intervista al mio professore di pedagogia

 mac1.jpg ritratto di A. S. Makarenko

 Intervista tra me ed il mio professore di pedagogia: Nicola Siciliani de Cumis, docente a “La Sapienza“ di Roma.           

Gentile professore, mi potrebbe spiegare il concetto di “moralmente handicappato“ che si ritrova nel “Poema pedagogico“ di A. S. Makarenko?

Per provare a spiegare con qualche attendibilità il concetto di “moralmente deficiente“, nel Poema makarenkiano, mi ci vorrebbe molto tempo e diverse ricerche. Potrebbe essere addirittura il tema di un corso per la laurea specialistica…  Ma faccio la prova a dirti almeno questo: 1) il concetto non è, almeno in prima battuta, riferibile a Makarenko (al Makarenko personaggio del Poema pedagogico); è invece, al suo primo apparire nel romanzo (capitolo terzo della prima parte), una definizione  dei ragazzi della colonia “Gor’kij“ coniata da altri: e precisamente dai componenti del Comitato provinciale dell’alimentazione o da quelli della Commissione Rifornimenti della Prima Armata. Bisognerebbe quindi capire cosa intendessero precisamente loro, quegli “altri“, con quella definizione. 2) Rimane tuttavia il fatto che, nel suo romanzo, Makarenko recepisce per esplicito quella definizione. Una definizione che assume, a mio parere, un forte valore pedagogico, meglio un forte valore antipedagogico (e drammaturgico): nel senso che, quella definizione “di partenza“  collabora direttamente al processo, che sta al centro dell’esperienza educativa e letteraria makarenkiana e che sta alla base della formazione dell’“uomo nuovo“. 3) In altri termini, la mia ipotesi di lettura è questa: che lo handicap morale e sociale dei  ragazzi della colonia, nel corso dei fatti vissuti e raccontati da Makarenko, si traduca gradualmente nel suo contrario, cioè in una risorsa morale e sociale per tutti…  Ed è ciò che vediamo sia nella prima, sia nella seconda, sia nella terza parte del Poema… Che mi piacerebbe rileggere di nuovo, pagina per pagina, per individuare le prove di ciò che dico…     

Secondo lei, al giorno d’oggi ci sono persone che si possono definire “handicappati morali? Se sì, chi sono?

Dovessi rispondere con una battuta (non è solo con una battuta “ad effetto“), direi: tutti. Tutti gli esseri umani, in quanto tali, siamo in qualche modo dei “moralmente deficienti“. Nel senso che la sproporzione tra  come siamo e come vorremmo e dovremmo essere, è enorme. Di più, Makarenko ci ha insegnato due cose importanti, che farei mie: 1. che il senso di responsabilità individuale è un valore supremo, ma che deve fare variamente i conti con il “collettivo“ e diventare, quindi, senso di corresponsabilità; 2) e che il presente si alimenta di “futuro“, di  “gioia del domani“,  di “prospettiva“: il che vuol dire che, oggi come oggi, nel presente, nessuno può essere moralmente soddisfatto di se stesso… Tuttavia dobbiamo convivere con le nostre contraddizioni, con le nostre insufficienze e deficienze, deficienze morali per l’appunto… Fare quello che ci riesce, pur nei nostri limiti umani, nella direzione di un  “dover essere“… insoddisfatto.

Nel “poema pedagogo“ si parla di handicap  che diventa una risorsa. Mi potrebbe parlare di questo concetto?

Più che parlare di handicap che diventa risorsa, Makarenko rappresenta la vicenda di una situazione umana di “deficienza morale“ che si trasforma nel suo opposto: in un’altissima proposta morale… La cosa più importante è infatti questa: che la risorsa non riguarda soltanto il deficiente morale, lo handicappato sociale in quanto tale, ma riguarda tutti: anche e soprattutto chi handicappato non sembra essere. In altre parole, la straordinarietà della proposta di Makarenko consiste proprio in questo: nel fatto, cioè, di lavorare a più livelli: da un lato, per il recupero degli svantaggiati morali, per il loro inserimento nella società, ecc.; da un altro lato, in funzione della formazione di “uomini nuovi“:  uomini-pilota, uomini-modello, uomini-esperimento, che esperimentano valori morali e sociali inediti. Valori morali e sociali più alti, rispetto a quelli di senso comune… Meglio: i  ragazzi delle colonie di rieducazione dirette da Makarenko, nell’attingere per se stessi ad  una umanità “altra“, finiscono per elaborare  un modo  inedito di essere uomini, di cui tutti possono giovarsi. Gli ultimi diventano i primi. Il negativo dell’esistenza  è la condizione necessaria per concretizzare una positività prima inesistente.
La deficienza morale di alcuni rimane alle spalle, trasformandosi in risorsa morale per tutti. Il passato dei ragazzi si azzera di fronte al futuro che ne prende il posto.   

