L’approccio olistico come visione positiva della vita

Intervista a Massimo Mandorino, Operatore Olistico e Professionista del benessere attraverso il massaggio bionaturale. Massimo ha uno studio privato a Roma Nord. È docente di discipline olistiche e tecniche di massaggio presso l’Accademia Operatori Olistici in Roma e alla Conscientia Academy in Venezia. Nell’intervista si cerca di fare chiarezza sui principi delle discipline olistiche e sul Tantra: queste tecniche possono aiutare tutte le persone, anche chi ha una disabilità.

Ciao Massimo, il tuo primo approccio alle discipline olistiche è iniziato nel 1978. Questo ti ha portato a frequentare scuole di yoga e, successivamente, di meditazione. Puoi raccontarci meglio il tuo percorso e cosa ti ha spinto a muovere i primi passi in questi settori?

Ciao Zoe, in effetti il mio primo “contatto” con le discipline olistiche risale a molti anni fa quando, da ragazzo, per problemi di salute legati alla mia schiena, ho conosciuto la tecnica Shiatsu che, tra l’altro, era da poco arrivata in Europa.
È stata una vera e propria “illuminazione”. L’esperienza che stavo vivendo grazie a questa tecnica olistica non invasiva, generò in me grande curiosità e mi stimolò a voler conoscere meglio e di più questo tipo di approcci al benessere della persona.
Fu così che iniziò il mio interesse verso questo mondo ed iniziai un mio percorso personale approcciando nell’immediato lo yoga e, successivamente, la meditazione e i primi, curiosi, studi sull’approccio olistico.

Cos’è cambiato in te a livello umano in tutti questi anni, e poi professionalmente, visto che ne hai fatto la tua attività?

Molto. Da ragazzo, ad esempio, ero molto rabbioso. Sono rimasto orfano in giovane età e non riuscivo ad accettare la cosa. Catapultato nel mondo, con la necessità di sopravvivere, ad un’età normalmente dedicata alla spensieratezza. L’approccio al mondo olistico mi ha aiutato moltissimo a canalizzare le mie energie in un’ottica costruttiva e non distruttiva.

Dalla sofferenza può nascere una grande capacità di amare. E questo lungo viaggio introspettivo mi ha fatto capire, più di 15 anni orsono, che ero pronto a farne uno strumento di aiuto per il prossimo.

Le diverse discipline e approcci olistici alla persona quali: ayurveda, agopuntura, yoga, shiatsu, Medicina Tradizionale Cinese, la riflessologia plantare, aromaterapia, etc, (solo per citarne alcune) nascono spesso in oriente; come sono arrivate in occidente e perché c’è tanto interesse a tal proposito?

Ci sono testimonianze che fanno risalire la pratica dell’agopuntura in Europa all’età del bronzo. Mentre lo shiatsu, come dicevo pocanzi, ha trovato diffusione in Europa negli anni ’70. Altre discipline olistiche (o DBN, Discipline Bio Naturali), hanno rivestito interesse nel mondo occidentale proprio per il loro approccio “olistico” che considera la persona in tutte le sue entità: corpo, mente e spirito (“olos” dal greco, significa appunto “totalità”, il “tutto”). Questa visione si contrappone, di fatto, all’approccio della medicina allopatica che spesso si sofferma sul sintomo e non sulla causa.
L’interesse verso queste discipline (e quindi la loro diffusione) è conseguenza della presa di coscienza da parte delle persone, della necessità di un approccio più naturale alla salute. Oggi questo è testimoniato anche dalla grande attenzione alla scelta degli alimenti e del ritorno alla fitoterapia, diffusa da tempo in occidente, ma offuscata, a seguito della rivoluzione industriale, dalla grossa spinta verso la farmacopea di sintesi.

Quanto e perché è cambiata (se è cambiata) la domanda e l’offerta dei trattamenti olistici negli ultimi decenni?

Oggi, fortunatamente, si ha una maggiore consapevolezza che il “benessere” ha un impatto molto importante sulla nostra qualità di vita. Ricevere dei trattamenti olistici eleva le difese immunitarie, stimola gli ormoni della felicità (serotonina, dopamina, ossitocina, estrogeni), ristabilisce l’equilibrio della persona nell’accezione olistica “corpo-mente-spirito” allontanando l’insorgere della malattia.

Questo ha portato alla crescita della domanda e, di conseguenza, anche l’offerta; c’è stato infatti un fiorire di scuole e accademie che offrono percorsi di formazione specifici.

Hai raccontato che da più di quindici anni hai scelto di fare di questo mondo la tua attività.
Sei specializzato in diversi trattamenti come massaggi rilassanti ed antistress, tecnica Cranio Sacrale, l’ayurveda Garbhayangam per le donne in dolce attesa, e altri più energetici finalizzati al riequilibrio dei chakra come Reiki, cristalloterapia, aromaterapia; vuoi spiegarci sinteticamente cosa sono i chakra e questi trattamenti?

Cercherò di essere davvero sintetico, perché qui si apre un mondo!
Chakra, in lingua devanàgari, significa ruota, vortice, disco, cerchio. I chakra sono centri energetici conduttori; i principali sono 7 e si aprono a varie altezze lungo l’asse della colonna vertebrale e sono attraversati da Sushumna, una delle 3 nadi principali insieme a Ida e Pingala, nelle quali scorre il Prana, ovvero il Qi, l’energia vitale.

Ogni chakra ha un significato ben definito. Ognuno di loro rappresenta una “funzione”: sopravvivenza, desiderio, volontà, amore, comunicazione, intuito e comprensione.
Il loro equilibrio e pieno funzionamento sono fondamentali per la salute della persona. Ma eventi, traumi recenti e antichi, possono minare questo equilibrio. Trattamenti energetici come il reiki, la cristalloterapia, l’aromaterapia, il massaggio olistico, ci aiutano a riequilibrarli.

Inoltre, alla base del primo chakra, Muladhara, risiede la Kundalini-Shakti, l’energia più potente che il nostro corpo possiede che, come è noto, è molto legata alla sessualità. È rappresentata da un serpente avvolto in tre spire e mezza che riposa alla base della colonna e che, con la sua testa, occlude la nadi Sushumna, e rappresenta la forza femminile primordiale della creazione.

Nella maggior parte della gente rimane addormentata nella sua posizione arrotolata: kundala infatti significa “avvolto”. Se risvegliata la Kundalini si srotola e si arrampica verso l’alto attraversando tutti i chakra, uno dopo l’altro, fino a raggiungere il chakra della corona, Sahasrara, dove l’attende Shiva, la Coscienza Divina, suo amore e sua controparte, e li si uniscono nel Maithuna, l’unione sacra.

Nelle discipline olistiche è importante, come hai appena detto, sbloccare i chakra e riattivare l’energia della Kundalini. Come avviene tutto questo e quali benefici può dare nel breve o nel lungo periodo?

Riattivare o liberare la Kundalini è possibile attraverso il Tantra, attraverso il massaggio yoni o lingam, attraverso il massaggio Kundalini ideato dal Maestro Yogi Bhajan. Sarà l’operatore a scegliere il rituale più consono in funzione dell’anima che deve ricevere il trattamento. Nel tantra, come anche nell’olismo, nulla è codificato.

Così come non si parla di “genere”. Spesso sento o leggo di operatori che si rivolgono esclusivamente ad un pubblico femminile o maschile. Accogliere e prendersi cura di una persona non prevede la “scelta” di genere, non prevede il “giudizio”, la cui assenza è un pilastro della visione tantrica.

Il beneficio principale di questi trattamenti e rituali energetici e quello di liberare e canalizzare correttamente l’energia vitale, donando un senso di pace, leggerezza e visione positiva.
Questo benessere non si manifesta solo durante il trattamento ma permane nei giorni a seguire e, nel lungo periodo, se si è fatto un percorso costante, può far si che i benefici siano permanenti.

Hai frequentato corsi di grandi Maestri del Tantra quali Daniel Odier, e seguito e studiato gli insegnamenti di Yogi Bhajan e Anodea Judith.
Quali sono stati i più utili nella tua professione e nella vita di tutti i giorni?

Devo dire che tutti mi hanno arricchito moltissimo da un punto di vista personale e donato strumenti che utilizzo quotidianamente sia personalmente che nella mia professione.

Ho già citato Yogi Bhajan per quel che riguarda il Massaggio Kundalini, ma è anche il Maestro che ha creato il Kundalini Yoga, oggi molto diffuso e che anch’io tutt’oggi pratico regolarmente.

Anodea Judiith e colei che oggi viene considerata la massima esperta a livello mondiale per quanto riguarda la conoscenza del sistema dei chakra e i suoi libri sono fonti di conoscenza, consapevolezza e ispirazione. Aver approfondito la conoscenza dei chakra, mi permette oggi di fare una valutazione dell’equilibrio energetico di una persona senza la necessità di uno scambio verbale.

Daniel Odier, last but not least, che ho incontrato in diversi seminari e stage residenziali, è quello che considero il mio più importante maestro tantrico. Nel percorso di vita che ho fatto da quando mi sono approcciato al tantra, ho seguito innumerevoli stage e maestri/e in Italia, apprendendone anche i vari approcci al tantra. Molti di questi sono “figli”, in un modo o nell’altro, di Daniel Odier. Ad un certo punto del mio percorso ho capito che ero pronto ad incontrare il “maestro dei maestri” per consolidare la mia conoscenza tantrica ed in particolare sul Tantra Kashmiro – Yoga del Tocco che lui ha portato in occidente e che ancora oggi divulga ed insegna.

Cosa rappresentano per te il Tantra, il tantrismo e le discipline olistiche?

Potrei rispondere con tre semplici parole: libertà, consapevolezza, aiuto.

Avere un approccio tantrico significa avere una visione positiva della vita, credere nell’amore ed essere capaci di cogliere la bellezza che ci circonda. Considera anche che tra i benefici del vivere in maniera sana la filosofia tantrica, c’è il miglioramento dell’umore, la diminuzione dello stress e l’aumento della capacità di concentrazione. È quindi un vivere più in armonia con l’universo.

Le discipline olistiche rappresentano un approccio consapevole allo stile di vita, rafforzano il tuo stato di salute e, nell’espressione professionale, sono un impareggiabile strumento di aiuto per il benessere del prossimo. Di fatto stimolano in te stesso e negli altri la capacità di autoguarigione insita in ognuno di noi.

Come diceva Ippocrate, che aveva una reale visione olistica, “Le forze naturali che abbiamo dentro di noi possono, da sole, guarire la malattia”.

Hai ideato lo stage esperienziale “Ripartiamo dal tocco: dalla carezza all’abbraccio®” per divulgare ed insegnare la pratica tantrica. Come nasce il progetto e come viene accolto?

Il Tocco è una potentissima forma di comunicazione: è profonda, intima, più di quanto mille parole possano essere. E su questo concetto, negli anni scorsi, assieme ad una amica e collega, abbiamo effettuato vari stage per la divulgazione della pratica tantrica.

Questa idea è un’evoluzione di questa esperienza e mi è nata con l’arrivo della pandemia e con la consapevolezza di ciò di cui siamo stati repentinamente privati. Il titolo stesso che ho dato ne è una sintesi.

Uno dei nostri bisogni primari, sin da bambini, è l’essere accarezzati, toccati e abbracciati. La mancanza di questo contatto impoverisce ed inaridisce l’animo smorzando le nostre emozioni.

Il progetto viene accolto con interesse e per ora si realizza attraverso sessioni individuali o di coppia, durante le quali si fa la meditazione tantrica tandava, si lavora sul respiro consapevole, sulla sensorialità, il tocco ed infine il rituale tantra del kashmir, ma appena sarà possibile sarà anche uno stage esperienziale mirato al risveglio del corpo, delle sensazioni e delle emozioni più profonde e di tutto quello che in questo momento ci manca terribilmente.

Qual è il target delle persone che si avvicinano al Tantra e tantrismo? Cosa cercano? E a tuo avviso è adatto alle coppie?

Qui c’è da fare un piccolo distinguo: esistono molti cosiddetti “centri tantra”, che attirano un target di clientela esclusivamente maschile, che offrono massaggi erotici. Qui non si parla di tantra anche se l’offerta di quei servizi utilizza impropriamente questo termine. Lungi da me condannare o giudicare le persone che cercano questo tipo di massaggi, ma ritengo importante chiamare ogni cosa con il giusto nome.

Per quello che invece riguarda la mia esperienza diretta, la mia clientela è perlopiù formata da donne ed in misura minore da coppie.

Le donne che mi contattano per avvicinarsi al tantra, posso dirti che nella maggior parte dei casi lo fanno su consiglio della propria psicoterapeuta o sessuologa.

Sono donne che spesso hanno subito abusi di tipo fisico o psicologico, sia in età adolescenziale che in età adulta, donne anorgasmiche, donne che rifiutano il proprio corpo o il suo cambiamento nel tempo, che magari non ricevono più dal partner le attenzioni di un tempo e per questo perdono il senso della loro femminilità spesso identificato in modelli stereotipati. A volte questo accade nel momento che dovrebbe essere “il più potente” per una donna cioè la maternità trasformandola in una posizione di instabilità e sfiducia in sé stessa”.

L’obiettivo è quello di riacquisire la propria femminilità, la propria accettazione, di recuperare un rapporto più sano con la propria sessualità e, nel caso delle coppie, superare la dualità nell’incontro sacro tra le due coscienze maschile e femminile (Shiva e Shakti), scoprire un nuovo dialogo corporeo, superare difficoltà sessuali e riaccendere la passione ritrovando quell’unicità che è un altro punto cardine del tantrismo.

Il Tantra è o può essere utile nell’ambito della disabilità? Hai esperienze in questo senso?

Assolutamente si.

La prima volta che ho avuto occasione di trattare una persona disabile, è stato qualche anno fa durante un festival Olistico dove ero stato invitato ad offrire il mio massaggio emozionale alle/agli ospiti che volevano provarlo. Io non gestivo il calendario delle prenotazioni per cui, ogni volta che aprivo la porta dello studio nel succedersi degli appuntamenti cadenzati ogni ora, non sapevo chi mi sarei trovato di fronte. Arriva un ragazzo in sedia a rotelle, lo faccio accomodare (con un balzo sale sul lettino) e mi confessa che non ha mai ricevuto alcun tipo di massaggio in vita sua. Beh…devo dire che è stato uno dei massaggi più emozionanti che io abbia mai fatto in vita mia. Al termine del massaggio ci siamo ritrovati abbracciati con lui che tra le lacrime mi ringraziava per l’esperienza che aveva vissuto. Quando è uscito la sua compagna, vedendolo così felice, si è messa immediatamente in lista per provare anche lei il trattamento!

Questo mi ha dato la consapevolezza di quanto il massaggio e, successivamente, il rituale tantrico possa giovare ad una persona con disabilità.

Oggi posso dire di avere una buona esperienza per quel che riguarda l’offrire i trattamenti tantra alle persone disabili. E ora, più che mai, sono convinto del loro valore, utilità e, lasciami dire, necessità.

Uso la parola necessità non a caso perché come sai, e ne abbiamo parlato anche in occasione di convegni che ti hanno vista ospite, anche io come te, sono un convinto sostenitore e divulgatore del diritto alla sessualità dei disabili. E il tantra, attraverso l’accoglienza e il tocco è in grado di celebrare il diritto e la sacralità di quei corpi ai quali, troppo spesso, questo diritto è negato.

Di frequente sono i genitori che ottemperano a tale necessità masturbando i figli, ma questo è innaturale e sbagliato. Bisogna sicuramente fare di più per divulgare la cultura del tantra in questo ambito, facendo conoscere la sua utilità soprattutto ai familiari delle persone disabili che spesso non considerano le necessità o i desideri dei loro cari.

Ciò detto mi sorge l’esigenza di fare una importante precisazione.
Il tipo di assistenza che noi tantrika diamo nell’ambito della disabilità, nulla ha a che fare con la figura dell’Assistente Sessuale, figura presente in molti paesi del nord Europa (Belgio, Olanda, Germania, Danimarca, Svizzera) ed anche in Giappone e che in Italia, grazie alla mente illuminata di Maximiliano Ulivieri che ha creato il progetto LoveGiver, vorrebbe prendesse forma attraverso la figura dell’operatore e assistente all’emotività, all’affettività e alla sessualità (O.E.A.S.).
Allo stato attuale il progetto, seppur depositato da molto tempo presso le istituzioni, non ha ancora visto la luce e la figura dell’O.E.A.S ancora non esiste.

Sei anche docente presso l’Accademia Operatori Olistici di Roma e presso la Conscientia Academy di Venezia della quale sei anche coordinatore didattico; entrambe le strutture si occupano della formazione di Operatori Olistici certificati e Professionisti del Benessere attraverso il Massaggio Bionaturale.
Ti va di parlare di questa esperienza? Cosa ti senti di dire a chi vuole orientarsi nel mondo olistico con serietà e a chi ritiene di saper fare i massaggi o trattamenti olistici dopo aver letto qualche libro?

Parto da un assunto: l’operatore olistico va considerato un professionista a tutti gli effetti!

Purtroppo, nella giungla normativa attuale, non è una figura riconosciuta dallo Stato e questo genera gran confusione in questa “terra di nessuno” e molti ne approfittano.
Seppur normata ai sensi della legge 4 del 14/01/2013 che fa riferimento alle ‘professioni non organizzate in ordini o collegi’, per quanto spiacevole dirlo, la figura dell’operatore olistico non ha necessità di alcun titolo per operare e, con riferimento alla legge citata ed adeguato codice ateco e partita iva, chiunque può “mettersi sul mercato” da un giorno all’altro.

Ma questo non deve indurre a pensare che non sia una professione per la quale una adeguata e continua formazione nel tempo, sia necessaria.
Non è sufficiente quindi “leggere qualche libro” o frequentare un corso di un week-end per sentirsi o essere “operatori”. La letteratura è importante e lo studio è fondamentale, ma non può essere la sola fonte di apprendimento. Spesso leggo su forum dedicati post di persone che, dopo aver fatto un solo corso di massaggio di qualche ora, chiedono informazioni su come aprire uno studio: è oggettivamente inquietante.

Ma la colpa è anche di alcune scuole che, per esigenze di mercato, vendono la chimera che con poche ore di formazione puoi immediatamente trarre un beneficio economico.
In questo periodo di oggettiva difficoltà per tutti, alcune scuole di massaggio offrono addirittura la “formazione on-line”! Ma come si può solo lontanamente pensare che apprendere la delicatissima arte del massaggio, del tocco, possa essere fatta senza alcuna esperienza pratica?

Come dico sempre alle mie allieve ed allievi, mettere le mani sul corpo di una persona è una enorme responsabilità, pari alla fiducia che questa persona ripone in noi affidandosi ai nostri trattamenti. Per questo una adeguata formazione, esperienza e, non dimentichiamolo, predisposizione, sono fondamentali.

Quindi il consiglio che mi sento di dare a chi si vuole approcciare a questo meraviglioso mondo è quello di non fermarsi al primo sito che incontrano, ma di confrontare, approfondire e comprendere bene l’offerta formativa di ogni struttura, privilegiando chi offre un ventaglio il più completo possibile per la formazione degli operatori, facendo ben attenzione che nelle materie di studio siano presenti non solo le diverse tecniche di massaggio e trattamento, ma anche materie fondamentali come l’anatomia e complementari come l’approfondimento della visione olistica, l’anatomia energetica piuttosto che lezioni di diritto, per finire con l’approccio alla clientela ed il marketing. E soprattutto che siano certificati da un ente di qualità riconosciuto, perché il valore curriculare e di competenza, nei confronti dei clienti o delle strutture alle quali ci si voglia rivolgere, fa la differenza.

Comunque, se i tuoi lettori dovessero aver bisogno di consigli, sappiano che sono a loro disposizione.

I contatti di Massimo Mandorino sono:

Tel.-W.A.: 320 1777454
Facebook: massimobenessereroma
Instagram: massimobenessere
web: massimobenessere
E-mail: info@massimobenessere.it

Nota: come blogger mi interessano i diversi punti di vista, i vissuti e le esperienze delle persone. Ognuno vive la filosofia del Tantra, l’amore e l’erotismo interpretandoli. Ciò detto, se una persona mi dice cose assolutamente contrarie al mio modo di pensare è chiaro che non gli do spazio. Altresì se c’è qualche idea “opinabile” cerco di rispettarla anche se non la condivido pienamente.

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Tantra e disabilità; un accostamento possibile?

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Zoe racconta i progetti come autrice e come cerca di aiutare gli altri

IlBenessereOlistico mi ha dato l’opportunità di raccontare i progetti legati alla scrittura e alla divulgazione; nonché come cerco di aiutare gli altri.

 Iniziamo con una domanda semplice e complessa insieme…Chi è Zoe Rondini?

Sono un’autrice e blogger con disabilità motoria. La scrittura per me è il mezzo per dare il mio contributo alla conoscenza del mondo della disabilità e nella promozione dei diritti delle persone con disabilità.

È appena uscito un tuo nuovo saggio “RaccontAbili, domande e risposte sulle disabilità”, edito dall’Erickson Live. Ci racconti l’intento di quest’ultimo lavoro editoriale?

Volentieri! Si tratta di un saggio polifonico che, attraverso circa trenta persone intervistate, prova a narrare la vita di ogni persona; fatta da famiglia, lavoro, routine, arte, diritti, amore e sessualità; dal punto di vista delle persone con disabilità.

L’idea di un’opera corale sulle varie forme di disabilità mi è stata suggerita dalla visione del film “The Help”, nel quale la protagonista, scrive un libro sulla situazione del razzismo in America degli anni 60; intervistando un piccolo gruppo di persone di colore. Il mio intento è stato cercare di fare la stessa cosa per la disabilità.

Le persone scelte non sono famose: una Bebe Vio o Alex Zanardi hanno raccontato molto di sé. Ho cercato di intervistare persone comuni che raccontassero le luci e le ombre della loro quotidianità.

Penso ne emergano spunti importanti sulla condizione delle persone con disabilità e su come si possono trarre interessanti soluzioni a situazione che spaventano molte famiglie. Ad esempio sul “dopo di noi”: molte persone spiegano come il co-housing possa essere una valida alternativa ai grandi istituti. Anche i tirocini-lavoro sono utili per accedere al complicato mondo del lavoro. C’è un interessante intervista che spiega, punto per punto, la legge 104/92 in materia di disabilità e diritti.

I tabù maggiori permangono nella conquista dell’amore e della sessualità.

Molti lamentano il fatto che i genitori li vedano ancora come eterni bambini, o che se ne occupano terze persone. A tal proposito, spiega Angelo nella sua intervista: “C’è da dire che della nostra sessualità se ne occupano troppe persone normodotate, tranne noi”.

Sul tema dell’amore e la sessualità ho posto anche domande su come il Tantra può essere d’aiuto per scoprire la sessualità e l’erotismo.

Nella seconda parte dell’opera si evince il mio punto di vista sulle principali tematiche delle interviste. Non potevano mancare degli articoli sul Tantra, sul senso del pudore all’epoca dei socialnetwork, sul devotismo, sulla genitorialità e sulla situazione delle donne con disabilità.

Spero che anche questo testo sia l’inizio di emozionanti progetti sulla narrazione del sé come strumento di empowerment, come lo è stato e lo sarà ancora “Nata viva”, la mia opera prima.

Nata viva: un romanzo, un cortometraggio… ma forse soprattutto la tua mission?

Esatto! Nata Viva “nasce” come un romanzo di formazione! Dopo questo step “basilare”, grazie alla regista Lucia Pappalardo, abbiamo realizzato il cortometraggio che prosegue la narrazione del libro, in quanto narra le tappe più importanti della Zoe adulta: gli amici, l’autonomia, la scrittura, l’amore. Grazie a queste due opere vado nelle scuole per cercare di contrastare il bullismo, stimolare la narrazione del sé nei ragazzi dai 10 ai 18 anni e ho la fortuna di tenere una lezione annuale presso il master di neuroriabilitazione dell’Università LUMSA di Roma. Non sono mancati innumerevoli interventi a convegni su disabilità, fase adulta e vita indipendente. In tutti questi progetti la cosa che ritengo più importante è l’ascolto dell’altro. Con i ragazzi della scuola abbiamo vissuti simili… i laureandi di oggi sono più attenti e curiosi verso la psiche della persona con disabilità… quindi grazie a “Nata Viva” scopro persone che, altrimenti, non avrei la fortuna di conoscere!

Quando nasce il tuo blog?

Piccologenio.it nasce l’l’8 marzo 2006. Sentivo l’esigenza di far leggere i miei primi articoli e racconti non solo ai parenti, insegnanti e a qualche amico. Adesso la scrittura è parte integrante delle mie giornate. È un supporto, non solo per me, ma anche per chi segue il blog.

 In un’ottica olistica, la disabilità di per sé non esiste: ognuno di noi è un mondo a sé con i suoi punti forti e i suoi punti deboli. Il mondo olistico come può aiutare a fare emergere la ricchezza della disabilità?

