Genitori di ragazzi “speciali”: un’occasione per essere utili e fare rete

Quante associazioni conosco di genitori con figli disabili: “l’Associazione Risveglio onlus, Oltre lo Sguardo Onlus, l’Associazione figli inabili, Fede e Luce, Genitori tosti, A.ge.di: Associazione genitori di bambini ed adulti disabili…” Nate tutte dall’esigenza di non sentirsi soli con la propria storia e darsi da fare.

L’Associazione Risveglio Onlus, prende vita dalla speranza che da un brutto incidente automobilistico potesse derivare una rinascita per la famiglia colpita e per molte altre famiglie. Così con costanza e tenacia la storia non è rimasta nell’ambito domestico. È stato creato il Centro Adelphi, un centro diurno di neuro-riabilitazione integrata di eccellenza e Casa Iride: un nuovo modello sociale unico in Europa, per le persone delle fasi di coma e post-coma.

Di recente ho partecipato alla messa a vent’anni dell’incidente stradale. È stato emozionante sentire le parole del padre del ragazzo che è rimasto disabile dopo un periodo di coma, periodo nel quale quel padre si è chiesto cosa vuole il signore da me? Ecco la risposta appare chiara oggi vedendo i progressi del ragazzo e la nascita dell’associazione e dei due centri all’avanguardia.

Il padre, nel suo toccante discorso ha ringraziato i tanti amici che gli stanno accanto ed il figlio che continua ad insegnargli molto. Concetti semplici, ma che ricordano che anche noi dis-abili possiamo insegnare qualcosa, che non siamo solo la somma di brutti ricordi e di esperienze da non ripetere. Anche l’amicizia   è stata esaltata, una cosa semplice ma che spesso viene dopo la fretta, il lavoro, i vari doveri, il successo, il non rimanere per ultimo e tagliato fuori.

L’esempio dell’Associazione Risveglio Onlus non è l’unico nel suo genere,  i genitori di figli disabili sono tanti, a volte si diventa disabili e la famiglia si trasforma altre volte la vita può essere contrassegnata fin dalla sua origine. A questo proposito riporto le parole di un articolo pubblicato sul sito dell’associazione Guarda con il Cuore Onlus: “La nascita di un figlio disabile lascia sempre una traccia e un senso di colpa. Magari a livello inconscio, ma pur presente. E questo condiziona l’atteggiamento di noi genitori nei confronti del piccolo”.  Detto ciò non è raro che i sensi di colpa e di inadeguatezza, passino da una generazione all’altra.

Nello stesso articolo, Michelle Diament noto giornalista americano, fratello di una persona con handicap, afferma che: “il modo con cui i genitori interagiscono ed educano i loro bambini disabili è direttamente legato a quanto poi questi saranno indipendenti, ma anche capaci di relazionarsi con gli altri, nella loro vita futura. In una analisi comparata degli studi esistenti che analizzano l’influenza della genitorialità sui bambini con bisogni speciali, i ricercatori hanno scoperto che quando le mamme e i papà adottano uno stile genitoriale positivo, i loro bambini acquistano più facilmente una maggiore indipendenza, facilità di esprimere emozioni e un temperamento più aperto.”

Certo non è semplice per nessuno crearsi una propria indipendenza, non avere rimpianti, non dare la colpa a qualcuno o semplicemente al fato per una serie di disgrazie, ma c’è chi trova la forza, l’interesse, sente la missione di fare qualcosa per se e per gli altri e chi questi interessi ed esigenze proprio non li sente.

La mamma di una bambina disabile si definisce felice anche se racconta: “mia figlia avrà sempre bisogno di me perché da sola non può fare nulla. Sono le sue gambe, le sue braccia e il suo pensiero. Sono la mamma di una bambina eternamente piccola ma con un corpo che la farà diventare adolescente e poi donna.

Ogni fase della crescita non è altro che un crudele segnale dei progressi che lei non ha raggiunto, non ha imparato a camminare, a parlare, a mangiare e non lo farà mai.

La mia bimba rimane piccola ma è grande e cambiare il pannolino a una ragazza non è la stessa cosa che farlo a chi ha le dimensioni di un neonato e sai che prima o poi non ne avrà più bisogno. (…)”.

A volte vedo più serenità di fronte ad una disabilità molto accentuata e ciò mi sembra un ossimoro, una cosa che nella sua complessità ha dell’enigmatico.

Oggi nell’era delle reti, dove abbondano le associazioni, i siti, i gruppi di sostegno… per persone e famiglie con bisogni speciali, dove ci sono  molti psicologi, medici e personale preparato per aiutare l’intero nucleo famigliare… è triste vedere la solitudine, il distacco, il disinteresse di quei genitori che si sentono le maggiori vittime anche nel confronto con le situazioni degli altri…  e si leccano le ferite senza riuscire ad affrontare le situazioni per essere d’aiuto a se stessi (prima di tutto) ed agli altri.

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L’occasione favorevole per lavorare con orgoglio

“Le tre regole di lavoro: 1. Esci dalla confusione, trova la semplicità. 2. Dalla discordia, trova armonia. 3. Nel pieno delle difficoltà risiede l’occasione favorevole.” Lo affermava Albert Einstein. Vale anche per me, per l’esperienza importante che vi sto per raccontare: a gennaio 2016 ho iniziato a lavorare presso la testata on-line Piuculture, il giornale dell’intercultura a Roma.

Da subito la mia collega e tutor mi ha trattato alla pari, con rispetto; lei e la responsabile del giornale mi hanno affidato incarichi seri: dovevo partecipare per il giornale a conferenze sul tema delle migrazioni e scriverne un articolo.

Nulla di più gratificante per un’aspirante giornalista! Le prime settimane sono state di formazione, la mia collega mi ha insegnato le regole del mestiere, il metodo per prepararmi alle conferenze, scrivere un pezzo rispettando le cinque W, l’essere esaustiva con un certo numero di battute e molte funzioni di word-press che su Piccologenio non avevo ancora utilizzato.

Quanta pazienza all’inizio con una persona che di fatto non era mai entrata in una redazione,  non aveva la praticità del lavoro, ma solo tante nozioni universitarie. Avevo da poco scritto un romanzo, quindi fino ad allora mi ero sentita dire “più scrivi, racconti, aggiungi dettagli, sei narrativa… e meglio è”!

Tornando nel vivo del lavoro, anche andare autonomamente alle conferenze, registrare, prendere appunti, fare foto, avere i biglietti da visita del giornale per fare rete è appagante; un’esperienza nuova: ho collaborato con altre testate on-line e cartacee, ma erano e, talvolta continuano ad essere, collaborazioni volontarie e sporadiche.

