“Poema Pedagogico” di A.S. Makarenko: dialogo col professor Nicola Siciliani de Cumis

  1. Anton Semenovyč Makarenko

    Professore, potrebbe aiutarci a comprendere meglio il significato dell’espressione “moralmente handicappato” che troviamo nel “Poema pedagogico” di Anton Semenovič Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente”, nel poema makarenkiano, mi ci vorrebbero molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica. Ma provo a dirti almeno questo: il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione dei ragazzi della colonia “Gor’kij” coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri”, con quella definizione.

Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza” collabora direttamente al processo che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione “dell’uomo nuovo”.

In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti. Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema, che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…

2) Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possano definire “handicappati morali?

 Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto”), direi: tutti. Tutti noi esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti”. Nel senso che la sproporzione tra come siamo e come vorremmo e dovremmo essere è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti: il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo” e diventare, quindi, senso di corresponsabilità. Il presente si alimenta di “futuro”, di “gioia del domani”, di “prospettiva”: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso. Tuttavia, dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un “dover essere” insoddisfatto.

3) Nel “Poema pedagogico” si parla della possibilità di trasformare un handicap in una risorsa, è davvero possibile trarre del vantaggio da una situazione disagiata?

 Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale” che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale. La cosa più importante è questa: la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, l’handicappato sociale in quanto tale, ma tutti: soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste nel fatto di lavorare a più livelli. Da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi”: uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune. Pertanto, i ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad una umanità “altra”, finiscono per elaborare un modo inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente. La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.

4) Al giorno d’oggi, l’handicap fisico può rappresentare davvero una risorsa per la famiglia, per le Istituzioni e finalmente per la società?

 Quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche. Tutte qualità che non solo “riducono” l’handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte, non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap riesce a raggiungere, a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo.

Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni. Tutto sta nel riuscire a fare o tendere a fare la “cosa giusta”; nel riuscire a “farsi valere” come quello o quella che fa e farà la cosa “più” giusta, la cosa “migliore”, la cosa più “apprezzabile”, la cosa “che gli altri non sanno fare”, la “cosa-risorsa” non solo per se stessi, ma per tutti.

Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io”, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive. Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.

5) Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile” come possibile sostituzione al termine “handicappato”. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che ha un problema motorio e verbale?

 Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa” o “quella” parola siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte, e, dunque, con dare ad esso un “credito” assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono, verso l’“abilità” tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione?

Continua a Leggere

UNO SPECCHIO DIFETTOSO

ESERCIZI DI SCRITTURA FATTI PER IL LABORATORIO MENSILE DELL’ASSOCIAZIONE CULTURALE “BOMBA CARTA“

 racconto della redattrice.

Mi trovavo nel giardino dell’università, avevo appena finito le lezioni. Da lontano vidi una persona di spalle, la notai perché camminava male, feci più attenzione; camminava proprio come me. Stava andando al bar. Accelerai il passo ed entrai anch’io. C’era tanta gente dopo poco l’ho riconosciuta. Era di spalle. Aveva i capelli arruffati, una maglietta, dei jeans consumati e un grossa bisaccia piena di libri di studio: perfetta moda anni 70-pensai- quella che non ho mai seguito-.
Sono riuscita ad avvicinarmi a lei piegando le ginocchia e facendomi lentamente spazio per camminare. Non è facile camminare in questo modo ma funziona sempre!
Beveva un cappuccino usando la cannuccia mentre con le mani e gli avambracci, si aggrappava al bancone. Finalmente le misi una mano sulla spalla, ci guardammo in faccia con stupore: eravamo uguali. Qualche secondo di silenzio poi lei accenna una rissata ed io:
– ciao, come ti chiami?
– Marzia.
– mi prendi in giro?
– Perché?
– anch’io mi chiamo Marzia.
Bevve un sorso del cappuccino, poi con calma mi disse:
-senti, perché non ci sediamo su una panchina e tentiamo di capirci qualche cosa.
– buon’idea.
Ci sedemmo all’ombra di un grande albero pieno di fiori, d’improvviso mi sembrò che in tutta la facoltà c’eravamo solo io e lei, o forse dovrei dire solo io.
Ripresi a parlare
-non ti chiederò come mai cammini così: scommetto che anche tu, quando sei nata non hai cominciato subito a respirare…
-già.
-quindi hai una lesione celebrare
-proprio cosi.
Rispose lei senza nessuna espressione, come se la cosa non la riguardasse.
-bene allora parliamo d’altro; immagino che stai al secondo anno di scienze dell’educazione.
Lei ebbe uno scatto che le coinvolse tutto il corpo, poi esclamò:-no sono al terzo. Come è possibile, allora non siamo uguali.
Si bloccò, non sapeva più che dire, ma mi fissava. Anch’io per qualche instante me ne stetti in silenzio poi ripresi
-calma, calma, io sono indietro perché mi sono fermata un anno per digerire l’esperienza della scuola privata.
-“scuola privata“ disse con tono deciso, mi fa ribrezzo soltanto la parola.
– a chi lo dici!
– fin da piccola avevo delle idee ben precise: dalla finestra di camera mia vedevo le bambine che uscivano da un asilo di suore, avevano tutte la gonna a pieghe e i cappelli legati. Mi facevano tanto ridere. Crescendo poi, ho continuato a seguire le mie idee. Sono arrivata per fino a scappare di casa. I miei genitori erano arrabbiatisi… dopo qualche giorno poi, lì ho chiamati e gli detto che sarei tornata solo se mi lasciva libera di fare le mie scelte. È passato del tempo e molti litigi, ma alla fine mi hanno detto “fa come ti pare, peggio per te, la vita è tua!“
Rimasi a pensare, eravamo uguali, ma in fondo tanto diverse. Chi era lei, perché mi raccontava, le sue cose.
Comunque le chiesi:
-non pensi che sia più giusto accettare i consigli degli altri e cercare di evitare i problemi invece di crearli?
– perché, per essere una “bambina ubbidiente“ e dire di si a tutto e tutti?
– che centra. Accettare i consigli significa essere intelligenti, pronti a farli propri per arricchirsi.
– anche fare delle scelte porta ad arricchirsi, bisogna essere intelligenti.
– anche, forse si, forse ai ragione tu… no ansi forse abbiamo ragione tutt’e due.
Avevo freddo: si era alzato il vento, ero stordita. Mi chiusi bene la giacca e faci un grande sbadiglio. Mi accorsi che nel giardino non c’era più nessuno, il cancello della facoltà si stava chiudendo; riuscii ad uscire appena in tempo.
Tornando a casa ripensavo a quella giornata, ricordavo di aver seguito le lezioni, ma non sapevo di quali materie; ricordavo di essere stata al bar, ma non sapevo cosa avevo mangiato; ricordavo di aver parlato con qualcuno, ero sicura di aver parlato con qualcuno, ma non ricordavo nient’altro.
-non vedo l’ora di arrivare a casa sono stanca e ho fame.