A mio avviso la disabilità non va negata né esasperata. La persona deve essere accettata e sostenuta nei suoi limiti e le sue potenzialità. Il mondo olistico ci insegna a prenderci cura del corpo, della mente e dell’anima di ogni individuo. Ecco che ciò mi sembra importante: se una persona ha un deficit le varie discipline olistiche possono aiutarla a rilassarsi, portare l’attenzione dove serve di più e valorizzare le capacità residue, la mente e la sfera emotiva.

Nel tuo blog parli di Tantra, un discorso spesso confuso, ci aiuti ad afferrarlo meglio?

Nel blog Piccologenio.it e nel saggio RaccontAbili, cerco di fare chiarezza su che cosa è il Tantra, parlo della sua storia, di come può aiutare le persone a scoprire un amore più intenso. Cerco di spiegare anche che oggi purtroppo, è quasi una moda, per questo ci sono tanti “operatori improvvisati”. Persone che dicono di saper fare un massaggio tantrico dopo aver fatto solo un corso. Non si imparano i massaggi olistici con il fai da te e qualche libro. Nel Tantra non bisogna aspettarsi nulla in cambio se non lo scambio energetico, è importante l’ascolto e il rispetto del corpo dell’altro, non tutti tengono in considerazione tutto ciò. Attraverso il blog ed il libro cerco di spiegare che il Tantra può aiutare le persone con disabilità a scoprire l’amore, l’erotismo e l’autoerotismo. Tante persone mi chiedono un consiglio dopo aver letto i miei articoli: sono contenta di aiutarle e far conoscere loro una cosa nuova.

Come hai conosciuto il Tantra ed il mondo olistico?

Più di quindici anni fa ho fatto il mio primo massaggio Tantrico con un operatore molto qualificato. Da lì è iniziata la mia ricerca personale su tali discipline. Sono passati alcuni anni prima che mi sentissi pronta per parlarne nel blog. Come accennavo sopra, la mia scrittura mira a divulgare i benefici del Tantra per le persone con disabilità. Spesso ai disabili viene negata l’educazione affettivo-sessuale. Succede che le uniche attenzioni che ricevono sono quelle dei genitori. Molte volte sono proprio i genitori che mi contattano angosciati, mi chiedono come possono gestire tutto ciò. Altre volte sono le persone con disabilità a chiedermi consiglio: parlo loro del massaggio tantrico (molti non lo conoscono), oppure suggerisco di utilizzare i forum sui siti che parlano di disabilità, al fine di conoscere nuove persone e scambiarsi consigli ed esperienze. Molte disabili, mi hanno ricontattata per ringraziarmi perché avevano fatto una bella esperienza.

Raccontabili è disponibile QUI

Nata viva è disponibile QUI

Potete inoltre visionare il  cortometraggio “Nata Viva” QUI

Se desiderate potete contattarmi sulla sua pagina Facebook  o  sul gruppo “Amore, disabilità e tabù: parliamone!“, o su Instagram .

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Intervista a Nadir Malizia

Sei giurista, giornalista e scrittore. Ti occupi di disabilità, bullismo e sport. Ci vuoi parlare di queste attività e di come riesci a legarle tra loro?

Innanzitutto sono giurista, specializzato in diritto Comunitario e Diritto internazionale dell’Unione Europea. Mi occuperò di diritti civili.  Da poco mi occupo anche di Bullismo con due Associazioni e di sport, poiché in seguito ad un articolo della Gazzetta dello Sport, mi ha contattato l’Associazione Avvocati dello Sport Italiano chiedendomi se volevo farne parte come socio ordinario, portando la mia testimonianza per quanto riguarda la disabilità e lo sport. A causa del Covid lavoro da casa, ma spero presto di riprendere a viaggiare per lavoro.

Hai affermato che ti senti un uomo normale che vive in una società disabile che non vuole vedere al di là dei propri occhi. Quali sono le barriere più alte con le quali ti scontri e cosa manca al loro abbattimento?

Le barriere più alte con la quale mi scontro spesso sono quelle mentali non tanto quelle architettoniche. Sinceramente le ostilità delle persone sono difficili da abbattere perché ciò che è diverso da te spaventa. Per quanto riguarda invece le barriere da abbattere per rendere una persona con una disabilità autonoma, ci vorrebbe maggior consapevolezza che non siamo cittadini di serie B ma uguali a tutti gli altri. Si dovrebbe partire ponendo maggior attenzione ad individuare quali sono i problemi che le persone con una disabilità devono affrontare ogni giorno. Bisognerebbe avere una società a misura di cittadino che non crea delle differenze, una società coesa uguale per tutti. Soltanto così il nostro paese si potrà definire, una società civile.

Anche qui parto da una tua affermazione: “La carrozzina non deve rappresentare un disagio, ma un punto di forza, dal quale partire”. Qual è stato il tuo percorso di vita e come sei arrivato a trasformare la tua situazione in una risorsa?

Non basterebbe una risposta per raccontare il mio percorso di vita. Ma su una cosa sono: sicuro sono arrivato a trasformare la mia disabilità in una risorsa grazie alla mia consapevolezza. Succede ad ognuno di noi d’avere una battuta di arresto nell’età adolescenziale: una fase critica, piena di dubbi e domande. Per fortuna, personalmente, quella fase è durata pochi secondi e da quel momento è stata una continua salita con la determinazione di dare qualcosa per gli altri migliorando me stesso.

Sei una persona omosessuale in sedia a rotelle. Come hai vissuto e come vivi questa condizione nella famiglia, in particolar modo nel rapporto con tuo padre, in ambito lavorativo e sociale?

L’omosessualità è sempre un argomento molto delicato da affrontare, ma è giusto che se ne parli. Allora, all’interno della mia famiglia hanno compreso fin da subito il mio orientamento (così almeno mi è stato detto). Ho capito di essere omosessuale prima dei 14 anni. All’inizio pensai che era solamente una fase dovuta alla crescita e a capire che cosa mi stava succedendo, ma più gli anni passavano più capivo che non era una fase ma era veramente quello che ero.

Il mio orientamento sessuale l’ho sempre vissuto con serenità e ho trovato un equilibrio tre la mia disabilità e l’omosessualità. Mi sento fortunato e felice. Non dico che sia stato tutto facile il mio percorso, ma se potessi ritornare indietro rifarei di nuovo tutto.

Anche qui ho voluto portare la mia esperienza di persona in carrozzina omosessuale, perché di omosessualità se ne parla, ma per quanto riguarda la persona in carrozzina lesbica o gay c’è ancora tanto tabù su questo tema. Parlando della mia famiglia e di come vivo il mio orientamento sessuale, posso dire che tutti lo sanno e lo hanno accettato tranne mio padre. Il che mi dispiace, ma penso che infondo sia un problema suo: io sto bene con me stesso.

Secondo te a che punto siamo in tema di amore, sessualità e disabilità?

Si parla più frequentemente di disabilità, amore e sessualità per fortuna! Ma c’è ancora tanto da fare quando si affrontano tali tematiche. Ritengo che non siamo arrivati ad un traguardo effettivo perché si crede ancora che la persona con disabilità non possa amare o essere amata. Niente di più sbagliato. Il linguaggio universale dell’amore è uguale per tutti non esiste alcuna diversità. Bisogna appunto viverla con assoluta normalità.

Spesso quando si parla di amore e sessualità tra persone con disabilità ci sono due frequenti reazioni: chi la vede come una cosa semplice e possibile e chi è totalmente negativo e negazionista. Qual è il tuo punto di vista e la tua esperienza a riguardo?

La mia esperienza personale e stata più che positiva. Ho avuto conoscenze e le mie prime storie sono state con persone non disabili, e tuttora è così. Ritengo che ognuno deve star bene con chi ama indipendentemente che sia disabile o meno, e non dare troppo retta al giudizio e pregiudizio degli altri.

Qual è la trama e la mission del tuo libro “vita su quattro ruote” edito con la casa editrice gruppo C1V? Quali strade ti ha fatto intraprendere con e per gli altri?

La mission del mio il libro è che ogni diversità deve essere rispettata anche se si ha una disabilità perché si può sempre imparare qualcosa di nuovo. Da quando ho scritto questo libro, ho avuto l’opportunità di conoscere tante persone e di dare vita a tante collaborazioni interessanti e costruttive e inoltre questo libro mi ha dato modo di far conoscere la mia storia a livello mediatico e della carta stampata, ma soprattutto mi consente di aiutare altre persone come me e le loro famiglie a rendersi consapevoli della situazione che stanno vivendo. Spero in futuro di continuare ancora su questa strada e fare sempre di più e meglio.

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Presentazione del saggio RaccontAbili

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Intervista a Zoe Rondini per Italia Olistica

Ringrazio i curatori del portale Italiaolistica.it che con questa intervista mi hanno dato modo di narrare di come, con la scrittura e altre forme di comunicazione sono riuscita a realizzarmi ed essere di supporto a tante persone, che direttamente o indirettamente, vivono una condizione di disabilità. Tra i vari argomenti trattati, racconto  i convegni, il progetto nelle scuole, le lezioni universitarie, i progetti futuri, il mio interesse per le discipline olistiche e di come possano supportare il mondo della disabilità.

Come preferisci essere chiamata, Marzia o Zoe?

Grazie per questa intervista. Preferisco essere chiamata con lo pseudonimo: Zoe Rondini poiché mi ricorda il mio ruolo e molti miei traguardi, come spiegherò più avanti. 

Innanzitutto chi sei, ti va di presentarti? Di cosa ti occupi?

Sono una persona con disabilità motoria a causa di un’asfissia neonatale di cinque minuti. Cammino, parlo e mi muovo con qualche difficoltà, ma grazie alla scrittura e a varie forme di comunicazione cerco di aiutare gli altri e ho trovato il mio “posto nel mondo”.  

Mi occupo principalmente di diffondere la conoscenza del mondo della disabilità e della promozione dei diritti delle persone con disabilità. Per raggiungere tale scopo non c’è solo la scrittura, infatti ho la fortuna di parlare nelle scuole con un progetto di prevenzione al bullismo. Ogni anno poi, tengo una lezione al master dell’Università LUMSA, per sensibilizzare i futuri fisioterapisti, logopedisti e psicologi, sull’impatto che la riabilitazione può avere sulla psiche del bambino e sul nucleo famigliare. 

Non mancano poi, vari interventi a convegni ed interviste anche radiofoniche, per parlare della valenza terapeutica della narrazione del sé e di molte questioni legate alla disabilità nell’adulto.    

Sei autrice del romanzo autobiografico “Nata viva”, come nasce e di cosa parla il tuo libro?

“Nata Viva” nasce come un diario: a tredici anni ho cominciato a scrivere per elaborare un lutto famigliare improvviso ed inaspettato. Da grande ho ripreso il racconto della mia vita poiché mi sono resa conto che c’era anche altro che meritava di essere narrato. Il romanzo parla delle mie esperienze dalla nascita agli anni dell’università. Il periodo della scuola è stato pieno di doveri e di ostacoli da superare. Ci sono poi i racconti legati a mia madre e i miei nonni che mi hanno sempre aiutata a migliorarmi. Nella narrazione non mancano i viaggi, i sogni adolescenziali, il tempo libero e molto altro.

Grazie a Matteo Frasca, mio amico e consulente letterario, abbiamo corretto il diario e siamo riusciti a vederlo pubblicato.

Nata viva - Intervista a Marzia/Zoe Rondini

“Nata viva” è diventato anche un cortometraggio: puoi parlarci dell’esperienza?

“Nata viva” nasce come un romanzo di formazione, appunto perché si concentra sulla mia infanzia e adolescenza. Dopo la prima edizione, andando avanti negli anni, ho sentito l’esigenza di raccontare gli elementi più importanti della mia quotidianità: l’autonomia, la patente di guida, la scrittura, gli amici, il rapporto speciale con mia sorella, l’amore. Grazie alla regista Lucia Pappalardo abbiamo scritto la sceneggiatura e abbiamo realizzato il cortometraggio che nel 2016 è stato il primo classificato nella categoria “Corti della realtà” nell’ambito del Premio L’Anello debole al Festival di Capodarco.

Che cos’è Piccolo Genio, quali argomenti tratta? Come lo gestisci e quale è la mission del tuo sito?

Piccologenio.it è un portale di disabilità e scrittura. È attivo dal 2006; anch’esso nasce dalla mia vocazione per la scrittura e la comunicazione. Dopo i vent’anni ho sentito l’esigenza di far leggere i miei primi articoli e racconti al di fuori della famiglia, gli amici, i professori universitari. 

Andando avanti con le mie attività il sito si è molto ampliato, infatti lo aggiorno spesso con articoli che riguardano “Nata Viva” e il mondo della disabilità. 

Ogni volta che tengo una lezione alla Lumsa, partecipo ad un convegno, mi intervistano… pubblico lì il materiale. Penso che facendo ciò posso raggiungere e cercare di supportare molte persone con disabilità e le loro famiglie. In questo senso sono anche importanti i tanti messaggi che ricevo sui social nei quali le persone con disabilità o i genitori, mi chiedono dei consigli su argomenti che tratto in Piccologenio e in “Nata Viva” o mi forniscono feedback positivi dopo aver letto i miei scritti!

A chi ti rivolgi?

I miei progetti di scrittura si rivolgono a chi, direttamente o indirettamente ha a che fare con una situazione di disabilità: insegnanti, studenti, terapisti famigliari, presidi, psicologi, medici.     

Progetti per il futuro? Ancora altri libri?

Vorrei innanzitutto avere altre occasioni di confronto con gli altri perché ogni lezione, convegno e progetto di scrittura a quattro mani è per me un’importante opportunità per conoscere e ascoltare l’altro (in questo periodo grazie al web non sto rinunciando completamente a tali occasioni…)

Sto aspettando, più di ogni altra cosa, che esca il mio secondo libro! Ormai ci siamo: dovrebbe essere pubblicato a dicembre 2020!

Si tratta di un insieme di interviste a persone con disabilità e persone che conoscono bene il mondo della disabilità. L’intento è quello di offrire il punto di vista dei diretti interessati, uscendo dall’ottica di interpellarli solo nei casi migliori o peggiori delle loro/nostre vite. 

Le interviste sono la parte più importante dell’opera e sono suddivise nei seguenti argomenti: famiglia e società, routine, lavoro, arte, amore e sessualità. Non mancano poi gli interventi degli esperti: professori universitari, psicologi, psicosessuologi, registi e attori. Grazie alle risposte di trenta persone, il saggio cerca di parlare di argomenti della vita di ognuno, ma dal punto di vista di chi ha una forma di disabilità. Scopo del libro è poi, suggerire proposte e soluzioni ai problemi principali legati alle disabilità.  Anche in questo nuovo progetto mi auspico di ricevere ed emozionarmi con le narrazioni che, tale lettura, aprirà e suggerirà. 

In Piccologenio parli anche di disabilità e discipline olistiche. A tuo avviso il mondo olistico come può aiutare il mondo della disabilità?

Il mondo olistico ci insegna a prenderci cura non solo del corpo,  ma anche della mente e dell’anima di ogni individuo. La persona deve essere percepita nella sua globalità e in relazione al contesto dove si è formata e nel quale vive. Questo è l’aspetto fondamentale di tale approccio: se un soggetto presenta un deficit, le varie discipline olistiche possono aiutarlo a rilassarsi, portare l’attenzione dove serve di più, valorizzare le sue capacità residue, la mente e la sfera emotiva.

Inoltre molte persone con disabilità incontrano difficoltà a vivere esperienze sentimentali, sessuali o semplicemente a ricevere un abbraccio, una carezza che non sia quella materna. Spesso manca anche una giusta educazione affettivo sessuale; ecco che, a mio avviso un operatore olistico e tantrico può agire su questa parte, valorizzare la persona e aiutarlo a scoprire le emozioni e in certi casi la sessualità. 

Molte persone con disabilità e le loro famiglie vengono a conoscenza degli operatori tantrici e della visione olistica grazie a Piccologenio e ai miei post su Facebook. 

È per colmare queste lagune che sto approfondendo la conoscenza del mondo olistico e della sessualità sacra nell’ottica della filosofia tantrica. 

Anche un intervento medico e riabilitativo sotto l’ottica olistica sarebbe più accettato, tutto ciò a mio avviso va comunicato perché non fa parte della storia occidentale.

Vuoi aggiungere qualcosa? Un messaggio a i tuoi lettori o a chi ancora non ti conosce…

Mi piace salutarvi con la frase conclusiva del mio romanzo:

“Eppure la vita riserva inaspettate sorprese alle persone che nonostante tutto… nascono vive!”

Il romanzo cartaceo e Ebook è disponibile sui seguenti siti:

Società Editrice Dante Alighieri, Amazon, ibs  LaFeltrinelli.  L’e-book è disponibile qui

Il cortometraggio è disponibile su YouTube

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Pagina Instagram: visita la pagina

Intervista pubblicata su Italia Olistica il 20 novembre 2020

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Serietà e competenza nelle discipline olistiche

Intervista ad Elena Antoniotti e Andrea Mion, operatori olistici, formatori e blogger de Ilbenessereolistico.com. Lavorano nella zona di Torino e Biella.

Le tecniche olistiche si dividono in trattamenti quali i massaggi, tecniche teoriche e attività che possiamo svolgere in autonomia. Vi va di spiegare questi tre aspetti e dare consigli a chi si vuole avvicinare al mondo olistico?

Elena: Il mondo olistico è davvero molto vasto e cerca di andare incontro alle esigenze di tutti. Per questo motivo abbiamo discipline pratiche (come massaggi, tecniche di riflessologia e shiatsu), materie più da consulenza (floriterapia, counseling, consulenze naturopatiche in generale) e discipline di auto-trattamento che prendono spunto dalle precedenti o insegnano a gestirsi in autonomia (ad esempio le tecniche di visualizzazione e di respirazione). Non c’è una disciplina migliore delle altre, non c’è un punto migliore per iniziare: ognuno ha il proprio mondo olistico. Secondo me, l’ideale è seguire l’istinto, capire verso cosa si è più portati, attratti e da lì iniziare. Fondamentale è capire che il nostro benessere dipende da noi, che ci dobbiamo dedicare tempo e attenzione, perché quando ci si ammala è troppo tardi. Il mondo olistico è in primis prevenzione, pensare a noi, al nostro star bene fisico ed emozionale, prima di avvertire un qualche malessere. Poi poco cambia, se preferiamo un massaggio o la meditazione, l’importante è essere felici. È questo, in fondo, l’obiettivo finale di ogni disciplina olistica, renderci sereni, felici, soddisfatti delle nostre vite.

La visione olistica, tiene presente la totalità di ogni individuo (corpo, mente e spirito) per questo è anche importante considerare il contesto dove la persona vive. Vi è mai capitato di aiutare una persona a risolvere i conflitti con sé stessa e gli altri? Ci sono aneddoti ed esempi che vi sono rimasti impressi?

Elena: Tendenzialmente chi entra in studio da noi ha un conflitto da risolvere, grande o piccolo che sia. Non sempre c’è un finale felice; risolvere un conflitto significa cambiare degli aspetti e non siamo sempre pronti, i cambiamenti sono dolorosi e richiedono fatica. Un aneddoto… Anni fa è arrivata in studio una signora con una richiesta ben precisa: un ciclo di trattamenti di massaggio californiano, chiamato anche psicoemozionale. È un trattamento nato per dare una svolta all’emozioni, si usano le percezioni fisiche per far staccare la mente e trovare soluzioni a problemi che ci affliggono; un massaggio intenso da ricevere che confonde le idee per poi dare vie di fuga. Ci eravamo viste per un paio di mesi con cadenza settimanale, senza troppi scambi di opinioni; sentivo che aveva bisogno di ritrovarsi, ma non capivo per cosa. E poi alla fine del nostro percorso, mi racconta che cercava la forza di separarsi da un marito despota, a tratti violento e anche grazie alla chiarezza mentale data dai trattamenti ce l’aveva fatta. Certo non solo grazie al massaggio, ma erano stati di grande aiuto.

Poi, di esempi, ce ne sarebbero tanti anche dal punto di vista della formazione … è bello vedere in aula arrivare gente di ogni età che ha voglia di cambiare vita, professione. È stimolante vedere la voglia che hanno di rimettersi in discussione, di voltare pagina lasciando un lavoro che non li soddisfa più per inventarsi di nuovo, anche a 60 anni! Il mondo olistico è energia, che si espande, che evolve e chi si ferma è perduto.

Ad oggi manca un inquadramento professionale per gli operatori olistici al pari di altre figure professionali che lavorano nel settore del benessere. C’è anche da constatare che la domanda e l’offerta, negli ultimi anni, è cresciuta notevolmente. Cosa si potrebbe fare per incentivare gli operatori che lavorano con serietà e dedizione; scoraggiare chi si improvvisa esperto e tutelare i clienti?

Andrea: Come giustamente hai detto, ad oggi per quanto concerne il settore del benessere olistico non vi è ancora un inquadramento professionale come per altre figure Professionali del settore del benessere. Conseguentemente non vi sono ancora registri o albi professionali (ve ne sono alcuni privati ma a livello Nazionale e Regionale siamo ancora in alto mare). Detto ciò la figura dell’Operatore Olistico, oltre ad essere ovviamente lecita, ha saputo ritagliarsi nel tempo sempre più consenso da parte della clientela ed è il motivo per cui siamo fiduciosi che in tempi non troppo lontani si arrivi ad una maggiore definizione della nostra figura Professionale.

La clientela è giustamente sempre più attenta e prima di “affidarsi nelle mani” di un Operatore vuole essere sicura della sua preparazione e spesso chiede di poter verificare il suo percorso di formazione. Questo è un aspetto molto importante poichè se è vero che per lavorare nel settore Olistico non si è obbligati a seguire uno specifico percorso di studi (per assurdo una persona si può definire operatore Olistico anche senza aver conseguito nessun Attestato) è altresi vero che se ci si propone alla clientela come Professionisti è imperativo poter dimostrare in qualunque momento il proprio percorso di studi in modo tale da poter con certezza affermare che la disciplina che viene proposta non sia frutto di sola autodidattica. E’ assolutamente prioritario che l’Operatore si approcci alla propria clientela  in modo serio e consapevole. Confidiamo quindi che con questa sempre crescente attenzione da parte dei clienti si possa con il tempo fare “terra bruciata” intorno a tutti gli operatori che si improvvisano esperti e che oggettivamente danneggiano la categoria di chi ha speso tempo e denaro per formarsi in modo Professionale.

Voi tenete corsi di formazione per operatori olistici, vi va di spiegare il programma didattico. Quali sono stati i feedback più importanti che avete ricevuto dagli studenti e ad oggi quali sono gli sbocchi lavorativi?

Andrea: Nella nostra proposta formativa vi sono sia corsi rivolti a chi desidera apprendere le basi delle discipline sia corsi rivolti alla preparazione Professionale. La formazione è sia in presenza che online. I feedback che più ci piace ricevere dai nostri corsisti, oltre ovviamente a quelli riferiti alla bontà della formazione ricevuta, sono quelli riferiti al fatto che si sono inseriti nel mondo del lavoro con soddisfazione. La figura dell’Operatore Olistico è sempre più ricercata e gli sbocchi lavorativi sono molteplici. La strada seguita da molti è quella di avviare un proprio studio Professionale ma vi sono ottime opportunità lavorative anche lavorando come collaboratore presso strutture del benessere (come ad esempio centri termali, Spa, etc…).

Con il vostro blog Ilbenessereolistico.com vi impegnate a far conoscere il mondo olistico. Ci sono degli insegnamenti, dei messaggi che vi stanno a cuore e sui quali vi impegnate a fare chiarezza?

Elena: Edward Bach – il padre della Floriterapia di Bach – esprimeva un concetto che si ritrova anche nella filosofia hawaiana che è alla base del massaggio Lomi Lomi Nui. Il nostro compito è di essere soddisfatti e felici di noi stessi, perché se lo siamo possiamo contagiare il mondo e renderlo migliore; se si è felici non si può essere cattivi. Ecco…questa la mia utopia!

Poi per scendere un pochino con i piedi per terra… a volte c’è tanta disinformazione sul mondo olistico, il blog nasce per cercare di dare più punti di vista, informazioni, spunti di riflessione. In aula, ai miei “ragazzi” dico sempre di non credere ciecamente a quello che dico, ma di leggere, di studiare, di provare, di mettere in discussione ogni cosa. Non tutti lo fanno, ma tanti sì e sono quelli che ti danno tanta soddisfazione!

Andrea: Devo dire che sono totalmente sulla stessa linea di Elena. Uno dei nostri compiti principali come formatori ed informatori è quello di consapevolizzare il corsista in modo tale che al termine di un percorso, soprattutto di tipo Professionale, possa porsi nei confronti della sua futura clientela in modo serio e Professionale. C’è veramente tanta confusione nel mondo Olistico ed uno dei principali compiti che ci siamo prefissati sin dalla nascita del blog è quello di essere il più informativi possibile cercando di diventare “un faro” positivo nella foschia che a volte avvolge ancora il settore delle discipline Olistiche. Siamo molto felici poiché in circa due anni dalla messa online del Blog sono aumentati sempre di più gli utenti che ci seguono con grande partecipazione ed interazione, direttamente sul sito del blog e sui canali social.

