo stava perdendo per sempre, di lui li rimanevano solo dei ricordi come delle fotografie,
si ricordava chiaramente di quando il padre lo portò per la prima volta nell’ospedale dove lavorava, allora era molto piccolo, il padre lo prese in braccio e
lì fece visitare l’ospedale; si ricordava quei corridoi lunghissimi bianchi, illuminati da grosse lampade a neon e poi c’era quell’odore di disinfettante tipico degni ospedali.
ecco siamo arrivati, questa è la stanza dove lavora papà
quant’è piccola; che sono tutte queste cose?
Ti faccio vedere guarda, guarda qui dentro
È tutto rosso e sotto che una luce
Quello che vedi è un coccia di sangue ingrandita migliaia e migliaia di volte
Tu guardi questo quando sei a lavoro?
Anche, papà studia molte cose quando lavora, vieni, andiamo a visitare il resto del reparto.
Quando il padre gli presentò i suoi colleghi Luca rimase molto colpito dalla stima che avevano tutti gli altri medici per suo padre, lo descrivevano come un ottimo ricercatore ed una persona sempre attenta agli altri. Luca non riusciva a rassegnarsi si continuava a domandare com’era possibile che un uomo così stimato da tutti aveva rinunciato coscientemente ad un figlio.
Un giorno, dopo tanto tempo che Luca non riusciva ad avere notizie del padre, lo chiamò a casa quando oltre l’oceano erano le undici di sera; rispose una donna:

-hello
-emh pronto…
-si chi parla a quest’ora
-sono Luca
-Luca chi?
-Sono… vorrei parlare con il dottore
-Adesso non è in casa, siamo tornati questa mattina dal viaggio di nozze ed è già corso a studiare i suoi topi, comunque non lo troverà per parecchi giorni dice che è rimasto indietro con il lavoro, se vuole posso lasciarli un messaggio
Luca non rispose.
-pronto è ancora in linea?

Pochi istanti di silenzio, un tempo interminabile per Luca durante il quale sentì i batti del cuore rimbombarli velocissimi nel cervello, aveva gli occhi infuocati, un terribile ronzio nelle orecchie ed un nodo in gola che li impediva di respirare, li sembrava di avere la febbre a quaranta, improvvisamente si sentì un enorme vuoto all’altezza dello stomaco, era una sensazione sconosciuta, non si era mai sentito così neanche da piccolo quand’era malato e gli saliva improvvisamente la febbre. Riagganciò la cornetta, capì che il padre lo aveva cancellato per sempre dalla sua vita ed anche lui doveva fare la stessa cosa ma perché, pensò, infondo non glie l’ho
chiesto io di venire al mondo, fare un figlio non è un obbligo e neanche un passa tempo quindi poteva pensarci prima, perché si è stufato di me? Che cosa gli ho fatto?
Poco dopo la dottoressa entrò nella stanza, Luca le sorrise, fece un grande sbadiglio che lo aiutò ad uscire dal torpore datogli dalla concentrazione e cominciò a parlare. Quel giorno con l’aiuto della dottoressa, si rese conto che lui era molto più forte e maturo dei suoi genitori, in un certo senso era lui il padre dei suoi, doveva compatirli: non erano abbastanza forti per prendersi cura di lui; non erano pronti ad affrontare i problemi che Luca, come tutti i ragazzi al momento della crescita, gli aveva creato. Così tutti e due, se pur in maniera diversa avevano preferito fuggire: la madre aveva trovato rifugio nella sua depressione divenuta ormai cronica. Pensò che lui poteva fare ben poco per i suoi, loro ormai erano grandi, poteva solo compatirli per la loro immaturità. L’importante era che cominciasse a pensare al suo futuro, decise che avrebbe ricominciato a studiare per ottenere almeno il diploma, capì che non poteva continuare a vivere alla giornata insieme ai suoi amici, ma che doveva cominciare a costruirsi una sua indipendenza; questo era l’unico modo che aveva per affrontare la situazione.

                                             

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Benessere ed armonia per corpi e menti

Tantra e assistente sessuale nel nostro paese. È ancora utopia vivere l’amore e la sessualità in modo completo.

Attraverso il massaggio Tantra, il corpo ritrova l’armonia tramite il rilassamento e l’eccitazione dei sensi. L’intento principale è quello di sviluppare una maggiore consapevolezza sia in chi lo offre, sia in chi lo riceve, migliorando la reciproca padronanza dei desideri e delle emozioni. Chi offre il massaggio, dona il proprio amore incondizionato all’altra persona. Chi lo riceve dovrebbe pertanto porsi in una condizione di totale fiducia, liberando la mente dai pensieri e dalle aspettative, favorendo l’attivazione dei propri sensi. Nel massaggio Tantra, è essenziale abbandonarsi all’attimo presente, un dolce ed eccitante momento in cui trovare la serenità e il piacere nella loro dimensione più nobile e pura. Consigliato ai single ma anche ad alcune coppie dove c’è molta intesa e si vuole ritrovare o provare in un modo diverso l’armonia e la complicità.

I 3 PRINCIPI DI APPLICAZIONE DEL MASSAGGIO TANTRA

 Come ogni altra tecnica di massaggi orientali, anche il Tantra presenta i suoi principi.

 1) Essere con la mente, con il corpo e con l’anima nell’attimo presente, senza distrazioni. Per arrivare a questo stato d’animo è importante concentrarsi sul proprio respiro, rendendolo più profondo. Il massaggio inizia proprio da una profonda e lenta respirazione e dalla visualizzazione dei chakra.

 2) La mano dovrebbe rimanere a completo contatto con il corpo del ricevente, in modo da disegnarne le sue forme sia con le dita che con il palmo.

 3) I movimenti vanno eseguiti in un armonioso flusso continuo, in modo che ogni gesto perfezioni il precedente e allo stesso tempo prepari il successivo movimento. Il massaggio Tantra è fatto da scivolamenti, strofinamenti, carezze, con variazioni di pressione, durata e ritmo. Durante il massaggio è possibile parlare, di tanto in tanto, con la persona trattata in modo da rassicurarla in caso fosse un po’ tesa, favorendo il rilassamento. Questo massaggio è un’opportunità per aprirsi, sia per chi lo offre, sia per chi lo riceve. Rilassa molto e apre i cuori. Con il Tantra è possibile scoprire nuove emozioni, nuovi orizzonti per la vita personale o di coppia.

  L’ESECUZIONE

 II massaggio esplora e stimola tutte le zone del corpo: schiena, gambe, piedi, braccia, mani, gli organi riproduttivi, collo, testa, e viso vengono accarezzati con pressioni leggere, eseguite con strofinamenti circolari, dolci, rilassanti. Il ricevente, poiché viene massaggiato dappertutto, deve essere nudo, tenendo eventualmente coperte solo quelle zone del corpo che al momento non sono trattate. Anche il massaggiatore o la massaggiatrice, può decidere di offrire il massaggio da nudo. Il massaggio agli organi riproduttivi ha delle tecniche specifiche per il trattamento del maschio (Tantra Lingam) e della femmina (Tantra Yoni): per scoprirle, non dovete fare altro che chiedere il supporto di un esperto massaggiatore o massaggiatrice Tantra e provarle di persona!

 Chi offre di massaggiare, rimane seduto accanto al ricevente, concentrandosi sul proprio respiro, iniziando poi a far scivolare le mani lungo il corpo, più e più volte in ciascuna delle zone da trattare. Questi scivolamenti, oltre ad eccitare, aumentano la capacità di percepire il proprio corpo sviluppando maggiormente i sensi. Una volta terminato di massaggiare la parte posteriore del corpo, toccherà alla parte anteriore o viceversa. Durante il massaggio, non manca la stimolazione dei Chakra, centri di energia ove scorre, secondo la tradizione del Tantra, lo spirito umano. Ciò porta grande equilibrio e benessere, senso di leggerezza, defaticamento, è un ottimo trattamento per corpo e mente. Le tecniche del massaggio sono così importanti? Le prime volte che si eseguono le tecniche del massaggio Tantra, così come spesso avviene nell’apprendimento di altri stili di massaggio, è probabile che l’attenzione sia rivolta soprattutto nel cercare di eseguire correttamente le tecniche piuttosto che fare del proprio meglio per soddisfare la persona che si ha dinnanzi. Non è molto importante ricordarsi tutti i passaggi, tutti i movimenti. E’ invece importante, soprattutto per il principiante, eseguire le tecniche con sincerità e spontaneità, concentrandosi di più sulla persona che si sta massaggiando. Con la pratica e col tempo, tutti i movimenti del Tantra diverranno spontanei, naturali, non più così calcolati o forzati. Tutti i movimenti del Tantra seguono la Via della Natura, una natura che abbiamo dentro di noi e che attende di affiorare in tutto il suo splendore. Con il tempo e l’esperienza, tecnica e sensibilità si fonderanno assieme e ci si potrà lasciare trasportare unicamente dalle sensazioni del massaggio.

 ORIGINI E FILOSOFIA DEL TANTRA

 La parola Tantra significa “trama“, riferendosi alla creazione di un tessuto, oppure anche “rituale“. I primi testi della dottrina tantrica risalgono al VI e VII secolo d.C. Derivante dal buddhismo, la filosofia del Tantra, è col tempo entrata in contatto con altre dottrine che hanno contribuito a renderla come è oggi. Fra queste dottrine è presente l’induismo vedico, l’islamismo arabo, il taoismo cinese e lo scintoismo giapponese. Il mondo occidentale, entrò in contatto con questa filosofia solo nel XX secolo. Il Tantra è una corrente filosofica che si prefigge di far raggiungere all’essere umano, attraverso un sentiero basato sull’esperienza personale, uno stato di coscienza superiore. Come avviene nel buddhismo, si cerca di arginare il dolore psicologico attraverso il raggiungimento di una completa e lucida visione di sé stessi, ottenendo il controllo rilassato (non solo per mezzo del massaggio) dei propri desideri e la facoltà di amare pienamente la vita. Il Tantra pone l’esperienza umana al di sopra della passiva accettazione di una qualunque visione cosmica che spieghi il significato della vita e che finirebbe per limitare l’espressione individuale. Mirando all’evoluzione personale, i praticanti del Tantra si concentrano sulla realtà dei sensi, impegnandosi ad espandere la loro percezione, liberando la mente dai pregiudizi e osservando le varie manifestazioni della realtà.

 I BENEFICI E LE MIE OSSERVAZIONI

 Con il massaggio Tantra, è possibile migliorare il rapporto di coppia, grazie a una più ampia scoperta delle proprie potenzialità naturali. Il Tantra sviluppa i sensi, sia fisici che intuitivi della persona che si impegna in questo percorso. Indicato anche per i single, i disabili, per chi non vuole o non riesce ad avere una relazione stabile. L’empatia che il massaggiatore deve avere con il cliente, la grazia e la dolcezza misti all’erotismo sono essenziali per questo tipo di massaggio, e questo mi porta a pensare che sarebbe uno step fondamentale per la figura dell’assistente sessuale per disabili.  Lo potrebbero imparare anche molti partener, soprattutto uomini un po’ maldestri… esso offre una carta in più per raggiungere un piacere intenso e duraturo. Inoltre è importante ricordare che ci vuole una lunga e rigida preparazione e non tutti i “professionisti“ sanno svolgere adeguatamente questo tipo di massaggio.

 Vi propongo una testimonianza toccante del rapporto speciale tra un’assistente sessuale, un ragazzo disabile e la madre. Forse il Tantra è utile in questa professione per accompagnare e completare le coccole e le attenzioni di queste operatrici professioniste visto che sia le assistenti sessuali sia i massaggiatori tantrici usano, a diversi livelli massaggi, dialogo e coccole :

TESTIMONIAZA DI UN’ASSISTENTE SESSUALE PER DISABILI

 “Ciao, sono ELISABETTA scrivo per raccontarti la mia esperienza con un ragazzo disabile.

 Mi occupo di massaggi (riflessologia plantare). Sono stata chiamata dalla mamma di questo ragazzo che al tempo aveva 25 anni, lo chiamerò MASSIMO, per mantenere il suo anonimato . La sua disabilità è dovuta ad un incidente motociclistico molto grave. Mesi di coma e paresi a metà corpo.

 Ho iniziato a lavorare su di lui quando era ancora in coma vigile e nell’arco di qualche anno, con l’aiuto di altri specialisti, dalla psicologa alla logopedista e il fisioterapista, siamo riusciti a rilassare il suo corpo per stare da solo in carrozzina. La sua mente è molto attiva, conserva una buona memoria, dotato di un intelligenza emotiva molto spiccata, sensibile e brillante nelle battute. Ha recuperato molto a livello mentale, meno a livello fisico. Non riesce a stare in piedi perchè ha paura, è molto rigido, le gambe le muove ma non avendo muscolatura fa fatica a sorreggersi e questo alimenta la sua paura. Nel corso degli anni abbiamo instaurato una bella confidenza e simpatia, tra massaggi conditi di chiacchere, abbracci, sorrisi.

 Durante le mie sedute, da quando è stato un grado di comunicare anche solo coi gesti , ha sempre mostrato il desiderio di toccarmi, aveva voglia di contatto oltre quello che potevo dargli.

 E quando ha potuto esprimersi a parole mi ha chiesto esplicitamente se poteva toccarmi dovunque, e magari fare anche altro!

 Parlando con la mamma di questo suo bisogno, ci siamo rese conto che serviva una donna, in modo sottile lei stessa mi chiese di permettergli qualcosa di più, ma ovvio io non potevo, mi sentivo a disagio, a rimettergli sempre a posto le mani, è stata una situazione difficile, provavo dispiacere per lui e nello stesso tempo capivo le sue necessità.

 Si è addirittura parlato di portare Massimo in Svizzera, ma sempre la morale e l’imbarazzo hanno vinto su questo pensiero.“

 Forse c’è da rivedere le “regole“ di queste operatrici e riconoscerne l’operato, in Italia siamo abbastanza indietro su tutto ciò!

 Massimo adesso ha 40 , è parzialmente autosufficiente, ha sempre bisogno di essere assistito e non credo sia mai stato aiutato sotto l’ aspetto sessuale.

 Ogni tanto lo incontro, non si è più parlato di questo argomento, anche lui come molti disabili nel nostro paese… viene distratto con altre attività che lo impegnano molto, è un ragazzo sereno, intelligente, seguito con amore da tutta la sua famiglia, ma l’aspetto sessuale credo sia rimasto cosi, un desiderio, un segreto nel suo cuore, un bisogno della sua carne, che resterà tale.

 Ora io non sono nessuno per dire cosa va fatto e cosa no, ma sono certa che se lui avesse potuto scegliere al tempo mi avrebbe detto si, …..portami da una bella donna per fare l’amore, per sentire l’amore fisico, per godere di un corpo che non sia solo il mio, per appagare ciò che mi manca, non posso chiedere alla mamma di portarmi lei.

 Forse adesso lui è cambiato e non ci pensa più, ma forse anche no. È giusto che un disabile debba non pensare all’amore, al sesso, all’erotismo ed alla passione?

 Non so a cosa poi porterebbe dargli la possibilità di farlo, forse innescherebbe meccanismi che lo porterebbero a desiderare sempre più spesso quei momenti e non so a che punto quindi sarebbe gestibile poi la situazione per la famiglia, o addirittura se lui potrebbe soffrirne, avendo provato una cosa che non può avere quando vuole…

 Trovare un equilibrio tra le due situazioni sarebbe l’ideale.

 Personalmente credo sia necessario aiutarli anche sotto questo aspetto, donna o uomo che sia, il come farlo solo uno specialista può dirlo.

L’assistente sessuale può e deve essere una figura in grado di interagire  con gli altri specialisti che si occupano di disabilità.

Grazie.“

 Vi lascio alle riflessioni che i due argomenti trattati possono aprire.

 

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L’Amore tantrico (con l’indirizzo del Dott. Tassiello per le vostre domande)

potete leggere un altro articolo attinente a questo cliccando sul link  http://www.piccologenio.it/wp-admin/post.php?ction=edit&post=462

Parlare dell’amore è semplice e complesso nello stesso tempo; sicuramente i poeti hanno avuto l’ardire e l’ardore di farlo prima e con la competenza che viene dal vissuto personale. Quando l’amore è inteso come il fare l’amore, il contesto di riferimento è la sessualità con le sue prerogative e riserve che la maggior parte delle persone hanno nel parlarne, più che nell’agirlo. L’amore tantrico ha una filosofia consolidata nel lungo tempo, con il fascino che viene da tutto ciò che è datato, che siano opere d’arte, monumenti o filosofie che hanno retto al logorio del tempo. Quindi parto dal che cosa rappresenta il Tantra, seguendo la descrizione di un autore contemporaneo: Jolan Cheng, il tao dell’amore. L’armonia sessuale secondo l’antica saggezza cinese. L’India ha stupito l’Occidente con il suo Kamasutra, scrive l’autore, la Cina stupisce ora con il suo Tao dell’Amore. Fra tutte le religioni e le filosofie, nessuna ve n’è libera e sconcertante quanto il taoismo.Oltre 2000 anni fa, i saggi taosti dedicarono pagine venerabili e ridenti alle arti amorose e alle tecniche dell’amplesso.<<Se riuscirete a fare l’amore cento volte senza eiaculare, potrete vivere una lunga vita >>, disse il grande medico taoista Sun S’Su-Mo. Il “coitus reservatus“, la cosiddetta “continenza maschile“, praticata in certe comuni americane dell’800, la karezza propagandata in Europa negli anni 20, infine alcune forme tantriche di unione e le tecniche arabe dell’Imsak (cioè del “trattenere“) non sono, secondo Chang, che echi parziali e distorti di questa singolare teoria dell’antica Cina: teoria di cui il Tao dell’Amore offre la prima esposizione rigorosa e completa. Ricco, come il Kamasutra, di incantevoli e minuziose osservazioni sulla Posizioni e sul Bacio, questo autore ha soprattutto il merito di proporre all’Occidente un’antica “ars amandi“ che sembrerebbe capace non solo di debellare i flagelli dell’eiaculazione precoce, dell’insoddisfazione femminile e del declino sessuale parallelo al declino dell’età, ma anche di offrire possibilità quasi illimitate di contatti e di pratiche devote su quelli che gli antichi cinesi chiamavano “i tappeti di preghiera e di carne“. Dicono ancora gli esperti dell’amore tantrico che “far bene all’amore non giova solo all’amore, ma anche alla salute“. Le donne dovrebbero cercare di avere relazioni sessuali appaganti, mentre gli uomini possono trarre vantaggi per la salute se intessono relazioni con compagne belle.
Anche alcune ricerche recenti, nelle università occidentali, confermano questi assunti.  Due studi rivelano che il buon sesso fa bene alla salute maschile e femminile. Le signore, per sentirsi meglio, dovrebbero mantenere una vita sessuale attiva e, sopratutto, appagante, mentre i maschietti stanno meglio semplicemente se si trovano in compagnia di una donna di bell’aspetto: questo provoca nei maschi un aumento dei livelli di cortisolo e testosterone, ormoni collegati alle sensazioni di benessere, attenzione e appagamento. Il primo studio è stato svolto presso la Monash University, in Australia, e ha indagato il rapporto tra la vita sessuale e il benessere psicofisico femminile. La ricerca, pubblicata sul “Journal of sex medicine”, ha considerato un campione di 295 donne, di età compresa tra i 20 e i 65 anni, che avevano almeno due rapporti sessuali al mese. Dai risultati raccolti dall’indagine è emerso che non è la frequenza degli incontri intimi a incidere sul benessere sessuale femminile, dato che spesso questi avvengono anche se la donna prova poco o nessun piacere, ma è la qualità dell’amplesso a incidere sulla soddisfazione e sulla salute psicofisica del gentil sesso.Concludo con ciò che afferma nel suo libro il maestro orientale Osho L’amore nel tantra…“I rapporti non sono qui per renderci felici o appagati. Se voi continuate a perseguire il fine della salvezza attraverso una relazione, continuerete a restare delusi. Ma se accettate che la relazione è qui per rendervi consapevoli anziché felici, allora il rapporto vi offrirà davvero salvezza, e voi potrete allinearvi alla Consapevolezza Superiore che vuole nascere in questo mondo. Per coloro che si attengono ai vecchi schemi, vi saranno ancor più dolore, violenza, confusione e pazzia.“
“Il Tantra si fonda sulla vita. Il Tantra è l’arte di vivere e di amare. Il Tantra è il metodo attraverso cui entri in rapporto con la tua sensualità, con la tua fisicità, con la tua sessualità. E tu ne hai paura perché ti è stato detto che in tutto questo c’è qualcosa di malato. Hai paura di incontrare il tuo corpo e il corpo dell’altro, perché in profondità temi di fronteggiare il tenore assoluto della morte nel sesso, quando sesso tocca un punto estremo”.
«Il sesso è una piccola morte e proprio per questo è in grado di donare gioia. Per un istante ti perdi, e quell’istante è l’orgasmo. In quell’istante sei pura energia, che vibra e pulsa. Senza un centro, senza un ego. Esci da te stesso, diventi vasto, immenso». Questo tema richiederebbe uno spazio molto più ampio, ma può essere una prima provocazione propedeutica ad altri momenti per approfondire questo argomento vitale oltre che stimolante. Insieme alle bellissime parole di Osho, che rappresentano la fonte della filosofia orientale, mi piace aggiungere un pensiero occidentale che viene da una forma di filosofia del benessere e che ci suggerisce di fare ginnastica, leggeri esercizi fisici, mangiare in maniera equilibrata, ed infine, ma non ultimo integrare l’alimentazione. Un suggerimento utile è il “trittico“ di cui  ho già fatto cenno, cioè il “PROVITALITY“ nome non casuale, in quanto contiene gli integratori nutrizionali per la nostra vitalità suggeriti dagli esperti. Per maggiori informazioni sul tema si può contattare il Dottor Francesco Tassiello all’indirizzo francesco.tassiello@tiscali.it  .

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