Continua a Leggere

Handicap e bioetica: considerazioni del professor Adriano Bompiani

In questa intervista Adriano Bompiani, chirurgo, ginecologo, politico e primo Presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, che affronta la questione delle disabilità in Italia a partire dalla legge-quadro 104/1992. Bompiani ribadisce la necessità di avviare processi significativi di integrazione nella società del portatore di handicap e sottolinea il fondamentale ruolo che può avere la bioetica nel perseguire questo fine.

1) Quali rapporti intercorrono fra la bioetica e la disabilità?

 La risposta non è facile, ed occorre distinguere. Di per sé, la bioetica è un movimento culturale che – a partire dagli ultimi tre decenni del secolo scorso – ha voluto riconsiderare le questioni fondamentali della vita sotto il profilo moderno e della società tecnologica, che ha profondamente modificato l’azione possibile dell’uomo nel nascere e nel morire, oltre ciò che è “naturale”. Poiché ha un forte contenuto di “filosofia morale”, la bioetica non è apparsa subito in forme nei suoi principi e nelle conseguenze, ma si è presentata differenziata in tante correnti di pensiero quante sono le correnti filosofiche.

2) Cosa si intende per contenuti di “filosofia morale” nella bioetica?

  Significa che per gli autori che seguono il “personalismo”, si ha molto rispetto per il disabile e lo si sostiene nelle sue funzioni vitali, lo si aiuta a conseguire capacità sempre maggiori delle sue performance. Oggi la medicina riabilitativa può molto, ma il ripristino completo di tutte le funzioni è ben raro: rimane sempre uno spazio in cui è necessaria l’integrazione nella società del disabile così come è, senza praticare esclusioni, ma anzi considerarlo come un “fratello”. Questa concezione non è la medesima per gli “utilitaristi”, o i “contrattualisti”.

Per alcuni filosofi che militano in queste correnti, e si sono chiaramente espressi, ad esempio la disabilità per cause genetiche che può essere prevista prima della nascita stessa dell’embrione o del feto che porta stigmate genetiche di alterazioni che lo renderanno disabile. Qualcuno di questi filosofi arriva anche a sostenere l’opportunità che i nati non solo malformati, ma anche quelli sani ma venuti al mondo in epoca troppo precoce – prima di 23 settimane di gestazione – non debbono essere “rianimati” (e cioè sottoposti a quelle cure strumentali che li aiutano a sopravvivere) poiché hanno un alto rischio di sviluppare disabilità del sistema nervoso, disabilità motorie, quozienti intellettivi estremamente brevi e così via – cioè debbono essere lasciati morire.

3) Come le Istituzioni, soprattutto tramite lo strumento normativo, possono intervenire a sostegno delle persone con disabilità?

 Dobbiamo riconoscere che la situazione è molto diversa fra Paesi occidentali, ad elevato reddito, e sistemi sanitari e sociali avanzati, e Paesi in via di sviluppo o fortemente depressi, privi di ogni assistenza.  Tutti i Paesi occidentali, e quelli Europei in particolare, si sono dotati di leggi che partendo dal concetto della “pari dignità umana” del disabile, sviluppano adeguato sostegno sia nel campo sanitario che educativo, nella scuola sociale e – almeno in parte – nel settore dell’impiego e del lavoro. Per l’Italia, la legge-quadro (che ormai risale a circa 15 anni fa) è la legge 104/1992; ad essa sono seguite varie leggi sempre più specifiche per l’applicazione a livello regionale e locale di questo principio, che comporta la solidarietà e la sussidiarietà nella gestione del disabile.

4) In Italia, come prima accennava, la legge 104/1992 si pone a tutela dei diritti delle persone disabili; potrebbe illustrarci come è articolata?

 Volentieri. È una legge composta di 44 articoli. Una prima serie di articoli a carattere generale è dedicata alle finalità, ai principi sostenuti dalla legge e a individuare i soggetti che ne possono usufruire (1-8). Sono appunto i “portatori di handicap”, come all’epoca venivano denominati quelli che oggi si preferisce definirli “disabili”.

Una seconda serie riguarda l’inserimento sociale, i servizi di cui la persona con handicap può usufruire, gli interventi previsti dalla legge, l’integrazione scolastica, la formazione professionale, l’integrazione nel lavoro con i relativi accertamenti e le procedure per l’assegnazione della sede (9-22).

Questa prima parte della legge si riferisce ai diritti della persona, che coincidono con i principi dei diritti dell’uomo (già affermati anche nella Costituzione Italiana).

A partire dall’articolo 23 la legge si rivolge più direttamente alle Amministrazioni nazionali, regionali e locali, per dettare norme che servono ad attuare in pratica i diritti. Cioè: la rimozione degli ostacoli che impediscono le attività sportive, turistiche, ricreative; l’eliminazione delle barriere architettoniche; l’accesso all’informazione e alla comunicazione, la mobilità personale e collettiva, facilitazioni per veicoli adatti alle persone handicappate (23-28).

Poi vengono gli articoli diretti a facilitare la pratica dei diritti civili: il diritto di voto, la partecipazione sociale, riserva di alloggio; agevolazioni fiscali; provvidenze per i minori handicappati in caso di ricovero ospedaliero; tutela giurisprudenziale dell’handicappato (29-37).

I compiti che spettano alle Regioni sono indicati all’articolo 39; quelli che spettano ai commi all’articolo 40; le competenze del ministro degli Affari Sociali al 41; infine articoli di copertura finanziaria, abrogazione, entrata in vigore (42-44).

La 104 è, logicamente, una legge-quadro, che richiede poi molte norme applicative, alcune nazionali, altre regionali. In effetti, queste sono state emanate nei 15 anni che hanno seguito la promulgazione della legge; il problema è quello finanziario per una ampia e reale applicazione, il miglioramento della competenza degli operatori e soprattutto la costante volontà di attuare solidarietà e sussidiarietà verso le persone con disabilità.

5) E qual è la situazione europea?

In Europa si cerca di rendere sempre più uniformi le provvidenze previste dai vari Paesi, ravvicinando in primo luogo le legislazioni nazionali, ma sviluppando anche programmi comuni sia per la riabilitazione, sia per l’inserimento a pieni diritti nella società attiva. Oggi si parla di “inclusione” per meglio sottolineare l’essere dentro, pienamente contenuti nel sistema sociale dei disabili come cittadini di uno spazio morale ed economico unitario, senza discriminazioni.

6) La bioetica può fare qualcosa?

 Certamente. Se si ragiona con il criterio del personalismo, a “pari diritti fondamentali”, che si applicano all’essere umano in quanto tale. Il godimento dei beni essenziali che deriva dai “diritti fondamentali” deve essere assicurato di conseguenza anche al disabile, che va – anzi – sostenuto per concorrere con le sue forze, e le sue capacità, al buon esercizio della vita comunitaria. Deve poter lavorare, come tutti i cittadini, anche se nelle forme e nella misura delle sue capacità.

