intervista su bioetica ed handicap I parte

Ho intervistato un grande professore di bioetica

D Quali rapporti intercorrono fra la bioetica e la disabilità?
R La risposta non è facile, ed occorre distinguere.
Di per sé, la bioetica è un movimento culturale che – a partire dagli ultimi tre decenni del secolo scorso – ha voluto riconsiderare le questioni fondamentali della vita sotto il profilo moderno e della società tecnologica, che ha profondamente modificato l’azione possibile dell’uomo nel nascere e nel morire, oltre ciò che è “naturale“.
Poiché ha un forte contenuto di “filosofia morale“, la bioetica non è apparsa subito in forme nei suoi principi e nelle conseguenze, ma si è presentata differenziata in tante correnti di pensiero quante sono le correnti filosofiche.

D E, questo, cosa significa?
R Significa che per gli Autori che seguono il “personalismo“, si ha molto rispetto per il disabile e lo si sostiene nelle sue funzioni vitali, lo si aiuta a conseguire capacità sempre maggiori delle sue performance. Oggi la medicina riabilitativa può molto, ma il ripristino completo di tutte le funzioni è ben raro: rimane sempre uno spazio in cui è necessaria l’integrazione nella società del disabile così come è, senza praticare esclusioni, ma anzi considerarlo come un “fratello“.
Questa concezione non è la medesima per gli “utilitaristi“, o i “contrattualisti“.
Per alcuni Filosofi che militano in queste correnti, e si sono chiaramente espressi, ad esempio la disabilità per cause genetiche che può essere prevista prima della nascita stessa dell’embrione o del feto che porta stigmate genetiche di alterazioni che lo renderanno disabile. Qualcuno di questi filosofi arriva anche a sostenere l’opportunità che i nati non solo malformati, ma anche quelli sani ma venuti al mondi in epoca troppo precoce – prima di 23 settimane di gestazione – non debbono essere “rianimati“ (e cioè sottoposti a quelle cure strumentali che li aiutano a sopravvivere) poiché hanno un alto rischio di sviluppare disabilità del sistema nervoso, disabilità motorie, quozienti intellettivi estremamente brevi e così via – cioè debbono essere lasciati morire.

D Ma cosa fa la Società per sostenere le famiglie e queste stesse persone disabili nelle tribolazioni della vita?
R Dobbiamo riconoscere che la situazione è molto diversa fra paesi occidentali, ad elevato reddito, e sistemi sanitari e sociali avanzati, e paesi in via di sviluppo o fortemente depressi, privi di ogni assistenza.
Tutti i Paesi occidentali, e quelli Europei in particolare, si sono dotati di leggi che partendo dal concetto della “pari dignità umana“ del disabile, sviluppano adeguato sostegno sia nel campo sanitario che educativo, nella scuola sociale e – almeno in parte – nel settore dell’impiego e del lavoro. Per l’Italia, la legge-quadro (che ormai risale a circa 15 anni fa) è la 140/1922; ad essa sono seguite varie leggi sempre più specifiche per l’applicazione a livello regionale e locale di questo principio, che comporta la solidarietà e la sussidiarietà nella gestione del disabile.

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