Come vi siete conosciuti e qual è stato il percorso che vi ha portato a lavorare insieme in questo settore?

Elena: Era l’autunno 2008, dopo i miei primi tre anni di studio di Tuinà e Medicina Tradizionale Cinese, cercavo un corso di hot stone massage, il massaggio con le pietre calde. Cercai un pochino sul web e trovai il Centro di Formazione di Andrea e una scuola di Milano. Mandai una mail ad entrambi: Andrea mi rispose quasi subito e un paio di giorni dopo ci incontrammo per la prima volta. Dopo il corso di hot stone, ci furono altri corsi, il percorso di naturopatia e dal 2010 l’inizio della collaborazione per la parte di insegnamento in aula. Da lì un via vai di idee tra cui appunto il nostro blog! Una bella collaborazione, una bella amicizia e una bella condivisione di idee sul mondo olistico.

Volete aggiungere qualcosa che non è emerso nelle domande precedenti?

Elena: Parallelamente al blog è nato anche il nostro mini piano editoriale, abbiamo pubblicato 4 libri fino ad ora: uno sul Bamboo Massage, uno sulla Teoria dei 5 Elementi della Medicina Tradizionale Cinese, uno di iridologia e uno di anatomia. Per me che ho sempre sognato di scrivere una soddisfazione grande! Adesso c’è in pentola il quinto… ma le giornate sono sempre solo di 24 ore!

Andrea: In ottica dell’immediato futuro abbiamo come obiettivo l’ampliamento della già corposa parte dedicata ai corsi online. Visto il periodo storico che stiamo vivendo, ma non solo, riteniamo che la formazione online sia una parte fondamentale per la didattica. Sia come supporto alla didattica tradizionale in presenza e sia come metodo formativo a se.

Sito e social:

Sito: ilbenessereolistico 

Corsi online su Udemy: Qui

FB: Qui

IG: Qui

Telegram: Qui

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Far conoscere le discipline olistiche come sostegno alla persona

Italia Olistica pubblicizza scuole, operatori, attività, eventi… del mondo olistico in tutt’Italia. Quali sono i criteri di selezione e la mission del vostro portale?

La mission del nostro portale è quella di portare il più possibile alla luce e dare il giusto spazio alle decine di eventi olistici che sono proposti ogni giorno in Italia e facilitare allo stesso tempo tramite gli articoli del nostro blog “IO Magazine” la conoscenza di tutte le attività, pensieri novità e quant’altro faccia parte della filosofia olistica.

Gli operatori olistici, i centri, le scuole sul nostro portale, hanno ampio spazio per pubblicizzare liberamente le proprie attività e gli utenti visitatori del portale possono trovare nuove attività e tanto altro ogni giorno.

C’è confusione sulle discipline olistiche, alcuni le seguono per curiosità, altri non le conoscono o le evitano per timore e sospetto. Le discipline olistiche sono tante, può fare chiarezza sulla loro essenze e i loro scopi e dare consigli su come deve essere un operatore olistico qualificato?

Innanzitutto occorre fare una premessa; come in ogni ambito in cui ci imbattiamo è importante che coloro che operano in questo settore siano professionisti seri e che abbiano svolto una formazione professionale e lavorato su se stessi; requisito necessario per poter aiutare veramente le persone. Partirei dal bisogno dell’utente da ciò che sta cercando: se questo cerca una soluzione ai suoi problemi ovvero qualcuno che lo salvi, lo “guarisca” o curi i “suoi mali” delegando la responsabilità all’eventuale terapeuta in questione allora c’è la possibilità che possa trovare una persona non seria che possa manipolarlo oppure che trovi una persona onesta che lo accompagni verso la direzione che la sua Anima ha scelto per il suo massimo bene; in questo caso, le pratiche olistiche possono davvero fare la differenza rispetto ad un lavoro psicologico, analitico ecc; questo perché il percorso olistico comprende contemporaneamente tutti i piani dell’esistenza e le dimensioni dell’essere: mentale, spirituale, emozionale, fisico, animico, dunque è un percorso trasformativo già dal primo incontro.

Il counselor olistico per esempio lavora in questo modo e in pochi incontri, talvolta uno solamente è in grado di far sentire la persona in uno stato energetico completamente trasformato. Ci sono pratiche come il Reiki, il Respiro Circolare, il Focusing che in pochissimo tempo permettono alla persona di ritrovare una centratura, una presenza, un potere personale che era offuscato da un momento di crisi, di disagio, di disperazione.

Gli operatori dovrebbero innanzitutto avere fatto un percorso di formazione ed avere un riconoscimento da parte di una associazione terza come quelle di categorie professionali che ne attestino la competenza e la qualità. Questi riconoscimenti possono essere richiesti ai vari operatori.

La visione olistica (dal greco ὅλος hòlos: totale, globale), cioè che tiene presente  la totalità di ogni individuo (corpo, mente e spirito); come e quanto influisce su campi quali la medicina, la psicologia, la  pedagogia e la sessualità?

La visione olistica migliora ogni ambito della vita e non si pone come sostitutiva o alternativa a questi campi ma migliorativa degli stessi; per esempio la medicina allopatica e la omeopatica diventano così medicina integrata; in ogni caso la visione olistica parte dal considerare l’aspetto globale della persona, e soprattutto dal mettere al centro l’essere umano nella sua complessità non concentrandosi solamente sul “disturbo” da debellare. Uno psicologo che integra per esempio metodologie olistiche, lavora sicuramente ad un livello più profondo e risolutivo, ed è così per ogni ambito.

Quali sono a vostro avviso i servizi più richiesti e perché? Qual è la fascia d’età più incline a queste discipline?

Non credo ci siano attività più o meno richieste, è interessante comunque osservare come accanto alle discipline “più tradizionali”, sto parlando di yoga, reiki, massaggi e tante altre, si affermino spesso e volentieri nuove discipline proposte via via dai singoli operatori che con le loro  proposte sicuramente possono arrivare a coprire tutti gli aspetti dell’aiuto alla persona, qualsiasi sia la problematica. La sperimentazione e la proposta di queste nuove discipline è all’ordine del giorno a dimostrazione della vitalità di questo “mondo”.

Vi è mai capitato di pubblicizzare un annuncio su una disciplina o evento olistico dedicata, o che in qualche modo rivolta, al mondo della disabilità? 

Sono stati pubblicati alcuni eventi dedicati direttamente a chi presenta una disabilità o quanto meno una difficoltà in un qualche campo; invitiamo in ogni caso i nostri utenti a proporre sempre più eventi dedicati in questo senso.

Negli ultimi decenni la domanda e la ricerca di discipline mirate alla crescita personale è aumentata notevolmente. A vostro avviso cosa si è perso nella relazione con gli altri e nel contatto con noi stessi? Di cosa si è veramente alla ricerca e cosa possiamo trovare grazie alla meditazione, allo yoga e discipline simili?

In un’epoca così tecnologica dove bambini ragazzi e anche adulti stanno così tanto davanti allo schermo di un computer o di un cellulare, è chiaro che sia necessario ristabilire un contatto umano; quello che sta succedendo attualmente ci porta invece sempre di più verso un isolamento digitale. Ecco che le pratiche più spirituali come la meditazione e tante altre possono farci sentire collegati anche se siamo distanti fisicamente.

Vuole aggiungere qualcosa che non è emerso nelle domande precedenti?

Questa intervista è stata realizzata grazie alla nostra collaboratrice Dott.ssa Elisabetta Torrini, Pedagogista e Counselor Olistico Supervisor, Direttrice della scuola per Counselor Olistici Il Volo della Libellula e ideatrice del metodo Respiro Evolutivo.  Invito i lettori a conoscerci meglio tramite il nostro portale Italia Olistica e operatori del settore ad inserire i propri eventi.

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Intervista a Mauro T Dante

Mauro T Dante è terapista Emozionale   e  Swami Tantrika TejasAnanda Fondatore della scuola/studio Tantra Temple Academy. 

Come è nata la tua passione per mondo spirituale, lo yoga e delle terapie olistiche?

Tutto è nato dopo di un grave lutto, avvenuto circa vent’anni fa. Sono caduto una profonda depressione. Nel centro dove ero seguito, a causa di questa malattia, si svolgevano incontri di yoga e mindfulness come parte della terapia. In quel periodo, a seguito di una educazione religiosa molto rigida ricevuta dalla mia famiglia, non apprezzavo tali pratiche. Con il passare del tempo, ne ho scoperto i benefici e me ne sono innamorato. Da lì è cominciata la mia ricerca personale nel mondo olistico e dello yoga.


Ho letto che il tuo punto di svolta è arrivato con l’Iniziazione Tantrica avvenuta al termine di uno stage di quattro anni presso “L’Istituto di Tantra Maithuna” e che successivamente ti sei formato con i maestri Daniel Odier e Shri Param Eswaran. Quali ritieni che siano gli insegnamenti più preziosi che hai ricevuto durante il tuo percorso formativo?

Tutte le esperienze del mio percorso hanno segnato dei profondi cambiamenti, aprendomi alla conoscenza e alla consapevolezza.

I Zadra i maestri dell’Istituto di Tantra Maithuna mi hanno trasmesso l’amore per la disciplina e la costanza nelle pratiche Yogiche e tantriche e nei vari rituali personali di purificazione, trasmutazione e potenziamento dei propri talenti (pratiche che sono le prime chiavi di un percorso Tantrico). Shri Param Eswaran, mi ha trasmesso la leggerezza e la capacità di far scivolare via i carichi della vita insegnandomi la gioia nel lasciare andare.

Come definiresti l’amore e l’erotismo in un’ottica tantrica?

Purtroppo l’odierna concezione occidentale dell’erotismo e dell’amore è il risultato di una cultura che troppo spesso ha associato questi sentimenti a dei tabù, con conseguenti omissioni e demonizzazioni sulla sessualità. Per questo spesso tendiamo a nascondere le nostre naturali pulsioni sessuali dietro a sentimenti come paura, vergogna e senso di colpa. Ciò detto ci impedisce di vivere a pieno: ci sentiamo talvolta insoddisfatti o costretti in relazioni che, in alcuni casi, ci possono fare ammalare fisicamente, emotivamente e psicologicamente.

Il Tantra scardina tutta questa deformità, riportando sacralità nella sessualità e nell’amore stesso. Liberi da preconcetti e sensi di colpa il tantrismo ci insegna ad usare l’Eros come elemento che ci spinge verso gli altri, verso la bellezza.

L’amore insegnato nel Tantra è un Amore per se stessi, una crescita personale che serve a spogliarci da tutte quelle ferite in cuoi siamo nati e cresciuti. Soltanto con il cuore aperto e puro si può essere pronti a quel tanto mitizzato (ma reale) Amore infinito e incondizionato.

Quali tipologie di persone potrebbero più beneficiare del Tantra?

In modi diversi tutte le persone potrebbero beneficiare del potere del Tantra. Dividendole in tipologie, se consideriamo la pratica del tantrismo in chiave terapeutica o di guarigione vedrei tra i più:

  • le donne, vista la loro secolare sottomissione e strumentalizzazione della loro natura sessuale e psico-emotiva;
  • le persone che hanno subito traumi e maltrattamenti: il Tantra può essere un importante strumento di cura e guarigione;
  • le persone disabili per restituire naturalezza al corpo che spesso viene solo toccato meccanicamente da medici/terapeuti.

Inoltre il Tantra può aiutare anche chi, per svariati motivi, vive una situazione di solitudine e di conflitto con se stessi o con il sesso opposto al loro e chi non ha un buon rapporto con la propria sessualità.  Infine il Tantra può essere utile anche alle coppie, per scoprire un modo intenso nella loro unione.

Che cos’è per te il Massaggio Tantrico? Non tutti sanno che risveglia la potente energia creativa della kundalini, che la sua risalita attraversa tutti chakra. Ti andrebbe di spiegare questo meccanismo?

Per me un massaggio tantrico è un rituale sacro, non soltanto per la profondità emozionale di questa pratica, ma anche per la potente interazione tra energia e spirituale che si sviluppa.

Descrivere gli effetti e le sensazioni di una sessione di massaggio tantrico è abbastanza arduo, in quanto oltre al piacere del tocco, il massaggio agisce in maniera profonda sugli stati emozionali di chi lo riceve.

Il rituale crea un coinvolgimento sensoriale totale in quanto tocco, respiro, profumi, luci e suoni si uniscono in una armonia simile ad una danza di emozioni ed energia,  che porta colui che lo riceve a scivolare in una profonda meditazione. In questo stato le energie sono più libere di muoversi e attivare il naturale riequilibrio di quei chackra che sono più in sofferenza.

Il Tantra, come altre pratiche olistiche, rimuove la “sporcizia emotiva” e aumenta notevolmente il flusso dell’energia vitale, affinché tutto possa tornare a scorrere correttamente. Questa esperienza riporta la persona nel suo “qui ed ora” facilitando uno stato di equilibrio.

L’ascolto e l’apertura permettono poi alla energia vitale e sessuale della Kundalini  di scorrere libera in tutto il corpo andando a guarire le ferite emozionali e potenziando tutte le qualità dell’individuo. Anche in questo caso, la risalita della Kundalini, può essere vissuta e percepita in modi diversi da persona a persona, si può presentare come un formicolio diffuso in tutto il corpo e con tremori e spasmi più forti. In maniera più intensa e prolungata è simile a quell’emozione a quel brivido interiore di piacere che provoca la pelle d’oca quando ad esempio ascoltiamo particolari brani musicali, quando ci troviamo davanti a spettacoli della natura che ci tolgono il fiato ecc…

L’attivazione di questa energia non termina con il rituale, ma continua ad essere percepita anche nei giorni successivi donando una sorta di potenziamento totale della persona in tutti i sui aspetti esteriori ed interiori.

Secondo il Tantra, l’amore è sacro in quanto l’uomo è la manifestazione terrena del Dio Shiva e la donna della  Dea Shakti. Perciò quando una coppia è in fusione amorosa significa che vi è un incontro tra due Divinità: l’una rappresenta l’energia maschile e l’altra quella femminile. Cosa cercano le persone nell’esperienza tantrica?

L’essere umano anela ad unirsi al divino e ha inventato molte filosofie, religioni e pratiche per realizzare questo desiderio. Il Tantra per l’appunto usa la potente energia vitale della sessualità come mezzo per arrivare a sperimentare e godere della potenza del Dio Shiva, l’incarnato dell’energia cosmica Maschile, e della Dea Shakti, l’incarnato dell’energia cosmica Femminile.

In molti pensano al sesso tantrico come un modo più erotico e esotico di fare l’amore per ore e ore. Questa purtroppo è solo una visione falsa e stereotipata.

Prima di parlare di sesso tantrico è necessario fare un passo indietro e vedere dove e che tipo di sessualità viviamo…

Il sesso, per quello che ci è stato insegnato dalla società, anche se appagante e soddisfacente è, come dice Osho, semplicemente un masturbarsi e godere con il corpo di un’altra persona. Il sesso senza sentimento spesso diventa un atto meccanico, che, alla lunga, può generare tristezza, senso di vuoto e insoddisfazione.

Fare l’amore alimenta il sentimento amoroso reciproco; è un’esperienza piena, soddisfacente e nutriente per la coppia stessa.

Il sesso tantrico, non è tanto l’atto in sé, ma la consapevolezza e la capacità di vedere e sentire nel partner la divinità di Shiva/Shakti in tutta la loro potente manifestazione. Nell’unione tantrica i partner si aiutano a vicenda a creare la manifestazione del Dio-Dea nell’altro e solo allora si può vivere ed esperimentare l’incontro divino e l’estasi totale.

Molte persone si affacciano alla sessualità tantrica per esplorare una sessualità più espansa, per il desiderio di sentirsi veramente amati, rispettati e accettati. Avvicinarsi alla sessualità sacra/tantrica è un percorso intenso e richiede tempo e dedizione.  La prima difficoltà è trovare Maestri veramente preparati, formati ed in vera apertura alla via tantrica. Purtroppo in mezzo a tanta confusione non è sempre facile questa ricerca.

Negli ultimi anni la domanda e l’offerta dei massaggi tantrici sono aumentate a dismisura. Secondo te come mai le persone lo ricercano così tanto? Sono aumentate anche le persone che lo praticano senza un’adeguata formazione… che “caratteristiche” deve avere un operatore tantrico e che consigli daresti ai potenziali clienti per evitare le “truffe”?

Purtroppo la società ed l’educazione odierne (ancor prima del covid) portavano gli individui ad essere sempre più soli, ancor di più oggi che si è diffusa la di paura della vicinanza di un altro umano e vietato il semplice e naturale toccare o essere toccati.

In queste condizioni è normale che molte persone cerchino il Tantra. Magari inizialmente per curiosità sui tanti miti, ma spesso questa ricerca è finalizzata al sopperire l’enorme mancanza di contatto, cura ed affetto che spesso in momenti e situazioni diverse della nostra vita abbiamo vissuto.

Sfruttando l’aumento di domanda, purtroppo molte persone con pochi scrupoli e senza un vero cammino personale alle spalle si improvvisano operatori e operatrici tantrici, falsi maestri e guru. Il più di queste persone sono mosse solamente dall’avidità, da depravazioni sessuali o ancor peggio solamente per mascherare una forma esotica di prostituzione.

Tuttavia, ci sono veri tantrika (operatori/trici, guide e Maestri/e). Un modo semplice ed efficace per discernere tra un vero tantrika da un falso è fare molte domande prima di prendere un qualsiasi appuntamento come ad esempio…

  • Quale sia stata la loro formazione
  • Il loro lignaggio (discendenza data dai loro maestri)
  • A quale via del Tantra (mano destra o sinistra) offrono le loro pratiche
  • Quale stato ed è ora il suo percorso di crescita personale
  • Cosa lo ha spinto/a verso il Tantra

Più domande ponete, esaminando le reazioni e le risposte ricevute, più sarà facile distinguere un vero tantrika.

Un tantrika serio, oltre ad una vera formazione dimostrabile, ha alle sue spalle un cammino di crescita personale. In genere un buon massaggiatore/trice tantrika è formato oltre al Tantra anche in altre discipline olistiche e comunque è una persona spinta dal desiderio di essere d’aiuto, supporto, guarigione ed elevazione verso il prossimo.

È importante anche valutate che il valore economico richiesto dal tantrika sia equo chiedendo.

Mauro Tiziano Dante                  

Veneziano di nascita nel 1977, al termine degli studi artistici, si appassiona al mondo spirituale dello yoga e delle terapie olistiche.

Comincia la sua formazione nel 1999 presso la “Scuola Nazionale di Massaggio Diabasi”, con l’abilitazione di Operatore per il Massaggio Olistico.

Spinto da una grande passione, approfondisce attraverso stage e seminari la sua preparazione nel Massaggio Sportivo, Massaggio Decontratturante, Massaggio Ayurvedico,   Massaggio Thailandese, Massaggio Emozionale, nella fitoterapia, l’aromaterapia, la cromoterapia, la Pnl e psicosomatica nella lettura del corpo.

Approfondendo attraverso un percorso personale e formativo delle spico-dimaniche emozionali delle strutture caratteriali si forma come insegnante di Yoga Bio Energetico.

Il suo punto di svolta arriva con l’Iniziazione Tantrica avvenuta al termine di uno stage di quattro anni presso “L’Istituto di Tantra Maithuna” e successivamente formato con i maestri Daniel Odier,  Shri Param Eswaran e molti/e altri/e. Tali esperienze lo hanno profondamente cambiato interiormente, riscoprendo una Spiritualità che evolvendo sta cambiando ogni aspetto della sua esistenza.

Comincia il suo percorso lavorativo collaborando presso studi e associazioni, per poi aprire il suo studio privato La Ninfea Studio Olistico ora chiamata Terapia Emozionale. Attualmente oltre al suo studio, collabora presso Spa e presso i centri benessere negli hotel veneziani

Per divulgare i benefici delle pratiche Olistiche del massaggio, partecipa a importanti fiere del benessere, manifestazioni e festival del benessere ed organizza workshop e corsi esperienziali con l’intento di trasmettere la sua passione e conoscenze nel massaggio Olistico.

Come docente, collabora con la “Conscientia Academy” per la formazione professionale degli operatori olistici del benessere.

Oggi, offre ai suoi clienti trattamenti di riequilibrio grazie alla sua sensibilità e passione nell’arte del massaggio olistico oltre a proporsi come guida in percorsi di crescita professionale nel mondo del massaggio Olistico.

Collaborazioni:

Come terapista olistico, collaboro nelle Spa di alcuni Luxury Hotel  di Venezia.

Presso altre associazioni e fondazioni porta i suoi corsi di massaggio olistico, percorsi di crescita personale e percorsi di Tantra in giro per la nazione.

Assieme a Caterina Crespan, terapista Bioprano e Yogina Tantrica, condividendo il sogno comune di creare un luogo di divulgazione olistica, abbiamo fondato l’Associazione Culturale Olistica “Ananda Ashram”.

Assieme a altri Maestre/i  Tantriche fonda nel 2018 l’accademia “Tantra Temple Academy” per divulgare e trasmettere parte della sua esperienza di guarigione attraverso il Tantra.

Nota: come blogger mi interessano i diversi punti di vista, i vissuti e le esperienze delle persone. Ognuno vive la filosofia del Tantra, l’amore e l’erotismo interpretandoli. Ciò detto, se una persona mi dice cose assolutamente contrarie al mio modo di pensare è chiaro che non gli do spazio. Altresì se c’è qualche idea “opinabile” cerco di rispettarla anche se non la condivido pienamente.

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Competenza e passione sono le basi di questo mestiere. Intervista ad un operato tantrico

Intervista a Roberto, operato tantrico di Genova. Esperto di massoterapia, massaggio occidentale e massaggio orientale; oltre che di massaggio Shiastu e Thailandese. Pratica Wing Chun Kung Fu da oltre dodici anni.

Tu sei un operatore tantrico. Ci vuoi parlare del tuo lavoro spiegando cos’è per te il massaggio tantrico e su cosa si basa?

Professionalmente, ciò che faccio è soprattutto una passione oltre che un lavoro. Sono specializzato nel massaggio Tantra Yoni, cioè tratto solo le donne.

Questo tipo di massaggio per me è un’arte. Come un pittore o uno scultore cerco, con le mani, di creare ogni volta un capolavoro e a detta delle mie clienti ci riesco abbastanza spesso.

Il massaggio tantrico si basa sul riequilibrio dei Chakra; per questo il Tantra è destinato a chi vuole trovare nuovamente il proprio equilibrio psico-fisico sbloccando i punti fondamentali: i punti Chakra che determinano sia la riscoperta della propria sessualità che il rilassamento del corpo. Il massaggio Tantra è una combinazione potente e ben equilibrata tra energia sessuale, massaggio e spiritualità.

Come definiresti l’amore e l’erotismo in un’ottica tantrica?

L’amore nell’ottica tantrica, al contrario di come lo intendiamo noi, non è possedere l’altro o annullarsi per l’altro. Nel Tantra questo sentimento è inteso come qualcosa che non chiede nulla in cambio: è disinteressato, può essere paragonato a quello che normalmente lega genitori e  figli. Le emozioni, l’erotismo e il sesso sono considerati, nella letteratura tantrica, come naturali desiderabili da praticare liberamente tenendo conto della sacralità del corpo. Essi sono veicoli per avvicinarsi alla divinità.

Praticare il massaggio Tantra, mi ha fatto scoprire un nuovo mondo e mi ha consentito di vivere la sessualità nella piena libertà.

Quando si parla di Tantra, molte persone pensano alla legenda delle sei ore di Sting. Eppure l’aggettivo “tantrico” è legato al concetto di amore e ad una concezione generale e profonda della vita. Ti va di fare chiarezza su che cos’è il Tantra e, in caso, cosa ti ha fatto scoprire?

In realtà quando parliamo di Tantra stiamo parlando di una pratica seria, millenaria, di origine indiana nella quale l’unico scopo è vivere qui e ora.
Non è un trattamento qualunque e il modo di “reagire” a questo tipo di massaggio varia da persona a persona.

Il massaggio tantrico viene eseguito con movimenti molto lenti e il massaggiatore si prende totalmente cura della persona che lo riceve. Obbiettivo principale  è quello di aprire i primi chakra, quelli più bassi, connessi con la sessualità.

La parola “chakra” in sanscrito significa “ruota”. Nella tradizione indiana i sette chakra sono centri energetici, collegati l’uno all’altro e si trovano lungo la colonna vertebrale.

Nel caso vi siano blocchi lungo il percorso l’energia di tutta la persona ristagna. Sbloccare l’energia del primo chakra, legato alla sopravvivenza, alla sessualità, alla forza vitale e all’istintività è il modo  per risvegliare tutti gli altri chakra.

 

Riattivando i Chakra si rimette in circolo l’energia della Kundalini. Ti va di parlare di questo procedimento?

La kundalini è l’energia e viene rappresentata nella cultura tantrica come un serpente arrotolato alla base della colonna vertebrale.

Nel Tantra, per risvegliarla, si usano tecniche mirate alla riattivazione dei sette chakra, soprattutto sul primo e più potente il “muladhara”: il chakra legato alla sessualità che si trova nella zona perineale. Per questo motivo il massaggio Tantra prevede il tocco nella zona genitale.

Purtroppo non esiste una vera e propria qualifica per diventare operatore tantrico, non c’è un albo o una scuola. Ognuno può interpretare questa professione a modo suo. Vuoi dare un consiglio a chi intende diventare un operatore qualificato e a chi vorrebbe provare un massaggio olistico, ma ha paura di capitare in mani poco esperte?

Agli aspiranti operatori olistici consiglio di frequentare una buona scuola (difficile da trovare) e di approcciarsi a questa professione solo se si è animati da grande passione.

Altresì, a chi vuole provare questo tipo di massaggio, suggerisco di seguire il consiglio di chi magari lo ha già fatto e, quindi, possa indicare un operatore serio e qualificato. Una volta provato il trattamento, valutare in base alle proprie sensazioni, se sia il caso o meno di proseguire con quel massaggiatore.

In base alla tua esperienza che topologia di persone ricercano un massaggio tantrico e perché?

A mio parere, ci sono due categorie di persone che chiedono un massaggio tantrico. La prima è composta da chi è nel settore olistico; ad esempio chi pratica Reki o Yoga. Con loro non ho avuto nessuna difficoltà: sanno rilassarsi e sono consapevoli di cosa aspettarsi da un massaggio tantrico.

L’altra categoria è composta da chi cerca un massaggio sensuale, per provare nuove emozioni. Lavorare con tali persone è più complicato poiché hanno delle aspettative sessuali molto elevate; sono perciò più tese a livello fisico e mentale.

Nella seconda tipologia di persone, di solito non c’è molta consapevolezza su cosa sia il Tantra.

Ti è mai capitato di fare un massaggio tantrico ad una persona con disabilità?
Ho fatto trattamenti a persone disabili ma si trattava di massaggi rilassanti o decontratturanti. Non mi è mai capitato di fare un massaggio Tantra ad una persona disabile ma lo farei volentieri.

Nota: come blogger mi interessano i diversi punti di vista, i vissuti e le esperienze delle persone. Ognuno vive la filosofia del Tantra, l’amore e l’erotismo interpretandoli. Ciò detto, se una persona mi dice cose assolutamente contrarie al mio modo di pensare è chiaro che non gli do spazio. Altresì se c’è qualche idea “opinabile” cerco di rispettarla anche se non la condivido pienamente.

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Intervista ad Antonio Giuseppe Malafarina

Pubblico con molto piacere il racconto di vita di Antonio Giuseppe Malafarina, giornalista della redazione InVisibili del Corriere.it, autore e poeta.

Si tratta di un’ intervista appassionata che porta con sé  tante riflessioni sui diritti, l’accessibilità, il lavoro, il mondo universitario, il Dopo di Noi, la famiglia, l’amore, il diritto alla salute e molto altro. I passaggi più appassionanti  riguardano la scrittura e l’amore. Ringrazio  Antonio Giuseppe per il suo racconto prezioso ed intenso.

Quest’intervista è stata pubblicata anche su Superando, importante testata con la quale Antonio ed io collaboriamo. 

Ciao Antonio e grazie per la disponibilità a questa intervista. Leggendo la tua storia emerge subito un punto di svolta, un momento a partire dal quale tante cose sono cambiate e hai dovuto imparare a convivere con una disabilità. Come hai vissuto questo passaggio? Quanto tempo ci è voluto per prendere confidenza con la tua nuova vita?

Il punto di svolta è stato il 13 settembre dell’88, ma non è stato un punto di svolta come si potrebbe immaginare.

Era l’ultimo giorno di ferie in Calabria, l’esame della patente di guida superato tranquillamente e un ultimo tuffo con gli amici. In verità venuto maluccio ed ecco che immediatamente mi ritrovo tetraplegico e senza respirare.

Per fortuna c’è un medico che mi aiuta, il classico colpo di fortuna da film.

Mi portano vigile in ospedale e non sanno cosa fare. Dicono che non arrivo a sera. Non bravi a fare previsioni.

I miei fanno di tutto per portarmi a Milano, dove abitiamo, mi risveglio dai sedativi nel cuore della notte di quel giorno giorno nell’allora centro fra i più avanzati per il trattamento acuto delle lesioni spinali in Lombardia, l’ospedale di Legnano.

I miei hanno fatto grandissimi sacrifici per salvarmi la vita. Situazione critica per una quindicina di giorni e poi si stabilizza. Paralizzato in un letto di ospedale, senza per nulla chiaro il mio futuro, prendo atto della condizione e rivendico il mio ruolo sociale.

La mia vita continua, qualcosa farò.

Dunque, non c’è stato, nella mia storia, il dramma dell’impatto con la disabilità. Ne ho preso coscienza e sono andato avanti. L’ho subito considerato come un fatto acquisito ormai ineludibile. Per questo, dal punto di vista caratteriale, non posso parlare di una cesura fra prima e dopo il tuffo.

Anzi, c’è una continuità: io ero lo stesso benché in un’altra condizione.

Dopo 15 mesi di rianimazione, di cui tre in Francia per l’applicazione di un pacemaker diaframmatico per respirare da solo, sono tornato a casa. All’epoca ero una delle poche persone non autosufficienti e con compromissione del respiro a casa in Italia.

Per questo c’è stato bisogno di due genitori straordinari, di grandi amici, di disponibilità sanitaria e di forza di carattere. Non solo mia. Vogliamo metterci anche un po’, un bel po’, di fede in Dio? Aggiungiamola.

Appassionato di meccanica, a seguito dell’incidente, hai esplorato nuove e diverse opportunità, senza precluderti nulla, come racconti tu. Poi l’approdo alla scrittura e alla comunicazione, delle quali riesci a sfruttare tutto il potenziale a servizio di una maggiore conoscenza e consapevolezza sul mondo della disabilità. In che modo, a tuo avviso, è cambiata negli anni la percezione della disabilità e la narrazione di questa?

I giovani danno per scontato che il mondo della disabilità sia fatto come lo trovano ora, cioè che si debba lottare per il rispetto dei diritti.

Bisogna ricordare che trent’anni fa e passa, però, non c’erano nemmeno i diritti. Non si trattava di chiederne il rispetto, si trattava proprio di chiedere che venissero sanciti.

Il divario da allora è enorme.

Le cose continuano a non funzionare bene, ma funzionano meno male di prima. Faccio un esempio. Oggi ti discriminano a scuola, una volta praticamente no. Non tanto perché la gente era migliore, bensì perché a scuola nemmeno ci arrivavi, tante erano le difficoltà da superare. Oggi abbiamo lo sport paralimpico, con campioni che il mondo ci invidia. Fanno persino pubblicità a prodotti che nulla hanno a che fare con la disabilità. Fino ad alcuni anni fa certi marchi disdegnavano essere accostati alla disabilità.

Se le persone con disabilità oggi arrivano sui media vuol dire che qualcosa è cambiato. Vuol dire che, almeno ufficialmente, c’è maggiore livellamento tra persone disabili e non. Poi resta il fatto che la mentalità non si cambia in un giorno, quindi resta ancora molta discriminazione. I media ne parlano, alcune volte ci ricamano. C’è un problema di linguaggio, nei media. Bene che si parli di disabilità e non solo in chiave negativa, ma bisogna trovare il registro giusto. Le persone disabili devono essere trattate obiettivamente. Non siamo solo eroi o sventurati perché siamo disabili. I media devono imparare a usare i toni e il linguaggio giusto. Perché la disabilità, come la politica, lo sport, l’economia e ogni argomento specifico, ha il suo linguaggio.

Ci vuoi raccontare il tuo rapporto con la scrittura? Da dove nasce questa esigenza e vocazione? Come vi siete incontrati?

Per me scrivere è confrontarsi con se stessi ad alta voce. Ogni volta che butti giù una parola e la concateni con le altre per esprimere il tuo pensiero compi un processo che ti mette in relazione profonda con il tuo essere. In questo processo hai l’opportunità di mettere a confronto i tuoi pensieri. E i tuoi pensieri con quelli degli altri.

La mia esigenza espressiva, pertanto, nasce dal desiderio di rapportarmi con me stesso. E di farlo in maniera tanto tangibile da averne una traccia scritta.

Che, poi, quando scrivi e hai le cose davanti ci ragioni meglio.

Non so bene da dove nasca questa esigenza, ma ti posso dire che quando ero in Francia, nel 1989, mi diedero la possibilità di scrivere con un computer. Io, paralizzato, potevo usare un computer per scrivere: non mi sembrava vero. Chiesi di poter scrivere quello che volevo e mi lasciarono fare. Un’ora a settimana, mi pare, nel laboratorio di ergoterapia.

In Italia quasi  non c’erano i computer e lì, in un ospedale, io potevo usarne uno per scrivere.

In tre mesi ho scritto una lettera e un paio di racconti. Con un sistema primitivo, per cui sul monitor scorrevano le lettere dell’alfabeto e io dovevo pigiare un pulsante con la testa quando desideravo battere la lettera che mi interessava. Sembra, ed è, un processo impegnativo. Ma quando sei motivato la fatica si mette da parte.

Ho letto che hai una brillante carriera, ma hai trovato degli ostacoli nel mondo universitario per via della tua disabilità. A tuo avviso, cosa è mancato e cosa si potrebbe migliorare nell’università per andare incontro alle esigenze degli studenti con disabilità?

All’epoca, parliamo della metà degli anni ‘90, in Statale a Milano c’era già un servizio di volontariato che aiutava le persone con disabilità a muoversi in università, a prendere appunti e a sbrigare un mucchio di pratiche. Ragazzi bravissimi.

Non ce l’ho fatta perché non avevo gli strumenti.

Studiare bene voleva dire consultare molti libri, più di quelli richiesti, e non c’erano libri digitali. Dovevo arrangiarmi con uno strumento meccanico che girava malamente le pagine e non gradiva tutti i libri. Oggi la tecnologia aiuta molto le persone con disabilità. Di più può essere fatto nell’ambito del rapporto personale fra università e allievo. Bisogna rendere l’apparato dell’istruzione sempre più flessibile, capace di rispondere alle esigenze del singolo. Se c’è bisogno di interrogare fuori orario lo si faccia. Se una prova scritta richiede che sia adattata in un certo modo lo sia. Inoltre: temo ci siano aule dove le persone con disabilità non possono entrare per questioni di barriere e l’abbattimento si scontra con il valore artistico dell’aula, che non può essere toccata poiché bene di interesse culturale. Ecco, facciamo in modo che le persone con disabilità non debbano mai rinunciare a frequentare luoghi prestigiosi per via delle barriere. Rispetto per le barriere, ci sono luoghi che probabilmente non saranno mai accessibili, ma se quel luogo non è accessibile se ne trovi un altro di pari dignità da mettere a disposizione accessibilmente. Se non esiste si conferisca prestigio a un ambiente accessibile.

Attraverso la tua attività e le tue parole promuovi l’importanza del vivere dignitosamente. A tal proposito, mi viene in mente l’appello di molti genitori al fine di realizzare un programma concreto per il “Dopo di Noi” e migliorarne la legge. La paura più ricorrente è che i figli, raggiunta l’età adulta, finiscano in istituti mal gestiti. Perché, in molti casi, è così complicato avere una prospettiva di vita soddisfacente? Cosa si potrebbe cambiare per migliorare la qualità della vita di molte famiglie nel “Durante Noi” e nel “Dopo di Noi”?

Sulla carta la situazione è semplice: guardi alle esigenze di una persona con disabilità, vedi quello che fa la famiglia e, affetti a parte, crei un apparato che sostituisca la famiglia. Costoso, certo, ma questa è la soluzione. Pare giusto che le famiglie, pur con tutto l’amore che ci mettono, debbano fare qualcosa che spetterebbe allo Stato fare? Perché le famiglie sono obbligate a prendersi cura della persona? Lo Stato se ne approfitta.

Detto questo, non mi piacciono le politiche sul dopo di noi che sono state adottate perché, quando i miei non ci saranno più, ma anche ora che sono anziani, io avrò enormi difficoltà. Non ho la certezza che potrò continuare a vivere nella mia casa, adeguatamente assistito, pur provvedendo io stesso alle spese per la casa, l’alimentazione, l’abbigliamento e via dicendo.

Abbiamo risolto la questione del dopo di noi? No. Abbiamo creato un sistema che favorisce certe pratiche, come la coabitazione, ma non è questa la risposta giusta alla domanda. Mi duole che ci siano tante famiglie che fanno una fatica terribile a mettere da parte qualche spicciolo per quando i loro figli rimarranno soli e questi spiccioli siano considerati ricchezza.

Se metti qualche cosa da parte lo Stato ti considera ricco, non vede che quel patrimonio serve a rispondere all’esigenza di sopravvivenza cui lo Stato stesso non risponderà quando la persona resterà da sola. Così ti beffa due volte: una perché al momento del bisogno non ti dà quello che ti serve e due perché mentre ci sono i tuoi considera ricchezza il tuo patrimonio, e te lo tassa o ti toglie servizi. Le politiche sul dopo di noi, per esempio, non potevano detassare i patrimoni delle famiglie di persone con disabilità gravissima? Non si poteva fare in modo che il patrimonio non venisse considerato ricchezza ma cumulo per sussistenza? Mi sembra elementare. Non è stato fatto.

Prima che diventassi giornalista, nel 2007 è uscito il tuo libo: “Intervista col disabile”, scritto con la giornalista Minnie Luongo, edizioni Franco Angeli e ti sei dedicato alla poesia con il testo “Poesia” edito da Rayuela edizioni. Qual’è la forma di scrittura che più prediligi e perché?

Il mio primo amore è la prosa. Sono approdato alla poesia per caso: un concorso in una parrocchia vicino casa, non ricordo neppure perché, mi aveva interessato.

Passo molto tempo a scrivere in prosa come giornalista e scrivo versi di quando in quando. Non mi ritengo un poeta e di me dico che non scrivo poesie, faccio solo versacci. Trovo che fra scrittura in versi e scrittura in stile giornalistico vi sia molto in comune: entrambi i metodi richiedono sintesi e compiutezza di parole. Quindi salto dalla prosa alla poesia con discreta disinvoltura.

Quali ritieni che siano le qualità del tuo carattere, le competenze e le persone che ti hanno maggiormente aiutato nel percorso di crescita personale e professionale? Vuoi dare un consiglio a chi ti vede come un modello da seguire?

So di essere una persona coerente e questo, alle volte, diventa un difetto. Non sono zelante, però mi piace che le persone siano rispondenti nel loro agire a quello che dicono. Quando non lo fanno mi indignano o deludono. Nell’essere coerenti bisogna tenere conto che si possa anche essere incoerenti qualche volta, perché la coerenza concepisce di poter cambiare punto di vista.

Ad ogni modo la coerenza diventa un’arma a doppio taglio perché le persone coerenti qualche volta non vengono ben viste. Detto questo, sono stato aiutato da moltissimi e sono a tutti riconoscente. Cerco di aiutare perché credo nella potenza del fare rete. Credo nella comunità. Non penso di essere un modello da seguire, anche se ti ringrazio per averlo pensato. Essere un modello vuol dire assumersi delle responsabilità. Io me ne assumo comunque. Perché per stare al mondo devi assumerti delle responsabilità.

Da adolescente mi sono assunto quella di essere me stesso. Facile a dirsi, perché se uno ha dentro un sé malvagio non è bello che sia semplicemente se stesso. Quindi mi sono impegnato e mi impegno per essere un me stesso migliore. Cerco di trarre il massimo dei buoni valori della società per acquisirli e a mia volta diffonderli. Pertanto dico alle persone di non cercare di essere altri da sé, bensì di migliorare il proprio sé affinché sia il più utile possibile al benessere di tutti.

Hai dichiarato che credi nella collettività, nella capacità delle persone, nella bellezza e in Dio. Hai scelto cose non da poco! Vorresti raccontare come questi elementi si declinano nella tua vita?

Si declinano con il mio essere. Cerco una bellezza interiore che si nutre di quella intorno e, certamente, non è solo estetica. Non mi nutro della mia bellezza, bensì di quella che trovo negli altri e che non si ferma all’apparenza.

La collettività ha il suo aspetto affascinante nell’essere sistema dove si opera solidalmente per andare avanti tutti insieme, almeno nell’ideale. Le persone mi conquistano quando fanno qualcosa di bello, e basta poco, alle volte basta un’occhiata.

Dio è un’entità che mi ha catturato molti anni fa e che vivo con senso critico, benché in una certa parte insondabile, altrimenti non sarebbe fede. Riassumendo, perciò, credo nell’universo, che è capace di meravigliarmi. Credo nella meraviglia.

Oggi si fa più attenzione al politically correct. Quali sono i termini che ritieni più opportuni legati al giornalismo sociale? A tuo avviso qual è il rapporto tra la terminologia e la realtà quotidiana?

Il linguaggio sbagliato è figlio di ignoranza e l’ignoranza indica un malessere. Nell’ignoranza si può essere vittime degli altri e dall’ignoranza si può uscire.

Dico che il linguaggio è figlio dell’ignoranza perché il linguaggio sbagliato proviene o dalla non conoscenza dei codici o dalla volontà di sopprimere qualcuno. I totalitarismi usano linguaggi sbagliati, cioè giusti ai loro occhi ma inappropriati verso la dignità umana, e qui sta l’ignoranza dell’oppressore, nell’ignorare con la sua sopraffazione i diritti altrui, ecco perché ritengo ignorante chi deliberatamente usa il linguaggio sbagliato.

L’ignoranza va combattuta, superata, che sia veniale o intenzionale. Secondo me oggi assistiamo a un imbruttimento della terminologia. Usiamo un limitato numero di parole, per colorire i discorsi ricorriamo alle parolacce e appena possiamo demandiamo a concetti precompilati, come i disegnini. L’impoverimento sembra figlio di un generale depauperamento di pensiero, senz’altro di una pigrizia che non giova. Il rischio è che l’impoverimento del linguaggio impoverisca il pensiero, perché se eviti lo sforzo di esprimerti in una certa maniera finisce che poi ti esprimi per luoghi comuni. Quanto ai termini del sociale vorrei parlare di termini della disabilità, che più mi competono. Ma il discorso è lungo perché il lessico della disabilità è fatto di poche ma decisive regole che vanno esaurite in apposita sede. Dico solo che dobbiamo capire che la disabilità sta nel rapporto fra persona con la sua condizione di salute e ambiente circostante e che questo non lo dico io ma l’Organizzazione mondiale della sanità attraverso l’Icf, ovvero la classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute.

La redazione degli InVisibili del Corriere.it, dall’esterno appare un progetto davvero vincente, in grado di integrare professionisti con disabilità e non, restituendo alla società spunti di riflessione arricchiti dai diversi vissuti di ciascun giornalista. Come siete arrivati alla realizzazione di questo progetto? C’è qualcosa nel vostro team chi si potrebbe replicare in altre realtà?  

Tutto è nato molti anni fa, grazie all’intuizione di Alessandro Cannavò e Simone Fanti sostenuti dal Corriere della sera, per cui lavoravano. Senza l’apporto e la fiducia del giornale, il blog non sarebbe esistito.

Subito arrivarono Franco Bomprezzi, il più grande giornalista sulla disabilità del nostro Paese, e Claudio Arrigoni, straordinaria firma dello sport non solo paralimpico. Si voleva dare spazio alle questioni della disabilità in maniera autorevole ma non autoreferenziale. È nata una redazione dedicata alla disabilità decisa ad affrontare il tema in maniera professionale, senza fronzoli e pietismi.

Noi pensiamo che il nostro team debba essere assolutamente replicato, soprattutto nel campo della disabilità. Ci vogliono preparazione sui temi della disabilità, attenzione al linguaggio, rispetto per le persone e capacità di fare squadra.

In un tuo recente articolo ti sei occupato della sottotitolazione dei video pornografici su una nota piattaforma web, a seguito del ricorso di un utente negli Stati Uniti che, a causa della sua sordità, lamentava di non poter fruire al 100% dei contenuti offerti. Ho trovato interessante la tua riflessione sull’accessibilità del sito anche per le persone disabili e da qui deriva la mia curiosità di conoscere la tua opinione in merito alla sessualità delle persone con disabilità e alla figura dell’assistente sessuale. Sappiamo che questa figura in Italia non ha ancora un riconoscimento professionale, credi che sarebbe un supporto utile per i diretti interessati e per loro famiglie?

Partiamo da una considerazione: le persone con disabilità sono sessuate. Hanno, quindi, una loro naturale sessualità, benché nell’ideale delle persone ne abbiano al pari degli angeli.

Se non si considera un aspetto di una persona ci si priva della possibilità di percepirla pienamente.

È noto che la mentalità da superare è quella che considera la persona in carrozzina la sua disabilità, cioè che di una persona con disabilità si veda solo la disabilità. In quest’ottica bisogna oltrepassare la mentalità della non partecipazione affettiva e sessuale della persona disabile alla società.

Bisogna comprendere che la persona disabile è e resta una persona. In quanto persona, pertanto, non solo ha pari dignità ma ha medesime caratteristiche umane, proprio perché umana. Tali caratteristiche possono essere condizionate dalla disabilità, ma ne sono preesistenti. Potremmo dire esistenti a priori.

Venendo al dunque è ingiusto negare la sessualità delle persone disabili, proprio perché insita nell’essere umano.

Bisogna naturalmente considerare che ogni persona è a sé, quindi ognuno vive e manifesta la propria sessualità a modo suo. E ci sono disabilità che compromettono il pieno esercizio della sessualità. Ma è il concetto di sessualità che deve essere riconsiderato, abbracciando quello dell’affettività. In soldoni, se ognuno ha una sua sessualità bisogna fare in modo che questa venga considerata e che non diventi un ulteriore ostacolo per la persona.

Non esiste un diritto all’amore, ma esiste un diritto alla salute e un buon rapporto con il proprio corpo dal punto di vista sessuale ricade nel diritto alla salute. Ciò detto, la società impari che anche le persone con disabilità hanno una sessualità e un’affettività. Tenga presente che un buon rapporto di questo tipo si gioca attorno a quella che io chiamo complicità, una caratteristica che non può non mancare anche fra persone non disabili.

Creata complicità fra persone, la sessualità e l’affettività si manifestano anche solo attraverso lo sfioramento di due dita.

Sull’assistente sessuale dico che innanzitutto bisogna formare la società affinché si creino i presupposti per non negare a priori relazioni con persone disabili. Quindi aggiungo che è necessario che la sanità si occupi anche della sfera sessuale, come peraltro ha iniziato a fare da alcuni anni.

L’assistente sessuale può fornire risposta in alcuni casi purché si tratti di un professionista con competenze multidisciplinari in grado di aiutare la persona a considerare la propria sessualità nella propria interezza. Interezza che si compone di fisico e psiche. Di pulsioni ed emozioni.

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“Poema Pedagogico” di A.S. Makarenko: dialogo col professor Nicola Siciliani de Cumis

  1. Anton Semenovyč Makarenko

    Professore, potrebbe aiutarci a comprendere meglio il significato dell’espressione “moralmente handicappato” che troviamo nel “Poema pedagogico” di Anton Semenovič Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente”, nel poema makarenkiano, mi ci vorrebbero molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica. Ma provo a dirti almeno questo: il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione dei ragazzi della colonia “Gor’kij” coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri”, con quella definizione.

Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza” collabora direttamente al processo che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione “dell’uomo nuovo”.

In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti. Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema, che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…

2) Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possano definire “handicappati morali?

 Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto”), direi: tutti. Tutti noi esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti”. Nel senso che la sproporzione tra come siamo e come vorremmo e dovremmo essere è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti: il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo” e diventare, quindi, senso di corresponsabilità. Il presente si alimenta di “futuro”, di “gioia del domani”, di “prospettiva”: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso. Tuttavia, dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un “dover essere” insoddisfatto.

3) Nel “Poema pedagogico” si parla della possibilità di trasformare un handicap in una risorsa, è davvero possibile trarre del vantaggio da una situazione disagiata?

 Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale” che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale. La cosa più importante è questa: la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, l’handicappato sociale in quanto tale, ma tutti: soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste nel fatto di lavorare a più livelli. Da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi”: uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune. Pertanto, i ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad una umanità “altra”, finiscono per elaborare un modo inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente. La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.

4) Al giorno d’oggi, l’handicap fisico può rappresentare davvero una risorsa per la famiglia, per le Istituzioni e finalmente per la società?

 Quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche. Tutte qualità che non solo “riducono” l’handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte, non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap riesce a raggiungere, a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo.

Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni. Tutto sta nel riuscire a fare o tendere a fare la “cosa giusta”; nel riuscire a “farsi valere” come quello o quella che fa e farà la cosa “più” giusta, la cosa “migliore”, la cosa più “apprezzabile”, la cosa “che gli altri non sanno fare”, la “cosa-risorsa” non solo per se stessi, ma per tutti.

Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io”, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive. Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.

5) Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile” come possibile sostituzione al termine “handicappato”. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che ha un problema motorio e verbale?

 Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa” o “quella” parola siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte, e, dunque, con dare ad esso un “credito” assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono, verso l’“abilità” tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione?

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