Come vede, c’è molto da insegnare anche alle giovani generazioni al riguardo, e questo modello “personalistico” della riflessione bioetica (che è poi quello della stessa nostra Costituzione Nazionale) può essere un veicolo molto convincente per raggiungere l’obiettivo.

Continua a Leggere

intervista su bioetica ed handicap II parte

Con riferimenti alle legge 104

D Può spiegare meglio cosa comporta la legge 140/1992?
R Volentieri. E’ una legge composta di 44 articoli.
Una prima serie di articoli a carattere generale è dedicata alle finalità, ai principi sostenuti dalla legge e a individuare i soggetti che ne possono usufruire (ART 1-8).
Sono appunto i “portatori di handicap“, come all’epoca venivano denominati quelli che oggi si preferisce definirli “disabili“.
Una seconda serie riguarda l’inserimento sociale, i servizi di cui la persona con handicap può usufruire, gli interventi previsti dalla legge, l’integrazione scolastica, la formazione professionale, l’integrazione nel lavoro con i relativi accertamenti e le procedure per l’assegnazione della sede (ART 9-22).
Questa prima parte della legge si riferisce a diritti della persona, che sono correnti con i principi dei diritti dell’uomo (già affermati anche nella costituzione Italiana).
A partire dall’art. 23 la legge si rivolge più direttamente alle Amministrazioni nazionali, regionali e locali, per dettare norme che servono a attuare in pratica i diritti.
Cioè: la rimozione degli ostacoli che impediscono le attività sportive, turistiche, ricreative; eliminazione delle barriere architettoniche; accesso alla informazione e comunicazione, la mobilità personale e collettiva, facilitazioni per veicoli adatti alle persone handicappate (art. 23-28).
Poi vengono gli articoli diretti a facilitare la pratica dei diritti civili: il diritto di voto, la partecipazione sociale, riserva di alloggio; agevolazioni fiscali; provvidenze per i minori handicappati in caso di ricovero ospedaliero; tutela giurisprudenziale dell’handicappato (art. 29-37).
I compiti che spettano alle Regioni sono indicati all’art. 39; quelli che spettano ai commi all’art. 40; le competenze del Ministro degli Affari Sociali al 41; infine articoli di copertura finanziaria, abrogazione, entrata in vigore (42-44).
La 104 è, logicamente, una legge-quadro, che richiede poi molte norme applicative, alcune nazionali, altre regionali. In effetti, queste sono state emanate nei 15 anni che hanno seguito la promulgazione della legge; il problema è quello finanziario per una ampia e reale applicazione, il miglioramento della competenza degli operatori e soprattutto la costante volontà di attuare solidarietà e sussidiarietà verso gli handicappati.

D Ed in Europa?
R In Europa si cerca di rendere sempre più uniformi le provvidenze previste dei vari Paesi, ravvicinando in primo luogo le legislazioni nazionali, ma sviluppando anche programmi comuni sia per la riabilitazione, sia per l’inserimento a pieni diritti nella società attiva. Oggi si parla di “inclusione“ per meglio sottolineare l’essere dentro, pienamente contenuti nel sistema sociale dei disabili come cittadini di uno spazio morale ed economico unitario, senza discriminazioni.

D Lei ha nominato la “parola chiave“ perversa che oggi suscita ancora tante proteste e polemiche
R Certamente, questo è il problema più delicato, difficile a controllare, anche nell’atteggiamento quotidiano verso i disabili.
E’ pur vero che la sensibilità spontanea, popolare, ha fatto molta strada nel cammino della “integrazione“ del disabile nelle attività comuni, e fenomeni di manifesta e plateale intolleranza sono ormai rari (e comunque sono repressi). Ma rimangono forme più subdole di discriminazione, sostenute da pretestuose affermazioni di mancate attitudini e determinati impieghi, o da incompatibilità con i tempi di lavoro e così via.

D La bioetica può fare qualcosa?
R Certamente! Se si ragiona con il criterio del personalismo, a “pari diritti fondamentali“, che si applicano all’essere umano in quanto tale. Il godimento dei beni essenziali che deriva dai “diritti fondamentali“ deve essere assicurato di conseguenza anche al disabile, che va – anzi – sostenuto per concorrere con le sue forze, e le sue capacità, al buon esercizio della vita comunitaria.
Deve poter lavorare, come tutti i cittadini, anche se nelle forme e nella misura delle sue capacità.
Come vede, c’è molto da insegnare anche alle giovani generazioni al riguardo, e questo modello “personalistico“ della riflessione bioetica (che è poi quello della stessa nostra Costituzione Nazionale) può essere un veicolo molto convincente per raggiungere l’obiettivo.

Continua a Leggere

lettera a Indro Montanelli

A 18 SCRISSI QUESTA LETTURA E MI VENNE PUBLICATA SULLA RUBRICA DI INDRO MONTANELLI SUL “CORRIERE DELLA SERA“
—————————————————————–
“Caro  signor Montanelli,
mi chiamo Marzia, ho diciotto anni e vivo a Roma. Sono una disabile motoria: anche se posso camminare con difficoltà, mi è molto faticoso stare a lungo in piedi e, soprattutto, ferma. Il giorno dell’Epifania con mia nonna mi trovavo a Milano. Passando davanti alla chiesa di Santa Maria delle Grazie abbiamo pensato di chiedere se era possibile entrare senza dover fare la fila. L’addetta all’ingresso, alla quale mia nonna con modi assai cortesi si era rivolta, rispondeva con modi sgarbati: “Per legge è vietato”.
Non ho capito come la legge possa vietare un atto gentile e comprensivo verso un disabile! L’addetta soggiungeva anche, alzando la voce “Se non vi sta bene tornatevene a casa vostra!”.
Spero che Lei caro signor Montanelli, voglia pubblicare questa mia lettera, perchè sono rimasta assai dispiaciuta e offesa dal comportamento di questa persona e sento il dovere di segnalare questo episodio affinché altri non debbano subire un’esperienza così sgradevole.

CHE NE PENSATE? MANDATE LE VOSTRE STORIE O COMMENTI A info@piccologenio.it

Continua a Leggere

GIOCHI IN CALABRIA

Giochi in Caloria
Durante la vacanza mi è stato chiesto di tenere un laboratorio di narrazione e giochi finalizzati alla socializzazione all’interno del gruppo. Il primo giorno mi sono resa conto che per i ragazzi con ritardo mentale (tutti i ragazzi del laboratorio) era molto difficile lavorare su concetti astratti ed inventare delle favole, ho continuato a stimolarli con nuovi giochi e nuovo materiale i risultati sono stati positivi in quanto i ragazzi hanno prodotto molteplici gioie e cartelloni. Anche i giochi di movimento e di socializzazione sono stati produttivi. Infine posso dire che i ragazzi si sono divertiti ed erano soddisfatti di questo laboratorio.
Qui di seguito sono elencati i giochi che sono stati fatti con la relativa preparazione e relazione finale.

Diamante 17.7.2004    Cesto delle favole
Materiale: Occorre un numero di oggetti pari ai partecipanti.
Modalità: Ad ogni ragazzo dare un oggetto scelto a caso e chiedere di cominciare una storia poi   a turno ognuno va avanti nel racconto inserendo il proprio oggetto
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Ho potuto notare che nei soggetti con ritardo mentale è molto difficile formulare   concetti astratti e quindi l’educatore deve pilotare molto il gioco e in qualche modo   quasi sostituirsi alla fantasia del ragazzo

                                                              ———————————-

Diamante 17.7.2004    Le coppie di figure
Ad ogni partecipante ho dato una carta con una figura. La prima parte del gioco è di riconoscere le figure e formare delle coppie dopo di che si passava ad una presentazione incrociata.
I componenti dicevano il proprio nome, la città di provenienza, il proprio hobby, mestiere, ecc.. Nella terza ed ultima parte ogni partecipante presentava il proprio partner al gruppo intero.
Partecipanti: Carolina, Marina, Francesco, Jenny
Osservazioni: Non è possibile giocare con coppie casuali perché sono sempre sbilanciate. E’ preferibile che sia l’educatore a formare le coppie prima di iniziare il gioco.
   
Diamante 20.7.2004    La mezza foto

Materiale: Foto prese da una rivista e tagliate a metà poi incollate su cartoncini rigidi.
Attività: Mescolare e distribuire le foto ai partecipanti. Ognuno copre la sua carta in questo   modo si vengono a formare le coppie. Nella seconda parte del gioco ogni coppia si   deve scambiare delle informazioni personali e poi si passa ad una presentazione    incrociata al gruppo.
Obiettivo: Questo gioco permette di unire un gruppo di persone che non si conoscono e questo è   consigliabile farlo come attività di apertura
Partecipanti: Jenny, Marina, Carolina, Maria Rosaria.

                                                 ————————- 

Diamante 25.7.2004    Isola

Materiale: Cartellone con la foto dell’isola, fogli di carta e matite
Osservazioni: Ho scelto il gioco dell’Isola deserta, ho fatto vedere al gruppo un grande cartellone con l’isola disegnata. Ho chiesto di immaginarsi naufraghi e di avere la possibilità di portare una cosa molto importante, ad  esempio l’oggetto preferito, un animale, degli amici ecc. Ogni partecipante ha manifestato una sviluppata creatività. Hanno deciso di portare un salvagente, delle coperte, un gruppo di amici ed un cane.
Ognuno è riuscito ad illustrare la propria giornata tipo trascorsa sull’isola.

                                             ——————————-

Diamante 25.7.2004    Cantare una canzone

Dopo il gioco dell’Isola per terminare il laboratorio ho fatto cantare una canzone degli 883 ad Alvaro e Gianni, accompagnati dal gruppo che suonava gli strumenti. Erano tutti in sintonia. Il gioco era stato troppo corto qualche giorno prima, ma ero riuscita a far partecipare tutto il gruppo ed è durato pochi minuti. La soluzione è stata quella di stimolare loro creatività facendogli scegliere la canzone ed il ruolo da interpretare senza imporglielo dall’esterno.
Diamante 27.7.2004  L’attualità  (corto)

Materiale: Parecchie riviste con foto
Attività: Distribuire le riviste, chiedere di scegliere una foto e di spiegare al gruppo il perché   della scelta fatta.

                                                      —————————
Diamante 28.7.2004  Collage a tema (lunghissimo)

Materiale: Riviste, forbici, colla, un cartellone
Preparazione: Raccogliere numerose riviste
Attività: Invitare i partecipanti a scegliere un tema,  dare il tempo di cercare foto riguardanti il   tema scelto. Formare un cartellone con le immagini e spiegare il perché si è scelta   quella foto. Infine, inventare una storia su tutte le fotografie.

                                                                 —————————
Diamante 29.7.2004   gioco STOP        (corto)

Obiettivo   esercizio di coordinamento dei movimenti del corpo coordinare il gruppo in una    melodia
Partecipanti:   Jenny, Carolina, Angela, Marina, Alvaro e Maria Carmen
Modalità:  primo giro un solo movimento
  Secondo giro un movimento diverso
  Terzo giro i due movimenti precedenti legati in un unico movimento
  Quarto giro nuova sequenza di movimenti con un nuovo ritmo e aggiunta del canto   “Giro giro tondo“ durante l’esecuzione
Diamante 29.7.2004  Dimmi la verità (medio)

Materiale: Fogli, penna, pennarelli
Preparazione: Preparare dei cartoncini con delle domande
Attività: Distribuire i cartoncini casualmente, invitare i partecipanti a rispondere alle    domande, incoraggiando una discussione.

                                                           ————— 

Diamante 30.7.2004  Dibattito aperto (lungo)

Materiale: Sedie posizionate a cerchio
Attività: dare un tema, ad esempio questa vacanza. Ogni partecipante dovrà dire una cosa    positiva e una negativa, avviare una discussione.

                                                       ———————–

    Tutti in posa
Attività:  Conoscere i movimenti e memorizzare
Finalità: Mimare dei lavori ad esempio la commessa, il barista ed altri mestieri che si possono   mimare in coppia

                                 —————————————— 

    Mimiamo l’orchestra
Materiale: Strumenti musicali
Attività: Usare gli strumenti oppure fare un ritmo battendo le mani oppure facendo altri    movimenti con le parti del corpo, cantare una canzone tutti insieme

   

