Vi presento Zanza, un comico veramente speciale

Intervista all’attore comico David Anzalone, in arte Zanza che  porta in scena l’handicap.

David, perché fare l’attore comico?
È stata una scelta quasi obbligata. L’ironia è la mia chiave di lettura nella vita di tutti i giorni. Inoltre la mia formazione è strettamente legata ai maggiori rappresentanti della scuola comica italiana. Non potevo che fare anche io l’attore comico, visti i presupposti.

Hai trovato resistenze, nel mondo dello spettacolo?
Resistenze ce ne sono, come in tutti i lavori individuali e creativi. Ma l’esperienza è pienamente positiva: abbiamo trovato attenzione e partecipazione al progetto.

Le tematiche dei tuoi spettacoli sono legate soltanto al mondo della disabilità?
No, non solo. In questo momento sto portando in giro “Targato h”, ma non parlo solo di disabilità e di handicap. L’handicap è per me un modo di smascherare le ipocrisie che stanno nella società, un grimaldello per forzare l’abitudine secondo la quale dell’handicap si deve parlare sempre e solo in maniera retorica e pietistica. Ma come detto, l’handicap è uno strumento per fare un’analisi della società. La mia è una comicità politica, nel senso più ampio del termine.

Nel tuo spettacolo affronti il tema della discriminazione. Quanta e quale discriminazione esiste in Italia nei confronti dei portatori di handicap?
Esiste, è innegabile, ma come per tutte le altre forme di diversità: omosessualità, immigrazione& Tutte le forme di diversità devono pagare un dazio di discriminazione. Credo tuttavia che stia anche al “diverso” porsi in termini positivi nei confronti della società. La società non è brutta e cattiva: la società siamo anche noi! Sta quindi anche a noi affrontare nella maniera giusta le forme di discriminazione.

Zanza, sei un uomo di spettacolo, hai una visibilità superiore alla media& Ti senti un po’ portavoce, o rappresentante dell’universo dei diversamente abili?
Riuscire a rappresentare se stessi è già un grandissimo risultato. Non mi pongo altri obiettivi. Se poi riesco a suscitare attenzioni particolari per questi temi, meglio così, ma non mi sento né il portavoce, né il rappresentante di nessuno.

Video del programma “Vieni via con me

 

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intervista al mio professore di pedagogia

 mac1.jpg ritratto di A. S. Makarenko

 Intervista tra me ed il mio professore di pedagogia: Nicola Siciliani de Cumis, docente a “La Sapienza“ di Roma.           

Gentile professore, mi potrebbe spiegare il concetto di “moralmente handicappato“ che si ritrova nel “Poema pedagogico“ di A. S. Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente“, nel Poema makarenkiano, mi ci vorrebbe molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica…  Ma faccio la prova a dirti almeno questo: 1) il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione  dei ragazzi della colonia “Gor’kij“ coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri“, con quella definizione. 2) Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza“  collabora direttamente al processo, che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione dell’“uomo nuovo“. 3) In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei  ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti…  Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema… Che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…     

Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possono definire “handicappati morali? Se sì, chi sono?

Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto“), direi: tutti. Tutti gli esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti“. Nel senso che la sproporzione tra  come siamo e come vorremmo e dovremmo essere, è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti, che farei mie: 1. che il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo“ e diventare, quindi, senso di corresponsabilità; 2) e che il presente si alimenta di “futuro“, di  “gioia del domani“,  di “prospettiva“: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso… Tuttavia dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un  “dover essere“… insoddisfatto.

Nel “poema pedagogo“ si parla di handicap  che diventa una risorsa. Mi potrebbe parlare di questo concetto?

Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale“ che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale… La cosa più importante è infatti questa: che la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, lo handicappato sociale in quanto tale, ma riguarda tutti: anche e soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste proprio in questo: nel fatto, cioè, di lavorare a più livelli: da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società, ecc.; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi“:  uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune… Meglio: i  ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad  una umanità “altra“, finiscono per elaborare  un modo  inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza  è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente.
La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.   

Tornando hai nostri giorni, lo handicap fisico può presentare davvero una risorsa nella famiglia, nella scuola e successivamente nella società?

Intanto, quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli  aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche, ecc. ecc. Tutte qualità che non solo “riducono“ lo handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap  riesce a raggiungere a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo. Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni… Tutto sta nel riuscire a fare o tendere  a fare la “cosa giusta“; nel riuscire a “farsi valere“ come quello o quella che fa e farà la cosa “più“ giusta, la cosa “migliore“, la cosa più “apprezzabile“, la cosa “che gli altri non sanno fare“, la “cosa-risorsa“ non solo per se stessi ma per tutti. Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io“, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive… Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo  come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.     

Come si è modificato il termine “handicap“ dai tempi di Makarenko ai nostri giorni?

Anche in questo caso occorrerebbe avere al proprio attivo studi lessicali, di storia della cultura, di storia della psicologia e di sociologia, ecc., che io non ho… Ricordo però che nell’elaborato di laurea di Sara Collepiccolo, una studentessa del Corso di laurea di Scienze dell’educazione e della formazione, che si è laureata lo scorso anno con me, ci sono pagine molto utili a riguardo, dalle quali io partirei… Quanto ai “tempi“ di Makarenko c’è già una qualche risposta… Rimane però da vedere che cosa significava handicap nei “luoghi“ di Makarenko; cosa significava per lui (nella altre opere, fuori dal Poema pedagogico); cosa significava nel “suo“ mondo, nelle “sue“ fonti, nei “suoi“ interlocutori diretti, ecc.

Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile“ come possibile sostituzione al termine “handicappato“. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che come me ha solamente un problema nella deambulazione e nel linguaggio, e quindi di carattere fisico ma non intellettivo?

Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa“ o “quella“ parola  siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che  caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte; e, dunque, con dare ad esso un “credito“ assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono,  verso l’“abilità“ tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione, ecc. ecc.?
 

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intervista su bioetica ed handicap I parte

Ho intervistato un grande professore di bioetica

D Quali rapporti intercorrono fra la bioetica e la disabilità?
R La risposta non è facile, ed occorre distinguere.
Di per sé, la bioetica è un movimento culturale che – a partire dagli ultimi tre decenni del secolo scorso – ha voluto riconsiderare le questioni fondamentali della vita sotto il profilo moderno e della società tecnologica, che ha profondamente modificato l’azione possibile dell’uomo nel nascere e nel morire, oltre ciò che è “naturale“.
Poiché ha un forte contenuto di “filosofia morale“, la bioetica non è apparsa subito in forme nei suoi principi e nelle conseguenze, ma si è presentata differenziata in tante correnti di pensiero quante sono le correnti filosofiche.

D E, questo, cosa significa?
R Significa che per gli Autori che seguono il “personalismo“, si ha molto rispetto per il disabile e lo si sostiene nelle sue funzioni vitali, lo si aiuta a conseguire capacità sempre maggiori delle sue performance. Oggi la medicina riabilitativa può molto, ma il ripristino completo di tutte le funzioni è ben raro: rimane sempre uno spazio in cui è necessaria l’integrazione nella società del disabile così come è, senza praticare esclusioni, ma anzi considerarlo come un “fratello“.
Questa concezione non è la medesima per gli “utilitaristi“, o i “contrattualisti“.
Per alcuni Filosofi che militano in queste correnti, e si sono chiaramente espressi, ad esempio la disabilità per cause genetiche che può essere prevista prima della nascita stessa dell’embrione o del feto che porta stigmate genetiche di alterazioni che lo renderanno disabile. Qualcuno di questi filosofi arriva anche a sostenere l’opportunità che i nati non solo malformati, ma anche quelli sani ma venuti al mondi in epoca troppo precoce – prima di 23 settimane di gestazione – non debbono essere “rianimati“ (e cioè sottoposti a quelle cure strumentali che li aiutano a sopravvivere) poiché hanno un alto rischio di sviluppare disabilità del sistema nervoso, disabilità motorie, quozienti intellettivi estremamente brevi e così via – cioè debbono essere lasciati morire.

D Ma cosa fa la Società per sostenere le famiglie e queste stesse persone disabili nelle tribolazioni della vita?
R Dobbiamo riconoscere che la situazione è molto diversa fra paesi occidentali, ad elevato reddito, e sistemi sanitari e sociali avanzati, e paesi in via di sviluppo o fortemente depressi, privi di ogni assistenza.
Tutti i Paesi occidentali, e quelli Europei in particolare, si sono dotati di leggi che partendo dal concetto della “pari dignità umana“ del disabile, sviluppano adeguato sostegno sia nel campo sanitario che educativo, nella scuola sociale e – almeno in parte – nel settore dell’impiego e del lavoro. Per l’Italia, la legge-quadro (che ormai risale a circa 15 anni fa) è la 140/1922; ad essa sono seguite varie leggi sempre più specifiche per l’applicazione a livello regionale e locale di questo principio, che comporta la solidarietà e la sussidiarietà nella gestione del disabile.

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intervista su bioetica ed handicap II parte

Con riferimenti alle legge 104

D Può spiegare meglio cosa comporta la legge 140/1992?
R Volentieri. E’ una legge composta di 44 articoli.
Una prima serie di articoli a carattere generale è dedicata alle finalità, ai principi sostenuti dalla legge e a individuare i soggetti che ne possono usufruire (ART 1-8).
Sono appunto i “portatori di handicap“, come all’epoca venivano denominati quelli che oggi si preferisce definirli “disabili“.
Una seconda serie riguarda l’inserimento sociale, i servizi di cui la persona con handicap può usufruire, gli interventi previsti dalla legge, l’integrazione scolastica, la formazione professionale, l’integrazione nel lavoro con i relativi accertamenti e le procedure per l’assegnazione della sede (ART 9-22).
Questa prima parte della legge si riferisce a diritti della persona, che sono correnti con i principi dei diritti dell’uomo (già affermati anche nella costituzione Italiana).
A partire dall’art. 23 la legge si rivolge più direttamente alle Amministrazioni nazionali, regionali e locali, per dettare norme che servono a attuare in pratica i diritti.
Cioè: la rimozione degli ostacoli che impediscono le attività sportive, turistiche, ricreative; eliminazione delle barriere architettoniche; accesso alla informazione e comunicazione, la mobilità personale e collettiva, facilitazioni per veicoli adatti alle persone handicappate (art. 23-28).
Poi vengono gli articoli diretti a facilitare la pratica dei diritti civili: il diritto di voto, la partecipazione sociale, riserva di alloggio; agevolazioni fiscali; provvidenze per i minori handicappati in caso di ricovero ospedaliero; tutela giurisprudenziale dell’handicappato (art. 29-37).
I compiti che spettano alle Regioni sono indicati all’art. 39; quelli che spettano ai commi all’art. 40; le competenze del Ministro degli Affari Sociali al 41; infine articoli di copertura finanziaria, abrogazione, entrata in vigore (42-44).
La 104 è, logicamente, una legge-quadro, che richiede poi molte norme applicative, alcune nazionali, altre regionali. In effetti, queste sono state emanate nei 15 anni che hanno seguito la promulgazione della legge; il problema è quello finanziario per una ampia e reale applicazione, il miglioramento della competenza degli operatori e soprattutto la costante volontà di attuare solidarietà e sussidiarietà verso gli handicappati.

D Ed in Europa?
R In Europa si cerca di rendere sempre più uniformi le provvidenze previste dei vari Paesi, ravvicinando in primo luogo le legislazioni nazionali, ma sviluppando anche programmi comuni sia per la riabilitazione, sia per l’inserimento a pieni diritti nella società attiva. Oggi si parla di “inclusione“ per meglio sottolineare l’essere dentro, pienamente contenuti nel sistema sociale dei disabili come cittadini di uno spazio morale ed economico unitario, senza discriminazioni.

D Lei ha nominato la “parola chiave“ perversa che oggi suscita ancora tante proteste e polemiche
R Certamente, questo è il problema più delicato, difficile a controllare, anche nell’atteggiamento quotidiano verso i disabili.
E’ pur vero che la sensibilità spontanea, popolare, ha fatto molta strada nel cammino della “integrazione“ del disabile nelle attività comuni, e fenomeni di manifesta e plateale intolleranza sono ormai rari (e comunque sono repressi). Ma rimangono forme più subdole di discriminazione, sostenute da pretestuose affermazioni di mancate attitudini e determinati impieghi, o da incompatibilità con i tempi di lavoro e così via.

D La bioetica può fare qualcosa?
R Certamente! Se si ragiona con il criterio del personalismo, a “pari diritti fondamentali“, che si applicano all’essere umano in quanto tale. Il godimento dei beni essenziali che deriva dai “diritti fondamentali“ deve essere assicurato di conseguenza anche al disabile, che va – anzi – sostenuto per concorrere con le sue forze, e le sue capacità, al buon esercizio della vita comunitaria.
Deve poter lavorare, come tutti i cittadini, anche se nelle forme e nella misura delle sue capacità.
Come vede, c’è molto da insegnare anche alle giovani generazioni al riguardo, e questo modello “personalistico“ della riflessione bioetica (che è poi quello della stessa nostra Costituzione Nazionale) può essere un veicolo molto convincente per raggiungere l’obiettivo.

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