Il mio entusiasmo per un vero lavoro gratificante ed articolato, in un’ambiente accogliente è stato colto non solo da famigliari ed amici, ma anche da tanti conoscenti che alla domanda ed ora di cosa ti occupi vengono travolti dal racconto minuzioso del mio essere giornalista per Piuculture. Tale narrazione non è venuta meno anche in articoli e interviste che riguardano Nata viva e alla web-radio Freccia Azzurra.

I primi tempi mi occupavo di redigere gli articoli e mettere notizie brevi sul sito del giornale; attualmente sto imparando a gestire i contenuti social di Piuculture; questo anche perché si tratta di un tirocinio formativo, oltre che di una esperienza lavorativa.

Si tratta di un piano di lavoro promosso dal Comune di Roma e dal Municipio per persone con handicap fisico e cognitivo. In passato avevo già aderito a questo tipo di progetto, ma la cooperativa che era stata incaricata dal Municipio II di seguire il programma non funzionava bene: la psicologa nelle riunioni di autoaiuto ci diceva che i tirocini erano di basso livello, che le cose erano così per tutti i tirocinanti e che a nulla sarebbe servito coinvolgere le dottoresse con incarichi più alti del suo.

Per fortuna del 2016 sono stati trovati i fondi per ripetere l’esperienza e questa è stata affidata ad una diversa cooperativa. Tutti i ragazzi sono stati inseriti in posti adatti alle loro competenze ed aspirazioni. Nell’ambito del percorso formativo si svolgono delle riunioni: si tende a facilitare il racconto del lavoro evidenziando aspetti positivi e negativi, di modo che la psicologa referente della cooperativa possa intervenire qualora ce ne fosse bisogno. Queste riunioni e il lavoro stesso, sono servite a tutti i partecipanti per migliorare sull’autonomia, la consapevolezza ed il rispetto delle regole.

In futuro non si sa se ci saranno i fondi per ripetere il progetto, se la cooperativa sarà la stessa, nel frattempo ogni ragazzo è stimolato a cercare un vero lavoro, inviare il curriculum, guardarsi gli annunci per le categorie protette, ma si sa che non è semplice trovare un lavoro vero.

Per quanto mi riguarda, mi dispiace che un’esperienza positiva, gratificante, dove ho imparato tanto, ma tanto ancora potrei apprendere, duri solo quattordici mesi. Non mi capita spesso di poter fare, rendermi utile in progetti ampi e condivisi, avere regole, scadenze da rispettare ed un impegno serio da portare avanti, trovarmi bene con le persone con le quali mi rapporto. A volte basta poco per valorizzare le competenze, i punti di forza, le piccole e grandi autonomie che ciascuno porta con se.

Mi torna in mente un aforisma di Primo Levi sulla bellezza del lavoro: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono.”

Con questo mio articolo ed il precedente: “Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi”, vorrei cercare di far conoscere le situazioni che meritano di essere pubblicizzate e replicate.

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Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi

elogio-della-follia

A Torino c’è una serie di appartamenti che ospita persone con problemi psichiatrici e li fa vivere al centro della città: in mezzo alla gente. È una delle più intelligenti iniziative rivolta a questo tipo di persone.

Per raccontare la loro realtà hanno realizzato un cortometraggio dal titolo: dopo la chiusura dei manicomi, chi sono i matti e dove vivono? Esso  spiega tra l’alto che cosa può essere la pazzia: “la follia è tante cose: smettere di leggere, guardare le cose da una prospettiva che non avevi previsto, ma pazzia è anche sofferenza, talvolta grandissima…” E allora siamo tutti un po’ matti… basta non avere pregiudizi… paura di esserlo e non vergognarsi.

Come sosteneva Bertrand Russel, filosofo gallese, vissuto tra l’ 800 e il 900: “l’equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante.” Per quel che mi riguarda ho sempre avuto degli obbiettivi in più, diversi da quelli convenzionali, forse anche questa può essere una pazzia, non che gli altri non mi interessino… tutt’altro, ma a volte è più importante imparare a fare l’equilibrista senza cadere ed altre volte è importante sfangare un compito in classe difficile. Poi è importante imparare a gestire il tempo libero non vivendo con i miei e chi è uscito di casa presto lo sa. Altre  volte sono importanti gli esercizi logopedici e fisioterapici, prendere la patente, riprendere la patente dopo più di dieci anni di giuda…  lavorare, non lavorare, cercare un lavoro, continuare ad inviare il curriculum anche se la risposta più comune è stata: “complimenti ha un bel cv, purtroppo non abbiamo nulla da offrirle, neanche a livello di attività non retribuita…” e via discorrendo.

Già… da piccola c’erano mamma e nonna, adesso sono grande ed autonoma, il che vuol dire che devo essere in grado di darmi delle regole, autogestirmi, scrollarmi di dosso i sensi di colpa atavici, capire le situazioni degli altri, i così detti normali, accettarli e farmi accettare, fare finta di niente, capire le situazioni, non sentirmi in colpa anche quando cose serie e stupidaggini sembrano derivare tutte da un’unica fonte di problemi: me … poi?

Alla triennale ho studiato scienze della formazione e dell’educazioneil mio professore di pedagogia, ripeteva spesso: “come dice Anton Semenovyč Makarenko bisogna trasformare un handicap in una risorsa” ed ecco che, grazie anche a lui, il mio romanzo di formazione Nata viva da diario è diventato un libro giunto alla seconda edizione. Anche questa è una pazzia: puntare sulla scrittura, rendere una storia sofferta un racconto scorrevole, apprezzato da  lettori di varie età, disabili e non. Per arrivare a ciò mi hanno aiutato tante persone di famiglia e non solo… E’ stato un traguardo importante, una cosa che sembrava utopica, ma io ci credevo; e anche i miei genitori per un po’ ci hanno creduto… Poi si è rivelato uno scritto che a quanto pare fa soffrire gli altri, ma mi ha molto aiutato a scrollarmi di dosso solitudine ed il senso di vuoto, come è spiegato nella premessa che, non a caso si intitola Nulla di utile. La scrittura che prima sembrava un passatempo solo per me poi mi ha permesso di conoscere gli altri per quello che sono e scambiarmi le storie più vere e personali.

Tornando al cortometraggio di Torino, il filmaker rivela: “questa realtà è stata fino ad oggi un’avanguardia è una splendida progettazione, ma rischia di essere soppiantata dal ritorno a grandi strutture fuori dalle città, interrompendo l’esperienza delle case: come se i cosiddetti matti non facessero a pieno titolo parte degli abitanti della città”.