Continua a Leggere

IL SIGNIFICATO DELLA SOFFERENZA

Diamante 21.7.2004

Conferenza di Padre Donato Cauzzo La sofferenza è un argomento difficile. Fin dall’antichità l’umanità si è scontrata con questo interrogativo: perché a me ? L’uomo da sempre per sua natura aspira alla felicità, alla gioia. Ma l’esperienza della sofferenza è la più universale: i drammi delle guerre, terremoti, la fame nel mondo ne sono l’esempio più vistoso. Il soffrire è connaturato all’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale, due persone possono essere affette dalla stessa malattia ma viverla in modo differente. Non potremo mai comunicare fino in fondo la nostra esperienza di sofferenza. L’esperienza personale del soffrire è la risonanza che l’evento malattia può avere dentro di me. Ognuno di noi è solo nel viverla, ognuno di noi deve scontrarsi con essa “ Ognuno sta solo sul Cuor della terra trafitto Da un raggio di sole ed È subito sera “ S. Quasimodo L’uomo vive lo scontro tra il desiderio di serenità e l’esperienza del soffrire. Cosa può alleggerire il nostro soffrire ? Il dare significato senza un perché si soffre maggiormente. Scoprire il senso della sofferenza, per poterla vivere in modo significativo, in questo modo aumentano le nostre risorse interiori per affrontarla . La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocco il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. Quindi la sofferenza è esperienza universale e personale allo stesso tempo. La sofferenza è una realtà difficile da trattare. L’uomo da sempre non si è accontentato di alleviarla ma si è sempre domandato il perché “ che significato ha nella mia vita ?“ Se non si trova diventa assurdo viverla. L’uomo contemporaneo è fragile di fronte alla sofferenza. Il progresso scientifico ha illuso l’umanità di poterla sconfiggere oggi poi si è psicologicamente più fragili rispetto a 70 anni fa quando il soffrire, la morte, facevano parte della vita e pertanto era quasi naturale soffrire, erano più forti perché si riteneva inevitabile soffrire. Noi oggi ci ribelliamo di fronte a qualcosa che pensavamo di poter sconfiggere. La sofferenza è considerata un’ingiustizia quindi viene rifiutata, contestata. Ci sentiamo frodati del diritto alla felicità. Si tende a colpevolizzare qualcuno fuori di noi del nostro soffrire inquinamento, la mala sorte il medico incompetente ……… più frequentemente si dà la colpa a Dio!!! Se Dio è buono e vede soffrire perché non interviene? Perché non elimina la sofferenza dal mondo ? Gesù ha combattuto la sofferenza anche noi dobbiamo combattere evitare quella evitabile, molta sofferenza ce la procuriamo noi, la guerra, gli incidenti stradali, lo sfruttamento delle popolazioni ………. Durante la sterminio del popolo ebreo ci si è chiesti dov’era Dio, ma l’uomo dov’era? L’uomo continua a procurare il male all’uomo. Che significato dare alla sofferenza innocente ? Bambini che muoiono ad esempio è una sofferenza che ci aggredisce. Se Dio è un Padre buono perché permette questo ? Nella Bibbia sono presenti tutte le esperienze umane comprese le tragedie, il dolore, la morte, il male fisico. Nell’antico testamento emblematica è la figura di GIOBBE che la rappresenta la sofferenza dell’innocente. Giobbe uomo buono, ricco rispettoso di Dio, amico di tutti, con una bella famiglia. Viene colpito da un serie di tragedie perde tutto ricchezza, famiglia, si ammala e va a vivere seduto su un letamaio. Gli fanno visita tre amici e sentenziano che la sua sofferenza è un castigo di Dio per qualcosa che lui sicuramente ha commesso. La sofferenza vista come castigo divino è un pregiudizio che sopravvive ancora oggi. Giobbe rifiuta questo. Lui è un uomo buono è insoddisfatto di questa risposta. Egli si rivolge direttamente a Dio, lo contesta e chiede il perché, non riceve una risposta non risolte l’interrogativo, ma ha il privilegio di parlare con Dio il quale lo ammonisce: Cosa pretendi di capire? Richiamo all’umiltà. La sofferenza non è spiegabile alla ragione umana solo Dio ne comprende il significato. Giobbe non ha capito il perché del suo soffrire ma è stato faccia a faccia con Dio ha discusso con lui lo ha conosciuto direttamente ed è contento. Gesù da Dio si è fatto uomo ha preso su di sé la sofferenza umana, non l’ha eliminata. Per realizzare la salvezza ha accettato liberamente di condividere la sofferenza fisica e ance morale. Abbandonato da tutti anche dal Padre. “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Il grido di Gesù è di tanti ammalati dell’umanità che soffre. Gesù passando attraverso la sofferenza ha portato la salvezza. Non ha mai dato spiegazioni teoriche sulla sofferenza, solo nel caso del cieco nato ha ribadito che essa è un castigo di Dio per colpe commesse. La sofferenza è un’esperienza misteriosa che fa parte integrante della nostra vita non spiegabile a livello umano. Come Gesù siamo chiamati a produrre del bene attraverso la sofferenza la quale non è da buttare. Gesù l’ha affrontata per amore nostro. L’uomo attraverso di essa può trovare il vero significato della vita e fare così scelte di solidarietà. La sofferenza è scuola di solidarietà. Chi ha fatto esperienza di sofferenza lascia cadere le cose inutili va all’essenziale ed è più forte nelle situazioni difficili. Attraverso la sofferenza si scopre il vero volto di Dio si instaura con lui un vero rapporto, si purifica una fede sbagliata si inizia un cammino più vero anche se più duro. La sofferenza può produrre del buono vivendola nella solidarietà. Bisogna tentare di trasformarla in occasione positiva. Quindi l’unico spiraglio è la solidarietà. “Cerchi la felicità? “ Seminala nel giardino di chi ti è accanto e la vedrai fiorire nel tuo“.