Tornando hai nostri giorni, lo handicap fisico può presentare davvero una risorsa nella famiglia, nella scuola e successivamente nella società?

Intanto, quando si parla di esseri umani, è impossibile separare nettamente gli  aspetti fisici dalla unicità complessiva della persona: intelligenza, bontà, motivi estetici, generosità, equilibrio, senso pratico, progettualità, volontà, capacità di socializzazione, senso degli altri, competenze tecniche, ecc. ecc. Tutte qualità che non solo “riducono“ lo handicap, ma anche e soprattutto fondano risorse. D’altra parte non si può parlare di handicap in maniera indifferenziata: c’è handicap e handicap; ci sono combinazioni infinite tra questo specifico handicap e le altre qualità della persona; c’è la determinazione del soggetto che può promuovere un esito piuttosto che un altro; c’è il grado di cultura che ciascun portatore di handicap  riesce a raggiungere a decidere dove stare, come collocarsi in mezzo agli altri, quale risorsa rappresentare per sé e per il prossimo. Voglio dire, in altre parole, che rispetto alle entità collettive che sono la famiglia, la scuola, la società, l’individuo con handicap vale esattamente quanto un individuo senza (apparenti) limitazioni… Tutto sta nel riuscire a fare o tendere  a fare la “cosa giusta“; nel riuscire a “farsi valere“ come quello o quella che fa e farà la cosa “più“ giusta, la cosa “migliore“, la cosa più “apprezzabile“, la cosa “che gli altri non sanno fare“, la “cosa-risorsa“ non solo per se stessi ma per tutti. Di qui la necessità, per così dire, di educarsi agli altri; di curare il proprio “io“, in funzione di un criterio di retroattività dialogica, cooperativa, sociale, ai limiti delle proprie possibilità umane complessive… Insisto su questo: se una persona è convinta in se stessa di quello che positivamente fa, prima o poi, finirà con l’imporre se stessa anche agli altri (a casa propria, a scuola, nella società); e ad imporlo  come qualcosa di necessario, di indispensabile e, per l’appunto, come una insostituibile risorsa.     

Come si è modificato il termine “handicap“ dai tempi di Makarenko ai nostri giorni?

Anche in questo caso occorrerebbe avere al proprio attivo studi lessicali, di storia della cultura, di storia della psicologia e di sociologia, ecc., che io non ho… Ricordo però che nell’elaborato di laurea di Sara Collepiccolo, una studentessa del Corso di laurea di Scienze dell’educazione e della formazione, che si è laureata lo scorso anno con me, ci sono pagine molto utili a riguardo, dalle quali io partirei… Quanto ai “tempi“ di Makarenko c’è già una qualche risposta… Rimane però da vedere che cosa significava handicap nei “luoghi“ di Makarenko; cosa significava per lui (nella altre opere, fuori dal Poema pedagogico); cosa significava nel “suo“ mondo, nelle “sue“ fonti, nei “suoi“ interlocutori diretti, ecc.

Negli ultimi anni il vocabolario italiano ha inserito il termine “diversamente abile“ come possibile sostituzione al termine “handicappato“. Secondo lei, quale vocabolo si addice di più ad una persona che come me ha solamente un problema nella deambulazione e nel linguaggio, e quindi di carattere fisico ma non intellettivo?

Ma è proprio necessario legare qualcuno ad una parola? Non c’è il rischio che “questa“ o “quella“ parola  siano inadeguate a connotare la complessità e la mutevolezza di una condizione psico-fisica? Definendo isolatamente l’elemento fisico, non finiremmo col deprivarlo di ciò che  caratterizza unitariamente l’intera personalità umana che abbiamo di fronte; e, dunque, con dare ad esso un “credito“ assoluto che non ha? Non è meglio spostare tutto il ragionamento, e le parole che ne conseguono,  verso l’“abilità“ tout court, quale che sia: blogger, giornalista, scrittore-scrittrice, attore-attrice, regista, operatore-operatrice culturale, insegnante, direttore-direttrice di un’istituzione, ecc. ecc.?
 

Ti potrebbero interessare anche: