Interagire in chat: modalità e dinamiche frequenti

Nel vasto panorama delle chat più utilizzate, i siti d’incontri rappresentano un mercato in crescente aumento: in Italia 2,8 milioni di utenti utilizzano i siti per single; ad oggi si conta che un italiano su due sotto i 40 anni possieda una virtual life che, a volte è completamente differente dalla vita reale. Ma c’è anche da dire che spesso persone più adulte si approcciano a questa realtà espressiva non avendone padronanza.

Chat e disabilità: due testimonianze

In molti casi per un disabile la conoscenza attraverso la parola scritta e le foto sembra più adatta, come racconta Michelle, 26enne di Liverpool: “Ho eliminato la mia sedia a rotelle da tutte le foto che posto su Tinder – racconta la ragazza inglese affetta da paralisi cerebrale ed epilessia – Quando sono in un bar o in un pub con gli amici nessun ragazzo mi si avvicina. Ho la sensazione che guardandomi vedano solo la carrozzina e non la persona che ci siede sopra. Sulla chat, invece, posso parlare con loro per qualche giorno prima di rivelargli la mia vera identità. Normalmente aspettavo almeno una settimana prima di confessare la  disabilità, ma dopo che un uomo mi ha pesantemente accusata di mentire  ho cambiato idea. Ho  Deciso di confessare subito il mio handicap, con il rischio di farmi il deserto intorno.”

Anche Andy, 43 anni di Manchester, decide di mostrare la sedia a rotelle sul suo profilo. Spesso è lui stesso a mandare un messaggio agli utenti che consultano il suo profilo senza però scrivergli: “ti chiedo di essere sincera, non mi contatti perché sono su una carrozzina vero?” Domanda rimasta sin’ora senza risposta.

Secondo un sondaggio, solo il 5% degli inglesi ha accettato un appuntamento con un disabile conosciuto su un’App o un sito di incontri. Il resto ha dichiarato apertamente di evitarli. Chissà cosa spinge quel 5%, se la conoscenza e l’accettazione della disabilità  o l’attrazione per una situazione diversa?

Comportamenti inappropriati e paura del rifiuto

Capita anche che l’ignoranza e chissà quale frustrazione portano a fare domande non appropriate sulla disabilità, senza far capire dove si vuole arrivare o perché si sta davvero svolgendo un’inutile conversazione che non porta da nessuna parte: non si chiedono consigli per un’altra persona con handicap, o non si mira ad entrare in empatia, si è solo aggressivi nella forma e vuoti nei contenuti.

La paura del rifiuto, di non essere all’altezza dell’altro, di non trovare la persona giusta porta a utilizzare un approccio basato sulla parola scritta e le foto, le modalità comunicative delle chat in passato funzionavano, ma oggi gli utenti insicuri e maleducati sono aumentati e viene da domandarsi il perché e se è davvero lo specchio di un malessere così diffuso, o perché c’è davvero bisogno di sfogare la rabbia e la frustrazione su chi non conosciamo.

La sensibilità e l’educazione sono lasciate altrove

Oggi sui giornali online, portali e tal volta sui social si ha molta cura di come esporre un messaggio rispettoso per chi lo legge, accattivante, efficace o narrativo. L’esatto contrario della maggior parte delle conversazioni nelle chat dedicate “alla ricerca dell’anima gemella”. Spesso in questi siti si dà libertà a tutti di interloquire con milioni di altri utenti. Nei dialoghi l’educazione, la sensibilità e la cultura di una persona molte volte non sono contemplate. Sempre più utenti si rifugiano nello scambio virtuale per combattere la noia, per dare libero sfogo a sentimenti spesso negativi come la rabbia e le frustrazioni. Nel microcosmo virtuale si cerca di essere diversi da come si è realmente, sentirsi più forti, liberi, apprezzati e seguiti. Nella molteplicità di profili è sempre più raro che si mettano in evidenza i sentimenti positivi, i pregi, tutto sembra dover essere veloce; l’amore, il romanticismo, l’attesa… sono spesso dimenticati. Per raccontare certe dinamiche vanno conosciute: talvolta la realtà supera l’immaginazione.

C’è da chiedersi perché spesso sia difficile manifestare i propri sentimenti ma non si hanno freni inibitori e decenza quando si parla con una persona sconosciuta.