Continua a Leggere

LA MIA ESPERIENZA IN CALABRIA

Diamante 29.7.2004

Dal 12 al 30 luglio sono stata all’Hotel dei Focesi a Diamante in un soggiorno organizzato dall’Oasi Federico di cui la Presidente del Comitato scientifico è Sr. Michela Carrozzino. In questo progetto Sr. Michela ha voluto dare l’opportunità a persone diversamente abili appartenenti a un contesto sociale disagiato, di assaggiare moltissime iniziative. Il soggiorno era dedicato a ragazzi con disabilità principalmente mentale, il progetto mirava a svolgere diverse attività: giochi sulla spiaggia, terapia in acqua, cure odontoiatriche, laboratori di musica e durante il pomeriggio venivano effettuati dei laboratori artistici, laboratori narrativi e giochi di socializzazione. Questa esperienza per me è stata come un soggiorno di studio e di tirocinio molto diversa dal mio concetto di vacanza. Un aspetto completamente innovativo sono state le giornate dedicate all’igiene orale con la partecipazione di specialisti esperti nel settore dell’handicap. Questi medici sono stati la Dr.ssa Emanuela Fraschini, il Dr. Simone Bartolotta e l’igienista Gianna Nardi. Questi professionisti hanno visitato i ragazzi, hanno fornito loro consigli su come avere cura dell’igiene orale infine sono andati perfino nelle stanze per verificare il corretto uso dello spazzolino da denti. Secondo me sono state inserite troppe attività, mi domando cosa voleva essere questa esperienza visto che non mi sento di dire né che si è trattata di una vacanza in quanto gli operatori hanno lavorato notte e giorno e per i ragazzi si è trattato di prendere parte ad una serie di attività. Mi sento di paragonare questo soggiorno alle comunità terapeutiche in genere in quanto esse si basano sul bene e sull’organizzazione del collettivo e non del singolo individuo. A questo proposito mi sento di citare il “POEMA PEDAGOGICO“, anche Makarenko, per raggiungere il bene di tutto il suo collettivo utilizza dei metodi forti con i ragazzi privandoli anche di piccole libertà. Per persone portatrici di handicap gravi non è stato possibile un intervento mirato in quanto queste persone hanno bisogno di personale più qualificato. Questo soggiorno è stato positivo per tutti gli altri ragazzi perché purtroppo trascorrono tutto l’inverno chiusi in casa. Qui all’Hotel hanno vissuto una realtà di integrazione. L’Oasi Federico è riuscita a dare un assaggio di normalità e nello stesso tempo si è preoccupata di tutelarli in una struttura adeguata poiché tutte le attività si svolgevano all’interno dell’albergo Un altro obiettivo che “L’oasi Federico“ è riuscita a raggiungere, e non è facile, è stato quello di svolgere varie attività terapeutiche in un luogo che normalmente viene utilizzato per svolgere le vacanze e con persone “normodotate“ che soggiornavano nel periodo estivo. Ho notato molti ragazzi nel laboratorio di narrazione: il primo giorno ho chiesto ai partecipanti di immaginare una storia, avevano molte difficoltà a lavorare su concetti astratti e a liberare la loro fantasia. Con l’aiuto di esercizi svolti utilizzando riviste, cartelloni, pennarelli e oggetti vari sono riusciti a manifestare la loro creatività inventando molteplici favole. Anche la socializzazione all’interno di gruppo è stata stimolata da giochi ed interviste. Anche in questo caso i risultati sono stati evidenti. Considerando che i ragazzi ospitati nell’albergo vivono tutto l’anno esclusi dalla società perché in Calabria mancano le strutture adeguate sia per le cure mediche sia per attività ludiche e di lavoro ritengo opportuno, per ripetere questa esperienza di vacanza, ridurre gli obiettivi dando priorità a quelle attività che possono avere un seguito durante l’inverno anche in questo territorio per una integrazione dei ragazzi disabili nella società. Personalmente preferisco curare in modo completo pochi aspetti piuttosto che dare un assaggio di tante cose che non possono più avere. Ci sono state anche due conferenze nella sala comunale del Comune di Diamante: la prima è stata tenuta da Padre Donato Cauzzo, lui è un padre Camilliano. La conferenza si intitolava “Perché proprio a me ?“. Padre Donato si interrogava sulla sofferenza umana: questa non trova una risposta nella vita dell’uomo. Ha citato il racconto di Giobbe, uomo giusto, che viene colpito da una serie di disgrazie ma che alla fine tutto ciò lo mette in condizione di avere un colloquio intimo con Dio. Padre Donato ha spiegato che il soffrire è un evento che fa parte dell’esistenza umana. Allo stesso tempo la sofferenza è un’esperienza strettamente personale. La sofferenza come concetto teorico non esiste, esistono uomini e donne che soffrono. La sofferenza tocca il cuore e la carne di chi ne fa esperienza. L’altra conferenza è stata tenuta da Sr. Michela Carrozzino e da me, Marzia Castiglione. Questa conferenza era intitolata “Stampa e disabilità“. Avendo esaminato numerose testate ho potuto costatare che l’argomento disabilità non viene quasi mai preso in considerazione. I pochi articoli che lo riguardano sono quasi sempre riportati come fatti di cronaca negativi. Sporadicamente troviamo articoli che riguardano eventi positivi ad esempio atleti disabili che gareggiano e vincono anche persone normodotate. Infine, per me che vivo a Roma, che frequento l’Università, che mi muovo per la città con la mia macchina nonostante il mio handicap questa esperienza è stata formativa ma non una vacanza. Secondo me non è stato formativo tenere sempre i ragazzi chiusi nella struttura, pur rendendomi conto che mancando i mezzi non e stato possibile far vivere loro la vita di tutti i giorni. Per un futuro soggiorno, a mio avviso, cercherei, sacrificando qualche attività, di organizzare delle uscite per far vivere a questi ragazzi un contesto il più possibile “normale“.

Continua a Leggere

LA SOCIETA’ INDIFFERENTE

Oggi come oggi, per una persona portatrice di handicap è sempre più difficile vivere in maniera dignitosa nella nostra società: infatti essa, invece di fornire delle agevolazioni, non fa altro che complicare questa già difficile situazione! Penso alle tante barriere architettoniche esistenti nelle maggiori città Italiane, ma soprattutto alla mentalità ancora oggi molto ristretta di fronte a determinati problemi e questo è ben più grave delle barriere fisiche! È pur vero che esistono delle agevolazioni, ad esempio le ferrovie e gli aeroporti sono dotati di un servizio di accompagnamento molto efficiente, ma fin quando si tratta di poche iniziative pubbliche non saranno mai sufficienti per migliorare la situazione di tante e tante persone con problemi di motricità! Secondo me la cosa più grave che nuoce maggiormente ai portatori di handicap è l’ atteggiamento mentale, esistente in Italia, dei singoli individui non educati al problema! Io ho dei problemi motori legati ad una carenza di ossigeno avvenuta al momento della nascita; nonostante ciò ho avuto la possibilità di compiere numerosi viaggi sia in Italia sia