LE MIE ESPERIENZE ALL’ISTITUTO LEONARDA VACCARI

Mi sto laureando e scienze dell’educazione e della formazione. È una laurea nuova, ma equivale a quella vecchia in pedagogia. Consiste in tre anni di laurea di base più altri due di specializzazione.
Per adesso sono ancora ai primi anni; ho fatto un anno obbligatorio di tirocinio presso l’istituto Leonarda Vaccari, a Roma, Viale Angelico 22.
All’interno dell’istituto vi è un’ Ausilioteca ovvero dove, con l’aiuto di personale molto competente si possono provare ausili informatici per l’handicap. La mia esperienza di tirocinio è tutta documenta nella tesina qui sotto.
Alla fine del tirocinio mi sono rivolta all’ausilioteca come utente. Ho spiegato ai terapisti che la mia difficoltà più grande è che non riesco a leggere in maniera autonoma perché in poco tempo mi si stancano i muscoli degli occhi, la vista mi salta da un rigo ad un altro e ho problemi nella sintetizzazione e nella comprensione del testo.
Per ovviare a queste difficoltà e per rendermi più autonoma, in ausilioteca mi hanno fatto provare un programma che si chiama: Carlo Mobile.
Questo programma, mediante una sintesi vocale mi permette di riascoltare testi inseriti da me nel computer, per mezzo di uno scanner. Così posso riascoltare testi di esami, ma anche letture di piacere come romanzi o giornali.
Sempre in ausilioteca ho provato un copri tastiera e un emulatore di mouse. Questi due ausili mi permettono di essere più precisa e veloce nell’uso del pc. Ho fatto una decina di incontri per essere valutata e per imparare ad usare il programma e gli ausili informatici. Al termine dell’addestramento mi è stato proposto di raccontare il lavoro svolto in un corso d’aggiornamento per insegnanti e terapisti. Ho accolto la proposta con entusiasmo. Qui sotto potete leggere la presentazione in power point che ho discusso quel fatidico pomeriggio.

APRI PRESENTAZIONE

TESINA/TIROCINIO SULL’ISTITUTO « LEONARDA VACCARI »