Anche a Roma esistono grandi strutture dove i disabili cognitivi, motori e persone con problemi psichiatrici aspettano il tempo che passa. Questo perché  ci sono ancora tante barriere culturali, familiari, economiche, architettoniche… da superare. Le realtà che si distinguono dalla massa esistono già, ma sono ancora troppo poche rispetto a quelle strutture ed istituzioni; per molti le situazioni vecchie di anni sono consolidate e tranquillizzanti quindi perché cambiare o preoccuparsi dei disabili se non c’è un’ emergenza o un caso di cronaca?

Forse i nonni e quei tanti genitori che si sono preoccupati del dopo di noi senza aspettare lo stato e l’approvazione della legge sono un po’ folli, ma molti ce l’hanno fatta. O forse sono folli quelli che non lo hanno fatto aspettando la legge, e quelli che si appigliano a frasi, istituzioni e situazioni apparentemente tranquillizzanti.

Giuseppe Pontiggia,   scrittore, aforista e critico letterario, affermava anche che “molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente”. Tornando alla mia storia, ai miei ricordi ed a quanto raccontato in Nata viva, era bello quando, pochi anni fa; io, mamma e nonna ridevamo prendendo in giro chi dava troppo peso alla forma; adesso non c’è più da ridere ci sono solo metodi personali per sfuggire alla sofferenza o in qualche modo scrollarsi di dosso i sensi di colpa. Ma come fare? Parlare? No non funziona. Anzi, a volte, più sento, vedo, cerco di capire e più il rifiuto cominciato da poche persone il giorno della mia nascita mi sembra risonante e presente. Le paure si accumulano ma a volte sembrano non interessare e non essere capite anche se dette chiaramente.

Per concludere, vorrei citare Andreoli ed ancora Pontiggia. Il noto psichiatra e scrittore Vittorino Andreoli dice: “Alla fine, anche lo psichiatra abitava il manicomio come gli altri matti. Una vita strana, forse paradossale, a volte assurda, ma tutto sommato vera. Quando si doveva stabilire che le cose non andavano, il confronto era con la vita dei sani. Una normalità che, dovendo definirla, saprei descrivere solo come patologia, in quanto per gli abitanti del manicomio è il fuori ad essere anomalo.”

Pontiggia spiega che il romanzo Nati due volte, dedicato al figlio disabile lo ha reso libero, a differenza di una sua autobiografia che poteva risultare meno interessante. Egli aggiunge anche  che: “Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi.”

Parole semplici di grandi e saggi, personaggi di ieri e di oggi che racchiudono verità importanti per molti non scontate piene di traguardi  difficili da raggiungere.

 

Guarda il video:

 dopo la chiusura dei manicomi, chi sono i matti e dove vivono?

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“Fai bei sogni” e “Nata viva”, la verità per vivere con i nonostante

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Fai bei sogni, questa le parole sussurrate all’orecchio del figlio troppo piccolo per capire una morte improvvisa ed inaspettata.  La morte di un proprio genitore. Una mamma affettuosa, che giocava, ballava, guardava la tv con suo figlio… e come ultima frase prima di andarsene, sussurra all’orecchio del bambino già sotto le coperte fai bei sogni. Poi il vuoto della perdita per tutta la famiglia.   Ed allora si nega, si cerca una versione più accettabile e comprensibile, si dice “la tua mamma è in celo, non la vedrai più perché purtroppo ha avuto un infarto”.

Ma tutto ciò funziona? Se si per quanto tempo?

La solitudine, il vuoto, situazioni che sembrano incomprensibili sia per un bambino di nove anni che per gli adulti che lo circondano.

È presente e forte l’idea che l’abbandono sia l’essenza di un destino che  riguardi solo noi, a livello individuale. I ricordi ma anche il confronto con i coetanei, la scuola, i colleghi, i genitori propri e degli altri, la presa di coscienza delle bugie che nascondono una verità che non si può e non si deve raccontare… Una verità che si prepara  ad essere svelata: si capisce scena dopo scena da tanti piccoli dettagli che ritornano e fanno da cornice al racconto. Tutto questo è narrato nel film di Bellocchio ispirato l’omonimo romanzo di Massimo Gramellini.

Ma come si reagisce ad una perdita “doppia”, ad una verità assurda, saputa tutto di un tratto da grandi?

Cito le parole del romanzo: “Poiché la realtà si era rivelata una tiranna sanguinaria”. A volte, anche da grandi è meglio non chiedere: anche se la morte per cause naturali non è più credibile si capisce che è meglio non domandare per non soffrire e per non far soffrire gli altri… ma “l’inevitabile mi colse alla sprovvista”.

È così la morte, come la verità giungono di sorpresa, ricordo l’ultima volta che salutai il secondo marito di mia madre, il padre di mia sorella, l’uomo con il quale ero cresciuta, era l’ultimo fine settimana di luglio, eravamo al mare, “ciao Rickie, buon lavoro ci vediamo tra la prossima settimana”. Non l’abbiamo più rivisto.

 “Seguirono momenti duri e letterari”, anch’io per elaborare mi sono messa  a scrivere e in un certo senso non ho smesso; credendo che questa era ed è la mia strada: con caparbietà e anni di scrittura ho realizzato il romanzo autobiografico Nata viva, ho affinato la tecnica della scrittura creativa e giornalistica.

Ma come si va avanti e come sono i rapporti con chi ha provato quella perdita improvvisa che male si spiega con la razionalità? Dal film traspare un rapporto difficile con un padre solo e severo, ma il protagonista riesce ad andare avanti, misurarsi con gli altri bambini, ragazzi e il mondo del lavoro fino a diventare il giornalista affermato di oggi.

C’è chi cerca la verità come Massimo che narra la storia di una difficile ricerca e allo stesso tempo la paura di scoprirla. E chi tutto sommato si fida come Zoe, ma poi il momento della verità arriva e travolge chi incontra.

Bella la figura del saggio professore del protagonista del film, Massimo gli fa molte domande sulla fede, l’aldilà… il professore  gli dice: “tu vorresti avvicinarti a tua madre e lo capisco, ma i se sono per i falliti, si diventa forti con i nonostante Un insegnamento chiaro e pulito, da una persona saggia, che lo conosceva bene ma più distaccata del padre e della zia che sanno ed hanno paura poiché soffrono in prima persona.

Nell’età adulta è narrata la carriera di Gramellini, noto giornalista prima che scrittore e personaggio televisivo; una persona che da’ molta importanza alle parole. Ad ogni perdita si accompagna la solitudine, il dover elaborare il dolore in qualche modo, il volere scrivere per fermare e preservare i ricordi e dare importanza ai racconti. “è con la parola – scritta, raccontata e letta – che si può esercitare sguardo critico sul mondo”, i lettori e gli scrittori lo sanno bene.

Fai bei sogni è la storia di un segreto celato per quarant’anni. Ma come molte biografie narra anche il timore ed il coraggio di vivere ed affermarsi nonostante il bagaglio di difficoltà. Ci ricorda anche come, immergendosi nella sofferenza e superandola, sia possibile buttarsi alle spalle la sfiducia per andare al di là dei nostri limiti.

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Rassegna stampa delle due opere “Nata viva” di Zoe Rondini

Nata viva è un romanzo di formazione ed un mini-film, entrambi pluripremiati.

QUARTA DI COPERTINA

“Tutti i dottori si affrettano a rianimarmi, ma rimango cinque minuti completamente senza respirare. Si tratta solo di cinque minuti, ma sono i primi della mia vita“. Poi Zoe comincia a respirare. E a vivere. Quei cinque minuti dopo rispetto agli altri neonati, la costringeranno a confrontarsi fin dai primi mesi, con una vita che è cominciata più tardi ma che pian piano non tarderà a essere così tanto desiderata da consentire a Zoe di superare qualsiasi ostacolo. All’età di tredici anni, a causa di un lutto doloroso, Zoe intraprende l’avventura più importante: dare vita ad un racconto autobiografico, che l’accompagnerà per ben 16 anni. Lungi dall’essere un trattato o un saggio sulla disabilità, “Nata viva“ vuole essere un racconto appassionato e antipedagogico di una ragazzina e poi di una ragazza, che tra luci e tenebre ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo. Nel suo stile rapsodico, Zoe si fa cantore e testimone con la sua voce, dell’incontro sorprendente tra limite e prospettiva, civiltà e pregiudizio, presenza e invisibilità. Insieme a lei, anche noi riviviamo il nostro essere stati bambini o adolescenti incompresi. Nel suo romanzo di formazione Zoe costringe il lettore a non dimenticare mai lo scarto enorme che c’è tra vivere ed esistere, inchiodandoci all’idea che per nascere veramente, ad ogni occasione, bisogna sentirsi vivi, gridarlo e raccontarlo al mondo intero.“

 PER COMPRARE IL ROMANZO 

Nata viva e-book  

  • Il volume “Nata viva” è impreziosito dalla prefazione della Profssa Veggetti, docente di psicologia alla Sapienza di Roma ed un racconto dedicato a nonno Adriano.

 

Nella sua prima stesura, ha ottenuto diversi riconoscimenti ai seguenti premi letterari:

-Finalista al Premio Firenze 2011 – Centro culturale Firenze Europa “Mario Conti” – XXIX Premio Firenze sezione D -narrativa edita.

-Segnalata al concorso letterario “Premio nazionale di letteratura Prof. “Francesco Florio” 23 edizione 2011 – Licata” con un diploma di elogio, ottenendo il punteggio di 93/100.

-Menzione d’onore con diploma di merito al Premio nazionale di poesia, narrativa e fotografia “Albero Andronico” V edizione.

-Semifinalista e Menzione d’onore con diploma di merito al XVIII Premio letterario internazionale “Trofeo penna d’autore” nella sezione A: libri narrativa e saggistica.

 RASSEGNA STAMPA

Nata viva sul Venerdì di Repubblica 

Nata Viva“ tra i corti finalisti di Capodarco, L’anello debole 2016

Premio Anello debole, vince forza di Zoe

Intervista a Zoe Rondini su Radio Freccia Azzurra, una web-radio fatta in una scuola elementare

Zoe Rondini su “Il Venerdì“ di Repubblica 

 Nata viva e l’attuale condizione dei disabili nel nostro paese. Intervista all’autrice 

Nata viva sul magazine della scuola di scrittura Omero. di Arturo Belluardo  10 dicembre 2015 

Zoe Rondini: intervista all’autrice di “Nata viva“ di Disabilibidoc.it  

Zoe Rondini, una donna coraggiosa 

Cinque minuti e poi…

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 CORTOMETRAGGIO:

NATA VIVA È  la storia di Zoe Rondini una ragazza che per i primi 5 minuti della sua vita non ha respirato. Zoe ha scritto un libro che racconta la sua vita, allegra e faticosa (Società editrice Dante Alighieri). Il corto, prosegue il romanzo, concentrandosi sulle difficoltà e le conquiste “nuove“ di una Zoe matura e consapevole, contornata da amici e familiari che sanno riconoscere la sua forza, la sua tenacia e la sua ironia anche nell’ età adulta.

Nata viva su Youtube! 

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In primo piano (post aggiornato il 10/11/2016)

Qui di seguito vi propongo dei links su due tematiche alle quali mi sono molto interessata: l’amore la sessualità e l’handicap e “Nata viva“ romanzo di formazione e mini film.

In passato, ho avuto il piacere e l’onore di essere chiamata a parlare in  vari convegni, a Roma e non solo, che riguardavano l’amore, la sessualità e l’affettività per le persone disabili. Spesso dopo un imput iniziale sulla disabilità si arriva ad un discorso che riguarda tutti.

Per il futuro sarei felice se capitassero altre occasioni per esprimere il mio punto di vista su queste tematiche; anche perché sto notando una lenta ma importante apertura da parte della tv, del cinema, dei giornali.

Non mi rimane che augurarvi buona lettura.

Il tantra spiegato agli occidentali

L’assistente sessuale come mediatore culturale

Noi siamo Francesco

l’esperienza del tantra vissuta da una donna normodotata ed un uomo disabile. Due testimonianze a confronto per capire e sapere.

Benessere ed armonia per corpi e menti

Il piacere magico del massaggio tantrico

Chiesa e sessualità nella storia. Chiarimenti su luoghi comuni, modi di dire sull’amore fisico

Amore e sessualità nell’autismo

L’educazione sentimentale di Giulia.  Tre idee diverse di un rapporto tra normodotato e una persona con disabilità.

L’esperienza di piacere intenso

Il segreto del piacere femminile

Pudore e vergogna per normodotati e disabili

Il bacio tra amore, attualità e storia

Recensione del film The Special Need “La sessualità delle persone disabili, presa sul serio, ma con leggerezza.”

AMORE E SESSUALITà, UN’OCCASIONE PER UN CAMBIAMENTO SOCIALE E CULTURALE

DISABILITA’ SESSUALITà E FAMIGIA, LA CONDIZIONE IN ITALIA.

INTERMITTENZE DELL’AMORE PER ABILI E DISABILI.

UN DIBBATTITO SULL’AMORE E SESSUALITà PER LE PERSONE DISABILI.             

GIOVANI, LA Difficoltà DI AMARE è LA Difficoltà DI CRESCERE

L’URLO SILENZIOSO DI ZOE

 PARLANDO DI “NATA VIVA“, ROMANZO DI FORMAZIONE E CORTOMETRAGGIO.

Nata viva seconda edizione!

Il cortometraggio Nata viva

Nata viva sul Venerdì di Repubblica 

Nata Viva“ tra i corti finalisti di Capodarco, L’anello debole 2016

Premio Anello debole, vince forza di Zoe

Intervista a Zoe Rondini su Radio Freccia Azzurra, una web-radio realizzata in una scuola elementare.