all’estero durante i quali ho potuto costatare che i paesi come Inghilterra, Irlanda e Stati Uniti sono molto più evoluti di noi di fronte a questi problemi. Il fatto che mi ha colpita di più non è stato tanto l’organizzazione per cercare di limitare le barriere architettoniche ma quanto l’atteggiamento delle persone; di tutte le persone non solo quelle che lavorano negli alberghi o nei musei, ma anche della gente comune: all’estero mi è capitato più volte di trovarmi per la strada o nei luoghi pubblici e ricevere un aiuto da gente “comune” senza che io chiedessi nulla! Questo dimostra una sostanziale differenza di mentalità e oserei dire anche d’educazione delle persone; inoltre lo stato non si preoccupa di organizzare dei corsi di formazione che preparino le persone ad affrontare il problema con sufficiente competenza! Purtroppo in Italia c’è ancora una mentalità “distorta” riguardo a certi problemi; secondo me questo è dato dal fatto che nel nostro paese ancora oggi esiste l’idea che la persona “diversa” fa paura, di conseguenza le persone tendono a omologarsi perché hanno timore di essere diversi e quindi di ritrovarsi soli; forse ai nostri giorni la solitudine rappresenta una delle paure più grandi! Questo è dovuto anche all’influenza dei mass media che non fanno altro che proporci dei modelli di “perfezione” da seguire! Questo discorso viene esasperato soprattutto nell’età dell’adolescenza: i ragazzi si sentono fondamentalmente insicuri e fragili, l’unica cosa che gli dà un po’ di sicurezza è l’essere “simili” tra loro, per questo motivo tendono ad formare dei gruppi. Tornando al discorso dell’handicap; è raro che una persona con mobilità ridotta incontri una persona gentile e disposta ad aiutarlo, è molto più comune che una handicappato debba lottare per far valere i suoi diritti anche quelli più banali; a questo punto, nel nostro paese, il problema più grosso per un disabile non è più il suo problema fisico, ma è il “convivere” con le altre persone: la società, come ho già detto, in molti casi invece di cercare di tutelare queste persone non fanno altro che aggravare la loro già difficile situazione! Un altro gravissimo problema che un disabile si trova ad affrontare è la scuola: la legge italiana dice che l’istruzione deve essere un diritto ed un dovere aperto a tutti, purtroppo non è così semplice, anzi posso affermare che l’inserimento di un disabile nella scuola è una meta quasi impossibile da raggiungere! Fino a qualche anno fa esistevano delle scuole “differenziate” per disabili poi il governo ha deciso di chiuderle: secondo lo stato italiano le persone con scarsa mobilità devono essere integrate come tutti gli altri. Apparentemente questo discorso è giustissimo, peccato però che manca la preparazione e la mentalità adeguata da parte dei docenti (in primo luogo dei professori di sostegno) per affrontare il problema! Questa è una grave mancanza del nostro stato perché è lui che si dovrebbe occupare di preparare i professori sull’handicap, invece se ne guarda bene dal farlo, così molto spesso, il ragazzo disabile si trova “solo” in mezzo a persone normodotate senza nessuno che li sappia dare un aiuto valido! Vi dirò di più, secondo me a scuola, oltre alle varie materie, dovrebbe preparare il ragazzo su questi problemi, lo “studio” di questi problemi dovrebbe far parte dei programmi scolastici! Un’altra grave mancanza dei docenti sono i programmi ridotti: la legge italiana prevede che i professori forniscano questi programma ai ragazzi, ma questo loro dovere, e sottolineo dovere, non viene quasi mai assolto, o in molti casi il ragazzo deve lottare molto ed anche così non è detto che li ottenga! Purtroppo non è ancora finita qui! Un altro grave problema delle scuole è la “responsabilità” in molti casi al ragazzo li viene negato il diritto di partecipare alle gite e all’ iniziative scolastiche come tutti gli altri ragazzi perché la scuola e le professoresse non vogliono prendersi la responsabilità, si rifiutano di aiutare chi ha qualche necessità in più! Una delle tante conseguenze di questi gravi problemi è che per il ragazzo diventa molto difficile socializzare con i propri coetanei perché i ragazzi seguono il “buon esempio” dei loro professori e quindi anche loro si fanno prendere “dalla paura della responsabilità” in questo modo il disabile, invece di inserirsi un gruppo di persone “normali” come è giusto che sia, viene sempre più isolato! I suoi problemi fisici invece di smorzali si accentuano sempre di più perché formano “quell’impercettibile barriera” che c’è tra lui ed il mondo esterno. Questo avviene in quasi tutte le scuole indipendentemente se sono pubbliche o private, religiose o non religiose. Tutto questo è successo anche a me che ora frequento il quarto anno del liceo linguistico in una scuola privata, religiosa, tenuta da suore, mi è successo anche alle medie ad una scuola pubblica! Allora io mi domando, come mai in un paese come l’Italia che è fondamentalmente religioso avvengono certe ingiustizie, ed i paesi meno religiosi c’è un maggior rispetto per gli handicappati? Una delle prime regole della religione cristiana è proprio quella di aiutare il prossimo, specialmente i più bisognosi, allora perché in Italia c’è tutta questa ipocrisia e falsità? Un altro argomento che merita di essere preso in considerazione, riguarda le famiglie delle persone con handicap: senza dubbio quando in una famiglia nasce un bimbo con dei problemi è un grande shock. La cosa più normale sarebbe che superato lo shock la famiglia diventi più unita per aiutare il bambino, ma in pratica non sempre è così: e le famiglie si sfasciano. A volte, con il passare, del tempo i familiari trovano la forza dentro di loro di stare vicino ed aiutare il bambino, in certi casi, andando avanti col tempo, i genitori imparano a tirar fuori del positivo da una situazione che in partenza appariva tragicamente negativa; in questo senso il problema della persona può trasformarsi in un’opportunità sua e di chi li sta accanto per confrontarsi e migliorarsi. Io penso che è proprio la diversità che dà alle persone la possibilità di confrontarsi, crescere e maturare! Purtroppo però anche qui ci sono delle eccezioni: tante persone non sono così internamente ricchi per accettare ed affrontare questa situazione e così, invece di affievolirla la rendono più complicata, o peggio ancora si rifiutano di ammettere l’esistenza di questo problema! Aiutare un bambino portatore di handicap è un impegno che dura tutta la vita; purtroppo certe persone non ci provano nemmeno, altre invece sono troppo fragili, così cominciano, poi col passare degli anni si fanno trasportare e distrarre dagli eventi della vita ed a poco a poco iniziano a “mollare” infine, fortunatamente, esistono persone che stanno dietro al bambino per tutta le vita tirando fuori tutta la loro forza, e prendendo tutta quella che il bambino è in grado di dargli, così che i due vanno avanti sulla strada della vita insieme!