Ho avuto occasione, di recente, di frequentare “l’Istituto Leonarda Vaccari“ per svolgere un periodo di tirocinio pratico di formazione. Prima di riferire sulle mie impressioni, vorrei brevemente descrivere questa Istituzione, inserita a Roma nel popoloso quartiere Prati. L’Istituto è nato – come del resto altri – fra le due Grandi Guerre mondiali del XX secolo (infatti è del 1936) allorché imperversava un morbo terribile e devastante per le conseguenze: la poliomelite. Questa infezione virale colpendo i bambini; spesso provocava la morte per encefalite, ma altre volte conduceva a lesioni dei centri motori dei nervi, con paralisi più o meno estese e disabilità motoria. Ci si affannava, allora, ad una primordiale riabilitazione ed a questo scopo venivano creati Istituti che accoglievano sia questi disabili, sia altre forme di disabilità nervosa di natura congenita, all’epoca ben poco conosciute nella loro origine genetica. In generale, erano gesti di umanità di famiglie facoltose, che avevano avuto in casa la malattia per uno dei propri figli: in tal modo – assieme ad altre famiglie egualmente colpite che si associavano di Fondatori – si cercava di far del bene e nello stesso tempo darsi una qualche consolazione reciproca, supplendo ad uno Stato che – allora – non era sufficientemente organizzato per una risposta istituzionale verso questi giovani colpiti dalla sorte. La Marchesa Leonarda Vaccari parti’ nel 1936 da queste premesse, creando un Istituto che – una volta scomparsa (o per lo meno molto ridotta) la pericolosità della poliomelite grazie alla vaccinazione di massa dei bambini effettuate nei Paesi occidentali continuo’ ad operare validamente nella riabilitazione di altre forme di disabilità. Come appare evidente anche dallo Statuto e dai depliant illustrativi, nel passato l’Istituto offriva ai suoi utenti disabili fisici i servizi fondamentali per avviarli alla vita sociale e lavorativa (cure mediche, scuola, formazione professionale in laboratori attrezzati e avviamento al lavoro). Questa attività è rimasta, ma notevolmente modificata dall’avvento dell’inserimento scolastico generalizzato, e facilitato dall’insegnante di sostegno, per quanto riguarda la scuola. Attualmente, l’Istituto accoglie una tipologia di utenti disabili più ampia e diversificata a cui offre un supporto di tipo individualizzato attraverso un équipe di professionisti costituita da medici, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, terapisti, etc. E’ oggi ritenuto necessario predisporre, infatti, per ogni tipo e gravità di disabilità una risposta riabilitativa personalizzata, cio’ che comporta uno studio molto approfondito del singolo caso e la partecipazione di molti specialisti alle attività diagnostiche e terapeutiche. L’obiettivo finale è non solamente una riabilitazione per il recupero possibile dal danno che si è prodotto – cioè la diminuzione di abilità – oggettiva – ma anche una integrazione ed un inserimento nella vita sociale dello stesso disabile, attraverso la migliore qualità di vita che sia possibile ottenere nel caso particolare di cui si tratta. E’ per questo motivo che si lavora “ad personam“, attraverso un progetto individualizzato strutturato da figure professionali complementari, alle quali spetta la valutazione, la pianificazione, l’attuazione e il monitoraggio dell’intervento. L’intervento comporta la presa in carico della persona dall’infanzia all’età adulta, tramite attività riabilitative, pedagogico-didattiche, formative, che possono durare anche a lungo, in rapporto a tante esigenze (personali, famigliari, economiche etc) che vanno volta a volta valutate. Un aspetto importante, dunque, della “missione“ dell’Istituto e del modo di realizzarla è l’abbinamento delle attività prettamente sanitarie con le attività formative e di avviamento al lavoro. Si tengono presenti, a questo scopo, i progetti europei, quelli nazionali, regionali e locali che possono indirizzare e facilitare l’inserimento sociale del disabile, secondo le sue capacità di essere e d’agire. L’orientamento ed il counselling per la persona interessata e la sua famiglia non viene visto come un elenco teorico di possibilità, ma deve essere accompagnata da una ricerca attiva ed una modalità di offrire un sostegno alle esperienze di lavoro sul territorio. Più di recente, l’istituto ha voluto venire incontro – pur con le difficoltà ben note dell’impresa – al cosiddetto problema del “DOPO DI NOI“, che angoscia giustamente molte famiglie, ed ha attivato una “CASA FAMIGLIA“ con la COMUNITA’ “MARIA SILVIA“, per persone adulte disabili. Tutte queste attività vengono sorrette dalla professionalità del PEDAGOGISTA CLINICO, che valuta, consiglia, mette in atto le varie soluzioni e nello stesso tempo svolge attività didattica anche verso gli altri professionisti che sono interessati alla gestione dei casi. Io personalmente ho frequentato l’Ausilioteca, dove lavora la Dottoressa Annamaria Molteni. Questa struttura si occupa di aiutare, mediante supporti informatici, bambini e ragazzi a vivere meglio gli anni di studio; ho seguito dei casi di dislessia, disturbi del linguaggio e della vista, ho potuto imparare come grazie a una diagnosi precisa del problema e sussidi informatici adeguati, questi disturbi possono essere ridotti al minimo, migliorando la qualità dello studio e dell’interazione con maestre e compagni di scuola del ragazzo disabile. Ho assistito a degli interessanti corsi di aggiornamento per maestre e professoresse dove veniva spiegata la comunicazione aumentativa e simbolica, questo linguaggio è molto utile per le persone con un buon quoziente intellettivo ma non riescono a parlare. Alle maestre veniva insegnato un nuovo metodo da utilizzare in classe per facilitare e migliorare la comunicazione del bambino e di conseguenza anche la sua interazione con i compagni. Questo nuovo metodo consisteva nel creare insieme delle tabelle di figure con scene di vita pratica che possono servire al bambino per comunicare con gli altri. Mi ha colpito il fatto che queste tabelle non si trovano “già confezionate“ ma è il bambino stesso che con l’aiuto dei genitori, insegnanti e coetanei deve pensare a quali immagini possono essere a lui più utili e quindi inserirle nella tabella. Con il passare del tempo la tabella diventa sempre più ampia e ricca. Dall’ausilioteca ho seguito alcuni ragazzi che sono stati introdotti con successo nei seguenti laboratori: giornalino e fiori secchi, laboratorio teatrale, e il laboratorio di scenografia teatrale. Io ho osservato per diverse ore, questi laboratori, quello di scenografia è formato da ragazzi con handicap cognitivo e degli studenti del liceo San Giuseppe Demerode, ho assistito come tutti insieme trascorrevano lunghi pomeriggi a chiacchierare tra loro, lavorare, aiutarsi a vicenda sconfiggendo così il luogo comune che vede il portatore di handicap come persona da aiutare e non come un soggetto con diverse abilità. Questo tirocinio non mi è piaciuto perché non l’ho trovato utile e inerente al mio corso di studi. Anche la quantità di ore è eccessiva anche perché mi trovavo in un contesto lontano da quello da quello che studiavo sui libri e quindi non riuscivo a legare le due cose. Quando andavo all’Istituto Vaccari, pensavo che non potevo utilizzare quel pomeriggio per studiare e preparare un esame che per noi studenti del nuovo ordinamento gli esami non sono pochi. In conclusione il tirocinio è stato interessante perché ho imparato delle cose nuove e ho conosciuto delle persone “diverse“ da quelle che incontro in facoltà, ma ai fini del mio percorso di studi, il tempo impiegato nel tirocinio lo ritengo una perdita di tempo, l’ho vissuta come una cosa burocratica in quanto mi servivano quelle ore, firmate quindi certificate, per completare il percorso verso la laurea.

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L’AMERICA

 racconto della redattrice.

Dalla strada si vede un grande cancello nero, dopo aver citofonato il cancello si apre automaticamente, come per magia, senza che nessuno chieda “chi è?“.
Superato un piccolo ingresso senza finestre, illuminato dalla fioca luce di un’ abatjour, si entra in un’unica stanza molto grande, il pavimento è formato da mattonelle marroni, lucide. Vi si accede da un piccolo portone nascosto, al piano terra; forse molti anni prima era una cantina della quale oggi rimane solo la forma. L’arredamento è antico e curato nei particolari: sulla parete più lunga c’è una libreria con molti volumi logorati dal tempo. Di fonte, tra due finestre che lasciano entrare molta luce c’è un mobile nero moderno con due grandi cassetti. E’ l’unico particolare che si differenziava dal resto della stanza, ma non ci sta male. Nell’angolo c’è una piccola scrivania, al centro un grandissimo tappeto ed infondo alla stanza c’è un divanetto che s’intona perfettamente al resto dell’arredamento.
Sopra disteso con la testa appoggiata su un grande cuscino c’è Luca, sta aspettando la sua psicologa che è uscita un momento.
capitava praticamente ad ogni seduta che Luca dovesse aspettare un po’ prima di poter cominciare. Quelle attese lo infastidivano: ogni volta che andava in quello studio non vedeva l’ora di cominciare a parlare. Aveva tantissime cose da raccontare, si sentiva intimamente capito da quella donna anche se si conoscevano solo da pochi mesi. Fin da piccolo aveva desiderato fare psicoanalisi, ma ogni volta che esprimeva quest’esigenza alla sua famiglia, rimaneva deluso: i suoi inventavano sempre qualche pretesto per respingere questa richiesta. Un giorno la famiglia si dovette ricredere: quell’estate Luca era scappato di casa e non aveva dato notizie alla famiglia per una settimana, fu proprio con questa stupida bravata che riuscì a manifestare il suo disagio. Così a settembre cominciò una lunga serie di rapidi colloqui con la dottoressa.
Mentre aspettava la psicologa, era assorto in mille pensieri che gli affollavano nella mente. Forse era a causa del suo rapporto con il padre che aveva fatto tante scelte più o meno consapevolmente. Neanche lui sapeva bene perché non aveva finito la scuola ed adesso viveva facendo qualche lavoretto e stando sempre insieme al suo gruppo d’amici. Praticamente viveva giorno e notte in compagnia di quei ragazzi che lo conoscevano meglio di chiunque altro e lo capivano perché, infondo anche loro non avevano ancora combinato nulla di buono nella vita.
Luca ripensava agli anni della sua infanzia quando dopo il divorzio dei suoi genitori era andato a vivere con suo padre perché la madre beveva e non aveva nessuna intenzione ad occuparsi del bambino, dopo il divorzio non aveva mai voluto passare del tempo col figlio. Al contrario lui e suo padre avevano un bellissimo rapporto, il padre era attento e affettuoso col bambino tutti i giorni lo accompagnava all’asilo e poi all’elementari. Quando avevano del tempo libero stavano sempre insieme. Nelle
belle giornate di primavera andavano spesso in campagna il padre lo portava a visitare posti interessanti e gli raccontava storie fantastiche su quelle campagne.
Col passare del tempo il rapporto tra padre e figlio si era rovinato: Luca amava profondamente suo padre, ma allo stesso tempo faceva di tutto per cercare di sottrarsi alle sue continue imposizioni. Non accettava che il padre lo costringesse a fare il liceo scientifico per poi farlo diventare un’importante medico come lui, lo vedeva come un rivale, non più come un compagno, così Luca era diventato un ragazzo ribelle. D’altro canto anche il padre era cambiato: pensava sempre più alla sua carriera e, forse senza rendersene conto, si stava allontanando dal figlio che per questo motivo cercava rifugio nei suoi amici.
Il rapporto tra i due si rovinò definitivamente il giorno in cui il padre ebbe un incarico importante per la propria carriera: doveva andare in un centro di ricerca in una famosa università americana. Era la meta che sognava ormai da molti anni, per la quale aveva fatto molti sacrifici. Di certo non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Quando Luca ebbe la notizia fu felice: sapeva benissimo quello che significava per suo padre, poi era un occasione anche per lui: aveva sempre sognato di vivere in America; certamente quel paese avrebbe potuto offrigli molte più possibilità di quelle che avrebbe avuto rimanendo in Italia. Purtroppo il suo entusiasmo durò poco, ben presto si dovette svegliare da quel del sogno che lo vedeva felice in un college americano: il padre gli disse che sarebbe andato prima lui, e quando si era organizzato il lavoro e avrebbe trovato sistemazione in una villetta comoda per solo due persone Luca lo avrebbe raggiunto. Ingenuamente il ragazzo pensò che il padre stesse facendo la cosa più giusta per entrambi, credete che avesse accantonato i contrasti che avevano avuto negli ultimi anni e volesse recuperare quel tipo di rapporto che gli legava quando lui era piccolo.
Ben presto il padre partì; all’inizio e due si sentivano spesso Luca lo chiamava tutti i giorni: era impaziente di sentire la sua voce, di sapere come stava. Aveva calcolato che se lo chiamava subito dopo pranzo poteva dargli il buongiorno, lui aspettava quel momento con ansia: era contento di poter svegliare il padre raccontandogli quello che aveva fatto durante la mattina. Purtroppo con il passare del tempo cambiò tutto: il padre era troppo preso dalla sua vita, dal suo lavoro, la sua giornata era piena di impegni che proprio non aveva tempo per un figlio. I contatti telefonici divennero sempre più rari. Luca continuava a chiamarlo, ma le poche volte che riusciva a parlare con lui, si sentiva ripetere che non era il caso che lo raggiungesse, che era troppo impegnato nel suo lavoro ed altre scuse di questo cenere.
Luca non riusciva a rassegnarsi al fatto che il padre si era fatto una nuova vita e non voleva più saperne di lui. Col passare del tempo il ragazzo capì che lo stava perdendo per sempre, di lui li rimanevano solo dei ricordi come delle fotografie,
si ricordava chiaramente di quando il padre lo portò per la prima volta nell’ospedale dove lavorava, allora era molto piccolo, il padre lo prese in braccio e
lì fece visitare l’ospedale; si ricordava quei corridoi lunghissimi bianchi, illuminati da grosse lampade a neon e poi c’era quell’odore di disinfettante tipico degni ospedali.
ecco siamo arrivati, questa è la stanza dove lavora papà
quant’è piccola; che sono tutte queste cose?
Ti faccio vedere guarda, guarda qui dentro
È tutto rosso e sotto che una luce
Quello che vedi è un coccia di sangue ingrandita migliaia e migliaia di volte
Tu guardi questo quando sei a lavoro?
Anche, papà studia molte cose quando lavora, vieni, andiamo a visitare il resto del reparto.
Quando il padre gli presentò i suoi colleghi Luca rimase molto colpito dalla stima che avevano tutti gli altri medici per suo padre, lo descrivevano come un ottimo ricercatore ed una persona sempre attenta agli altri. Luca non riusciva a rassegnarsi si continuava a domandare com’era possibile che un uomo così stimato da tutti aveva rinunciato coscientemente ad un figlio.
Un giorno, dopo tanto tempo che Luca non riusciva ad avere notizie del padre, lo chiamò a casa quando oltre l’oceano erano le undici di sera; rispose una donna:

-hello
-emh pronto…
-si chi parla a quest’ora
-sono Luca
-Luca chi?
-Sono… vorrei parlare con il dottore
-Adesso non è in casa, siamo tornati questa mattina dal viaggio di nozze ed è già corso a studiare i suoi topi, comunque non lo troverà per parecchi giorni dice che è rimasto indietro con il lavoro, se vuole posso lasciarli un messaggio
Luca non rispose.
-pronto è ancora in linea?

Pochi istanti di silenzio, un tempo interminabile per Luca durante il quale sentì i batti del cuore rimbombarli velocissimi nel cervello, aveva gli occhi infuocati, un terribile ronzio nelle orecchie ed un nodo in gola che li impediva di respirare, li sembrava di avere la febbre a quaranta, improvvisamente si sentì un enorme vuoto all’altezza dello stomaco, era una sensazione sconosciuta, non si era mai sentito così neanche da piccolo quand’era malato e gli saliva improvvisamente la febbre. Riagganciò la cornetta, capì che il padre lo aveva cancellato per sempre dalla sua vita ed anche lui doveva fare la stessa cosa ma perché, pensò, infondo non glie l’ho
chiesto io di venire al mondo, fare un figlio non è un obbligo e neanche un passa tempo quindi poteva pensarci prima, perché si è stufato di me? Che cosa gli ho fatto?
Poco dopo la dottoressa entrò nella stanza, Luca le sorrise, fece un grande sbadiglio che lo aiutò ad uscire dal torpore datogli dalla concentrazione e cominciò a parlare. Quel giorno con l’aiuto della dottoressa, si rese conto che lui era molto più forte e maturo dei suoi genitori, in un certo senso era lui il padre dei suoi, doveva compatirli: non erano abbastanza forti per prendersi cura di lui; non erano pronti ad affrontare i problemi che Luca, come tutti i ragazzi al momento della crescita, gli aveva creato. Così tutti e due, se pur in maniera diversa avevano preferito fuggire: la madre aveva trovato rifugio nella sua depressione divenuta ormai cronica. Pensò che lui poteva fare ben poco per i suoi, loro ormai erano grandi, poteva solo compatirli per la loro immaturità. L’importante era che cominciasse a pensare al suo futuro, decise che avrebbe ricominciato a studiare per ottenere almeno il diploma, capì che non poteva continuare a vivere alla giornata insieme ai suoi amici, ma che doveva cominciare a costruirsi una sua indipendenza; questo era l’unico modo che aveva per affrontare la situazione.

                                             

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