Cinque minuti e poi…

(edizione passata)

Zoe commuove: “Io, disabile ma più che viva“di Assuntina Morresi, uscito su “Avvenire“nell’inserto È vita, il 5 gennaio 2012.

Articolo su “Nata viva“, uscito sull’Osservatore Romano il 26 luglio 2012 Dall’inserto “donne chiesa mondo“ scritto da Giulia Galeotti.

Un libro sulla ricchezza interiore dell’handicap.  Gruppo di Lettura: “Nata Viva“ di Z. Rondini –  Recensione a cura di Federico Sinopoli.

Articolo di Riccardo Rossi sul romanzo di formazione “Nata viva“ e su Zoe Rondini.

 

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Indivisibili, ma libere

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Il film Indivisibili di Edoardo De Angelis, con Marianna Fontana, Angela Fontana, Antonia Truppo, Massimiliano Rossi, Toni Laudadio è ispirato a due gemelle siamesi realmente vissute tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti, nella prima metà del 900.

Daisy e Viola invece sono nate a Castelvolturno. Unite fin dalla nascita all’altezza del bacino, non hanno organi in comune. Un’altra prerogativa le distingue dagli altri: le loro voci neomelodiche le fanno esibire ad ogni cerimonia del paese e dintorni, tanto da creare due star. Due persone quasi sante già in vita, in quanto toccare la loro menomazione, il loro punto di giuntura sembra di buon auspicio.

Le vicende narrate si snodano quando le due ragazze hanno compiuto la maggior età. Gli equilibri, sino a quel momento, si basavano sulle esibizioni delle gemelle come se fossero un fenomeno da baraccone. Ma che succede quando un medico dice loro che può dividerle? Ecco sulla scena rappresentato il profondo legame di due sorelle, sole di fronte alla possibilità di una vita normale. Per entrambe in fondo, ma apparentemente per una  più dell’altra, il desiderio di normalità è forte, la voglia  di magiare un gelato, viaggiare, ballare, bere vino senza temere che l’altra si ubriachi… fare l’amore. “Perché sono femmina”.

Nella realtà famigliare e sociale delle due protagoniste, come spesso avviene con le persone disabili, ruotano personaggi diversi con connotazioni molto forti, a tratti magistralmente esasperati in un crescendo  di patos. Il padre pieno di sensi di colpa che ripete, a se stesso e alla famiglia di volerle bene e di voler il massimo per le figlie. La madre che non riesce a proteggerle dal padre ma scappa… Gli zii che escono dal quadro famigliare, si dissociano dall’andarle a cercare e riportarle a casa quando le sorelle fuggono… Il parroco del paese che trova nell’handicap fisico un pretesto per ammaliare  le folle di fedeli e tenerle vicine ad una chiesa che si basa sui simboli.

Quante volte queste dinamiche famigliari si mettono in atto più o meno coscientemente di fronte al diverso, alla persona che risulta errata; per fortuna spesso sono proprio le sorelle ad accettarsi ed aiutarsi vicendevolmente. Forse il legame tra sorelle disabili e normali esula dal senso di colpa che troppo spesso, invade e si dilaga nei genitori, nei parenti e nel disabile stesso, come se fosse  indispensabile  dimostrare di essere bravo e adoperarsi, anche davanti ad un palese senso di rifiuto e di negazione.

Nel loro viaggio, le gemelle, ormai sole e presenti una per l’altra, chiederanno aiuto a persone poco raccomandabili. Veritiera la loro ingenuità, per due persone che fino a diciotto anni non hanno avuto neanche il cellulare, che si trasformerà in forza per entrambe.

Ma di chi si possono fidare? Daisy si vuole dividere, il motivo è semplice e veritiero, si innamora di un uomo che lavora in ambito musicale e le promette chissà cosa fin quando non si svela per quello che è realmente. La sorella più debole fino a quel momento, diventa la più forte salvando entrambe le ragazze. Ecco due facce della stessa medaglia che si sovrappongono, si scambiano i ruoli,  si rendono conto dei pericoli che ci sono fuori. 

La conquista della libertà però si rileva più complessa di come Daisy e Viola si aspettano, la corsa le sfianca e le ragazze sembrano ricadere nella rete del padre e del parroco, che le riportano a casa. Le due sorelle ancora fisicamente unite, sono in balia del padre sopraffatto dalla rete da lui stesso costruita per non perdere le ragazze e sfruttare al meglio le loro doti. La madre delle ragazze lo ha abbandonato, e lui  è l’unico rimasto per loro e con loro. Le prepara e le porta in processione, ma la crescita e il desiderio di libertà e normalità non può essere messo in trappola.

La pellicola dura 100 minuti durante i quali, lo spettatore è portato a ragionare sul senso del limite, sull’amore viscerale che però non impedisce di essere libere, di camminare con le proprie gambe pur capendo che la sorella è, e rimarrà, un pezzo importante della propria vita, tutto ciò con una colonna sonora sublime.

Indivisibili è un film sulla separazione e sul dolore che comporta. 
Traspare l’idea, che nella maggior parte dei casi, per crescere e rendersi autonomi per quanto possibile, bisogna mettersi in gioco e spesso soffrire.

Il regista Edoardo De Angelis, ci rivela:  “ho cercato un’immagine che rappresentasse al meglio questo concetto e l’ho trovata: due gemelle siamesi appena maggiorenni che scoprono di potersi dividere. Due ragazze attaccate per il bacino che, guardate singolarmente, dovevano essere belle per permettermi di realizzare quell’equilibrio tra attrazione e repulsione che è la linea guida estetica di ogni inquadratura che compongo.
Io vedo il mondo così: sempre in bilico tra la bellezza e la bruttezza. La frequentazione assidua di questo bilico mi ha portato ancora una volta a Castelvolturno. (…) Quel territorio è un simulacro straziato di una bellezza passata, materiale perfetto per costruire la gabbia dalla quale i miei uccellini vogliono disperatamente scappare. Il loro sogno è la normalità.”

Nella disperata ricerca della normalità, ammesso che quella di Daisy e Viola non lo sia, ci possiamo ritrovare un po’ tutti, sia come persone che vogliono raggiungere quella che è la vita adulta, sia desiderosi di una vita senza handicap inteso come impedimento/problema che porta a percepirci diversi, colpevoli… non degni di affetto e di essere apprezzati. Oggetto di discordie tra persone, famiglie e generazioni che si rapportano tra loro e con la disabilita in una gara estenuante a chi è più presente, più bravo, chi accetta la disabilità, chi lo fa a volte,  chi fa solo finta e chi fugge convinto di essere stato portato a farlo. Spesso in tutto ciò il problema sembra solo degli altri… come se la persona con disabilità non se ne accorga e non soffra per la sua condizione e quella di chi gli sta o gli dovrebbe stare accanto 

Tutto ciò impedisce, alle molte persone, coinvolte di rientrare nella classificazione positiva, rassicurante e ben accettata dalla società… di normalità.

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Cinque minuti e poi…

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Fonte: Nordestnews.com Cinque minuti … Che cosa sono in fondo nella vita di un essere umano? Per un uomo d’affari spesso rappresentano il tempo di un caffè bevuto in piedi tra una riunione e l’altra, per uno studente annoiato costituiscono lo stillicidio di secondi che precedono il suono della campanella alla fine delle lezioni, per un ritardatario cronico passano sempre troppo in fretta e, prima che egli possa accorgersene, si ammonticchiano gli uni sugli altri a formare quarti d’ora …

Insomma, il “peso specifico” di cinque minuti non è univoco, né tantomeno universale: ognuno di noi, in base alla propria esperienza e alle circostanze in cui si trova, percepisce quest’intervallo di tempo in modo diverso e conseguentemente gli attribuisce una valenza e un’importanza del tutto personale; tuttavia, non possiamo negare che nella maggioranza dei casi i cinque minuti non li consideriamo neanche, salvo quando “ci girano” (i cinque minuti, appunto!).

La protagonista di questa storia, invece, i cinque minuti li considera eccome, del resto non potrebbe fare altrimenti neppure volendolo; eh già, perché in quel mercoledì di settembre di trentacinque anni fa, furono proprio cinque minuti a decidere chi sarebbe stata (e soprattutto CHE ci sarebbe stata!) Zoe Rondini.

La gravidanza era a termine e le doglie erano state indotte, Zoe sembrava pronta ad uscire, ma poi ecco i fatidici cinque minuti di limbo, che la piccola trascorse in apnea, completamente senza respirare; durante questi trecento lunghissimi secondi, la morte e la vita si sfidarono in un silenzioso duello e per fortuna la vita ebbe la meglio, sia pure con gravi conseguenze per il sistema nervoso centrale di Zoe, irreparabilmente lesionato a causa di quella mancanza d’ossigeno.

Una vita iniziata con cinque minuti di ritardo non è certo una vita qualunque, senza dubbio è molto più difficile della media e per affrontarla occorre possedere una dose extra di grinta e determinazione, oltre all’indispensabile supporto di familiari, amici, fisioterapisti, insegnanti, insomma di tutte quelle figure che per il loro ruolo dovrebbero sostenere un individuo così speciale nel suo percorso di crescita psicofisica, possibilmente evitando di farlo sentire diverso e di escluderlo dalla società. Nel caso di Zoe, grinta e determinazione non sono mai mancate, gli amici ci sono sempre stati, alcuni familiari sono stati (e sono tutt’ora) più presenti di altri – come testimonia il legame molto profondo con la sorella e con i nonni materni, finché erano in vita – mentre alcuni fisioterapisti, ma soprattutto alcuni insegnanti, hanno purtroppo contribuito a rendere ancora più impervio un cammino già abbastanza tortuoso.

Nonostante le mille difficoltà di ogni giorno, Zoe non si è mai arresa: ha imparato a camminare, a parlare, a leggere e a scrivere secondo i suoi tempi, che pur essendo un po’ più dilatati rispetto alla norma (poiché inevitabilmente condizionati da quei fatidici cinque minuti), non le hanno impedito di raggiungere molti traguardi, quali ad esempio il conseguimento di due lauree all’Università “La Sapienza” di Roma (una in Scienze dell’Educazione e della Formazione e l’altra, specialistica, in Editoria e Scrittura) o il coronamento del suo sogno di vita indipendente, realizzatosi all’età di ventuno anni quando ha deciso di staccarsi dalla famiglia e andare a vivere per conto proprio, sia pure con il supporto quotidiano di un assistente.

Mentre si impegna al massimo per ottenere le sue piccole grandi conquiste, Zoe cerca sempre di essere d’esempio e d’aiuto agli altri, in particolare a coloro che vivono situazioni simili alla sua e magari non riescono ad affrontarle con lo spirito giusto; ecco perché dal 2006 cura il portale Piccolo Genio, un sito web che parla di disabilità, ma anche di cultura, cinema, teatro e molti altri argomenti, tutti sviscerati dal punto di vista personale e particolare della redattrice, ovvero di una persona che era partita con cinque minuti di ritardo ma poi ha recuperato alla grande, fino a diventare la ragazza dinamica e intraprendente che è oggi, con i suoi mille interessi e progetti per il futuro.

Il portale riserva ampio spazio alla pubblicizzazione del primo romanzo di Zoe Rondini, “Nata viva”, pubblicato lo scorso anno in seconda edizione dalla Società Editrice Dante Alighieri; il libro è un romanzo autobiografico e di formazione nel quale l’autrice, che scrive usando uno pseudonimo per ogni personaggio della storia (compresa lei, che preferisce sempre comparire come Zoe Rondini piuttosto che con il suo nome di Battesimo), ripercorre passo dopo passo le tappe salienti della sua vita, dalla nascita al periodo universitario. Sebbene l’opera sia stata data alle stampe in tempi recenti (nel 2015, come riferito più sopra), la sua genesi risale addirittura al 1994: è in quell’anno infatti che Zoe, per preservare i ricordi che la legano al secondo marito della madre, scomparso improvvisamente, decide di cimentarsi nella scrittura di un diario, che l’accompagnerà per dodici anni; più tardi, rileggendo quanto scritto, si rende conto che molte persone (soprattutto molti ragazzi, disabili e non) potrebbero riconoscersi e ritrovarsi nelle sue parole, quindi, con l’aiuto del consulente letterario Matteo Frasca, decide di editare i suoi appunti in modo che diventino pubblicabili e fruibili da chiunque voglia seguire questa ragazza nel suo cammino alla ricerca della serenità. Ad impreziosire il libro, che già nella precedente edizione ha vinto diversi premi letterari, ci sono la prefazione della professoressa Serena Veggetti, docente di psicologia all’Università “La Sapienza” di Roma, e l’appendice costituita dal racconto “L’ultimo acquerello”, scritto a quattro mani con la sorella e ispirato ad uno dei personaggi del romanzo, il nonno Adriano Bompiani.