L’amore e il web: due realtà sempre più distanti

Sembra che più passa il tempo  e più l’amore ed il web siano in contrapposizione e in contraddizione. L’amore prevede intimità, tatto, sguardi, rispetto, tempo e conoscenza reciproca. Il web invece sembra dare libero sfogo all’approccio diretto e disinibito: ci si sente forti e protetti da un monitor, il pudore, l’empatia, il rispetto del proprio spazio e quello dell’altro sono aspetti spesso non percepiti e quindi non rispettati. Tutto ciò può allontanare alcune persone dal virtuale, mentre per altre è un incentivo a preferire questo mondo a quello reale.

C’è anche chi non si illude di cercare l’amore, ma punta ad una vera intesa mentale, anche in questo caso difficilmente la ricerca va a buon fine e può capitare di chattare con persone che non si fanno scrupoli a mostrare il peggio di se stessi. La noia prende il posto delle aspettative.

Le differenti motivazioni di uomini e donne nelle chat

Concordo con il dottor Emanuele Bertolozzi, psicologo e psicoterapeuta  presso  il Centro di consulenza clinica di Firenze quando illustra le differenti motivazioni che spingono uomini e donne all’uso delle chat: “Nei maschi, l’utilizzo della chat può essere la causa di una difficoltà di approccio sessuale. Il maschio che ha paura di un rifiuto sentimentale e sessuale, nella chat supera liberamente questo ostacolo e gli permette di relazionarsi con meno timori. Mentre negli uomini prevale la motivazione sessuale, per le donne la condizione può essere diversa. Non è tanto un bisogno d’amore quanto invece l’esigenza di essere ascoltate.”

Sempre di più il mondo virtuale è uno sfogo, un’evasione da una realtà che non ci piace ma che non riusciamo a cambiare. Non è più un’estensione di noi stessi ed un mezzo per avere più relazioni sane e reali. Tutto ciò a mio avviso non giustifica un approccio troppo diretto che ormai è comune a tante donne che raccontano la loro esperienza di chat. Ma c’è da aggiungere che se racconti di avere una disabilità puoi essere attaccata anche su questo. Ritengo che avere un handicap non sia una colpa… essere ignoranti sì.

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Il senso del pudore e l’essere genitore all’epoca dei social

Il modo di dire “dove non c’è pudore non c’è vergogna” significa che in assenza del primo non può certo esistere la seconda. Sono due aspetti di un individuo diversi tra loro, ma che spesso si tende a considerare come coincidenti. Tuttavia, la loro affinità è individuabile nell’etimologia del sostantivo “pudore”, dal latino pudororis, der. di pudere, che significa “sentir vergogna”. A mio avviso, il senso del pudore non impone una condizione di profondo disagio che invece è parte imprescindibile di un sentimento di vergogna.

Cos’è il senso del pudore oggi? Qual è il confine fra pudore e ipocrisia? Pudore significa rispetto dell’altro e di se stessi? Spesso, nel caso dei disabili, un falso senso del pudore porta a imporre dei tabù, altre volte invece il disabile è costretto a rendere manifesto e a condividere il racconto della propria intimità.

Cosa fare in questi casi? Troppo spesso il disabile è indotto a descrivere tutti gli aspetti della sua quotidianità a persone, talvolta sempre le stesse, che lo assistono e che vengono erroneamente scambiate per amiche. Pertanto, risulta difficile far comprendere che certe cose devono rimanere riservate e che continuano ad esistere anche quando non condivise su Facebook. Tuttavia, un genitore dovrebbe sì far riflettere il proprio figlio sui rischi che comporta un’eccessiva espansività, ma al tempo stesso dovrebbe educarlo a un’affettività consapevole e a non nascondersi dietro a un falso senso del pudore. È spiacevole constatare che molte volte sono proprio i genitori a imporre i tabù lì dove non dovrebbero esserci. Spesso, questo dipende da una scarsa formazione culturale, dall’eccessivo moralismo della religione, ma anche da uno spropositato senso di protezione provocato dalla paura che porta alla necessità di esercitare un controllo soffocante. Ci sono genitori che non permettono ai figli di uscire di casa perché sono spaventati all’idea che questi possano emanciparsi, infatti significherebbe per loro rimanere soli, non sentirsi più utili e indispensabili. Ma al tempo stesso alcune madri hanno un atteggiamento totalmente permissivo nei confronti del figlio con disabilità, poiché spesso sono prive di energia, di vitalità, soffrono per una condizione di solitudine e si fanno carico di un eccessivo senso di colpa. Tutti meccanismi comuni a tante famiglie, ma che difronte alla disabilità si esasperano.

