La narrazione di sé per potenziare l’autoconsapevolezza

Il progetto : “Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità” , nasce in seguito alla pubblicazione  del romanzo di formazione ed autobiografico Nata viva(prima edizione aprile 2011).

L’idea è nata grazie a Matteo Frasca, pedagogista che già lavorava in diverse scuole a Roma e provincia. Nel confronto tra me e Matteo è emerso che, dopo aver riscontrato un certo entusiasmo nel pubblico adulto, era utile portarlo a gli adolescenti. In tanti capitoli parlo della mia infanzia ed adolescenza, racconto i giochi, le favole, i cartoni animati che mi facevano compagnia quando ero bambina. Il racconto rapsodico affronta anche i problemi scolastici incontrati, la solitudine, l’amicizia, il rapporto tra pari, le passioni: in particolare quella per la scrittura; narra di una Zoe adolescente che si sentiva allo stesso tempo uguale e diversa dagli amici che un po’ l’accettavano ed un po’ la bullizzavano. 

La narrazione di sé, un modo semplice per superare i pregiudizi

Con il tempo l’esperienza si è rafforzata e raffinata. Il metodo è semplice ed efficace, ai ragazzi narro degli episodi della mia vita: la nascita, la scuola, la famiglia e poi propongo le letture di alcuni brani in un’ottica di inclusione, del rispetto delle differenze. Negli incontri lascio spazio per le domande e aiuto gli alunni a narrare i loro vissuti della scuola, il rapporto tra pari e con gli adulti, le loro paure e speranze.
Fino ad oggi ho riscontrato tanto entusiasmo, soprattutto nei ragazzi delle scuole medie: non sono più piccoli, ma non hanno ancora i timori degli adulti. Si lasciano coinvolgere dalla narrazione e vogliono capire meglio come ho percepito la mia “diversità” e le esperienze da me vissute.

Mi sono rimaste impresse alcune delle domande più belle e coraggiose:
“Zoe ti sei mai innamorata”?
“Cosa provavi quando le tue compagne di classe e le insegnanti non ti volevano aiutare?”
“Se non avessi avuto quel “cortocircuito” al momento della nascita saresti stata comunque una scrittrice o pensi che avresti fatto un lavoro diverso?”
“Nel brano dove racconti della tua nascita parli di tua madre e di tua nonna, ma tuo padre c’era e se era presente cosa faceva?”
“Come hai fatto a raccontare la tua nascita? Ma tu te la ricordi?!”
“Nei panni dei tuoi famigliari cosa avresti fatto con una bambina disabile?”

In tutte le risposte ho dato valore alle conquiste che ho fatto. Queste sono state raggiunte grazie agli forzi della mia famiglia, ma anche grazie al percorso di studi nel quale sono stata sostenuta fino al raggiungimento della laurea, non permettendomi di “arrendermi”. Non ho nascosto loro i miei brutti voti e la voglia di abbandonare la scuola, ho cercato di trasmettere il fatto che la tenacia è più importante anche se si comprende a molti anni di distanza dalla loro età.
Mi è rimasta impressa un’alunna di seconda media che desiderava morire. Parlandole è emerso che per lei la morte era semplicemente un modo per ricongiungersi con lo zio, mancato da poco. Ho cercato di incoraggiarla dicendo che i nostri cari sono felici nel vedere le nostre conquiste presenti e future e seguono il nostro percorso di crescita. Ricordo con tenerezza anche un’altra bambina che mi ha raccontato che il suo papà ha un problema e grazie al mio esempio vuole scrivere un libro su di lui.

Traguardi e prospettive pedagogiche

L’intento degli incontri è quello di stimolare la narrazione di sé quale strumento di presa di coscienza dei propri limiti, mancanze, ma anche delle proprie potenzialità. Attraverso la narrazione ed il confronto si cerca di dimostrare che determinate sensazioni e esperienze ci accomunano, aldilà delle differenze nel nostro modo di apparire. Nell’ambito della psicologia, si è posta molta attenzione all’utilità dei ricordi autobiografici: le caratteristiche di autoconoscenza di tali ricordi contribuirebbero alla percezione di coerenza personale e di un senso di sé nel tempo.  Lo psicologo Bauer affermava che “La capacità di narrare, intesa come funzione mentale è fondamentale per dare un’organizzazione al proprio mondo interiore e per attribuire significati all’esperienza umana”.  Tale narrazione sta dando esiti positivi nei bambini, ma anche negli adulti dei reparti oncologici.

Infondo parlare di Nata Viva è solo il pretesto per aiutare gli altri a raccontare le speranze o le criticità.

Oggi si parla tanto bullismo e cyberbullismo, si moltiplicano i video e foto negative diffuse con i social. Trovo giusto fare un discorso di prevenzione a cominciare dai bambini ed adolescenti per un uso più consapevole della rete.

 Mi sento pronta a far crescere il progetto Disabilità e narrazione di sé; come raccontare le proprie piccole e grandi disabilità” a livello professionale. Mi piacerebbe anche formare chi lavora nelle scuole, case-famiglia, carceri, ospedali sul valore terapeutico della narrazione di sé.

Considerazioni sull’esperienza ripetuta

Ad oggi il progetto è stato ripetuto quasi ogni anno con alunni dalla quinta elementare ai master universitari della Sapienza e della Lumsa.

Ho riscontrato che i ragazzi delle medie ed elementari generalmente hanno voglia di sapere e conoscere, è semplice entrare in empatia.
I contenuti, la metodica e la durata dell’incontro variano in base all’età degli studenti. Con le elementari e medie mi focalizzo sul contrasto al bullismo e al cyberbullismo, per gli studenti del corso di laurea di pedagogia e del master di neuropsicologia dell’età evolutiva il mio intervento è invece utile per capire cosa succede ad un bambino disabile ed alla famiglia.

 Ricordo un alunno del master all’Università Lumsa, che alla fine della lezione mi ha detto: “Non avevo mai pensato a quanto l’aspetto psicologico della terapia riabilitativa possa incidere sul bambino e sul nucleo famigliare, d’ora in avanti ci presterò più attenzione perché non è un fattore di poca importanza”.

I bambini di Radio Freccia Azzurra: piccoli grandi intervistatori

Grazie agli incontri nelle scuole sono stata intervistata dai bambini di Radio Freccia Azzurra, un progetto pedagogico rivoluzionario ed innovativo realizzato da Matteo Frasca con il sostegno della sua Associazione Matura Infanzia e il circolo Gianni Rodari onlus.

I piccoli speakers erano già informati su chi sono e cosa ho fatto. Matteo aveva già parlato loro di me, del romanzo e aveva fatto vedere in classe l’omonimo cortometraggio. Il giorno dell’intervista, al mio arrivo era tutto pronto: il microfono, le domande, lo speaker, il coro e perfino la pubblicità; tutto realizzato e condotto dai bambini. Ero emozionata e divertita nel rispondere alle loro domande. I bambini di Radio Freccia Azzurra sembravano più grandi e maturi delle altre quinte elementari incontrate fino a quel momento, in fondo non tutti i loro coetanei possono spiegare ad altri bambini e adulti, come si realizza una radio e come si intervistano, scrittori, attori, registi, professori e pedagogisti.

Esplorare la diversità e ad appassionarsi di nuove narrazioni.

Negli ultimi anni ho ripetuto il progetto senza Matteo, che nel frattempo si è trasferito fuori  Roma. Una tappa importante del progetto ha coinvolto le quinte elementari e medie della scuola Di Donato di Roma. Quest’incontro è stato diverso dagli altri: il professore d’arte ha fatto una interessante lezione su teatro, artisti, barriere e diversità. Nella seconda parte dell’incontro Emilia Martinelli dell’Associazione Fuori Contestoun’amica che fa parte del comitato genitori della Di Donato, ha letto dei brani ed insieme abbiamo stimolato il racconto in una classe molto ricca e multietnica. Quanta empatia con  gli adolescenti che si sentono inadeguati, ma allo stesso tempo vorrebbero cambiare questo strano mondo! 

Nell’anno scolastico 2018-2019 la scuola Di Donato mi ha invitata a ripetere l’incontro, con altre quinte elementari e medie, senza il sostegno di Emilia, i brani sono stati letti dagli alunni.

Spero che l’entusiasmo dimostrato dagli studenti incontrati finora nei confronti di una persona e delle storie nuove accompagni loro nella crescita e che possano continuare ad esplorare la diversità e ad appassionarsi di nuove narrazioni perchè la diversità può rappresentare una risorsa”, come affermato dal pedagogista russo Anton Semenovyč Makarenko.

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Sessualità, adolescenza e disabilità. Un convegno oltre ogni pregiudizio

“Come c’è un’arte di raccontare, solidamente codificata attraverso mille prove ed errori, così c’è pure un’arte dell’ascoltare, altrettanto antica e nobile.” L’osservazione di Primo Levi, mi sembra molto pertinente con l’esperienza, anzi le esperienze, che vi sto per documentare.

Il 7 novembre 2017, Lucia Pappalardo, regista del mini film Nata viva ed io, siamo state relatrici al convegno: Adolescenza, tra affettività e sessualità, oltre ogni pregiudizio, promosso dalla Commissione Pari Opportunità della Regione Marche, presso la Sala Consigliare del Comune di Ancona. Questa opportunità è stata resa possibile grazie alla volontà e la tenacia della Presidente della Commissione della Pari Opportunità della Regione Marche, Meri Marziali, che ha promosso l’iniziativa e ha voluto fortemente la nostra presenza nonostante i danni ed i problemi causati dal terremoto.

La mattinata, ha visto coinvolte esponenti dell’Unione Italiana dei Ciechi di Ancona e le dottoresse del consultorio.

Ad ascoltare con partecipazione erano i ragazzi di medie e licei di vari istituti del capoluogo marchigiano.

La dottoressa Giorgia Giacani, la collega Katia Caravello psicologhe e psicosessuologhe e la ginecologa Valeria Bezzeccheri, hanno spiegato ai ragazzi, con semplicità e senza falsi pudori, l’importanza dei metodi anticoncezionali e la prevenzione delle malattie veneree. Le relatrici hanno altresì invitato i ragazzi a fare domande senza avere timori e vergogna su argomenti quali l’amore, i sentimenti e la sessualità. È stato anche messo in luce l’aspetto ludico del rapporto sessuale, ricordandone la bellezza e l’importanza per tutti. Le relatrici hanno poi spiegato ai ragazzi cos’è un orgasmo, descrivendolo come un momento fondamentale dell’atto sessuale.

La Giacani ha aperto il suo intervento condividendo con i ragazzi una riflessione sulla paura nel rapporto con l’altro, ricordando che “il momento giusto è quando ti passa la vergogna”. La giovane psicosessuologa ha poi sottolineato che “la sessualità fa parte di noi, dalle nostre origini, e quindi ci appartiene; ma appartiene anche all’Altro, perché il sesso è relazione. Il sesso per gli adolescenti è anche scoperta. E la scoperta implica curiosità e paura.

Forti e coinvolgenti le testimonianze delle relatrici non vedenti e ipovedenti che hanno raccontato il loro vissuto con un handicap visivo e la loro realizzazione grazie agli studi universitari, al lavoro, ai fidanzati e mariti. Hanno narrato le loro esperienze sentimentali, la fase adolescenziale, le limitazioni e le differenze con i coetanei. Katia Caravello ha condiviso con i ragazzi una parte del suo vissuto: “nel non vedere non si ha accesso ad una serie di informazioni sul contesto, sulle mode del momento, su un ragazzo che ti guarda in modo interessato… è importante che gli amici, i genitori, la scuola non neghino tali informazioni e in quest’ottica è fondamentale il lavoro che l’Unione Italiana dei Ciechi svolge per sensibilizzare famigliari, ragazzi e docenti.”

Nella seconda parte del convegno è stato proiettato il cortometraggio Nata viva, il proseguimento dell’omonimo romanzo autobiografico.

Lucia, regista del mini film, ha raccontato la nostra volontà di mettere in scena alcuni brani del libro quali la fisioterapia, ma anche narrare i problemi e le conquiste della Zoe adulta, ad esempio la vicenda della patente, l’autonomia, il rapporto con l’altro sesso e l’amore.

Al termine della proiezione, gli alunni mi hanno fatto complimenti e molte domande. Con la semplicità che caratterizza gli adolescenti, hanno voluto sapere se soffro per le barriere create dagli altri. La mia risposta è stata sincera: “oggi no, perché ho degli amici e conoscenti che mi apprezzano. Alla vostra età ho sofferto per l’emarginazione ed i pregiudizi dei compagni di classe, cosa che si sarebbe potuta evitare con semplici domande sul mio handicap e su come poter fare insieme a me cose divertenti e da adolescenti: uscire in gruppo, prendere l’autobus, andare in discoteca o a mangiare un gelato.”

Mi è stato poi chiesto se ho sofferto quando non mi volevano rinnovare la patente, ho risposto: “sì, ma ho lottato: ho guidato per più di dieci anni senza problemi e non potevo accettare un’ingiusta negazione”.

Un’altra domanda interessante ed inaspettata è stata: “perché non ti rechi nelle varie scuole per raccontare la tua storia?”, ho spiegato che sto girando istituti ed università di Roma, la mia città e la sua provincia, ma a ripensarci perché escludere un’esperienza simile ad Ancona?

Infine gli alunni si sono anche complimentati e una ragazza mi ha abbracciata con sincerità in quanto ai loro occhi ho superato l’adolescenza, età critica per loro e per la maggior parte degli individui. Con qualche ostacolo in più, ma sono comunque riuscita ad ottenere diversi risultati importanti.

Oggi nel mio girare scuole e ambienti istituzionali trovo molta attenzione per le persone con delle caratteristiche diverse dalla normalità ed anche per l’infanzia e gli adolescenti.

Spero che l’oggetto del convegno, e quindi la lotta ai vari pregiudizi, siano portati ancora avanti nelle scuole, nelle famiglie e nelle sedi istituzionali, con altre importanti iniziative anche in futuro. La volontà di continuare su questa scia è presente e tangibile. In quest’ottica è importante continuare a creare momenti di confronto e scambio, a vari livelli, tra istituzioni e persone che hanno una differenza o uno svantaggio. Si parla ancora troppo poco, e solo in sporadici contesti, delle numerose e differenti disabilità, ma anche di amore, sessualità e pregiudizi, quasi siano temi da non approfondire o capire, tutto ciò alimenta tabù ed incomprensioni.

Ripensando alle tante informazioni della conferenza, al silenzio dei ragazzi nell’ascoltare le relatrici e alla loro voglia di capire e sapere, mi torna in mente un’affermazione di Winston Churchill: “il coraggio è quello che ci vuole per alzarsi e parlare; il coraggio è anche quello che ci vuole per sedersi ed ascoltare.”

Del convegno si è parlato anche al telegiornale regionale delle Marche:

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Ascolta:

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