Scritto dalla redattrice

Continua a Leggere

L’AMERICA

 racconto della redattrice.

Dalla strada si vede un grande cancello nero, dopo aver citofonato il cancello si apre automaticamente, come per magia, senza che nessuno chieda “chi è?“.
Superato un piccolo ingresso senza finestre, illuminato dalla fioca luce di un’ abatjour, si entra in un’unica stanza molto grande, il pavimento è formato da mattonelle marroni, lucide. Vi si accede da un piccolo portone nascosto, al piano terra; forse molti anni prima era una cantina della quale oggi rimane solo la forma. L’arredamento è antico e curato nei particolari: sulla parete più lunga c’è una libreria con molti volumi logorati dal tempo. Di fonte, tra due finestre che lasciano entrare molta luce c’è un mobile nero moderno con due grandi cassetti. E’ l’unico particolare che si differenziava dal resto della stanza, ma non ci sta male. Nell’angolo c’è una piccola scrivania, al centro un grandissimo tappeto ed infondo alla stanza c’è un divanetto che s’intona perfettamente al resto dell’arredamento.
Sopra disteso con la testa appoggiata su un grande cuscino c’è Luca, sta aspettando la sua psicologa che è uscita un momento.
capitava praticamente ad ogni seduta che Luca dovesse aspettare un po’ prima di poter cominciare. Quelle attese lo infastidivano: ogni volta che andava in quello studio non vedeva l’ora di cominciare a parlare. Aveva tantissime cose da raccontare, si sentiva intimamente capito da quella donna anche se si conoscevano solo da pochi mesi. Fin da piccolo aveva desiderato fare psicoanalisi, ma ogni volta che esprimeva quest’esigenza alla sua famiglia, rimaneva deluso: i suoi inventavano sempre qualche pretesto per respingere questa richiesta. Un giorno la famiglia si dovette ricredere: quell’estate Luca era scappato di casa e non aveva dato notizie alla famiglia per una settimana, fu proprio con questa stupida bravata che riuscì a manifestare il suo disagio. Così a settembre cominciò una lunga serie di rapidi colloqui con la dottoressa.
Mentre aspettava la psicologa, era assorto in mille pensieri che gli affollavano nella mente. Forse era a causa del suo rapporto con il padre che aveva fatto tante scelte più o meno consapevolmente. Neanche lui sapeva bene perché non aveva finito la scuola ed adesso viveva facendo qualche lavoretto e stando sempre insieme al suo gruppo d’amici. Praticamente viveva giorno e notte in compagnia di quei ragazzi che lo conoscevano meglio di chiunque altro e lo capivano perché, infondo anche loro non avevano ancora combinato nulla di buono nella vita.
Luca ripensava agli anni della sua infanzia quando dopo il divorzio dei suoi genitori era andato a vivere con suo padre perché la madre beveva e non aveva nessuna intenzione ad occuparsi del bambino, dopo il divorzio non aveva mai voluto passare del tempo col figlio. Al contrario lui e suo padre avevano un bellissimo rapporto, il padre era attento e affettuoso col bambino tutti i giorni lo accompagnava all’asilo e poi all’elementari. Quando avevano del tempo libero stavano sempre insieme. Nelle
belle giornate di primavera andavano spesso in campagna il padre lo portava a visitare posti interessanti e gli raccontava storie fantastiche su quelle campagne.
Col passare del tempo il rapporto tra padre e figlio si era rovinato: Luca amava profondamente suo padre, ma allo stesso tempo faceva di tutto per cercare di sottrarsi alle sue continue imposizioni. Non accettava che il padre lo costringesse a fare il liceo scientifico per poi farlo diventare un’importante medico come lui, lo vedeva come un rivale, non più come un compagno, così Luca era diventato un ragazzo ribelle. D’altro canto anche il padre era cambiato: pensava sempre più alla sua carriera e, forse senza rendersene conto, si stava allontanando dal figlio che per questo motivo cercava rifugio nei suoi amici.
Il rapporto tra i due si rovinò definitivamente il giorno in cui il padre ebbe un incarico importante per la propria carriera: doveva andare in un centro di ricerca in una famosa università americana. Era la meta che sognava ormai da molti anni, per la quale aveva fatto molti sacrifici. Di certo non ci avrebbe rinunciato per nessun motivo. Quando Luca ebbe la notizia fu felice: sapeva benissimo quello che significava per suo padre, poi era un occasione anche per lui: aveva sempre sognato di vivere in America; certamente quel paese avrebbe potuto offrigli molte più possibilità di quelle che avrebbe avuto rimanendo in Italia. Purtroppo il suo entusiasmo durò poco, ben presto si dovette svegliare da quel del sogno che lo vedeva felice in un college americano: il padre gli disse che sarebbe andato prima lui, e quando si era organizzato il lavoro e avrebbe trovato sistemazione in una villetta comoda per solo due persone Luca lo avrebbe raggiunto. Ingenuamente il ragazzo pensò che il padre stesse facendo la cosa più giusta per entrambi, credete che avesse accantonato i contrasti che avevano avuto negli ultimi anni e volesse recuperare quel tipo di rapporto che gli legava quando lui era piccolo.
Ben presto il padre partì; all’inizio e due si sentivano spesso Luca lo chiamava tutti i giorni: era impaziente di sentire la sua voce, di sapere come stava. Aveva calcolato che se lo chiamava subito dopo pranzo poteva dargli il buongiorno, lui aspettava quel momento con ansia: era contento di poter svegliare il padre raccontandogli quello che aveva fatto durante la mattina. Purtroppo con il passare del tempo cambiò tutto: il padre era troppo preso dalla sua vita, dal suo lavoro, la sua giornata era piena di impegni che proprio non aveva tempo per un figlio. I contatti telefonici divennero sempre più rari. Luca continuava a chiamarlo, ma le poche volte che riusciva a parlare con lui, si sentiva ripetere che non era il caso che lo raggiungesse, che era troppo impegnato nel suo lavoro ed altre scuse di questo cenere.
Luca non riusciva a rassegnarsi al fatto che il padre si era fatto una nuova vita e non voleva più saperne di lui. Col passare del tempo il ragazzo capì che lo stava perdendo per sempre, di lui li rimanevano solo dei ricordi come delle fotografie,
si ricordava chiaramente di quando il padre lo portò per la prima volta nell’ospedale dove lavorava, allora era molto piccolo, il padre lo prese in braccio e
lì fece visitare l’ospedale; si ricordava quei corridoi lunghissimi bianchi, illuminati da grosse lampade a neon e poi c’era quell’odore di disinfettante tipico degni ospedali.
ecco siamo arrivati, questa è la stanza dove lavora papà
quant’è piccola; che sono tutte queste cose?
Ti faccio vedere guarda, guarda qui dentro
È tutto rosso e sotto che una luce
Quello che vedi è un coccia di sangue ingrandita migliaia e migliaia di volte
Tu guardi questo quando sei a lavoro?
Anche, papà studia molte cose quando lavora, vieni, andiamo a visitare il resto del reparto.
Quando il padre gli presentò i suoi colleghi Luca rimase molto colpito dalla stima che avevano tutti gli altri medici per suo padre, lo descrivevano come un ottimo ricercatore ed una persona sempre attenta agli altri. Luca non riusciva a rassegnarsi si continuava a domandare com’era possibile che un uomo così stimato da tutti aveva rinunciato coscientemente ad un figlio.
Un giorno, dopo tanto tempo che Luca non riusciva ad avere notizie del padre, lo chiamò a casa quando oltre l’oceano erano le undici di sera; rispose una donna:

-hello
-emh pronto…
-si chi parla a quest’ora
-sono Luca
-Luca chi?
-Sono… vorrei parlare con il dottore
-Adesso non è in casa, siamo tornati questa mattina dal viaggio di nozze ed è già corso a studiare i suoi topi, comunque non lo troverà per parecchi giorni dice che è rimasto indietro con il lavoro, se vuole posso lasciarli un messaggio
Luca non rispose.
-pronto è ancora in linea?

Pochi istanti di silenzio, un tempo interminabile per Luca durante il quale sentì i batti del cuore rimbombarli velocissimi nel cervello, aveva gli occhi infuocati, un terribile ronzio nelle orecchie ed un nodo in gola che li impediva di respirare, li sembrava di avere la febbre a quaranta, improvvisamente si sentì un enorme vuoto all’altezza dello stomaco, era una sensazione sconosciuta, non si era mai sentito così neanche da piccolo quand’era malato e gli saliva improvvisamente la febbre. Riagganciò la cornetta, capì che il padre lo aveva cancellato per sempre dalla sua vita ed anche lui doveva fare la stessa cosa ma perché, pensò, infondo non glie l’ho
chiesto io di venire al mondo, fare un figlio non è un obbligo e neanche un passa tempo quindi poteva pensarci prima, perché si è stufato di me? Che cosa gli ho fatto?
Poco dopo la dottoressa entrò nella stanza, Luca le sorrise, fece un grande sbadiglio che lo aiutò ad uscire dal torpore datogli dalla concentrazione e cominciò a parlare. Quel giorno con l’aiuto della dottoressa, si rese conto che lui era molto più forte e maturo dei suoi genitori, in un certo senso era lui il padre dei suoi, doveva compatirli: non erano abbastanza forti per prendersi cura di lui; non erano pronti ad affrontare i problemi che Luca, come tutti i ragazzi al momento della crescita, gli aveva creato. Così tutti e due, se pur in maniera diversa avevano preferito fuggire: la madre aveva trovato rifugio nella sua depressione divenuta ormai cronica. Pensò che lui poteva fare ben poco per i suoi, loro ormai erano grandi, poteva solo compatirli per la loro immaturità. L’importante era che cominciasse a pensare al suo futuro, decise che avrebbe ricominciato a studiare per ottenere almeno il diploma, capì che non poteva continuare a vivere alla giornata insieme ai suoi amici, ma che doveva cominciare a costruirsi una sua indipendenza; questo era l’unico modo che aveva per affrontare la situazione.

                                             

Continua a Leggere