Anni fa, su Facebook mi è capitato di essere contattata dalla madre di un ragazzo disabile angosciata dal fatto che ogni volta che lavava il figlio ne conseguiva un’eccitazione sessuale. Mi dispiaceva il suo profondo dolore, sembrava intenzionata ad aiutarlo. All’epoca già sapevo di alcune madri che masturbavano il figlio per risolvere una situazione similare, quindi decisi di aiutare la mia interlocutrice con la speranza di evitarle questa dolorosa soluzione. Le avrei certamente suggerito di affidarsi a dei professionisti, cosa che per me resta la soluzione più adatta in questi casi, se per lei non fosse stata troppo onerosa, quindi mi sono limitata a consigliarle di consultare dapprima un forum per disabili che tratta questi argomenti e in un secondo momento di iscriversi a una chat a tema per un confronto più diretto. Dopo pochi giorni mi ha ricontattata lamentandosi che in ambedue i siti si era imbattuta in persone che le chiedevano ingenti somme di danaro, ma che le sue condizioni economiche le impedivano di accettare. Era molto amareggiata perché non riusciva a soddisfare i desideri crescenti del figlio. L’unica persona disposta ad avere un rapporto sessuale con il ragazzo senza chiedere danaro in cambio era un transessuale. La signora mi chiedeva insistentemente cosa avrei fatto al suo posto, non si accontentava dell’unica cosa che mi venisse da consigliarle: “Ne parli con suo figlio!”

Alla fine ho dovuto cancellare il suo contatto dalle amicizie di Facebook e bloccarlo, poiché era arrivata addirittura a inviarmi le foto al mare del transessuale. Ero spaventata all’idea che mi proponesse di avere un rapporto sessuale con il figlio, che neanche conoscevo.

“Voglio farlo sfogare” diceva insistentemente.

Dov’è in questi casi il senso del pudore? È giusto che una madre si spinga così oltre? La sessualità, più che uno sfogo selvaggio, non dovrebbe essere un aspetto della vita più ampio, bello e complesso? Comprendo bene la sofferenza di quella donna per la situazione del figlio, ma in questo caso una maggior riservatezza avrebbe meglio guidato il suo atteggiamento completamente privo di inibizioni, che mi ha spaventata e allontanata.

I social ci autorizzano a perdere il senso della misura, la privacy sembra essere una dimensione sconosciuta, ormai obsoleta. Siamo sempre più convinti che un momento importante della propria vita se non condiviso sui social perda di valore, ma è d’avvero così? Mi torna alla mente il breve post di un signore disabile di una certa età che dichiarava di aver fatto l’amore per la prima volta. Ecco che un’esperienza così intima viene resa pubblica, banalizzata, e in tutta onestà si perde davvero il senso del pudore. Cose così dovrebbero rimanere nel mondo reale, non vendute a quello dei rapporti virtuali, dovrebbero essere condivise con la propria donna o con il proprio uomo, e magari con qualche amico intimo.

Sui social si possono condividere le emozioni per la scoperta, il desiderio e l’ansia di un’aspettativa… senza dover scrivere i dettagli di un momento di fondamentale importanza. A volte si cade nell’errore di voler postare per forza qualcosa e non si pensa a come valorizzare il contenuto, se davvero il messaggio è importante o se sia meglio non pubblicarlo o condividerlo con una forma diversa.

Anche alla luce di un radicale cambiamento comunicativo e del racconto del sé urgenti e alla portata di tutti, ritengo che il ruolo educativo dei genitori richiede grandi abilità e dedizione, ma soprattutto una giusta via di mezzo tra un’educazione troppo rigida e una troppo permissiva. Attraverso le mie parole e le mie esperienze, lontano dal pronunciare giudizi, vorrei offrire degli spunti di riflessione.

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