Spesso, dopo aver letto un’opera di narrativa le cui vicende ci hanno coinvolto e appassionato, ci chiediamo cosa succede in seguito: veramente la storia finisce in contemporanea con il racconto? Nel caso di “Nata viva”, che è un romanzo autobiografico, la risposta è, ovviamente, no! La vita di Zoe non si ferma alla fine degli studi universitari, dopo essere diventata Dottoressa Magistrale la attendono diverse esperienze: i viaggi, l’ingresso nel mondo del lavoro, il conseguimento della patente di guida, la scoperta dell’amore e della sessualità… Un assaggio di tutto questo è rappresentato dal cortometraggio che porta lo stesso titolo del libro ed è stato scritto da Zoe insieme alla regista Lucia Pappalardo; in questo mini-film la protagonista, che recita con un suo alter ego maschile (amico, amante, assistente… chissà?), racconta la sua vita da adulta: ora ha imparato a reagire alle difficoltà positivamente e con il sorriso, cercando di non complicarsi l’esistenza più del necessario; il tono ironico che si può cogliere leggendo “Nata viva” si ritrova anche nel cortometraggio, sebbene qui si trasformi in un leggero sarcasmo, atteggiamento forse più tipico di chi ormai ha superato la trentina.

Il successo riscosso finora dal cortometraggio, che potete vedere direttamente in questa pagina,

va di pari passo con quello del libro, come testimonia l’importante riconoscimento che è stato attribuito all’opera lo scorso giugno a Capodarco di Fermo, nelle Marche; qui, nell’ambito della manifestazione “Capodarco L’altro Festival”, il cortometraggio “Nata viva” è risultato vincitore del premio “L’anello debole”, giunto quest’anno alla decima edizione. Come riferito da Andrea Pellizzari, direttore artistico del premio e presentatore della serata finale, la vittoria è stata decretata dalla giuria popolare, che ha stravolto il risultato modificando il voto della giuria tecnica; a mio parere, questa è la miglior conferma possibile del fatto che la gente comune, i ragazzi di ieri e di oggi, possono identificarsi facilmente in Zoe Rondini e nella sua battaglia quotidiana per conquistare un posto nel mondo.

Poiché siamo esseri imperfetti, ognuno di noi racchiude in sé fragilità e debolezze con le quali deve imparare a convivere per riuscire a trovare il proprio equilibrio psicofisico; se per il 15% della popolazione mondiale, incluse Zoe Rondini e la sottoscritta, i limiti da accettare sono quelli imposti dalla disabilità (come riportato dallo “World Report on Disability”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2011 e scaricabile qui in lingua inglese), per il restante 85% si tratta di limiti che hanno altri nomi e forse sono meno riconoscibili, ma sono pur sempre limiti.

Per quanto possa sembrare strano nell’era della globalizzazione, al giorno d’oggi anche essere immigrati può purtroppo costituire un limite, un handicap che preclude un inserimento “alla pari” nel tessuto sociale. Questo è uno dei motivi per cui Zoe Rondini, che ha sperimentato sulla propria pelle cosa significa essere discriminati a causa di una condizione nella quale siamo costretti a vivere nostro malgrado, ha scelto di mettere la sua passione per la scrittura al servizio di questa particolare categoria di persone, che potremmo definire “nuovi cittadini”; tale opportunità le è stata offerta dalla testata giornalistica online “PiuCulture”, che dal 2010 dà voce agli stranieri che vivono, studiano e lavorano a Roma. Lavorando per questo giornale, Zoe mette senz’altro a frutto la sua laurea specialistica in Editoria e Scrittura, avendo contemporaneamente la possibilità di imparare cose nuove sul mondo del web e del giornalismo; ciò che più conta però, è che i suoi colleghi la trattano alla pari, affidandole incarichi e responsabilità nonché imponendole di rispettare scadenze: questo è sicuramente il modo migliore per ricordare a ogni persona, non soltanto a Zoe Rondini, che è NATA VIVA e come tale deve comportarsi!

Lisa Corbelli

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Il tantra spiegato agli occidentali

Per imparare questo tipo di massaggio occorre tempo e pazienza: è necessaria una buona preparazione nel massaggio ayurvedico che fornisce un’ottima base professionale, infine ci vogliono anni per apprendere la pratica del tantra.

Questo tipo di esperienza non si improvvisa e non si può affermare di saperlo fare bene se si è troppo giovani e con pochi anni di formazione. Che cos’è il tantra? A cosa è utile? Com’è visto nella società occidentale? C’è differenza tra tantra, amore e sessualità? È adatto alle coppie? Cosa dicono gli autori in merito? Sono queste alcune delle domande alla quali questo articolo cercherà da fornire delle risposte.

Il mondo occidentale ha conosciuto questa antica disciplina Indiana solo nel XX secolo. È un fatto che in Italia l’offerta di massaggi tantra sta crescendo, ma spesso nasconde solo tentativi di prestazioni erotiche da parte di persone poco serie, o semplicemente massaggi da mani inesperte che si improvvisano per arrotondare e guadagnare facilmente.

Il massaggio tantrico è liberatorio ed energetico poiché libera i sette chakra da cui passa la nostra energia. Il tantra è legato al concetto di amore, di rispetto e fiducia in se stessi e nell’altro. Ci vuole fiducia ed empatia con l’operatore per un buon massaggio.

Dopo quest’introduzione, per far maggior chiarezza su questa pratica mi sembra rilevante proporre alcuni punti.

A cosa serve il tantra?

Per noi occidentali è difficile capire a cosa serva davvero il tantra e guardiamo questa disciplina in maniera un po’ sospetta. In realtà aiuta a sfruttare l’eccitazione sessuale in modo cosciente per accrescere l’energia vitale e dominare le emozioni. Il massaggio tantrico è un esperienza diversa dal fare l’amore e dal fare sesso; può essere usato anche per superare vergogna, tabù e pregiudizi.

Gli effetti del massaggio

 La cura e l’attenzione prestati all’armonia e alla fluidità durante il massaggio, il contatto “non interrotto“ durante la seduta, il silenzio, il ritmo, la circolazione energetica, facilitano in chi riceve il massaggio la scoperta o l’aumento della coscienza del proprio “schema corporeo“, insieme ad un aumento di sensibilità e di capacità percettiva sia del mondo esterno sia di se stessi.

 Per quanto concerne i benefici che la persona è in grado di trarne:

la respirazione viene attivata e resa più spontanea e facile;

la circolazione del sangue e della linfa vengono migliorate;

i depositi adiposi diminuiscono;

la digestione è facilitata;

il funzionamento dell’intestino migliora;

il sistema muscolare recupera altezza ed elasticità;

il sistema delle articolazioni è mobilitato e reso più efficiente.

C’è differenza fra sesso tradizionale e sesso tantrico?
Il sesso tradizionale, in genere dura meno del tantra. Il sesso tantrico, invece, prevede l’utilizzo di diverse tecniche, è multiorgasmico, va a risvegliare una grande energia (sboccando i chakra) questa energia rimane in circolo creando beneficio durante e dopo la “pratica“.

 Cosa sono i sette chakra?

I chakra sono i punti nevralgici del corpo umano nei quali si raccoglie l’energia circolante nello stesso, energia che si trasforma e viene rimessa in circolo.

Il tantra è adatto anche alle coppie?

Il tantra può aiutare alcune coppie a durare nel tempo. Insegnando e invitando a tenere presenti le differenze tra l’uomo e la donna sia sul piano sessuale sia su quello sentimentale. Esso, in alcuni casi,  può aiutare a riscoprire il desiderio e la passione a quelle coppie dove il rapporto sembra ormai piatto e annoiato; quando può venir meno il desiderio di continuare a condividere, scoprire, condividere e venirsi in contro.

Cosa consigliare ai massaggiatori meno esperti, ma che vogliono imparare?

Non è molto importante ricordarsi tutti i movimenti. E’ invece importante, soprattutto per il principiante, eseguire le tecniche con sincerità e spontaneità, concentrandosi sulla persona che si sta massaggiando. Con la pratica e col tempo, tutti i movimenti del Tantra diverranno spontanei, naturali, non più così calcolati o forzati. Con l’esperienza, tecnica e sensibilità si fonderanno assieme.

Cosa dicono gli autori in merito?

L’accademico Padoux spiega con queste parole il tantrismo: ” si può ammettere che il Tantrismo sia una categoria a parte e lo si può definire in generale come una via pratica ai poteri sovrannaturali e alla liberazione; consiste nell’uso di pratiche e tecniche specifiche (rituali, corporee e mentali), che sono sempre associate a una dottrina particolare.”

Madeleine Biardeau riassume le dottrine tantriche come “un tentativo di porre il desiderio, in ogni suo significato, al servizio della liberazione.”

Prabhat Ranjan Sarkar filosofo indiano, parla del concetto della parola “tantra“: “Il significato del termine tantra è liberazione dal legame. I praticanti del tantra più elevato dovrebbero possedere ampie visuali, rinunciando a  promuovere il benessere altrui. Superando in tal modo, diversi ostacoli mentali.“

In conclusione il massaggio tantra, se fatto da mani esperte può essere un’esperienza “importante“ e gratificante. C’è anche da precisare che un operatore “serio“ non deve avere un rapporto sessuale con la cliente poiché ciò non è previsto nella pratica del tantra.

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Un nuovo sole illumina i fedeli. Due Papi per accoglie la famiglia moderna

“il desiderio di famiglia resta vivo, specie fra i giovani e motiva la Chiesa“, si apre con queste parole l’attesa esortazione apostolica di Papa Francesco sulla famiglia, “Amoris Laetitia” (“La gioia dell’amore”). Raccoglie il frutto dei due Sinodi dei vescovi (ottobre 2014 e ottobre 2015) dedicati alle sfide della famiglia oggi nel mondo.

Finalmente in “amoris laetitia“ il Papa analizza la situazione famigliare riconoscendo la sua ricchezza e diversità. Ha fiducia nelle coscienze delle persone, dice che la Chiesa non deve condannare bensì accogliere.  Si apre a tematiche importanti della vita di coppia e dei singoli individui, quali la bellezza dell’amore, la sessualità, rispettando i vari percorsi delle persone, considerando anche le situazioni difficili, “ferite“ che appartengono alla nostra società, riconoscendo che non ci può essere una norma complessiva, ma è più giusto valutare caso per caso.

Ci sono voluti secoli e secoli di storia e di errori, ma forse questo Papa riesce a aprire la Chiesa ad una visione più attuale e realistica delle cose pur non potendo contare sull’appoggio di tutti i cardinali.

Tornando al suo messaggio, il Papa, ha anche spiegato che la sessualità “è un regalo meraviglioso” che Dio ha fatto alle sue creature, non un elemento da condannare o da vivere solo come “costrizione del matrimonio“, o altresì come “finalizzata e funzionale“ per la procreazione. “In nessun modo possiamo intendere la dimensione erotica dell’amore – sottolinea Bergoglio – come un male permesso o come un peso da sopportare per il bene della famiglia, bensì come dono di Dio che abbellisce l’incontro tra gli sposi”. L’amore è anche e soprattutto passione. La sfera emotiva è coinvolta a pieno nell’innamoramento iniziale, nella fedeltà vissuta reciprocamente nel tempo, nell’amore verso i figli, nella sessualità, e nell’invecchiare insieme.

Papa Francesco parla di amore e sessualità anche in rapporto all’educazione dei giovani: “Educazione all’amore, alla reciproca donazione. I giovani devono potersi rendere conto che sono bombardati da messaggi che non cercano il loro bene e la loro maturità. E’ invece importante insegnare un percorso sulle diverse espressioni dell’amore, sulla cura reciproca, sulla tenerezza rispettosa, sulla comunicazione ricca di senso”.

L’amore, la passione, i sentimenti, la fede si fondano sul senso e sulla fiducia reciproca, quindi perché condannare?

Papa Francesco ha parlato della “vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani“. Di certo colpiscono le parole sulla realtà di oggi pronunciate da Sua Santità, che è riuscito ad aprirsi senza rinnegare i principi della religione cristiana. Forse sta arrivando a “dischiudere e modernizzare“ la Chiesa su alcune esigenze dalla nostra società come ad esempio dare la comunione alle persone divorziate. “Misericordia” è la parola chiave per capire qual è l’atteggiamento che il Papa propone per far fronte alle diverse sfide e fragilità che la famiglia incontra nel mondo. “Accompagnamento”, “integrazione”, “gradualità”, “comprensione”, questo lo stile che il pontefice chiede alla Chiesa e ai suoi pastori per rivolgersi alle famiglie.“

Ma da dove deriva tanta innovazione? È un lento cammino iniziato “pochi“ decenni fa da Papa Wojtyla.

È del 1980 l’esortazione apostolica “familiars consotio“ di Giovanni Paolo II, che oltre al matrimonio pone attenzione sulla donna e sull’educazione dei figli: “vi è una coscienza più viva della libertà personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della donna, alla procreazione responsabile, alla educazione dei figli.“

Forse per Francesco e Giovanni Paolo II è chiaro che l’amore, la sessualità non sono aspetti “staccati e lontani“ dalla vita “normale“ e di fede.

In conclusione Papa Francesco ha ben chiaro il fatto che tanti fedeli si erano allontanati da una Chiesa che sentivano severa e distante. Un grande poeta latinoamericano, Octavio Paz, un non credente, afferma che la nostra società ha perso la capacità di amare, perché è in preda al pessimismo e alla confusione. “Il cuore si è avvilito”. Oggi dobbiamo affrontare una secolarizzazione, in cui predomina un tipo di uomo che ricorda quello descritto dal poeta: l’Uomo che è il nuovo Sole.

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